Mese: novembre 2017

25 Novembre: una riflessione da fare non solo oggi, ma tutto l’anno!

 

Unknown

Nella giornata contro la violenza sulle donne, voglio fare una breve riflessione su una sua particolare forma, atroce e, purtroppo, troppo frequente: il femminicidio.

Ho sentito alcuni uomini infastidirsi per questo termine e sminuirne la portata. Sostenendo che, allora, si sarebbe dovuto utilizzare il termine “maschicidio” per tutti i delitti che comportassero la morte di un uomo. Chi dice questo, o non sa cosa si intenda con femminicidio oppure cerca – consciamente o inconsciamente – di ridurne la portata tragica. Non ci si riferisce, infatti, ad una generica distinzione di sesso degli assassinati; il femminicidio è una particolare forma di delitto in cui la donna viene uccisa “in quanto donna” e vista, come conseguenza di ciò, quale “oggetto di possesso privato” da parte dell’uomo che infierisce su di lei.

Se una donna è assassinata durante una rapina, nessuno usa, giustamente, quel termine. Lo si utilizza, invece, quando viene uccisa, ad esempio, perché si è permessa di lasciare un uomo che non riesce ad elaborare in modo normale ed equilibrato la separazione, in quanto ritiene che ella sia, in qualche modo, non un soggetto dotato di libertà di scelta, ma oggetto di suo esclusivo possesso, che non può esercitare il proprio libero arbitrio rispetto alla relazione.
Il “tu sei mia”, che nelle effusioni dolci fra amanti può assumere un significato tenero, perde completamente il suo assunto simbolico per trasformarsi nella sua versione più concreta e becera, proprietà privata di un oggetto che non può avere la sua libertà di scelta.

“Le donne possono essere aggredite, offese, maltrattate, uccise proprio perché sfuggono ad ogni tentativo di possesso, perché coincidono con la libertà. L’uomo può rispondere a questa coincidenza con l’arroganza razzista e insopportabile della sopraffazione provando in tutti i modi a cancellarla”. (Massimo Recalcati)

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In ogni caso, la violenza è sempre la scelta di chi, al posto del dialogo, della riflessione, dell’elaborazione anche penosa di un distacco e di una sofferenza, prende la via dell’azione, come evidente conseguenza di un’incapacità di elaborazione mentale del dolore e di accettazione della ferita narcisistica connaturata al vivere umano, nel quale, prima o poi, ci arriva incontro la realtà a mostrare come i nostri desideri non coincidano sempre con gli eventi.

Ma se la persona non è stata abituata fin da piccola a elaborare la frustrazione,  ad utilizzare i momenti di crisi come occasione di crescita, a comprendere che non possediamo in realtà diritti intoccabili su nulla e men che meno sulla vita degli altri, allora il dolore si trasformerà in qualcosa di indicibile ed inconcepibile (nel senso proprio di “non mentalizzabile”) e vi sarà un corto circuito fra emozione e reazione, senza la possibilità di interporre il tempo dell’introspezione.

Per questo la giornata della violenza sulle donne dovrebbe trasformarsi anche in un’occasione di ripensamento di una cultura che perde sempre di più il valore del ragionamento come chiave per il superamento della ferita narcisistica, incitando anzi al consumismo frenetico e acritico di oggetti come di persone e all’inseguimento della chimera di potere avere tutto ciò che si vuole, senza ricevere mai un NO.

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Quei NO che aiutano a crescere, eccome, che sono prodromici al tempo della riflessione, dell’elaborazione di una frustrazione e della crescita.

I NO ci mettono davanti a nuove sfide, ci obbligano a guardare la realtà sotto punti di vista differenti e a riconoscere l’Altro come portatore di un pensiero diverso dal nostro, momento di nascita del confronto, del dialogo e dello sviluppo umano.

Quei NO che potrebbero aiutare alcuni uomini a sostituire il codice della parola a quello dell’azione e alcune donne a rifiutare di giustificare troppo a lungo la violenza dei propri compagni.

E allora cominciamo dai nostri NO. Forse a furia di dirli e di ripeterli, diventeranno finalmente più leggeri.

Paola

Goliarda Sapienza… come essere profondamente se stesse!

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«Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza», dicevano di lei, scherzando, alcuni amici per intendere un tratto della personalità che caratterizzava sia la donna che l’artista: mettersi sempre in gioco e sempre con estrema passionalità.

Era un tipo di donna che incuteva negli altri desiderio di autenticità. Una donna profondamente libera, un simbolo del costante lavoro femminile alla ricerca di un proprio spazio esistenziale.
Leggere opere come L’arte della gioia , Lettera aperta , Il filo di mezzogiorno, L’università di Rebibbia  e alcune poesie ed opere teatrali rimaste ancora inedite può risultare irritante. Tale è l’insistente e spietato svelamento delle contraddizioni e imperfezioni della «bugia-realtà», in un andirivieni stilistico volutamente incompiuto che punta dritto all’animo di chi legge.

 

Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.

 
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. I suoi genitori – la nota sindacalista lombarda Maria Giudice (1880-1953) e Giuseppe Sapienza (1880-1949), un avvocato socialista – si conoscono quando sono entrambi vedovi e quarantenni, con tre figli l’uno e sette l’altra. La loro intesa è sia sentimentale che politica: dirigono il giornale “Unione” e partecipano attivamente alle lotte per l’espropriazione delle terre in Sicilia, nel biennio 1920-22, durante il quale il figlio maggiore di Giuseppe, Goliardo Sapienza, viene trovato morto affogato in mare, presumibilmente ucciso dalla mafia, che difendeva gli interessi dei proprietari terrieri.

 
Il nome ricevuto dal fratello morto tre anni prima della sua nascita è solo uno dei “pesi” dell’infanzia di Goliarda, segnata dalla morte di altri tre fratellastri, poco più che adolescenti; dalla sempre maggiore sofferenza e instabilità mentale della madre antifascista e idealista; dalla vitalità e passionalità del padre che non vuole rinunciare a nessun piacere della vita: ha molte donne, si dedica con fervore al suo lavoro di “avvocato del popolo”, ed è molto amato da tutti, in un’epoca difficile come quella fascista.

 
Le doti artistiche di attrice, ballerina, cantante e affabulatrice della parola emergono fin da quando Goliarda è bambina e adolescente, in cui ai “successi” di enfant prodige si alterna una salute precaria e l’insorgenza di malattie lunghe e gravi, come la difterite e la TBC.

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Nel 1943 si trasferisce con la madre a Roma, dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica, allora diretta da Silvio D’amico. Fare l’attrice le piace perché attraverso la recitazione può esprimere la pienezza e contraddizione del suo animo, ma non le piace il mondo falso in cui spesso vivono attori e attrici di successo. Alla fine del corso non si diploma, e, contestando gli insegnamenti retrogradi dell’Accademia, forma una compagnia di avanguardia insieme ad altri ex studenti contestatari, attratti, come lei, dal metodo Stanislavskj.

 
Nel 1947 incontra il regista Citto Maselli: ha inizio una relazione fortissima, simbiotica, ma aperta a nuovi incontri, durata oltre 18 anni, e che, anche dopo la sofferta separazione, si trasfomerà in una sincera amicizia. Entrambi vivono tutto molto febbrilmente, ma Goliarda non resta in superficie e sa cogliere, in ogni situazione e persona, il risvolto poetico che poi trasporterà in letteratura.
Prima di diventare scrittrice la vita di Goliarda è intensa. Frequenta ambienti esclusivi e lavora, oltre che con Maselli, con registi come Luigi Comencini, Alessandro Blasetti, Cesare Zavattini e Luchino Visconti: prendendo parte attivamente alla corrente del neorealismo italiano, luogo per eccellenza di partecipazione civile, politica e morale di quel tempo.

 

Vivendo direttamente, ma in maniera critica, il mondo artistico, impara a riconoscerne le contraddizioni e a costruirsi una personalità propria, che la scrittura letteraria fa emergere in tutta la sua potenza. Goliarda per tutta la vita rifiuta di abbracciare ufficialmente chiese o fedi politiche, pur essendo per nascita, e per vocazione, socialista. È femminista senza esserlo (‘questi preti in gonnella’ dice delle femministe americane), ama le donne ma non si dichiara lesbica, ama gli uomini, ma non fa carte false per averli.

 

Ma il suo animo, tramato da tante tessiture emotive, predisposto a grandi entusiasmi e grandi disfatte, la porta a tentare il suicidio: dapprima nel 1962 (in seguito al quale subisce una serie di elettroshock) e poi nel 1964. Dal coma che ne consegue Goliarda traghetta in tuttaltro luogo esistenziale rispetto all’ambiente di intellettuali, artisti e “cinematografari” che per tanti anni aveva esercitato su di lei un grande fascino: un luogo più luminoso, ricco e sano, in cui l’elaborazione del lutto si trasforma in rinascita e apertura alla ricchezza umana, e in capolavori come L’arte della gioia.
Goliarda Sapienza muore il 30 agosto del 1996, scrittrice senza fama, ex attrice del neorealismo italiano. L’immagine che ne dà chi l’ha incontrata negli ultimi anni della sua vita è quella di una donna cortese, indaffarata, buffa, anche, discreta, sempre presa dalla scrittura, col suo ‘studio ambulante’ che portava con sé in una borsa di lana” .

Sulla sua lapide, a Gaeta, una sua poesia:

Non sapevo che il buio
non è nero
che il giorno
non è bianco
che la luce
acceca
e il fermarsi è correre
ancora
di più.

Oggi Goliarda  è riconosciuta tra le maggiori autrici letterarie italiane del Novecento.

 

 

 

Etty Hillesum… maestra di vita!

 

 

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La vita e la morte di Etty Hillesum sono l’emblema del percorso di una donna che al di là  di tutti i fili spinati, interiori ed esteriori, ha saputo “pensare con il cuore”. I suoi diari, che coprono un arco di tempo piuttosto limitato (dal marzo 1941 all’ottobre 1942) testimoniano una maturità  e una saggezza fuori del comune: l’autrice si rivolge a noi con parole di verità , indicando un cammino coraggioso volto a superare le difficoltà  più aspre dell’esistenza. La giovane ebrea olandese, grazie a un’intensa forza morale ispirata ai valori della solidarietà  e della reciproca comprensione, ingaggia una sfida mortale senza ricorrere a ricette miracolistiche o palliative, in nome di un indistruttibile e gioioso amore per la vita. Racconta di sé e delle vicende del suo tempo da mirabile cronista di un’anima in costante evoluzione, eroica terapeuta del dolore capace di generare attorno a sé fiducia e fede in un riscatto definitivo dal male. ll mondo bellissimo e tremendo che ha descritto, popolato di mostri sanguinari e di verdeggianti campi di grano, di amore per gli altri e di lucida disamina dei suoi contraddittori stati d’animo, ci accompagna per mano alla scoperta di noi stessi. La sua lingua parla, oggi e domani, in tutti gli idiomi conosciuti, senza confini di razza, di cultura, di condizione. (Paola)


Esther Hillesum (questo il suo vero nome) nacque il 15 gennaio 1914 a Middelburg, in Olanda, da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Viveva ad Amsterdam. Il padre, Levie (Louis) Hillesum – un uomo basso, silenzioso, schivo ma ricco di umorismo -, era un insegnante di Lingue classiche, mentre la madre, Riva (Rebecca) Bernstein, era nata a Potsjeb, in Russia. Viene descritta come una donna impegnata, caotica, estroversa e dal carattere dominante. Oltre a Etty, Riva ebbe altri due figli, Yaap e Micha. In casa si respirava un’atmosfera laica e ricca di stimoli. L’ebraismo era presente di sottofondo come sentimento di appartenenza, di fatto gli Hillesum erano fortemente integrati. Il padre lavorava anche di sabato, ma alcuni studiosi ricordano che ebbe una rigida educazione religiosa indirizzata verso il rabbinato; e che la moglie nacque in quell’Europa orientale dove la modernità stentava ancora a farsi largo. L’educazione dei figli era comunque improntata sulla cultura, lo studio e le buone letture, dove l’ebraicità si manifestava probabilmente in quella che può essere definita una “comune appartenenza etica”, una sorta di “inconscio comune collettivo”. Un tema, quello della religiosità di Etty, ancora oggi oggetto di dibattiti più o meno accesi tra teologi e rabbini.

Etty frequentò il Ginnasio di Deventer, dove il padre lavorava come vicepreside. A scuola seguì anche corsi di ebraico e per un certo periodo frequentò le riunioni di un gruppo di giovani sionisti. In seguito, si laureò in Giurisprudenza. Il fratello maggiore, Yaap, studiò Medicina. Intelligentissimo e affascinante, era psichicamente labile, tanto che fu ricoverato diverse volte in istituti psichiatrici. Lo stesso Micha, dotato di uno straordinario talento musicale, fu sottoposto a trattamenti per schizofrenici che segnarono per sempre la sua vita.

«Un tempo la mia pittoresca famiglia mi costava, ogni notte, almeno un litro di lacrime disperate – annotava Etty sul suo diario -. Ancor oggi non so spiegarmi quelle lacrime; arrivano da chissà dove, da un oscuro soggetto collettivo. Adesso non sono più così prodiga con questo prezioso liquido, ma comunque sia non è facile vivere qui».

Con la madre Etty ebbe un rapporto conflittuale, anche se pare che la situazione fosse migliorata durante la permanenza nel campo di Westerbork. «Molto è cambiato nella mia relazione interiore con i miei genitori, molti legami stretti si sono rotti, e con questo si sono liberate molte energie per amarli davvero». Anche il cibo era un problema, a tratti una vera e propria ossessione che le procurava occasionali malesseri psicosomatici: «Ho rinunciato al bicchiere di cioccolata che mi concedevo sempre […]. Dobbiamo imparare ad affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare il nostro corpo a chiederci solo l’indispensabile, soprattutto per quanto riguarda il cibo, perché stiamo andando verso tempi difficili: anzi, ci siamo già».

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Sensibile, luminosa, vitalissima, curiosa, empatica, introspettiva, affamata di conoscenza e di amore verso l’Altro, verso ciò che è esterno da sé, Etty aveva una personalità sfaccettata con una straordinaria (e complessa) vita interiore («Devo disciplinare tutto questo caos»). Studiò lingue slave, letteratura russa, diede lezioni private, si appassionò alla chirologia e non ultima la scrittura: voleva diventare scrittrice, a tutti i costi. Scrivere per lei era terapia, forma e gesto creativo cui si applicò con dedizione e zelo. Ma fu l’incontro con Julius Spier, fondatore della psicochirologia (aveva fatto a Zurigo il training analitico con Carl Gustav Jung), a contribuire al suo sviluppo spirituale e umano. Spier la guidò nella conoscenza e Etty si lasciò guidare. Si immerse nell’amatissimo Rilke, lesse Dostoevskij, Jung, ma anche Sant’Agostino e il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Etty aveva già una relazione con il contabile Han Wegerif, un vedovo che l’aveva impiegata nella gestione domestica: «Han ha una vita semplice e buona, e le prospettive materiali e incerte del futuro lo preoccupano più di quelle interiori – scriveva – . Ma poi mi appare tanto fragile e delicato, e io mi preoccupo, provo un senso di profonda compassione protettiva nei suoi confronti […] L’ho assorbito nella mia vita, lui ne è diventato la parte essenziale che non può più essere cancellata, senza far vacillare l’intero edificio». La liaison con Han non le impedì tuttavia di intrecciare una relazione profonda – e inizialmente ambigua – con Spier, anche lui ebreo e molto più anziano di lei, indicato nel diario quasi sempre come “S.”. Etty si recò da lui quale «oggetto di analisi» e rimase così colpita dalla sua personalità da decidere di entrare in terapia con lui. Il passaggio da paziente ad assistente ad amica intima e complice fu breve. I due – pur essendo profondamente legati – mantennero un certo distacco essendo entrambi impegnati e soprattutto determinati a non volere far soffrire i propri partner. Etty annotò nel diario il testo di una lettera: «Sa, quando ieri – come una scema – non riuscivo a far altro che guardarla, si è poi prodotto in me un tale sconquasso di pensieri e sentimenti contrastanti, che mi sentivo annichilita e mi sarei messa a urlare, se non avessi mantenuto il minimo controllo. Erano forti sentimenti erotici verso di lei, che io credevo di aver superato dentro di me, e al tempo stesso una forte avversione nei suoi confronti, e d’un tratto ci fu anche uno sconfinato senso di solitudine, la percezione che la vita è così terribilmente difficile».

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Intanto il tempo scorreva e per gli ebrei olandesi la realtà cambiava ogni giorno. In peggio. I tedeschi cominciarono i rastrellamenti. Gli arresti, il terrore, i campi di concentramento, i sequestri di padri, sorelle e fratelli si intensificarono. Nei suoi quaderni Etty si interrogava sul senso della vita, si domandava se avesse ancora un senso. Ma per questo bisognava vedersela esclusivamente con se stessi. E con Dio. Già, con Dio, un Dio universale, presenza costante in ogni momento della vita di questa giovane donna ebrea e poco osservante, ma profondamente attratta dal Divino che c’è in ognuno di noi. Forse ogni vita ha il proprio senso, rifletteva, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo. «È un inizio, ma quell’inizio c’è, lo so per certo. Significa raccogliere tutte le possibili forze e vivere la propria vita con Dio e in Dio e avere Dio in se stessi».

Grazie ad alcuni conoscenti, Etty riuscì a trovare un lavoro di impiegata presso il Consiglio Ebraico. Questo le evitò l’internamento a Westerbork, ma a lei non importava nulla. Quanto più il cerchio si stringeva, tanto più si rafforzava la sua anima. Non pensò mai a salvarsi. Rifiutò sempre le offerte di alloggi per nascondersi. Voleva stare con il suo popolo, con la sua gente, condividere un destino comune, in mezzo a coloro che si rifiutavano di pensare per paura di impazzire o per le privazioni subite.

Voleva assistere gli internati nelle ore in cui dovevano prepararsi al trasporto. Era convinta che «un cuore pensante» dovesse sopravvivere al disastro, a qualunque costo.

La sua era una resistenza esistenziale. «Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”».

(altro…)

La nostra vera madre: Virginia Woolf!

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Perché se la donna comincia a dire la verità, la figura nello specchio rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita.

Per tutti questi secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo. Qualunque sia il loro uso nelle società civilizzate, gli specchi sono essenziali a ogni azione violenta ed eroica. Perciò Napoleone e Mussolini insistono tanto enfaticamente sull’inferiorità delle donne, perché se esse non fossero inferiori cesserebbero di ingrandire loro.

Questo serve in parte a spiegare la necessità che gli uomini spesso sentono delle donne. E servono a spiegare come li fa sentire inquieti la critica femminile; come a lei sia impossibile dir loro che il libro è brutto, il quadro difettoso, o cose del genere, senza provocare assai più dolore e suscitare assai più rabbia di quanta potrebbe suscitarne un uomo con la stessa critica. Perché se la donna comincia a dire la verità, la figura nello specchio rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita”.

Virginia Woolf

L’assassinio di Ipazia

 

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Allegoria della Geometria. Miniatura tratta dal manoscritto Burney 275 degli Elementi di Euclide, nella traduzione latina dall’arabo attribuita ad Adelardo di Bath, circa 1309-1316 (British Library, Londra).

È l’8 marzo dell’anno 415, un lunedì di quaresima per i cristiani di Alessandria d’Egitto. Un lunedì di silenzio e preghiera. Un lunedì di guerra. Ipazia, matematica, astronoma, filosofa neoplatonica e insegnante di grande prestigio, sta tornando a casa. Poco più che cinquantenne, è la più importante intellettuale della città, un punto di riferimento non solo per i suoi studenti, ma anche per le autorità politiche e religiose. Non è serena: la tensione è salita alle stelle da quando il vescovo Cirillo è entrato in conflitto con il prefetto Oreste e c’è chi ha messo in giro la voce che sia proprio lei a impedire la riconciliazione.

Non è serena Ipazia, ma non si aspetterebbe mai quello che sta per succedere. La sua lettiga viene improvvisamente circondata da un gruppo di diavoli inferociti: sono fanatici cristiani guidati da Pietro. La assalgono e la tirano giù dalla lettiga, la picchiano. Lei cerca di dimenarsi, chiede aiuto, ma il suo grido è coperto da quello degli assalitori infervorati e soffocato dal suo stesso sangue.

La trascinano fino al Cesareo, l’ex tempio di Augusto diventato la Cattedrale dei cristiani, e qui le strappano la veste, la lasciano nuda di fronte all’altare. Pietro la colpisce con una mazza ferrata mentre gli altri raccolgono dei cocci appuntiti e con questi iniziano a colpirla. Uno, dieci, cento volte il suo corpo viene trafitto in un’orgia mistica di sangue, grida, preghiere, delirio. Ipazia viene scorticata fino alle ossa e respira appena quando le si avventano sul volto e le cavano gli occhi, ma anche dopo che il suo cuore ha smesso di battere la furia non si ferma: la sua carne viene strappata, il suo corpo fatto a brandelli. Le staccano la testa, le braccia, le gambe; continuano a farla a pezzi finché di ciò che era stato Ipazia d’Alessandria non rimane che una poltiglia sanguinolenta. Allora portano ciò che resta all’inceneritore e bruciano tutto, senza lasciare traccia di una delle donne più importanti della storia dell’umanità.

La morte di Ipazia, Charles William Mitchell, 1885.
La morte di Ipazia, Charles William Mitchell, 1885

Ipazia era nata ad Alessandria d’Egitto tra il 355 e il 370, suddita dell’Impero romano d’oriente. Suo padre Teone era un filosofo e un matematico molto conosciuto, anche per aver salvato dall’oblìo gli Elementi di Euclide (sua l’edizione utilizzata fino alla fine dell’Ottocento) e per aver commentato e pubblicato l’Almagesto di Tolomeo e scritto un saggio sull’astrolabio piano.
Teone, che aveva osservato e descritto l’eclissi solare del 15 giugno 364, era anche il Rettore del Museo di Alessandria, il principale centro studi della città, e aveva educato la figlia all’astronomia, alla matematica e alla geometria, ma la giovane Ipazia – frequentando la scuola neoplatonica – aveva subito anche influenze teosofiche e occultistiche ereditate da filosofie e religioni egizie e assiro-babilonesi.È proprio a fianco del padre che la ragazza “debutta” come intellettuale, collaborando ad uno dei suoi libri: è lo stesso Teone a scrivere infatti che la sua edizione del Sistema matematico di Tolomeo è stata “controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”. Si tratta del volume che contiene la teoria astronomica geocentrica destinata a restare in auge fino all’arrivo di Copernico. In astronomia Ipazia finisce per superare il suo stesso padre e maestro. Le sue opere non ci sono arrivate, ma ne conosciamo i titoli: Commentario alla Aritmetica di Diofanto, Commentario al Canone astronomico e Commentario alle sezioni coniche d’Apollonio Pergeo, considerato il suo capolavoro. All’insegnamento delle scienze esatte aggiunge quello della filosofia, commentando Platone, Aristotele e i filosofi maggiori e succede al padre come capo della scuola alessandrina.

La scuola fa riferimento al Museo di Alessandria, fondato settecento anni prima da Tolomeo I, generale di Alessandro Magno e primo re dell’Egitto ellenistico, come centro di studi dedicato alle muse, le divinità protettrici delle scienze e delle arti, e ne fa parte anche la più celebre biblioteca dell’antichità.

Il discepolo più illustre di Ipazia è Sinesio, arrivato da Cirene per assistere alle sue lezioni: filosofo, poeta e oratore, Sinesio diventerà vescovo di Tolemaide, cercando di operare una sintesi tra la dottrina cristiana e il pensiero filosofico neoplatonico, e costruirà un astrolabio “concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra”. Un altro strumento costruito seguendo le indicazioni di Ipazia è l’idroscopio, un tubo cilindrico che serve a misurare il peso dei liquidi.

Come Socrate, Ipazia insegna per le strade e tra i suoi ammiratori si annovera anche il prefetto romano Oreste, che cerca spesso il suo consiglio nelle questioni di carattere pubblico. Per Ipazia, infatti, la filosofia non è semplice erudizione, ma “uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità”.
“L’Atene di oggi – scrive Sinesio al fratello Evozio – non ha nulla di eccelso a parte i nomi delle località; al giorno d’oggi l’Egitto tiene desta la mente avendo ricevuti i semi di sapienza da Ipazia. Atene, al contrario, che fu un tempo la sede dei sapienti, viene ora onorata solo dagli apicoltori”.

Un busto di marmo della scienziata alessandrina.
Un busto di marmo della scienziata alessandrina.

Anche dopo aver lasciato Alessandria ed essere diventato cristiano, Sinesio rimane legatissimo a Ipazia, a cui invia lettere piene d’affetto  e ogni suo scritto prima di pubblicarlo. Quando finisce il Dione, in cui delinea il rapporto tra filosofia e letteratura, lo manda a Ipazia con una lettera: “Se tu ritieni che lo scritto debba essere pubblicato, lo destinerò tanto ai retori quanto ai filosofi: agli uni recherà diletto, agli altri profitto, sempre che non venga respinto da te che hai la facoltà del giudizio”.

“Ipazia era giunta a tanta cultura – scrive Socrate Scolastico – da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”. “La donna – aggiunge Socrate – gettandosi addosso il mantello e uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo”.
“Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura – scrive ancora, pochi decenni dopo la sua morte – accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale”.

“Era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente – aggiunge Damascio, un secolo dopo la morte – e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei”.
Divenuta un punto di riferimento così imprescindibile per la città di Alessandria, Ipazia si trova quindi a rivestire – suo malgrado – anche un ruolo politico, vivendo da protagonista il momento più caldo degli scontri interreligiosi tra le varie comunità di Alessandria, che si fanno particolarmente cruenti all’inizio del quattrocento.

Quella destinata a diventare una vera e propria guerra civile inizia durante i lavori di trasformazione del tempio di Dioniso in chiesa cristiana, quando vengono alla luce i resti di un tempio segreto dedicato al culto di Mitra. Tra i resti qualcuno sostiene di aver trovato anche teschi umani e i cristiani lo prendono come il segno che in quel luogo venivano svolti sacrifici umani. Il vescovo Teofilo organizza così una processione antipagana in cui vengono fatti sfilare per la città gli oggetti sacri trovati nel tempio; l’atto di dileggio provoca l’ira dei pagani che attaccano i cristiani, provocando una feroce reazione. Scoppia una vera e propria guerra civile, con i cristiani che assediano il tempio di Serapide in cui si sono rifugiati i pagani.
Lo stesso imperatore Teodosio II, apertamente filo cristiano, è costretto a intervenire inviando una lettera a Teofilo in cui gli chiede di perdonare le offese recate dai pagani concedendogli, in cambio, la distruzione del tempio e dell’annessa biblioteca.

Ipazia, da parte sua, se sotto il profilo filosofico resta neutrale nei confronti del cristianesimo (scegliendo la corrente del neoplatonismo meno ostile al Vangelo), sotto il profilo politico e sociale non può che guardare alla nuova religione con paura e diffidenza: nel cristianesimo vede fanatismo, violenza, intolleranza. I cristiani di Alessandria non fanno che distruggere templi e biblioteche e azzuffarsi in continuazione con ebrei e pagani. La leader della scuola alessandrina tende così a sostenere – con il neoplatonismo – un sistema eclettico di filosofia che prende il meglio da tutte le filosofie religiose contrapposto al dilagare della nuova religione che vuole, invece, cancellarle.

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Cirillo di Alessandria (370-444) è venerato come santo sia dalla Chiesa Cattolica che dalla Ortodossa.

Nel 412 Teofilo muore e al suo posto viene eletto vescovo suo nipote Cirillo, nonostante l’opposizione di buona parte della comunità cristiana che lo considera troppo violento e autoritario. Coetaneo di Ipazia, Cirillo – venerato oggi come santo – incarna alla perfezione la Chiesa che, dopo l’editto di Teodosio del 380 che ne ha fatto religione di Stato, ha iniziato a trasformarsi da perseguitata a persecutrice e assume in città un potere molto maggiore di quanto ne avesse avuto suo zio: con il suo episcopato quello del vescovo di Alessandria diventa un ruolo politico a tutti gli effetti. Cirillo ha persino una sua guardia personale, un vero e proprio corpo di polizia i cui militi vengono detti “parabolani” e riesce a chiudere le chiese eretiche, spogliando il vescovo novaziano di tutti i suoi possedimenti.

D’altra parte Alessandria è una città in pieno fermento culturale e religoso dove si trovano pagani di ogni culto e cristiani di ogni eresia, oltre che molti ebrei. Sono proprio questi ultimi il successivo obiettivo di Cirillo. Nel 414, durante un’assemblea popolare, alcuni ebrei denunciano al prefetto Oreste il maestro cristiano Ierace accusandolo di seminare discordie. Si tratta del più strenuo sostenitore di Cirillo, “il più attivo nel suscitare gli applausi nelle adunanze in cui il vescovo insegnava”.
Ierace viene arrestato e torturato, provocando la ritorsione dei cristiani contro gli ebrei e la conseguente reazione della parte ebraica dando luogo a reciproci massacri.

La reazione di Cirillo è durissima: l’intera comunità ebraica viene cacciata dalla città, gli averi confiscati e le sinagoghe saccheggiate e distrutte. Oreste, indignato, fa arrestare i cristiani responsabili degli attentati alle sinagoghe. A quel punto i cristiani, istigati dal Vescovo, si rivoltano contro lo stesso prefetto: un gruppo di parabolani giunti dal deserto circonda il carro di Oreste e lo insulta chiamandolo “sacrificatore ed elleno” e lanciandogli delle pietre. Uno di loro – chiamato Ammonio – riesce a colpirlo e a ferirlo.
La tensione sale alle stelle: un gruppo di pagani, accorsi, disperde i parabolani e cattura Ammonio consegnandolo all’autorità. Oreste fa processare e torturare l’aggressore fino alla morte, ma Cirillo gli tributa solenni onori funebri e lo definisce un martire, come se fosse morto per la fede.

Siamo allo scontro aperto. Oreste si appella all’imperatore Teodosio che però – anche a causa dell’influenza subita dalla sorella cristiana – si rifiuta di intervenire. La situazione precipita nel caos. Cirillo cerca una riconciliazione con Oreste che chiede consiglio a Ipazia. Cosa abbia risposto Ipazia non lo sappiamo, ma di certo Cirillo è convinto che quella donna non abbia un buon ascendente sul prefetto. Una donna che resta la più importante e autorevole rappresentante del paganesimo, che tiene testa ad ogni uomo smentendo la presunta inferiorità femminile predicata da tutti i padri della Chiesa.

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Particolare da “La scuola di Atene” (1509-1511), Raffaello (Musei Vaticani). Nell’affresco,  Ipazia è l’unica donna presente.

La donna è “un tempio costruito su una cloaca” aveva scritto Tertulliano, la “porta del diavolo” che dovrebbe “camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l’ignominia e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione”. Proprio una donna è diventata adesso il principale ostacolo al trionfo del cristianesimo ad Alessandria. Quella donna è allora l’incarnazione del male e deve morire. Quali siano le reali responsabilità di Cirillo nell’assassinio di Ipazia non lo sapremo mai. Ma forse, che sia il vero mandante o solamente il responsabile morale, cambia poco. Quel che è certo è che gli assassini rimarranno impuniti e gli ultimi neoplatonici verranno tolti di mezzo dall’imperatore Giustiniano, che chiuderà la scuola alessandrina nel 529.

Unica matematica donna per più di un millennio, Ipazia sarà la sola figura femminile rappresentata nella “Scuola di Atene” di Raffaello. Come tutti i giganti della storia, la martire pagana è diventata il simbolo di tutto e del contrario di tutto: c’è chi la vede come un Galileo al femminile – vittima dell’oscurantismo della Chiesa – e chi, tutto al contrario, vede nella sua morte lo scontro fra la cultura antica di cui è stata l’ultima grande esponente e la modernità portata dal cristianesimo.

E se gli anticlericali ne hanno fatto un grande vessillo non è mancato nemmeno, da parte cattolica, chi ha tentato ipotesi a dir poco stravaganti, come Diodata Roero Saluzzo, che nel poemetto in versi Ipazia ovvero Delle Filosofie, pubblicato nel 1827, ipotizza una conversione della filosofa al cristianesimo operata da Cirillo e la sua uccisione da parte di un sacerdote pagano.


Su Ipazia il libro da leggere è quello di Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti, Roma 1993. Di buona qualità scientifica, ma rese difficili dalla densità della scrittura, le pagine di Silvia Ronchey, Ipazia l’intellettuale in A. Fraschetti (a cura di), Roma al femminile, Laterza, Roma-Bari 1994.