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Emma Goldman, una anarchica e una femminista molto speciale!

 

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Nacque figlia indesiderata, Emma Goldman (soprannominata Emma la Rossa), il 27 giugno 1869, nell’impero russo, in una modesta famiglia ebrea. Il padre voleva un erede maschio. La donna che aveva sposato, una vedova con due figlie, non gradì la terza. Emma crebbe con le percosse dei genitori, il  padre aveva “sempre a portata di mano la frusta e lo sgabello, simboli della mia vergogna e della mia tragedia” ricorderà nelle sue memorie (Autobiografia. Vivendo la mia vita, ).

Per l’esperienza della sua infanzia, non volle avere figli. Si sposò più volte, ebbe vari amanti, ai quali si unì con passione, ma subordinò sempre l’amore personale all’amore universale per l’umanità reietta, asservita alle classi dominanti.

Dedicò tutta la sua esistenza  alla lotta per la liberazione del proletariato, per l’emancipazione della donna, per una società senza classi dominanti. Ma osteggiò il fanatismo, disprezzò il conformismo, condannò il terrorismo, anche quando avevano abiti rivoluzionari.

Oltre alla propaganda legata all’ideale anarchico Emma Goldman tenne varie conferenze a sostegno della causa femminista: sull’emancipazione della donna, sulla libertà di pensiero e sulla libertà sessuale, sull’uso dei contraccettivi e il controllo delle nascite.

Sosteneva che le donne dovessero avere pieno controllo del proprio corpo e non solo decidere quanti figli avere, ma anche ritenere se averne o meno, poiché non credeva che lo scopo della donna fosse necessariamente quello di diventare madre.

Scrisse cinque saggi dedicati alla questione femminile: al tema del suffragio, della prostituzione, del matrimonio, della sessualità e dell’amore. Le sue idee femministe apparvero alle autorità più pericolose delle sue convinzioni rivoluzionarie e anarchiche.

Aveva dodici anni quando la famiglia si trasferì a San Pietroburgo. Il padre ostacolò la passione di Emma per lo studio, perché sosteneva che la donna dovesse solo servire il marito e dargli dei figli. Ma un altro modello di donna fu rivelato all’adolescente Emma dal romanzo Che fare? del populista Nikolaj Cernyševskij, dove la protagonista si ribella al matrimonio imposto dalla famiglia, e sposa un giovane rivoluzionario, per votarsi con lui alla liberazione del popolo.

Nello stesso periodo, il romanzo di Cernyševskij impressionò profondamente Vladimir Il’ič Ul’janov, di un anno più giovane di Emma, l’adolescente figlio di un “nobile” nel 1902, con lo pseudonimo di Lenin, Vladimir intitolò Che fare? un opuscolo dove esponeva la concezione, remotissima dall’anarchia, di partito di avanguardia, formato da rivoluzionari di professione, totalmente dediti alla causa della rivoluzione proletaria.

Se singolare fu la comune suggestione del romanzo su un giovane “nobile” e su una derelitta fanciulla ebrea, ancora più singolare fu la simultaneità della loro iniziazione alla militanza rivoluzionaria.

Per Vladimir, cresciuto in una famiglia agiata e devota allo zar, con genitori severi ma amorevoli, studente modello per disciplina e brillanti successi scolastici, la scelta rivoluzionaria avvenne inattesa e improvvisa alla fine del 1887, a diciassette anni, dopo l’impiccagione del fratello Alessandro perché aveva organizzato un attentato alla vita dello zar.

Per Emma, angariata dai genitori, senza adeguata istruzione, cresciuta in un ambiente antisemita, a quindici anni operaia in fabbrica, la vocazione rivoluzionaria avvenne in seguito alla impiccagione di cinque anarchici a Chicago nel novembre 1887.

Dopo aver lavorato in fabbrica a San Pietroburgo, nel gennaio 1886 Emma raggiunse una sorella emigrata negli Stati Uniti. Lavorava come operaia, quando, in quello stesso anno, furono condannati a morte giovani anarchici, accusati di aver assassinato alcuni poliziotti durante una dimostrazione.

La diciassettenne operaia seguì appassionatamente il processo, che definirà «la più gigantesca macchinazione di tutta la storia degli Stati Uniti». Il 15 agosto 1889, si trasferì a New York. Qui avvenne l’incontro con un diciottenne anarchico russo, Aleksandr Berkaman, e con il quarantenne tedesco Johann Most, uno dei maggiori esponenti dell’anarchismo negli Stati Uniti. Fu, scriverà Emma, la sua «vera data di nascita». A vent’ anni divenne rivoluzionaria nel movimento anarchico internazionalista.

Dotata di talento oratorio, iniziò a viaggiare per gli Stati Uniti per fare comizi e conferenze. Cominciò a scrivere articoli su periodici anarchici. Fu arrestata nel 1893 per incitamento alla sommossa, ma gettò un bicchiere d’acqua in faccia al poliziotto che le prometteva la libertà in cambio di informazioni sugli anarchici.

Si immerse nello studio del pensiero anarchico, del socialismo, della filosofia, dell’economia, della questione sociale, della condizione della donna. Dal 1895 fu in Europa, dove incontrò i patriarchi e le matriarche dell’anarchismo, come Pëtr Kropotkin, Errico Malatesta e la comunarda Louise Michel. A Vienna scoprì il pensiero di Nietszche, che divenne una sua passione intellettuale, e seguì le lezioni di Sigmund Freud sulla repressione sessuale.

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Le sorelle Field di Dorothy Whipple

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Di sorellanza ha molto parlato il movimento femminista, nel senso della solidarietà tra donne, per aiutarsi concretamente e affermare, insieme, con più forza, i propri diritti  superando le disparità di genere. I percorsi della sorellanza, sebbene funestati da ripensamenti e inevitabili competizioni, sono ancora attivi e forniscono tuttora elementi per riflettere, essendo probabilmente l’eredità più utile e vivace degli anni Settanta del secolo scorso. Ma il rapporto tra sorelle, unite dal vincolo famigliare, non è meno ricco di implicazioni. Pensiamo alle sorelle celebri della letteratura, le Austen, le Brontȅ, le Woolf, le De Beauvoir e quelle che abbiamo incontrato nei loro libri, come le sorelle March, che una certa critica, ormai superata, identifica pari pari con le Alcott.

Nel romanzo  Le sorelle Field, di Dorothy Whipple, per la prima volta tradotto in italiano da Simona Garavelli, troviamo Lucy, Charlotte e Vera, orfane di madre, con tre fratelli alquanto scapestrati. Pubblicato nel 1943, ma ambientato alla fine degli anni Trenta del Novecento, sorprende per l’attualità dei temi e la scrittura fluida eppure puntuale, il tocco lieve e profondo insieme con cui vengono tratteggiate le protagoniste. La narrazione trascura quasi subito i fratelli, emigrati in Canada o rimasti a Londra, del tutto ininfluenti nella storia e si occupa invece delle sorelle che, con caratteri e temperamenti diversi, approdano a matrimoni altrettanto diversi.  L’abbiamo imparato nei romanzi di Jane Austen e misurato sulla nostra pelle, fino alla metà del secolo scorso, che le donne non potevano sottrarsi al destino di mogli, pena l’invisibilità sociale e la precarietà economica, quindi anche le Field scelgono la loro strada nella vita sulla base delle pressioni ambientali e dell’educazione ricevuta.

Dorothy Whipple, quando rimproverata perché ai suoi romanzi mancava intreccio o lieto fine,  usava dire che non scriveva libri di trama, ma di personaggi e questo romanzo rivela la sua complessità proprio nella definizione dei caratteri delle sorelle e nelle loro  scelte, prospettando anche il tema, tristemente attuale, della violenza psicologica nel matrimonio. Quella lama sottile che taglia di netto l’autostima e fa vacillare la sicurezza, nutrendosi di ambiguità tra il fuori-società e il dentro-famiglia, così da rendere poco fattibile la ribellione a un marito autoritario.

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E quando tutto sarà finita, pensiamo alle cose serie!

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Quando la crisi finirà, ci sarà tanto di quel testosterone da smaltire nell’aria, nella comunicazione politica, nel modo di governare e di intendere l’autorità, che i diritti delle donne rischieranno di essere scacciati via come una spruzzata di lacca molesta.

Se fino a ieri le cose serie si declinavano al maschile, da domani non si tratterà soltanto di quelle serie, ma della nostra sicurezza, dello spirito di sacrificio necessario per risorgere come comunità, della volontà comune di ripartire. E in quella volontà comune, le aspirazioni delle donne e i loro progetti di vita saranno ammennicoli graziosi che possono abbellire gli scaffali in tempo di noia, ma che in caso di emergenza devono essere spazzati via da un braccio possente e muscoloso, senza esitare, per fare spazio a quello che conta.

Nessuno ci dice abbastanza che quello che conta, ora, per salvarci, non sono le misure sempre più autoritarie, non sono i politici che fanno la voce sempre più grossa e neanche i militari o le forze dell’ordine.

Senza nulla togliere al buon senso e alla necessità e all’importanza di restare in casa, in questi giorni a salvarci sono state la fantasia e la creatività e la generosità, di chi crea mascherine in 3D, di chi si reinventa professionalmente in un batter di ciglia, di chi regala il proprio lavoro, crea piattaforme on line, di chi sa che i problemi esigono soluzioni, non solo divieti.

Quando la crisi finirà, sarà facile, fin troppo facile, lasciarsi convincere che non c’è spazio per i sogni di tutti e che quelli delle donne devono essere i primi a cadere, per lasciare posto agli altri.

Allora cominciamo da adesso a ricordarci che non esiste un solo modo di gestire la società, che i sacrifici non hanno genere, che nessuno potrà venire a dirci che il lavoro delle donne conta di meno o è meno utile per ripartire e che tutto questo sfoggio di autorità e potere sulla vita delle persone è un vizietto a cui più d’uno farà fatica a rinunciare, soprattutto in una società in cui i maschi ultracinquantenni si aggrappavano al potere con i cerotti di un ego smarrito, e non è che l’altra faccia dei sorrisi paternalistici con cui hanno guardato al nostro impegno fino a ieri.

Fonte: rosapercaso.wordpress.com

Il 14 aprile 1986 moriva Simone de Beauvoir, madre del femminismo moderno.

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A volte sono proprio le ricorrenze a riportare a galla alcune figure della storia del genere umano e con esse i loro pensieri, le loro parole e le loro azioni che hanno influenzato o modificato molte sfaccettature di un mondo complesso. Oggi, nell’anniversario della scomparsa (14 aprile 1986) mi piace ricordare una tra le figure più importanti e fondamentali nella storia del femminismo: Simone de Beauvoir.

Simone de Beauvoir, nata a Parigi il 9 gennaio 1908,  è stata una presenza di forte impatto sulla filosofia del XX secolo. Di madre e padre borghesi, studia filosofia alla Sorbona, luogo in cui avviene l’incontro con l’uomo che l’accompagnerà, dal 1929 in poi, per il resto della vita: Jean-Paul Sartre. Tra i due si instaura un legame solido e duraturo, ravvivato e rinsaldato costantemente nella stima reciproca e nel profondo affetto del rapporto (che tuttavia mai li fece convolare a nozze).

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L’amicizia – se così si può intendere – tra i due porta a ritrovare nel pensiero di Simone de Beauvoir un riconosciuto velo sartriano. L’esistenzialismo della filosofa si dirige però, a differenza del compagno, verso un terreno molto più concreto e calato nel reale. Pensatrice molto più pragmatica che astratta, dai molti concetti densi e contestualizzati nel vissuto piuttosto che tendente a teorie e speculazioni indirette. È per questo che il suo nome spicca, con gran luce, sul palcoscenico del femminismo del Novecento, con parole quali:

Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.

Come si può vedere, nessun mezzo termine. Linguaggio che parla senza filtri o artificiosa retorica. Da donna, si schiera con le donne nel dibattito sull’affermazione di un loro ruolo riconosciuto nella società.

Simone de Beauvoir è individuata come irrinunciabile punto di riferimento per una teoria della decostruzione del determinismo biologico, guardando soprattutto alla sua opera Secondo sesso (1949).  Il suo pensiero diventa il principale conforto e punto di riferimento per i movimenti del suo tempo, e oggi è il pilastro degli studi che intendono sottolineare una differenza tra il sesso e il genere.

La donna è un risultato di cultura, una costruzione sociale. Le concezioni della natura femminile sono quindi dei costrutti antropologici, che si basano su motivazioni biologiche: il maschio e la femmina sono distinti anatomicamente, e con il concetto di ‘genere’ si è impostata la società, dando all’uomo e alla donna determinati ruoli prestabiliti.

La donna è stata vittima di preconcetti e acritiche convinzioni sulla propria capacità intellettuale e fisica, e qui si innestano le teorie decostruttiviste che vogliono evidenziare la fallacia di tali impostazioni mentali, individuando e scambiando ciò che appartiene alla natura con qualcosa che invece è prodotto della ‘cultura’. Questo intero discorso è quanto possiamo trovare con evidenza nella legittimazione del sistema patriarcale, ciò che si intende scardinare con i movimenti femministi.

Il poter ricordare oggi Simone de Beauvoir è un’occasione quanto mai ricca di spunti costruttivi per una riflessione di tutto rispetto. Una filosofa, una pensatrice, un’insegnante, un volto deciso e irremovibile nelle sue espressioni – come appare nelle sue fotografie che ci vengono mostrate –, una donna che ha saputo fare storia.

Ma parliamo di un ‘far storia’ alla stregua di un condottiero che lascia impronte profonde sul sentiero che percorre, orme di orientamento per i seguaci e i sostenitori che vogliono imparare e apprendere, almeno in parte, da quel carisma che ha contrassegnato una lotta convinta nel raggiungimento di un obiettivo comune.

 

 

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Tina Anselmi, colei che creò il nostro Sistema Sanitario Nazionale

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Nella giornata mondiale della salute il mio pensiero va a Tina Anselmi, politica, partigiana, prima donna ad aver ricoperto la carica di ministra della Repubblica in Italia, la persona cui dobbiamo la Sanità pubblica

Tina Anselmi (1927-2016) ha dedicato tutta la vita alla democrazia e ai destini delle donne: nella scuola (laureata in lettere ha insegnato nelle scuole elementari); nel sindacato; nel movimento femminile della Democrazia Cristiana; in Parlamento: deputata per sei legislature, è stata ministra della Sanità, e ministra del Lavoro. Si deve a lei la legge sulle “pari opportunità”.

“Tina Anselmi nasce a Castelfranco Veneto. A diciassette anni entra nella Resistenza come staffetta della Brigata autonoma “Cesare Battisti”; fa poi parte del Comando regionale del Corpo Volontari della Libertà. Si laurea in lettere all’Università Cattolica di Milano e insegna nella scuola elementare.

Dal 1945 al 1948 è dirigente del Sindacato Tessili e dal 1948 al 1955 del Sindacato Maestre. Dal 1958 al 1964 è incaricata nazionale delle giovani della Democrazia Cristiana e in tale veste partecipa ai congressi mondiali dei giovani di tutto il mondo.

Nel congresso di Monaco del 1963 è eletta membro del Comitato direttivo dell’Unione europea femminile, di cui diventa successivamente vicepresidente. È eletta per la prima volta come deputata il 19 maggio 1968 e riconfermata fino al 1992, nel Collegio di Venezia e Treviso. È sottosegretaria al lavoro nel V governo Rumor e nel IV e V governo Moro.

Nel 1976 viene nominata Ministra del Lavoro: è la prima donna, in Italia, a diventare ministra. Nel 1978 è nominata Ministra della Sanità e ha contribuito alla nascita del Sistema Sanitario Nazionale. Nel 1981 è nominata presidente della Commissione di inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985: è un capitolo essenziale della vita della Repubblica, una responsabilità che Anselmi assume pienamente e con forza, firmando l’importante relazione che analizza le gravi relazioni della loggia con apparati dello stato e con frange della criminalità organizzata, messe in campo per condizionare con ogni mezzo la vita democratica del Paese.

Successivamente è nominata Presidente della Commissione nazionale per le pari opportunità. Presiede il Comitato italiano per la FAO. Fa parte della Commissione di inchiesta sull’operato dei soldati italiani in Somalia. Ha presieduto la Commissione nazionale sulle conseguenze delle leggi razziali per la comunità ebraica italiana. La commissione ha terminato i suoi lavori nel mese di aprile 2001. È vicepresidente onoraria dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.

È stata più volte presa in considerazione da politici e società civile per la carica di Presidente della Repubblica: nel 1992 fu il settimanale «Cuore» a sostenerne la candidatura, mentre nel 2006 un gruppo di blogger l’ha sostenuta attraverso un tam tam mediatico che prende le mosse dal blog “Tina Anselmi al Quirinale”. Nel 1998 è stata nominata Cavaliere di Gran Croce, Ordine al merito della Repubblica italiana.”

Come già riferito, a lei dobbiamo la nascita del Sistema Sanitario Nazionale, quello a cui in questo momento stiamo tutti dicendo grazie perchè sta cercando di assicurare salute e coesione nazionale.

Nel 1978 ci fu un dibattito importante, seguito da una legge fondamentale per lo sviluppo umano, sociale e civile del nostro Paese.

Oggi dobbiamo dire grazie a quanti si stanno adoperando nei nostri ospedali.

 

(La biografia è tratta da Francesca Tosi – Enciclopedia delle donne)

Otto Marzo, Giornata internazionale della donna… a che punto siamo?

 

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Ogni volta che l’umanità avanza, qualcuno ha spostato un po’ più in là il limite della paura. Si è sollevato da quello che era già conosciuto, che si ripeteva uguale da così tanto tempo da parere l’unico modo di procedere, e ha messo dei passi nuovi nel buio. Ha accettato la diversità, l’ignoto, il non calpestato, e l’ha trasformato in luce. In nuova terra arata per la vita.

In questo modo si potrebbe descrivere anche il lungo e interminato processo di emancipazione femminile, iniziato centocinquanta anni fa, e sostenuto da donne coraggiose che hanno dato l’impegno e la vita per il futuro di altre donne. Che si sono caricate sulle spalle i confini del passato, per espanderli a nuovi orizzonti anche per tutte le altre.

E oggi?

 

 

Marilyn Loden, la donna che creò l’espressione “Soffitto di Cristallo”.

 

L’espressione “soffitto di cristallo” (dall’inglese “glass ceiling“) è ormai entrata nel linguaggio comune per fare riferimento a quella barriera insormontabile – ma all’apparenza invisibile – fatta di discriminazioni e pregiudizi che limita il successo delle donne e l’avanzamento lavorativo, impedendo loro di arrivare alle stesse posizioni a cui può aspirare un uomo. Forse non tutti sanno che quest’espressione è stata inventata da una donna, Marilyn Loden, che l’ha coniata – un po’ per caso – quasi 40 anni fa.

Marilyn non aveva idea che avrebbe fatto la storia quando – nel 1978 – parlò a una tavola rotonda della Women’s Expositiondi New York. In realtà non avrebbe dovuto neanche essere lì quel giorno. All’epoca aveva 31 anni, ed era una giovane manager della New York Telephone Co.: le era stato chiesto di partecipare all’evento perché l’unica vicepresidente della sua azienda era impossibilitata ad andarci. Altre quattro donne erano presenti a quell’incontro dal titolo“Mirror, Mirror on the Wall” (ovvero la versione originale del nostro“Specchio, Specchio delle mie brame”): un nome adeguato dato che la discussione era incentrata su quanto le donne – e la loro immagine – fossero da colpevolizzare per lo scarso avanzamento lavorativo.

Mentre ascoltavo gli interventi, notavo che le partecipanti all’incontro si focalizzavano sulla scarsa tendenza a socializzare delle donne, sul loro autolesionismo lavorativo e sull’immagine debole, povera che molte hanno di loro stesse. Fu duro restare seduta in silenzio ad ascoltare quelle critiche.

Quando arrivò il suo turno, Marilyn affrontò il tema che le era stato affidato: analizzare come mai così tante donne della sua azienda non raggiungevano ruoli di potere. I dati che aveva raccolto le rendevano evidente che il problema in realtà non aveva molto a che fare con quello che le sue colleghe decidevano di indossare o sul loro modo di comportarsi: Mi sembrava che esistesse una barriera invisibile ai progressi, una barriera che la gente neanche vedeva“, ha detto Loden. La definì, lì, proprio quel giorno, “soffitto di cristallo”.

 

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Negli anni ’70 e negli anni ’80, negli Stati Uniti non c’erano leggi per proteggere le donne sul posto di lavoro, e anche nelle organizzazioni mancava quasi completamente la consapevolezza della gravità del problema. Marilyn Loden ha coniato questa espressione in un periodo in cui le donne stavano iniziando a cambiare le norme di genere che vigevano ancora indisturbate nelle scuole, in famiglia, negli uffici. Nel corso degli anni, l’espressione “tetto di cristallo” è diventata un riferimento universalmente riconosciuto per riferirsi a un problema complesso e contraddittorio, spesso fatto di barriere subdole, implicite. Alcune delle donne più famose del mondo – come Madeleine Albright, Aretha Franklin, Oprah Winfrey – hanno usato questa immagine nei loro discorsi per la sua forza e la precisione metaforica.

Hillary Clinton vi è ricorsa in due discorsi rimasti celebri: Anche se questa volta non siamo riusciti a infrangere il soffitto di cristallo più alto e duro, ha detto nel 2008, dopo la sconfitta alla primarie del Partito Democratico, grazie a voi, ora ci sono circa 18 milioni di crepe in più, e attraverso di loro la luce splende come mai aveva fatto prima”. Poi, nel 2016, durante il suo discorso dopo la vittoria di Trump l’ha usata di nuovo: “Ora, lo so, so che non abbiamo ancora infranto il soffitto di vetro più alto e più duro, ma un giorno qualcuno lo farà”.

Loden, che da allora ha scritto tre libri, ha detto che sicuramente molto è cambiato da quando lavorava per un supervisore che le diceva di sorridere più spesso e per un altro che invece invitava tale John Molloy, autore di Dress for Success, per valutare l’abbigliamento delle impiegate e a spiegare perché alcune di loro non ce l’avrebbero mai fatta a far carriera. Ancora oggi, però, la stessa Loden dice che non ci sono non abbastanza donne – né persone di colore – che raggiungono ruoli di primo piano. Ci sono poi ancora troppi luoghi di lavoro che non prendono sul serio la questione delle molestie sessuali e dei comportamenti predatori: Quando ho letto di #MeToo e ho visto il tipo di reazioni delle persone, mi è sembrato che ci sia ancora molta paura nello sfidare lo status quo”.

Il giorno del discorso in cui ha usato per la prima volta il soffitto di cristallo, Marilyn Loden non aveva preparato nessun  discorso. L’espressione le è venuta in mente mentre parlava: Ad essere onesti non mi sembrava neanche un granché”, ha detto, “ma aveva senso per me in quel momento. Quando ha finito di parlare, le donne presenti in sala le si sono avvicinate e le hanno raccontato che, nonostante avessero fatto tutto nel modo migliore, a livello lavorativo si trovavano ancora in un limbo, insoddisfatte.

Fu quel sentimento, supportato anche dai dati che nel frattempo aveva raccolto, che Marilyn portò con sé nell’ambito di una riunione con i suoi supervisori maschi, organizzata per informarli del perché le donne non stavano avanzando nella compagnia. Non c’era alcuna prova, Marilyn disse loro, per sostenere l’idea che le donne non avessero le abilità adeguate o il temperamento necessario per far carriera. Questa sua conclusione la rese impopolare. Di lì a poco lasciò la compagnia: lo fece quando cercarono di obbligarla ad accettare un incarico che non voleva.

Da allora, Marilyn Loden ha lavorato per diverse compagnie – ma anche per organizzazioni militari e sindacali – occupandosi di questioni di genere, diversity e rispetto delle differenze.

Piuttosto che accettare il soffitto di cristallo come inevitabile, è tempo che le istituzioni riconoscano che i pregiudizi incorporati nella cultura che predispone molti uomini al successo professionale, mentre diminuisce i punti di forza, gli stili e le capacità della maggior parte delle donne di talento, devono essere sradicati. Mi riferisco ai pregiudizi che presuppongono che gli uomini siano dei “leader nati”, che il successo non possa essere l’obiettivo delle madri lavoratrici, che le donne siano troppo emotive, che le molestie sessuali non siano un problema, e che non ci possa essere spazio sul piano dei dirigenti per persone che parlano in modo più pacato, hanno un alto grado di intelligenza emotiva e favoriscono forme di leadership più aperte e dialoganti…

“Pensavo che avrei risolto la questione entro la fine della mia vita, ma non sarà così”, ha detto la donna. Ormai ha capito infatti che ci sarà bisogno del termine da lei inventato ancora per un po’ di tempo. Spero che se mi dovesse sopravvivere, diventerà una frase antiquata, e che la gente arrivi a dire: ‘C’è stato un tempo in cui c’era un soffitto di cristallo’“.

Purtroppo anche da noi il problema sussiste. Sono ancora poche le donne che ricoprono ruoli di “board”, vuoi perché gli uomini sono quasi sempre i favoriti, vuoi perché le donne  ( a detta di tutti) non hanno le  competenze adeguate. Tutto ció appare inverosimile e  molto discutibile… non ci resta allora che rompere quel soffitto, superare i tanti pregiudizi e far capire che anche Noi possiamo farcela!.

“Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf… un classico del femminismo che ha ancora qualcosa da dirci!

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Nell’ottobre 1928, Virginia Woolf, già autrice di libri meravigliosi, tenne delle conferenze a Newnham e Girton, due college femminili, sulla donna e il romanzo; un anno dopo, uscì Una stanza tutta per sé, il saggio che raccoglieva le considerazioni della scrittrice.

La riflessione di Virginia Woolf prende avvio dalla presa di coscienza che il tema affidatole era davvero sterminato: Woolf decise quindi di esporre semplicemente il percorso mentale che, nei due giorni precedenti alle conferenze, la portò a sostenere la necessità, per una donna che ambisse a scrivere per professione, di avere una sua indipendenza economica e una stanza tutta per sé dove poter comporre indisturbata.

Fece notare altresì come dipendere economicamente da un uomo (che fosse il marito, un figlio o altri) impediva alle donne la serenità e la libertà necessarie per poter scrivere le loro storie, per poter andare anche contro le voci paternaliste che da sempre stavano loro addosso, decidendo per loro cosa fosse appropriato dire e come fosse lecito comportarsi. E se per raggiungere l’indipendenza economica fosse stato necessario uscire di casa, incontrare persone e studiare in qualche università, Woolf esortava le donne a farlo, ad avere il coraggio di sfruttare tutte le nuove conquiste delle quali adesso potevano beneficiare per ottenerne ancora di più.

A questo punto, ho apprezzato molto che Woolf abbia riconosciuto nel patriarcato il nemico da sconfiggere. Un patriarcato che danneggia gli stessi uomini, in quanto, sebbene detentori del denaro e del potere, sono costretti a logorarsi in categorie non meno rigide di quelle che spettano alle donne. I due sessi, insomma, non sono squadre dove militare per stabilire qual è il migliore.

Non solo: Woolf ventila l’ipotesi secondo la quale, se si scoprissero altri generi, il fan del patriarcato correrebbe subito ai ripari per dimostrarsi ancora “superiore”: noi oggi, infatti, sappiamo che il rigido sistema binario dei generi, che ammette esclusivamente maschi o femmine, è solo un altro modo con il quale il patriarcato opprime le persone.

E allora ben vengano la Women’s March, le manifestazioni dell’otto marzo in quaranta Paesi diversi, e tutti quegli eventi dove chiunque è benvenut*, qualunque sia la vostra condizione economica, la vostra etnia, la vostra identità e la vostra espressione di genere, il vostro orientamento sessuale, la vostra condizione fisica e/o mentale, la vostra (non)religione.

E ben vengano tutti quei luoghi inclusivi, a partire dalla propria casa o dal proprio ufficio, nei quali non esistono “diritti prioritari”, ma ci si supporta tutt* a vicenda, nel nome dell’uguaglianza, finché la libertà non sarà per e di chiunque, nel rispetto di quella altrui.

E indubbiamente l’avere una stanza tutta per sè, con tutte le sue implicazioni di carattere simbolico, ma anche con l’esortazione di tipo più prosaico “Siate indipendenti, anche economicamente”, è la premessa ideale perchè una donna possa scrivere con una mentalità androgina, davvero universale.

Coco e l’emancipazione delle donne agli albori del Novecento

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La moda è libertà o costrizione? gioco o mercato?

 

Le rivoluzioni non si fanno con i guanti di seta. In senso metaforico non si può non essere d’accordo, ma se prendiamo questa frase alla lettera, è possibile fare un’obiezione: c’erano tempi in cui un semplice guanto sfilato in un determinato contesto poteva suscitare scalpore e quando le donne l’hanno capito, non hanno esitato ad usare la moda come strumento di provocazione.

 

Stiamo parlando del lungo e tortuoso percorso dell’emancipazione femminile (su cui a mio parere ci sarebbe ancora tanto da lavorare) e dell’influenza che la moda ha avuto in questo ambito. I primi movimenti risalgono ai tempi delle suffragette, donne che non volevano più essere considerate solo come mogli e madri e chiedevano di avere gli stessi diritti che la società riservava agli uomini; il loro unico mezzo per farsi notare era quello di organizzare azioni che per l’epoca erano estremamente provocatorie: andare in bicicletta, indossare pantaloni, scendere in piazza a manifestare.

 

Dagli anni 20 del Novecento sul panorama della moda si affaccia lo stile unico e inimitabile di Coco Chanel, una delle poche ad aver saputo dar voce alle nuove esigenze delle donne; queste, infatti, diventavano sempre più indipendenti lavorando e cominciando a praticare sport. Dal momento che potevano disporre di propri patrimoni, si avvicinarono anche al mondo dell’economia e della politica, prima assolutamente inaccessibile.

 

inghilterra 1910I progetti di Coco sono dedicati proprio a loro, concependo abiti che fossero raffinati, eleganti e allo stesso tempo comodi; simbolo di questo ideale di donna è il famoso tailleur, creato da Coco prendendo spunto direttamente dai completi dei suoi amanti: emblema del potere maschile, portato dagli uomini più ricchi e importanti, trovava ora la sua versione femminile.

Un altro segno di riscatto fu l’abbandono del corsetto, strumento di “tortura” che provocava danni fisici anche gravi a chi lo portava; la moda, allora, era quella dei vitini di vespa.

Se da una parte è vero che la moda spesso propone un’immagine femminile lontana dalla realtà delle donne ‘normali’ e dagli ideali per cui tante lotte sono state portate avanti, c’è da dire che sicuramente molte delle conquiste e delle libertà di cui ora possiamo godere, sono state ottenute anche grazie ai mezzi che questo mondo ci ha offerto.