L’oblio nuoce alla conoscenza: la storia della scrittrice Fausta Cialente.

Un altro premio vinto è quello dei Dieci, presieduto da Massimo Bontempelli, col romanzo Natalia, del 1930. Secondo la mia opinione, è soprattutto in quest’opera che si riesce a percepire la maestria letteraria di questa scrittrice: Natalia è un romanzo che si basa sulla dicotomia finzione-realtà, una storia che galleggia in un microcosmo fantastico e surreale, una menzogna che ha parvenza di realtà. 

Non è un caso che, in questo particolare contesto, si parla di realismo magico per quanto concerne la sua scrittura (si tratta tuttavia di un termine coniato e affibbiato soprattutto a Bontempelli, maestro di questa particolare tendenza). In questo romanzo entriamo in contatto con un’auto-narrazione fantastica della realtà fintanto che la protagonista si trova nel suo spazio d’appartenenza, nel suo nucleo onirico: secondo il pensiero della scrittrice, difatti, la narrazione è un qualcosa che non può avere a che fare con la realtà che ci circonda, in quanto la nostra personale auto-narrazione avviene sempre ad un livello che appartiene alla matrice del fantastico. È dunque presente una realtà duplice, una visione che non è più così oggettiva e reale, ma si presta al sogno, alla dimensione soggettiva del protagonista che decide di vivere in un’oscillazione perpetua, in uno spazio oltremondano personale.

Perché, dunque, è importante conoscere e riscoprire (per i pochi che erano a conoscenza del suo percorso letterario) una figura femminile come Fausta Cialente? Nonostante lei appartenesse ad una famiglia benestante e privilegiata, nei suoi scritti ha sempre voluto raccontare le difficoltà e la miseria dei più deboli, gli sfruttamenti, la guerra e il dolore che si intrecciavano continuamente con la sua quotidianità. 

Nelle sue numerose opere, tra cui ricordiamo Cortile a Cleopatra (1936), Ballata Levantina (1960), Marianna (ripubblicato negli anni ’60) e la già citata Natalia (1930), si percepisce sempre una peculiare sensibilità che connota il suo stilema: la dolcezza e la leggiadria delle sue parole sono come un fiore raffinato che viene lentamente estirpato e sradicato da ciò che è dolore, guerra, da quelle tematiche sociali a Cialente tanto care, mantenendo sempre, però, la delicatezza e la pudicizia che la caratterizzano e che la rendono una delle personalità più particolari ed avvincenti (seppur rimasta nascosta) di questo secolo.

Quella di Fausta Cialente è stata senza dubbio un’esistenza intensa, singolare e per molti aspetti fuori dal comune che motiva, almeno in parte, la quantità dell’oblio che l’ambiente letterario le riservò ancora prima della morte, avvenuta proprio il 12 marzo del 1994, a Pangbourne, nel Berkeshire all’età di novantaquattro anni.

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