Mese: settembre 2019

Christine de Pizan, antesignana del femminismo.

 

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In un’epoca in cui la donna rappresentava il simbolo del vizio e della corruzione morale, una scrittrice si schierò con forza contro la misoginia e la violenza di genere: fu Christine de Pizan, prima intellettuale ad immaginare una città utopica abitata esclusivamente da donne. Vissuta nel Quattrocento, Christine fu la prima vera femminista della storia.

“Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatto nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere”: l’ironia pungente di questa frase non proviene da un saggio femminista degli anni Settanta. È tratta, invece, da un testo risalente ai primi anni del Quattrocento: a scriverla Christine de Pizan, la prima donna scrittrice d’Europa e la prima, fra tutte, che con le sue opere ha denunciato la disparità e le violenze di genere.

Molto prima di Madame de Staël riuscì ad affermarsi nell’ambiente intellettuale dell’epoca con una scrittura e una capacità critica fuori dal comune. E secoli prima di Mary Wollestonecraft o di Simone de Beauvoir, le sue opere portarono per la prima volta alla luce le contraddizioni di una società patriarcale e profondamente misogina: Christine de Pizan fu poetessa, filosofa, editrice di se stessa e la prima scrittrice di professione di Francia, pur essendo, di fatto, nata in Italia.

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Questa straordinaria donna oggi pressoché sconosciuta era giunta alla corte di Carlo V al seguito del padre, famoso e rinomato medico e astronomo. In pochissimo tempo riesce a guadagnarsi la stima dello stesso sovrano, tanto da arrivare a dirigere uno scriptorium e ad essere sempre presente in tutte le discussioni e le questioni di corte. E fu proprio qui che la sua curiosità, mista ad una vena critica di certo eccezionale, fece nascere in lei i germogli della sua riflessione filosofica “femminista”.

La donna è per natura un essere vizioso: è questa l’idea che gran parte della letteratura dell’epoca, dai romanzi fino ai saggi filosofici, difendevano. Malinconia e intemperanza erano le caratteristiche più spiccate dell’essere femminile che, per natura inferiore, per sopravvivere aveva come unica arma quella della seduzione; diffidare da loro, conquistarle, renderle affabili e mansuete e difenderle dai pericoli era l’invito che la maggior parte degli uomini di cultura facevano ai lettori.

A Christine tutto ciò non era mai piaciuto: è così, da un’aspra critica alla società cavalleresca che aveva sempre contrapposto la “dama in pericolo” al “cavaliere valoroso”, che nasce la sua opera più famosa. Da questo, e dalle sue tristi vicende biografiche.

La prima utopia femminista della storia…

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in foto: Una miniatura che raffigura la città ideale immaginata da Christine de Pizan.

Christine era rimasta vedova all’età di soli venticinque anni. Poco dopo la morte di suo marito anche il padre era venuto a mancare, lasciandola con tre figli e l’anziana madre: restare sole nella società dell’epoca voleva dire non essere più ritenute in grado di provvedere a se stesse, in quanto la vita autonoma e indipendente era considerata prerogativa esclusiva del maschio.

Il rifiuto a risposarsi o ad entrare in convento, poi, aveva attirato negli anni numerosi sospetti sulla sua natura “lussuriosa”: ma Christine non si piegò mai, e divenne con il duro lavoro la prima donna a riuscire a guadagnare autonomamente con la propria attività intellettuale e letteraria.

Christine fu anche la prima a scrivere dal punto di vista delle donne. E lo fece in un modo del tutto nuovo, componendo un’opera che non soltanto ha avuto la forza, agli albori del XV secolo, di denunciare la misoginia e le discriminazioni nei confronti della donna, ma lo ha fatto tramite un genere molto particolare. Decenni prima che Tommaso Moro o Campanella scrivessero delle loro città ideali, Christine de Pizan scriverà una vera e propria utopia tutta al femminile dal titolo “La città delle Dame”.

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“Sembrano tutti parlare con la stessa bocca, tutti d’accordo nella medesima conclusione, che il comportamento delle donne è incline ad ogni tipo di vizio”: l’opera si apre con la scrittrice, mentre è nella sua stanza, intenta a scrivere. Improvvisamente le appaiono tre bellissime dame, personificazioni di Ragione, Rettitudine e Giustizia: in un mondo costruito interamente sui pregiudizi, dicono le donne, è necessario edificare una città fortificata in cui siano le “dame” a regnare. In questa città ideale non esiste alcuna distinzione di ceto: dama, spiega Christine, è qualunque donna di spirito nobile.

Si tratta di un’opera estremamente innovativa sotto moltissimi punti di vista: Christine de Pizan è la prima a parlare di disparità culturale, di diritto all’istruzione, di violenza sessuale e di genere, in un’epoca in cui tutti i più grandi letterati dell’epoca avevano contribuito a costruire l’immagine della donna come corrotta dal vizio, dall’inettitudine e dalla debolezza fisica ed emotiva.

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“Christine de Pizan presenta il suo libro alla regina Isabella di Bavaria”, miniatura tratta dal “Libro della Regina”,  1410-1414 circa, British Library, Londra.

La scrittrice costruisce un’allegoria potentissima in cui è possibile realizzare il sogno di autonomia e libertà che lei stessa aveva difeso durante tutta la sua vita: la Bibbia e la mitologia l’aiutano in questo arduo compito, ma è l’esperienza di discriminazione vissuta e l’esempio storico di tante giovani donne che in passato avevano combattuto per la loro affermazione che dà valore alle sue riflessioni. Aracne, Didone, Lucrezia e Semiramide compaiono quali esempi alti e indiscutibili di forza e coraggio: ognuna con la propria storia di violenza subita e taciuta, ognuna con il compito di impersonare la necessità, una volta per tutte, di cambiare il mondo.

Ancora oggi, grazie alla storiografia medievale, è riconosciuta come la prima scrittrice e intellettuale europea di professione oltre che un’antesignana del femminismo. Anche in altre opere l’autrice attacca in modo forte la tradizione androcentrica e misogina del suo tempo: “Epistre au Dieu d’Amours” (1399), “Epistres du Débat sur le ‘Roman de la Rose’” e “Dit de la Rose“. Vorrei citare per concludere, un altro suo scritto, un libretto del 1429 “Ditié de Jehánne d’Arc” (poemetto in 67 strofe di versi sciolti), dedicato a Giovanna d’Arco, unico nel suo genere perché composto non dopo la morte di Giovanna, ma mentre la pulzella d’Orleans era ancora viva!

Cristina aveva ormai smesso di scrivere quando rimane folgorata da Giovanna. Si era ormai ritirata in convento, disgustata dalle efferatezze cui aveva assistito a Parigi negli scontri di quel tempo: la Guerra dei Cent’anni funestava l’Europa con carneficine d’ambo le parti. Ma fu una donna, fu Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orléans che mise fine all’interminabile conflitto e permise al debole Carlo VII di consolidare il potere come re di Francia sconfiggendo gli odiati inglesi! Come poteva Cristina non scriverne? Un’altra donna eccezionale, questa volta sua contemporanea, che faceva “cose da uomini”: non un’intellettuale ma una ragazzina nei panni di una guerriera che investitasi di coraggio, fede e una fulgida armatura combatteva in prima persona sul campo. Scrive di lei Cristina: «Che onore per il sesso femminile quando questo nostro regno interamente devastato, fu risollevato e salvato da una donna, cosa che cinquemila uomini non hanno fatto…». Come finì lo sappiamo tutte. La pulzella fu bruciata sul rogo. Come strega.

Non sappiamo se Christine lo seppe mai perché la data della sua morte non è certa. Giovanna morì perché era rimasta sola, senza nessuno a difenderla, lei che difendeva la Francia intera. Le dedichiamo questa poesia che Christine scrisse quando lei pure restò sola, dopo la morte dell’amato marito. A Giovanna, a Cristina e a tutte le donne che hanno combattuto, combattono e combatteranno per essere fino in fondo se stesse e riconosciute per quello che sono e che valgono. “Purtroppo”, come dice Marcela Serrano in una sua intervista, “nella lotta che stiamo combattendo attualmente, una lotta in cui non sono stati ancora definiti poteri e uguaglianze, essere donna comporta molta solitudine”.

Fonti: 

Christine de Pizan, “La Città delle Dame”, Carrocci, 2004;
Bock Gisela, Le donne nella storia europea. Dal Medioevo ai nostri giorni, traduzione di Benedetta Heinemann Campana, Editori Laterza Fare l’Europa, 2001;
Christine de PIZAN – Cristina da PIZZANO di Barbara Bertolini da: Biografie di donne protagoniste del loro tempo a cura di Barbara Bertolini e Rita Frattolillo;
Muzzarelli M. G., “Un’italiana alla corte di Francia. Christine de Pizan intellettuale e donna”, Il Mulino, 2007;
Enciclopedia Treccani online: Cristina da Pizzano de Pidi Jean-Yves Tilliette – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 31 (1985) ; Christine de Pizan di Remo Ceserani – Enciclopedia Dantesca (1970); Christine de Pizan di Ferdinando Neri – Enciclopedia Italiana (1931)
Cristina, la prima femminista di Micol Argento da: Archivio la Repubblica.it -15/01/2008;
Marta Meloncello- Christine de Pizan e la rilettura della tradizione– Quaderni & Ricerca 24/2011.

 

A cinquant’anni dal ’68, la rivoluzione è ancora di moda?

Il 1968 è stato l’anno più liberatorio, fantasioso e scoppiettante a recente memoria. L’anno che segnò la definitiva cesura tra figli e genitori, la separazione netta tra edonismo liberal e bacchettonismo conservatore, l’anno che annunciò una rivoluzione sconvolgente e permanente che, a conti fatti, non si è mai del tutto realizzata.

È una legge  inevitabile della storia, purtroppo: dopo i festini, i bagordi e le barricate appassionate, il riflusso e la restaurazione colpiscono ancora e arrivano sempre, un po’ come l’impero nero e plumbeo di Guerre Stellari.

Il 1968, che nel maggio francese, breve e bruciante, ebbe il suo apogeo, partì con una serie di slogan da rivoluzione francese – liberté, egalité, fraternité – e con il desiderio di portare la bellezza tra le strade e la fantasia al potete. Ci riuscì brevemente per poi prendere altre strade, ma quelle tre settimane di caos produttivo hanno marchiato a fuoco, per sempre, l’immaginario collettivo occidentale.

Ben presto, certo, i rivoluzionari più astuti, quelli che avevano capito i meccanismi del sistema, invece di opporsi in maniera permanente, decisero di piegare il sistema ai propri voleri, infiltrandosi nelle posizioni di potere, e scalando i vertici. La triade di valori rivoluzionari prese una piega radical chic, e il motto dei nuovi potenti ex sediziosi divenne: liberté, egalité, avion privé, ovvero libertà, uguaglianza, aereo privato. Mica male.

E oggi? Il 1968 è di moda, terribilmente di moda. Gli stilisti che dettano le tendenze ne saccheggiano i look e l’immaginario fatto di zoccoli, gonne zingare, trucco pesante e voglia di divertirsi.

Dalle ragazze ribelli di Miu Miu alle matte multiculturali di Gucci, è un tripudio di visioni sessantottine, attualizzate a uso e consumo della generazione digitale, per la quale il 1968 è preistoria persa nella notte dei tempi.

Da Gucci, Alessandro Michele, sempre ispirato e gentilmente provocatorio, aggiorna la triade di valori e ci fa slogan per ogni dove. Il motto? Libertè, egalitè, sexualitè.

Cade l’ultimo tabù: adesso anche l’identità sessuale è un fatto di volontà singola.

Muore il pensiero binario, e questo è il solo vero effetto positivo del 1968. A conti fatti, rivoluzione c’è stata.

Frine, “escort” dei giorni nostri.

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Copia antica dell’Afrodite cnidia (l’originale andò distrutto in un incendio nel 475 d.C.)

Quella di Frine è la storia di una Cenerentola ante litteram, che esule dalla Beozia arriva nella Atene del IV secolo e, facendosi strada tra le vie, ma soprattutto i letti della Polis, anela alla conquista di qualcosa di ben più importante che un principe azzurro: la propria indipendenza.

Se si dovesse definirla in termini moderni Frine sarebbe una escort, per giunta di gran lusso: delle sue origini si sa ben poco, segno che molto probabilmente non erano troppo dignitose, e se per Aspasia, l’etera che giaceva con Pericle e che gli diede anche un figlio, si poteva ipotizzare un’origine se non nobile, quantomeno benestante, di lei non si sa nulla, se non che di vero nome probabilmente faceva Glicera.

Eppure, questa giovane beota (e si sa in quale bassa considerazione fossero tenuti i Beoti dagli abitanti della grandissima e snobbissima Atene) doveva sapere il fatto suo: bella sicuramente non era, dal momento che Frine significa “rospetto”, ma doveva essere una di quelle donne che sapeva tenersi stretti gli uomini, quantomeno finché ne aveva bisogno.

Per giacere con lei bisognava prenotarsi: pittori, filosofi e artisti facevano la coda per beneficiare delle sue grazie, per le quali Frine si faceva pagare profumatamente. E per di più, faceva distinzioni di prezzo tra cliente e cliente: le fonti narrano che Demostene, l’oratore, era costretto a sborsare fior di soldi per le performance di Frine, mentre altri ben più spiantati di lui riuscivano a giacere con lei quasi gratis.

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Un banchetto nell’antica Grecia

E come mai? Frine sembrerebbe aver stabilito il suo compenso in base all’avvenenza dell’uomo, evidentemente scarsa nel caso del vecchio e barboso Demostene.

Frine doveva essere davvero affascinante, al punto che Prassitele, il famoso scultore, la scelse come modella e musa per le sue Veneri. E non risparmiò dalla sua scaltrezza nemmeno Prassitele, che pure pare sia stato uno dei suoi amanti preferiti: dal momento che voleva in regalo la più bella statua dell’artista ma lui tentennava, indeciso, Frine lo ingannò dicendogli che il suo studio stava bruciando.

Al che Prassietele si precipitò nell’atelier, dove si fiondò a sentimento su una statua, l’unica che riteneva degna di essere salvata a qualsiasi costo. Che cosa fece la nostra Frine? Si tenne la statua.

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Dipinto del francese Jean-Léon Gérome, che nel 1861 non mancò di suscitare un certo scandalo per la solare nudità della protagonista, negli ambienti artistici della Parigi dell’epoca (oggi è conservato nel Museo Hamburger Kunsthalle di Amburgo)

Sono tantissimi gli aneddoti legati alla figura di Frine, forse il più famoso e significativo è quello che vede la nostra citata in tribunale per immoralità: è Iperide, uno degli oratori più in voga a scriverle l’apologia, ma Frine, da buona self made girl qual è, decide di difendersi da sola e durante l’arringa si lascia cadere per sbaglio (o forse no) un lembo della veste, scoprendo un seno.

La giuria, tutta al maschile, vota all’unanimità per l’assoluzione e chissà mai che quella sera qualche membro dell’Aeropago avrà bussato alla porta di Frine per godere delle sue grazie.

 

Il made in Italy in Nigeria grazie a Caterina Bortolussi!

La prima economia africana, il paese più popoloso del continente con le avanguardie artistiche più significative. Ma il “leone d’Africa”, così viene definita la Nigeria, è anche un paese dove l’instabilità politica, la corruzione, la sperequazione tra ricchi e poveri rendono la vita quotidiana della maggior parte della popolazione molto difficile.

È di questo mix di sfide e opportunità che si è innamorata Caterina Bortolussi, trentenne di Spilimbergo, durante un viaggio fatto quando ancora abitava a Londra, dove era impiegata in una banca di investimenti.

Per prima cosa, Caterina cerca di tornare in Nigeria, e riesce a farlo grazie all’impiego in una agenzia di comunicazione. Ma ancora non è abbastanza per “essere felice ogni giorno”, come vorrebbe potersi sentire. Così torna a Milano e si iscrive ad un corso di fashion design con l’intento di prepararsi per intraprendere la grande avventura che possa mettere insieme le sue due passioni: la moda e la Nigeria. Il percorso non è lineare ma la meta ormai è chiara. Torna in Nigeria e apre una società di comunicazione, con alcune amiche, e per qualche anno organizza eventi, comincia a conoscere le persone che gravitano intorno al mondo della cultura e dello spettacolo e a comprendere meglio come si fa impresa nel paese.

“Ad un certo punto ho deciso che era arrivato il momento di buttarsi, di rischiare, di credere veramente nel mio progetto. E ho lasciato le mie amiche e l’agenzia per creare Kinabuti, la mia linea di moda (da Kina e Buti, il modo in cui pronunciava il suo nome, Caterina Bortolussi, quando era bambina)”.

Insieme a Francesca Rosset, una amica di infanzia, che per altre vie era arrivata anche lei in Nigeria, decidono di utilizzare le enormi capacità creative e artigianali africane dando vita ad una etichetta di moda basata su principi etici, che faccia un prodotto di qualità e nel contempo promuova lo sviluppo delle comunità locali, incoraggiando emancipazione e imprenditorialità.

“Quando ero piccola, dice Caterina, la mia eroina era Lady Oscar, la protagonista del manga giapponese di Riyoko Ikeda, Le rose di Versailles, storia di una bambina che era stata cresciuta come un maschio, sempre combattuta tra la appartenenza alla propria classe e il suo desiderio di aiutare i più poveri. È da questo personaggio, una donna vestita da cavaliere che unisce forza, consapevolezza e femminilità, che ho tratto ispirazione per la prima collezione di Kinabuti”.

Comincia un periodo difficile dal punto di vista economico. Il business ha bisogno di investimenti mentre la produzione e le vendite non sono ancora sufficienti a garantire la sostenibilità. Ma Caterina e Francesca cercano di rimanere fedeli al progetto originale: materie prime di qualità e lavorazione artigianale. Le stoffe arrivano da Benin, Senegal, Burkina Faso, Ghana ed Egitto. I sarti locali che vengono coinvolti seguono dei corsi di aggiornamento tenuti da professionisti fatti arrivare direttamente dall’Italia.

Kinabuti comincia a essere conosciuta grazie al passaparola e allo star system locale, che si appassiona subito alla nuova etichetta. “La Nigeria è una power house in Africa” dice Francesca, “non solo dal punto di vista economico”.

Cinema, tecnologia, sport e letteratura: molti dei protagonisti delle storie più interessanti in questo momento sono nigeriani. E così siamo riuscite a esportare la nostra moda anche nei paesi vicini. Ma manca un sistema di distribuzione affidabile, ci sono problemi di infrastrutture. Perfino per garantire continuità alla produzione, per la fornitura elettrica dobbiamo affidarci ai generatori. E tutto questo rende molto difficile far crescere un business.

Per fortuna, dove non arrivano i mezzi tecnici si supplisce col talento, con la voglia di fare, con l’energia che arriva dal desiderio di realizzare un progetto ambizioso ma possibile, con la consapevolezza di vivere in un momento storico per il paese, che può finalmente portare un po’ di benessere ad una popolazione che per oltre il 70 per cento vive ancora al di sotto della soglia della povertà estrema.

 

Tag : Caterina- Francesca-  Kinabuti – moda – moda etica – Nigeria

È tutta una questione di potere…

Lo sterminio delle donne non ha fine, non conosce nazionalità né colore della pelle e ciò avviene da molti secoli. La nostra epoca sembra confermare questo terribile trend e nonostante le campagne, le riflessioni, le prese di posizione e le leggi restrittive, ogni giorno una donna cade sotto i colpi di un uomo che non tollera di essere messo da parte.

L’abolizione del delitto d’onore doveva metterci al riparo, ma evidentemente la legge da sola non è sufficiente. Si dice da più parti che deve cambiare la cultura, belle parole ma concretamente cosa significa davvero? Per cambiare la cultura ci vogliono secoli e soprattutto è indispensabile iniziare dalla più tenera età. Per cambiare la cultura è necessario non dimenticare il passato, ricordando una scienziata e filosofa come Ipazia.

Ipazia di Alessandria, vissuta tra la seconda metà del IV e i primi decenni del V secolo, subì sulla propria pelle il maschilismo nella sua manifestazione più violenta.

Matematica, astronoma e anche filosofa, sapeva vivere in mezzo agli uomini, sapeva farsi valere come insegnante in una società in cui la cultura era ancora ad esclusivo appannaggio maschile. Il merito di questa donna straordinaria fu quello di saper diffondere il conoscere, al contrario di chi da sempre voleva detenere il potere dell’istruzione nelle mani di pochi e soprattutto in quelle maschili. Ipazia era per la trasmissione della cultura, pare che divulgasse le sue competenze anche in mezzo alla piazza, disposta a raccontare a chiunque volesse sapere.

Un atteggiamento controcorrente, come fu quello di Socrate, la portò alla morte: Ipazia fu uccisa per mano di alcuni cristiani fondamentalisti e per questa ragione è considerata la prima martire pagana. Con la sua scomparsa finì di esistere un’importante comunità scientifica, quella di Alessandria d’Egitto, e si interruppe per molti secoli il tentativo femminile di conquistarsi un posto apicale nel luogo strategico della cultura. È con grande commozione mista a disappunto che dobbiamo ricordare questa icona della libertà di pensiero per avviare un serio e costruttivo cammino culturale verso la parità di genere. La commozione va poi superata con l’impegno quotidiano, insistendo nel proporre riflessioni, dialoghi, dibattiti.

L’importante è saltare di pari passo le auto-celebrazioni.

Quando si affrontano questioni così importanti e delicate per l’equilibrio della convivenza futura, bisognerebbe imparare a mettere da parte il proprio ego, il proprio desiderio di mostrarsi: parlare di parità contro la violenza, di amore per sconfiggere certi atteggiamenti brutali, non è uno spettacolo teatrale ma una realtà bruciante sulla pelle delle donne.

Ispirarsi ad Ipazia non significa immolarsi (le morti femminili riempiono da sempre la storia, pensiamo ai nove milioni di “streghe” sui roghi medioevali) ma vuol dire lavorare per la causa senza essere di parte.

Raggiungere la parità infatti prevede di dimenticare la propria appartenenza politica, religiosa, di genere e l’orientamento sessuale perché, al di là delle specifiche differenze, siamo tutti esseri umani, donne e uomini, con il desiderio di migliorare il Mondo in cui viviamo. Se cadiamo nella logica del “Io sono meglio di te” non andremo da nessuna parte.

Come scrive la grande astrofisica Margherita Hack nella prefazione del romanzo Ipazia – Vita e sogni di una scienziata del IV secolo:

«Dopo la sua morte molti dei suoi studenti lasciarono Alessandria e cominciò il declino di quella città divenuta un famoso centro della cultura antica, di cui era simbolo la grandiosa biblioteca. Il ritratto che ci è stato tramandato è di persona di rara modestia e bellezza, grande eloquenza, capo riconosciuto della scuola neoplatonica alessandrina. Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica.» (1)

Ora ci possiamo chiedere al di là di tutto, al di là della politica e della regione, quale fu la ragione profonda di quel femminicidio?

Si dice che il maschio che uccide non sopporta l’emancipazione femminile, ma soprattutto come ho scritto in Ho messo le ali (2), il femminicidio è un “delitto del potere perduto”.

La cronaca ci informa, quando parla del femminicidio, che si tratta di un delitto passionale: una definizione che ci appare poco convincente, soprattutto sembra non rendere giustizia alla vittima. Che cos’è la passione? Cosa significa il termine passione se lo leghiamo all’amore? E in che relazione sta con la gelosia? Il termine passione deriva dal latino passus, participio passato di pati che vuol dire patire, soffrire. Pertanto ”passione” contrapponendosi ad “azione” è un verbo che rimanda a qualcosa che si subisce, quindi il delitto passionale nasce dalla sofferenza e dal desiderio di allontanarla da sé togliendo la vita a chi la provoca.

L’amore passionale libera il sublime e là dove c’è l’assoluto vive anche l’incontro con il dolore che è terrore di perdere la felicità, ma nonostante ciò chi ama veramente non può mai giungere ad uccidere perché, quell’amore totale e assoluto che muove solo passioni vitali, non ha nulla a che fare con il togliere la vita a una donna: chi uccide lo fa perché vede vacillare il proprio potere.

Il delitto del potere perduto ha colpito la prima martire pagana, Ipazia, e continua ad uccidere nel 2019: prendiamone atto con lucidità e piena consapevolezza per contribuire, ognuno di noi, alla nascita di una cultura del vero rispetto della donna.

Grazie alla mia amica Maria Giovanna Farina!

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Fonte:
(1) A. Petta, A. Colavito, Ipazia – Vita e sogni di una scienziata del IV secolo, La Lepre, 2011, Roma, pp 8-9.

(2) M. G. Farina, Ho messo le ali, Rupe Mutevole, 2013, Bedonia (PM), pp. 6-7.

Immagine di copertina: per gentile concessione dell’autrice Paola Giordano Titolo “ABBRACCIO”

Tag delitto passionale, Femminicidio, Ipazia di Alessandria