Mese: febbraio 2019

Capisco la solitudine…

 

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Capisco la solitudine meglio di chiunque altro al mondo,
ecco perché rispondo alle lettere
e quando mi parli
della pochezza delle gente che ti circonda.
Ricordo i momenti e i posti che non donavano vita.
Devi proprio rimanere li?
Bisognerebbe fare uno sforzo coraggioso
per lasciare i posti vuoti o solitari.
La vita è troppo preziosa.
Guardando al passato mi rendo conto
che siamo noi a creare il nostro destino
e i suoi aspetti negativi con la nostra passività.
Non dovremmo mai accettare la povertà della vita.
So che è difficile affrontare l’ignoto,
trovarsi un altro lavoro,
o un altro modo di vivere
Ma se dipende solo da te,
non accettare il vuoto
(Anais Nin)

Anaïs Nin, all’anagrafe Angela Anaïs Juana Antolina Rosa Edelmira Nin y Culmell, figlia del compositore cubano Joaquín Nin, iniziò la sua carriera letteraria a Parigi e si trasferì a New York nel 1940. Scrittrice controversa, riuscì a fondere nei suoi scritti l’eleganza oriental-mitteleuropea. Destò scalpore nell’ambiente letterario con la pubblicazione dei suoi racconti a contenuto erotico. Negli anni ’50, dopo essersi affacciata alla carriera psicoanalitica, decise di ritornare alla letteratura. Ricevette una laurea ad honorem in lettere dal Philadelphia College of Art. La sua opera maggiormente conosciuta fu “The Diary of Anaïs Nin”, una raccolta di scritti autobiografici, iniziata nel 1931 (aggiornata fino alla morte) e pubblicato nel 1966, in cui la stessa Anaïs racconta gli eventi della sua vita. Morì nel 1977.

La storia della prima avvocata italiana : Lidia Poët

Lidia Poët fu la prima donna a essere iscritta all’Albo degli Avvocati di Torino. Nacque il 26 agosto del 1855 a Traverse, da genitori benestanti. In età adolescenziale si trasferì a Pinerolo, città nella quale viveva Enrico, uno dei suoi fratelli maggiori, il quale esercitava la professione di avvocato.

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A Pinerolo la Poët conseguì il diploma di maestra per poi trasferirsi ad Aubonne al fine di apprendere al meglio l’inglese e il tedesco. Dopo qualche anno tornò a Pinerolo e nel 1778 decise di iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza, conseguendo la laurea nei tre anni successivi, discutendo una tesi sulla condizione femminile nella società del tempo e sul diritto di voto della donna in Italia.

Fece pratica legale presso lo studio dell’avvocato, e allora senatore, Cesare Bertea e divenne Procuratore legale. Da lì la richiesta di entrare a far parte dell’Ordine degli Avvocati di Torino; richiesta accolta a maggioranza dai Consiglieri dell’Ordine ma non condivisa totalmente, al punto tale da essere messa in discussione dal Procuratore generale e, denunciata dallo stesso, dinnanzi alla Corte di Appello di Torino. Il Procuratore generale sosteneva, infatti, la necessità di escludere la Poët, in quanto donna, dall’assunzione delle vesti di “Avvocata” e, conseguentemente, dallo svolgimento della professione, ricordando l’esistenza di un divieto per le donne di rivestire uffici pubblici, tra i quali, appunto, veniva fatta rientrare l’avvocatura.

La denuncia venne accolta dalla Corte di Appello la quale,  pronunciandosi sulla questione,  ritenne importante sottolineare, sebbene le leggi non vietassero esplicitamente alle donne di entrare a far parte dell’avvocheria, sarebbe stato, comunque, «disdicevole vederle subentrare nella cosiddetta “palestra forense” e vederle agitarsi in mezzo a pubblici giudizi e discussioni e precisando che la toga e il tocco non potevano essere accostati ad abbigliamenti bizzarri e strane acconciature quali quelle appunto prettamente femminili» e, inoltre, che la presenza di una donna nelle aule dei tribunali avrebbe messo in discussione la «serietà dei giudizi e gettato discredito sulla stessa magistratura».

Quindi, la richiesta venne annullata e il nome di Lidia venne cancellato dall’albo. Ma lei non si arrese e, manifestando il suo disaccordo sull’assurdità dei motivi sottesi alla denuncia, presentò ricorso alla Corte di Cassazione, la quale, purtroppo, confermò quanto addotto dalla Corte di Appello; ragion per cui la Poët non poté esercitare la professione di Avvocato.

lidia-poet-da-150anniDovette attendere quasi 30 anni per ottenere il riconoscimento pieno del titolo e l’iscrizione all’albo degli Avvocati. Ma in quei trent’anni non smise mai di occuparsi di ciò che le stava a cuore collaborando col fratello maggiore e divenendo attivista dei diritti delle donne, dei minori e degli emarginati.

Nel 1883, a Roma, prese parte al Primo Congresso Penitenziario Internazionale, mentre nel 1890 venne ufficialmente invitata a San Pietroburgo come delegata al Quarto Congresso Penitenziario Internazionale in rappresentanza dell’Italia.

A Parigi, qualche anno dopo, venne anche nominata Officier d’Academie. Durante la Prima Guerra Mondiale lavorò, poi, come infermiera ricevendo, in segno di riconoscimento, una medaglia d’oro per l’opera svolta.

Lidia non credeva più, ormai, alla possibilità di ottenere il pieno riconoscimento del titolo di “Avvocata”, ma il 17 luglio del 1919  venne emanata la Legge Sacchi (L. 1179/1919) con la quale venne consentita alle donne la possibilità di ricoprire cariche pubbliche e di iscriversi anche all’albo degli avvocati. All’età di 65 anni la Poët vide il suo sogno realizzarsi.

Oggi Lidia Poët viene ricordata per la tenacia con la quale difendeva i diritti  umani e soprattutto ciò in cui fermamente credeva, ovvero il suo sogno più grande, la sua massima aspirazione di vita che era, appunto, quella di diventare avvocato, di vedere riconosciuto ciò che in lei era già presente da tempo, ciò che forse era innato.

Perché per diventare avvocato, bisogna prima esserlo: al di là di un titolo, di un riconoscimento. Bisogna crederci davvero e fino in fondo. Bisogna credere nella possibilità di difendere se stessi e gli altri nel rispetto di una legge che non sempre è come vorremmo che fosse. E non tutti sono disposti a lottare fino alla fine per raggiungere i propri obiettivi.  Non tutti ne hanno il coraggio o la pazienza.

Di Lidia ha colpito, e colpisce a distanza di un secolo, la sua determinazione nell’affermare e nel sostenere la parità di diritti, e ancor prima la parità dei sessi. Di lei colpiscono l’amore e la passione che nutriva per ciò che faceva; l’intensità con la quale credeva che le cose potessero cambiare; il coraggio di non arrendersi mai, dinnanzi a nulla, anche dinnanzi a ciò che appare impossibile.

 

 

Gradiva tra sogno e realtà!

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“L’immagine riproduceva, a un terzo delle dimensioni naturali, una completa figura femminile nell’atto di camminare: una donna ancor giovane, ma non più bambina […] Nel modo in cui la figura era riprodotta  traspariva qualche cosa di umano e di comune (ma non nel senso deteriore), in certo modo qualcosa di moderno. […] Una figura slanciata e snella, la cui capigliatura lievemente ondulata era quasi completamente stretta da una sciarpa leggera. Non vi era alcuna civetteria nell’espressione del volto sottile; i suoi tratti raffinati esprimevano piuttosto una serena indifferenza per quanto si svolgeva intorno, l’occhio era tranquillamente rivolto davanti a sé, e lo sguardo non appariva turbato né da cose materiali né da complicazioni interiori. Così la giovane donna non colpiva tanto per una sua bellezza plastica; piuttosto possedeva una grazia naturale, semplice, virginale, che sembrava infondere vita all’immagine di pietra. Vi contribuiva notevolmente il movimento in cui la giovane donna era rappresentata. Col capo lievemente reclinato, tratteneva la veste assai ampia che scendeva dalle spalle alle caviglie, così che erano visibili i piedi nei sandali. Il piede sinistro era avanti, e il destro sul punto di seguirlo toccava appena con le punte delle dita il terreno, mentre la pianta e il calcagno si alzavano quasi verticalmente. Questo movimento dava una doppia impressione: soprattutto quella di una lieve agilità nel passo, ma insieme anche quella di una stabilità. Questo librarsi in volo, congiunto alla sicurezza dell’incedere, conferiva all’immagine la sua grazia specifica”.      

Questa è la scena d’apertura di Gradiva, racconto lungo dello scrittore tedesco Wilhelm Jensen pubblicato nel 1903, nel quale il giovane archeologo Norbert Hanold vede in un museo il bassorilievo di una fanciulla che cammina (Gradiva significa “colei che avanza”) e ne rimane colpito al punto di procurarsi un suo calco in gesso, da portarsi a casa.

Osservando la figura, che cattura tutte le sue energie vitali, l’archeologo viene preso da strani sogni e da idee deliranti. Sogna ad esempio che la statua possa animarsi e che la donna possa poi essere seppellita viva sotto la cenere dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. L’archeologo viene ricondotto alla realtà grazie all’aiuto della ragazza che è al centro del suo stesso delirio.   

Nel viaggio a Roma del 1907 Freud potè prendere diretta visione del bassorilievo originale della Gradiva nei Musei Vaticani. Egli fu affascinato dal sogno di sapore archeologico narrato nella novella e lo collegò alla sua ricerca psicoanalitica, pubblicando nel 1907 il saggio: “Il delirio ed i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen”. Freud iniziò così a mettere in relazione la logica dei sogni e quella dei deliri, vedendo nel lavoro di Jensen una scoperta intuitiva di quanto la psicoanalisi metteva in evidenza a livello concettuale.

Lo psicoanalista poté prendere così per la prima volta coscienza della grande affinità fra psicoanalisi ed arte, che hanno in comune il terreno dell’inconscio e soprattutto quei sogni che “non sono stati sognati da alcuno e che sono stati invece inventati dai poeti”. 

L’autore della novella, Jensen, interpellato da Freud, negò più volte di conoscere la psicoanalisi e la psichiatria, per cui Freud finì per convincersi dell’esistenza della “sapienza poetica” che rende affini le tematiche dell’arte e della psicoanalisi. Gradiva è la fanciulla che avanza, ma non solo…  è la fanciulla che si sposta, e che cambia stato: viene da uno stato e procede verso un altro; cioè, cambia. Il suo muoversi a piedi nudi da uno stato ad un altro è la vita stessa, fatta di innumerevoli mutazioni, cioè di continue nascite e morti.

L’artista del IV secolo che probabilmente ha avuto il semplice compito di scolpire un’icona funeraria, ha congelato in un’istantanea, il divenire. Ha letto il significato più profondo delle mutazioni di stato della vita.

In quest’icona del divenire, c’è la melanconia per qualcuno che se ne va altrove (senza guardarti) e la confortante rassicurazione per chi l’ha amata, di vederla andare altrove e non di scomparire per sempre… perché la Gradiva è — certo — la fanciulla che avanza, ma avanzando, spostandosi, “cambia stato”, cioè cambia.  Gradiva è anche l’immagine di mutamento e di trasformazioni!.

paola