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Otto Marzo, Giornata internazionale della donna… a che punto siamo?

 

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Ogni volta che l’umanità avanza, qualcuno ha spostato un po’ più in là il limite della paura. Si è sollevato da quello che era già conosciuto, che si ripeteva uguale da così tanto tempo da parere l’unico modo di procedere, e ha messo dei passi nuovi nel buio. Ha accettato la diversità, l’ignoto, il non calpestato, e l’ha trasformato in luce. In nuova terra arata per la vita.

In questo modo si potrebbe descrivere anche il lungo e interminato processo di emancipazione femminile, iniziato centocinquanta anni fa, e sostenuto da donne coraggiose che hanno dato l’impegno e la vita per il futuro di altre donne. Che si sono caricate sulle spalle i confini del passato, per espanderli a nuovi orizzonti anche per tutte le altre.

E oggi?

 

 

Marilyn Loden, la donna che creò l’espressione “Soffitto di Cristallo”.

 

L’espressione “soffitto di cristallo” (dall’inglese “glass ceiling“) è ormai entrata nel linguaggio comune per fare riferimento a quella barriera insormontabile – ma all’apparenza invisibile – fatta di discriminazioni e pregiudizi che limita il successo delle donne e l’avanzamento lavorativo, impedendo loro di arrivare alle stesse posizioni a cui può aspirare un uomo. Forse non tutti sanno che quest’espressione è stata inventata da una donna, Marilyn Loden, che l’ha coniata – un po’ per caso – quasi 40 anni fa.

Marilyn non aveva idea che avrebbe fatto la storia quando – nel 1978 – parlò a una tavola rotonda della Women’s Expositiondi New York. In realtà non avrebbe dovuto neanche essere lì quel giorno. All’epoca aveva 31 anni, ed era una giovane manager della New York Telephone Co.: le era stato chiesto di partecipare all’evento perché l’unica vicepresidente della sua azienda era impossibilitata ad andarci. Altre quattro donne erano presenti a quell’incontro dal titolo“Mirror, Mirror on the Wall” (ovvero la versione originale del nostro“Specchio, Specchio delle mie brame”): un nome adeguato dato che la discussione era incentrata su quanto le donne – e la loro immagine – fossero da colpevolizzare per lo scarso avanzamento lavorativo.

Mentre ascoltavo gli interventi, notavo che le partecipanti all’incontro si focalizzavano sulla scarsa tendenza a socializzare delle donne, sul loro autolesionismo lavorativo e sull’immagine debole, povera che molte hanno di loro stesse. Fu duro restare seduta in silenzio ad ascoltare quelle critiche.

Quando arrivò il suo turno, Marilyn affrontò il tema che le era stato affidato: analizzare come mai così tante donne della sua azienda non raggiungevano ruoli di potere. I dati che aveva raccolto le rendevano evidente che il problema in realtà non aveva molto a che fare con quello che le sue colleghe decidevano di indossare o sul loro modo di comportarsi: Mi sembrava che esistesse una barriera invisibile ai progressi, una barriera che la gente neanche vedeva“, ha detto Loden. La definì, lì, proprio quel giorno, “soffitto di cristallo”.

 

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Negli anni ’70 e negli anni ’80, negli Stati Uniti non c’erano leggi per proteggere le donne sul posto di lavoro, e anche nelle organizzazioni mancava quasi completamente la consapevolezza della gravità del problema. Marilyn Loden ha coniato questa espressione in un periodo in cui le donne stavano iniziando a cambiare le norme di genere che vigevano ancora indisturbate nelle scuole, in famiglia, negli uffici. Nel corso degli anni, l’espressione “tetto di cristallo” è diventata un riferimento universalmente riconosciuto per riferirsi a un problema complesso e contraddittorio, spesso fatto di barriere subdole, implicite. Alcune delle donne più famose del mondo – come Madeleine Albright, Aretha Franklin, Oprah Winfrey – hanno usato questa immagine nei loro discorsi per la sua forza e la precisione metaforica.

Hillary Clinton vi è ricorsa in due discorsi rimasti celebri: Anche se questa volta non siamo riusciti a infrangere il soffitto di cristallo più alto e duro, ha detto nel 2008, dopo la sconfitta alla primarie del Partito Democratico, grazie a voi, ora ci sono circa 18 milioni di crepe in più, e attraverso di loro la luce splende come mai aveva fatto prima”. Poi, nel 2016, durante il suo discorso dopo la vittoria di Trump l’ha usata di nuovo: “Ora, lo so, so che non abbiamo ancora infranto il soffitto di vetro più alto e più duro, ma un giorno qualcuno lo farà”.

Loden, che da allora ha scritto tre libri, ha detto che sicuramente molto è cambiato da quando lavorava per un supervisore che le diceva di sorridere più spesso e per un altro che invece invitava tale John Molloy, autore di Dress for Success, per valutare l’abbigliamento delle impiegate e a spiegare perché alcune di loro non ce l’avrebbero mai fatta a far carriera. Ancora oggi, però, la stessa Loden dice che non ci sono non abbastanza donne – né persone di colore – che raggiungono ruoli di primo piano. Ci sono poi ancora troppi luoghi di lavoro che non prendono sul serio la questione delle molestie sessuali e dei comportamenti predatori: Quando ho letto di #MeToo e ho visto il tipo di reazioni delle persone, mi è sembrato che ci sia ancora molta paura nello sfidare lo status quo”.

Il giorno del discorso in cui ha usato per la prima volta il soffitto di cristallo, Marilyn Loden non aveva preparato nessun  discorso. L’espressione le è venuta in mente mentre parlava: Ad essere onesti non mi sembrava neanche un granché”, ha detto, “ma aveva senso per me in quel momento. Quando ha finito di parlare, le donne presenti in sala le si sono avvicinate e le hanno raccontato che, nonostante avessero fatto tutto nel modo migliore, a livello lavorativo si trovavano ancora in un limbo, insoddisfatte.

Fu quel sentimento, supportato anche dai dati che nel frattempo aveva raccolto, che Marilyn portò con sé nell’ambito di una riunione con i suoi supervisori maschi, organizzata per informarli del perché le donne non stavano avanzando nella compagnia. Non c’era alcuna prova, Marilyn disse loro, per sostenere l’idea che le donne non avessero le abilità adeguate o il temperamento necessario per far carriera. Questa sua conclusione la rese impopolare. Di lì a poco lasciò la compagnia: lo fece quando cercarono di obbligarla ad accettare un incarico che non voleva.

Da allora, Marilyn Loden ha lavorato per diverse compagnie – ma anche per organizzazioni militari e sindacali – occupandosi di questioni di genere, diversity e rispetto delle differenze.

Piuttosto che accettare il soffitto di cristallo come inevitabile, è tempo che le istituzioni riconoscano che i pregiudizi incorporati nella cultura che predispone molti uomini al successo professionale, mentre diminuisce i punti di forza, gli stili e le capacità della maggior parte delle donne di talento, devono essere sradicati. Mi riferisco ai pregiudizi che presuppongono che gli uomini siano dei “leader nati”, che il successo non possa essere l’obiettivo delle madri lavoratrici, che le donne siano troppo emotive, che le molestie sessuali non siano un problema, e che non ci possa essere spazio sul piano dei dirigenti per persone che parlano in modo più pacato, hanno un alto grado di intelligenza emotiva e favoriscono forme di leadership più aperte e dialoganti…

“Pensavo che avrei risolto la questione entro la fine della mia vita, ma non sarà così”, ha detto la donna. Ormai ha capito infatti che ci sarà bisogno del termine da lei inventato ancora per un po’ di tempo. Spero che se mi dovesse sopravvivere, diventerà una frase antiquata, e che la gente arrivi a dire: ‘C’è stato un tempo in cui c’era un soffitto di cristallo’“.

Purtroppo anche da noi il problema sussiste. Sono ancora poche le donne che ricoprono ruoli di “board”, vuoi perché gli uomini sono quasi sempre i favoriti, vuoi perché le donne  ( a detta di tutti) non hanno le  competenze adeguate. Tutto ció appare inverosimile e  molto discutibile… non ci resta allora che rompere quel soffitto, superare i tanti pregiudizi e far capire che anche Noi possiamo farcela!.

“Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf… un classico del femminismo che ha ancora qualcosa da dirci!

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Nell’ottobre 1928, Virginia Woolf, già autrice di libri meravigliosi, tenne delle conferenze a Newnham e Girton, due college femminili, sulla donna e il romanzo; un anno dopo, uscì Una stanza tutta per sé, il saggio che raccoglieva le considerazioni della scrittrice.

La riflessione di Virginia Woolf prende avvio dalla presa di coscienza che il tema affidatole era davvero sterminato: Woolf decise quindi di esporre semplicemente il percorso mentale che, nei due giorni precedenti alle conferenze, la portò a sostenere la necessità, per una donna che ambisse a scrivere per professione, di avere una sua indipendenza economica e una stanza tutta per sé dove poter comporre indisturbata.

Fece notare altresì come dipendere economicamente da un uomo (che fosse il marito, un figlio o altri) impediva alle donne la serenità e la libertà necessarie per poter scrivere le loro storie, per poter andare anche contro le voci paternaliste che da sempre stavano loro addosso, decidendo per loro cosa fosse appropriato dire e come fosse lecito comportarsi. E se per raggiungere l’indipendenza economica fosse stato necessario uscire di casa, incontrare persone e studiare in qualche università, Woolf esortava le donne a farlo, ad avere il coraggio di sfruttare tutte le nuove conquiste delle quali adesso potevano beneficiare per ottenerne ancora di più.

A questo punto, ho apprezzato molto che Woolf abbia riconosciuto nel patriarcato il nemico da sconfiggere. Un patriarcato che danneggia gli stessi uomini, in quanto, sebbene detentori del denaro e del potere, sono costretti a logorarsi in categorie non meno rigide di quelle che spettano alle donne. I due sessi, insomma, non sono squadre dove militare per stabilire qual è il migliore.

Non solo: Woolf ventila l’ipotesi secondo la quale, se si scoprissero altri generi, il fan del patriarcato correrebbe subito ai ripari per dimostrarsi ancora “superiore”: noi oggi, infatti, sappiamo che il rigido sistema binario dei generi, che ammette esclusivamente maschi o femmine, è solo un altro modo con il quale il patriarcato opprime le persone.

E allora ben vengano la Women’s March, le manifestazioni dell’otto marzo in quaranta Paesi diversi, e tutti quegli eventi dove chiunque è benvenut*, qualunque sia la vostra condizione economica, la vostra etnia, la vostra identità e la vostra espressione di genere, il vostro orientamento sessuale, la vostra condizione fisica e/o mentale, la vostra (non)religione.

E ben vengano tutti quei luoghi inclusivi, a partire dalla propria casa o dal proprio ufficio, nei quali non esistono “diritti prioritari”, ma ci si supporta tutt* a vicenda, nel nome dell’uguaglianza, finché la libertà non sarà per e di chiunque, nel rispetto di quella altrui.

E indubbiamente l’avere una stanza tutta per sè, con tutte le sue implicazioni di carattere simbolico, ma anche con l’esortazione di tipo più prosaico “Siate indipendenti, anche economicamente”, è la premessa ideale perchè una donna possa scrivere con una mentalità androgina, davvero universale.

Coco e l’emancipazione delle donne agli albori del Novecento

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La moda è libertà o costrizione? gioco o mercato?

 

Le rivoluzioni non si fanno con i guanti di seta. In senso metaforico non si può non essere d’accordo, ma se prendiamo questa frase alla lettera, è possibile fare un’obiezione: c’erano tempi in cui un semplice guanto sfilato in un determinato contesto poteva suscitare scalpore e quando le donne l’hanno capito, non hanno esitato ad usare la moda come strumento di provocazione.

 

Stiamo parlando del lungo e tortuoso percorso dell’emancipazione femminile (su cui a mio parere ci sarebbe ancora tanto da lavorare) e dell’influenza che la moda ha avuto in questo ambito. I primi movimenti risalgono ai tempi delle suffragette, donne che non volevano più essere considerate solo come mogli e madri e chiedevano di avere gli stessi diritti che la società riservava agli uomini; il loro unico mezzo per farsi notare era quello di organizzare azioni che per l’epoca erano estremamente provocatorie: andare in bicicletta, indossare pantaloni, scendere in piazza a manifestare.

 

Dagli anni 20 del Novecento sul panorama della moda si affaccia lo stile unico e inimitabile di Coco Chanel, una delle poche ad aver saputo dar voce alle nuove esigenze delle donne; queste, infatti, diventavano sempre più indipendenti lavorando e cominciando a praticare sport. Dal momento che potevano disporre di propri patrimoni, si avvicinarono anche al mondo dell’economia e della politica, prima assolutamente inaccessibile.

 

inghilterra 1910I progetti di Coco sono dedicati proprio a loro, concependo abiti che fossero raffinati, eleganti e allo stesso tempo comodi; simbolo di questo ideale di donna è il famoso tailleur, creato da Coco prendendo spunto direttamente dai completi dei suoi amanti: emblema del potere maschile, portato dagli uomini più ricchi e importanti, trovava ora la sua versione femminile.

Un altro segno di riscatto fu l’abbandono del corsetto, strumento di “tortura” che provocava danni fisici anche gravi a chi lo portava; la moda, allora, era quella dei vitini di vespa.

Se da una parte è vero che la moda spesso propone un’immagine femminile lontana dalla realtà delle donne ‘normali’ e dagli ideali per cui tante lotte sono state portate avanti, c’è da dire che sicuramente molte delle conquiste e delle libertà di cui ora possiamo godere, sono state ottenute anche grazie ai mezzi che questo mondo ci ha offerto.