Mese: giugno 2021

Gli Hotel delle donne di New York, dove gli uomini non potevano entrare.

Fino a non tanti anni fa le donne sole non potevano accedere agli Hotel di NYC, fino a quando si crearono gli alberghi dove a esser vietati furono i maschi.

The Martha Washington Hotel.

Dietro ogni grande città ci sono sempre delle grandi donne. New York City, come la più grande delle città, ha conosciuto le più grandi donne del mondo ma il mondo non si è sempre rivelato altrettanto grande, né riconoscente, né gentile nei loro confronti.

In un tempo non lontano e fino al 1965, una donna sola, se non era accompagnata da un uomo che garantisse per lei, non poteva soggiornare in un hotel o cenare nel suo ristorante. La signora Harriet Stanton Blatch nel 1908 citò a giudizio la Hoffman House che si rifiutò di consentire l’accesso al suo rooftop dopo le 18 senza un uomo che la accompagnasse. La corte le diede torto poiché “la condizione necessaria per consumare un pasto o una bevanda era di avere un accompagnatore maschio”. Anche donne colte e brillanti dovevano lottare per non essere viste solo come la moglie, la madre, la figlia o l’amante di… un uomo. Questa lotta contro gli stereotipi, la religione, la cultura e la morale può essere osservata attraverso la storia unica degli hotel di New York.

Park Avenue Hotel Courtyard

Ancora una volta, è quindi naturale che New York sia stato il luogo di nascita del primo hotel per donne. Dall’inizio alla metà del XIX secolo un numero molto elevato di donne single si trasferì a New York sia per sfuggire alla povertà ma anche per esplorare la possibilità di una vita indipendente. Gli “Angeli della casa” (come venivano spesso descritte dagli uomini) erano stanchi di essere in realtà gli “Angeli delle pulizie di casa”.  Probabilmente provavano quello che, nel 1973 ancora provava Betty Friedan quando scrisse: “Io pensavo, come le altre donne, che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché non provavo nessun orgasmo passando la cera sul pavimento della cucina”. 

Spinte dall’aumento della richiesta di lavoro femminile e sebbene venissero pagate molto meno degli uomini (niente di nuovo), furono comunque finalmente in grado di assicurarsi un lavoro a pieno titolo.  Nel 1840 solo il 10% delle donne aveva un lavoro, e nel 1920 si raggiunse il 24% (43% nel 1970 e 61% nel 2000), il che creò un serio problema per le donne lavoratrici e per la città: l’alloggio.

Senza alberghi o abitazioni che permettessero alle donne di alloggiare in sicurezza, esse finivano spesso in dimore molto pericolose e squallide. A differenza degli uomini, delle donne non ci si poteva fidare e non si poteva lasciarle “senza supervisione”, la loro morale, purezza e castità dovevano essere preservate; da qui l’apertura di “Case Morali”, spesso gestite da entità religiose, con regole molto rigide e ferree restrizioni che erano concepite per far rispettare “una sana condotta”, come le preghiere del mattino, visitatori solo nel parlatorio e nessun uomo. La matrona della casa era chiamata “madre” e le ospiti, “figlie”.  La YWCA aprì nel 1891 al civico 14-16 della 16esima strada, l’affitto era da pagare in anticipo, niente cucina, lavanderia e l’elettricità veniva staccata alle undici di sera.

Il palazzo sede dello Stewart Hotel, poi del New York Sun (courtesy of museum of the city of New York)

Nel 1878 sulla Fourth Avenue (Park Avenue) tra la 32esima e la 33esima strada aprì lo Stewart Hotel, il primo “Hotel delle donne lavoratrici” a pieno servizio. Venne commissionato dall’immigrato Irlandese e uomo d’affari Alex Turney Stewart che era diventato uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti e aveva fondato il primo grande magazzino di New York City al 280 di Broadway, (che è ancora in esistenza, ed è conosciuto per essere stata la sede del giornale New York Sun).

Il Sig. Stewart dichiarò che l’hotel era stato realizzato per “giovani donne industriose… per promuovere la loro individualità e indipendenza”. Potendo ospitare 1.500 donne lavoratrici, era il più grande hotel dei suoi tempi. Lo Stewart Hotel esibiva in tutto l’edificio una magnifica struttura in ghisa con colonne e lunette e un elegante cortile; per sette dollari a settimana si poteva affittare una stanza privata mentre per sei dollari si condivideva la stanza. Purtroppo questo esperimento innovativo durò solo quarantacinque giorni: quando ci si rese conto che non era un investimento redditizio, fu rapidamente riadattato a hotel di lusso e ribattezzato il Park Avenue Hotel, il quale venne tragicamente demolito nel 1927, rendendolo uno dei tesori perduti di New York.

Park Avenue Hotel

Occorrerà attendere fino al 1903 per la realizzazione di un altro hotel per donne. Il Redbury Hotel, come si chiama attualmente, venne realizzato in un elegante stile Renaissance Revival sulla 29esima strada tra Madison e Park Avenue. Aveva un nome tanto generico quanto inequivocabile: “Women’s Hotel” per poi passare a “uno, nessuno e centomila” nomi: The Martha Washington, Thirty Thirty, Lola, King & Grove e di nuovo Martha Washington e ora il Redbury. L’importanza del Martha Washington Hotel nella storia di Gotham è innegabile, era il concetto di femminismo applicato a un hotel, tanto che divenne anche la sede di un gruppo femminista: l’Interurban Women Suffrage Council. L’hotel riscosse un successo immediato con una lunga lista d’attesa.

Era infatti concepito per donne d’affari indipendenti come insegnanti, musicisti, scrittrici, medici, infermiere… tutti i servizi erano orientati per il loro benessere, una farmacia, una manicure, una sartoria e anche molte delle partecipazioni azionarie erano possedute da donne, sebbene vi fossero investitori famosi come John D. Rockefeller, Helen Gould e Olivia Sage. L’impatto dell’hotel fu tale che nel 1904 il New York Times parlò di tour organizzati davanti all’hotel. “Le guide turistiche l’hanno ora incluso (l’hotel) tra i luoghi d’interesse da indicare ai turisti provenienti da fuori città, facendo supporre che le residenti fossero un nuovo tipo di fenomeno da baraccone che non era ancora stato classificato in un museo o in uno zoo”.

Matilde diventa maggiorenne e va a votare!

Luciana sogna di andare all’università e di diventare una scienziata. Matilde, la sorella maggiore, ha fatto solo le elementari ed è operaia in un maglificio ma, sperando in un futuro diverso, sta preparando l’esame della terza media perché non ci si vede “una vita a fare i maglioni e ad accudire bambini”.

Questo importantissimo appuntamento è concomitante con un avvenimento storico: il referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946.  Le donne italiane possono votare per la prima volta e Matilde, che ha appena compiuto 21 anni, è emozionata e sente la responsabilità della scelta che può fare. 

Con “Il primo voto di Matilde” (ed Settenove), Fulvia Degl’Innocenti ha immaginato una famiglia contadina toscana dopo la guerra, nei mesi in cui è chiamata al voto. Prima per le amministrative, a marzo, e poi per il referendum e l’elezione dell’Assemblea Costituente. 
L’ordinaria vita nei campi e la storia d’amore di Matilde con Lorenzo si intreccia con l’esercizio di un diritto di cittadinanza dimenticato poiché era il 1934 quando l’Italia aveva potuto esprimersi, tra l’altro, per un plebiscito: infatti “si poteva votare solo un sì o un no ai candidati dell’unico partito, quello fascista”. 
 

Il giorno del voto è una festa e la famiglia si prepara con cura organizzandosi per la lunga fila che la attende ai seggi. Le notizie dello spoglio arrivano lentamente e solo il 5 giugno si ha la certezza che la repubblica ha battuto la monarchia con quasi due milioni di voti in più. Matilde ha votato per la repubblica e per Bianca Bianchi, un’insegnante, “la persona giusta per affrontare i problemi della scuola e il diritto all’istruzione”. 

Questo delicato racconto, corredato con le illustrazioni di Gioia Marchegiani, si rivolge alle giovani generazioni per dare informazioni su un momento costitutivo della nostra democrazia e, attraverso la protagonista, delinea il ritratto di una donna capace di scegliere autonomamente il suo futuro e la società in cui vuole vivere. 
Matilde che diventa maggiorenne diventa la metafora di una giovane nazione consapevole dell’impegno che ha assunto e che è fieramente convinta di volerlo sostenere.

Fonte: Noidonne.it