Mese: settembre 2017

Margaret Fuller: un modello di vita libera e di coerenza con i propri ideali!

“Molte donne riflettono personalmente su ciò di cui hanno bisogno e che non hanno, e su ciò che possono avere quando scoprono di averne bisogno. Ma non verranno prese misure in loro favore  finché i loro desideri non saranno rappresentati pubblicamente dalle donne stesse”.

Così scriveva Margaret Fuller nel 1843 in The Great Lawsuit. Di questa straordinaria intellettuale  femminista americana conosciamo  forse più la vita avventurosa e il contributo dato alla Repubblica Romana del ’48, che il suo pensiero politico a favore della causa femminile.

Oggi dobbiamo ad una piccola casa editrice, l’Ortica,  la prima pubblicazione in lingua italiana del testo fondamentale per conoscere il pensiero di Margaret Fuller, The Great Lawsuit: Man versus Men, Woman versus women. Il testo venne pubblicato nel 1843 sulla rivista The Dial,, e due anni dopo ampliato e pubblicato con il titolo Woman in the nineteenth century; considerato  il primo testo femminista americano, fu posto a base della storica Convention per i diritti delle donne che si tenne a Seneca Falls nel 1848.

In The Great Lawsuit (La Grande Causa), Fuller trasferisce tutta la propria passione per la causa femminile, unita alla profonda cultura classica e contemporanea. Del mondo femminile conosceva per esperienza i canoni, gli inciampi e le potenzialità; la cultura era maturata negli anni della giovinezza sotto la supervisione del padre, che aveva deciso di istruire quella primogenita così dotata impartendole la stessa educazione che avrebbe riservato a un maschio; negli anni di Boston  le teorie filosofiche del movimento Trascendentalista avevano infuso alla sua formazione una capacità profetica che rendeva affascinanti e affollate le sue famose Conversazioni per signore,  che teneva a pagamento nella libreria della signora Peabody.

Prima di lei mai nessuna si era espressa con parole così appassionate che incitavano le donne a prendere nelle mani il proprio destino, ispirandosi agli esempi di donne forti e illustri del passato e della mitologia, e attingendo dalle parole delle scrittrici, “che sono in crescita costante. Hanno preso possesso di tanti campi per i quali gli uomini le avevano dichiarate inadatte”.  Sarà necessario però che alla ragazze venga impartita un’istruzione adeguata, da parte di donne che conoscono i reali bisogni del loro sesso, e non finalizzata a farne delle buone mogli, “poiché un essere di natura infinita non può essere valutato esclusivamente in base ad un’unica relazione, qualunque essa sia”. Fuller anticipa concetti di grande modernità, quando parla della fecondità, della solitudine femminile: non dovranno aspettare che la libertà venga loro concessa dagli uomini, ma piuttosto “ritirarsi in se stesse, ed esplorare le fondamenta dell’esistenza, finché non troveranno il loro segreto originale”. 

Non dovranno temere una vita di solitudine, anzi, guardare alla solitudine come all’opportunità di trovare la propria posizione nel mondo, quella che  davvero desiderano per sé, e non quella che altri hanno deciso per loro, senza essere “disturbate dalla pressione dei legami prossimi […].  La donna centrata su se stessa non verrebbe mai assorbita da nessuna relazione, perché ogni relazione non sarebbe altro che un’esperienza”. 

Ma al di là delle parole saranno utili gli esempi di donne illustri,  come Mary Wollstonecraft e George Sand, modelli di vita libera e coerente con i propri ideali, sostiene, senza sapere che anche la sua vita diventerà modello per tante donne in cerca della libertà, come disse di lei Elisabeth Cady Stanton a Seneca Falls.

Oggi finalmente la voce potente di questa intellettuale e pioniera ci viene restituita, anche grazie alla traduzione  del suo libro in lingua italiana.  Il titolo é “L’uomo contro gli uomini, La donna contro le donne. La grande causa.”  che ricostruisce la storia di una vita breve, ma intensa e affascinante, che condensò in soli quarant’anni esperienze capaci di illuminare generazioni di donne a venire.

 

Berthe Morisot

L’incontro tra Berthe e Edouard Manet era avvenuto l’anno prima, nel 1867, grazie a Fatin-Latour, che aveva presentato il pittore a Berthe Morisot, mentre lei si trovava al Louvre con la sorella, intenta a copiare alcune opere di Rubens. Berthe era rimasta subito conquistata dalla forte personalità dell’artista, già celebre, e aveva accettato di posare per lui in una decina di quadri. In un mondo come quello artistico dominato dalla presenza maschile, il ruolo possibile per una giovane donna era tradizionalmente quello esclusivo della modella, che Berthe accettò per amicizia, continuando però a coltivare la passione per la pittura, passione che la portò a incrociare la propria esperienza con quella dei pittori più innovativi dell’epoca, gli Impressionisti.

CARTESENSIBILI

edouard manet- il balcone

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Il balcone dello studio di Manet, visto dalla strada ma da una posizione frontale, la ringhiera verniciata di un verde brillante, come gli scuri della porta finestra, lasciati aperti a intravedere nell’ombra della stanza in controluce il riflesso evanescente di alcuni quadri appesi alla parete. 

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Piccola Storia del Femminismo in Italia

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Ci sono piccoli libri che sono grandi libri. Soprattutto quando vanno a colmare un vuoto dell’attualità e mettono dei punti fermi e chiari da cui partire per capire cosa è stato un momento storico e un movimento politico e sociale che oggi viene guardato con sospetto e citato quasi con disprezzo.

Invece il femminismo, di questo parla il volumetto di Lia Migale, deve rappresentare ancora oggi la fondamentale presa di coscienza delle donne e non essere né dimenticato e né reietto. Il ruolo femminile nella società al presente sembrerebbe all’apparenza introiettato, molte conquiste raggiunte. Invece non è affatto così. Qualcosa è mutato a fronte dell’enorme lavoro compiuto dai movimenti femministi in campo politico, sociale, filosofico, individuale. Ma troppo poco se si riflette sulla violenza di genere nelle democrazie occidentali e sull’annichilimento delle donne in altri contesti mondiali.

Ecco allora che ripercorrere le tappe della lotta femminile, almeno in Italia, ha duplice scopo: conoscere ciò che è stato, il percorso compiuto tra mille difficoltà dagli anni 70 a oggi, e tenere aperto quel percorso per le nuove generazioni di donne che danno per assodati libertà e diritti, ma che sono chiamate a dare nuova linfa all’emancipazione femminile da continuare.

Questo piccolo volume racconta i fatti salienti, le creazioni, le parole d’ordine, le manifestazioni su cui è cresciuto il Movimento Femminista. Lo fa con un linguaggio semplice per dare uno strumento di conoscenza leggero, facile da usare, breve da leggere per tutte le giovani donne che non hanno vissuto in prima persona l’epica femminista; ma anche per chi avendo vissuto quegli anni meravigliosi vuole ricordare, mettere ordine, colmare vuoti.

Perché ripercorrere le tappe della lotta femminile, almeno in Italia, ha duplice scopo: conoscere ciò che è stato il percorso compiuto dalle donne, tra mille difficoltà, dagli anni ‘70 a oggi e tenere aperto quel percorso per le nuove generazioni di donne che, se da un lato, danno per assodati i diritti di cui godono, dall’altro sono chiamate a continuare e dare nuova linfa alle libertà femminili. Proprio perché il femminismo non è semplicemente un movimento del secolo scorso, ma un contenuto politico e re¬lazionale ancora da svolgere.

Piccola storia del Femminismo in Italia di Lia Migale (Empiria, 7€) è necessario come il pane e le rose. Con un’onestà intellettuale ammirevole, espressa nella illuminante prefazione, Lia Migale centra il duplice compito di fare un excursus nel femminismo, che “non è semplicemente un movimento del secolo scorso, ma un contenuto politico e relazionale ancora da svolgere”; e offrire, al tempo stesso,  uno strumento composito fatto di storia e realtà, testimonianze (ci sono anche foto a illustrare) ed elaborazioni intellettuali e di pratica politica alle attuali e future generazione di donne.

Occorre sapere per comprendere e agire, informarsi e approfondire la consapevolezza, e non parlare o procedere superficialmente e a vanvera.  Un libro che caldamente consiglio!.

 

Per chiudere una falla

abisso

Per chiudere una falla
devi inserirvi ciò che la produsse –
Se con qualcosa d’altro vuoi richiuderla
ti si spalancherà sempre più grande –
Non puoi colmare un abisso
con l’aria.

Emily Dickinson (1830 – 1886)

To Fill A Gap (546)

To fill a Gap
Insert the Thing that caused it –
Block it up
With Other – and ‘twill yawn the more –
You cannot solder an Abyss
With Air.

“Avvertimento” di Jenny Joseph

“Warning”, di Jenny Joseph, poeta inglese nata il 7 maggio 1932. Questa è la sua poesia più famosa e la scrisse nel 1961.

warning

AVVERTIMENTO

Quando sarò una vecchia donna vestita di viola

con un cappello rosso

non adatto e che non fa per me.

E spenderò la pensione in brandy e guanti estivi

e sandali di seta, e dirò che non ci sono soldi per il burro.

Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca

e mi ingozzerò degli assaggi nei negozi e suonerò segnali d’allarme

e farò scorrere il mio bastone fra le pubbliche rotaie

e andrò in pari per la moderazione della mia gioventù.

Uscirò in ciabatte nella pioggia

e prenderò fiori da giardini altrui

e imparerò a sputare.

Puoi indossare camicie terribili e aver attorno un po’ più di grasso

e mangiare tre libbre di salsicce in una volta

o solo pane e sottaceti per una settimana

e accumulare penne e matite e sottobicchieri e altre cose nelle scatole.

Ma ora dobbiamo avere vestiti che ci tengano asciutti

e pagare l’affitto e non bestemmiare in strada

e dare un buon esempio ai bambini.

Dobbiamo avere amici a cena e leggere i giornali.

Ma forse dovrei fare un po’ di pratica già adesso?

Così la gente che mi conosce non sarà troppo sconcertata e sorpresa

quando di colpo sarò vecchia, e inizierò a vestire di viola.

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Questa poesia  è tratta dalla sua raccolta “Rose In The Afternoon” e secondo un sondaggio indetto dalla BBC è stata votata come la più popolare del dopoguerra.
Dai noi è poco conosciuta, ma all’estero i suoi versi, hanno creato dei veri e propri club, in cui si ritrovano queste signore non più giovani, ma briose, che vestono di viola indossando un cappello rosso Questo movimento si chiama Red Hat Society e fu fondato nel 1998, negli Stati Uniti, per promuovere l’interazione sociale tra le donne in tutto il mondo.

detto-e-fatto

Christa Wolf e la sua Medea!

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Christa Wolf (nata Christa Ihnlfeld) è una scrittrice tedesca, nota al pubblico soprattutto per il suo romanzo del 1963 “Der geteilte Himmel” (Il cielo diviso), anche grazie alla trasposizione cinematografica di Konrad Wolf. Socialista convinta fu molto attiva nella vita sociale e politica e questo ha portato a non poche controversie dopo la riunificazione tedesca.

L’opera su cui vorrei soffermarmi  è “Medea. Stimmen” (Medea, voci), in cui l’autrice, attraverso le voci di sei personaggi, ci dà una lettura del mito greco ben diversa da quella universalmente nota di Euripide, in cui la donna di Colchide (società matriarcale) viene presentata come la donna-maga che ha ucciso i propri figli. Nella versione euripidea a far scaturire la “follia” di Medea è il tradimento del marito Giasone che l’avrebbe lasciata per sposare la figlia del re di Corinto Glauce.

Medea, all’inizio, con  il supporto del coro delle donne Corinzie,  arriva ad uccidere non solo Glauce e il padre, ma anche i figli avuti da Giasone perdendo così anche l’appoggio delle donne corinzie in quanto l’offesa, a questo punto, è  superiore rispetto al danno subito.

Nelle versioni successive di Medea, partendo da Seneca e arrivando fino ad autori contemporanei come Pasolini, la storia si svolge sulla falsariga di Euripide: la protagonista viene rappresentata come una furia distruttrice, almeno fino alla versione di Christa Wolf.

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L’autrice tedesca ha deciso di “riscoprire” le origini del mito ripercorrendo le fonti pre-euripidee per la sua riscrittura. Anzitutto la Wolf toglie ogni tratto demoniaco dal personaggio principale: Medea non è più una strega, ma una donna che porta con sé la saggezza della conoscenza della natura e il “bagaglio” della società matriarcale da cui proviene, libera ed orgogliosa.

I corinzi la temono in quanto mette in crisi le loro credenze ed è proprio a causa di questa paura che Medea viene incolpata di tutti i crimini quando invece è innocente: non ha ucciso Apsristo in quanto il ragazzo è stato ucciso dal padre (come ne “Le Colchidi” di Sofocle), non ha ucciso Glauce né tantomeno ha ucciso i propri figli: i corinzi li hanno lapidati facendo in modo che la colpa del delitto cadesse sulla madre. Per l’autrice Medea non poteva averli uccisi in quanto donna saggia e depositaria di conoscenze antiche e proveniente da un tempo e da una civiltà, come quella matriarcale di Colchide, in cui i figli erano considerati il bene più prezioso.

Con Medea l’autrice si è accostata per la seconda volta alla figura femminile nell’antichità grazie alla scrittura di “Cassandra” a inizio degli anni 50 del secolo scorso. Cassandra e Medea appartengono entrambe a un’epoca in cui non esisteva la scrittura, ma i miti venivano tramandati oralmente per poi essere rielaborati successivamente da narratori che, fra le varie versioni del mito, ne sceglievano ed elaboravano una in base alle loro motivazioni ideologiche, artistiche o politiche.

L’operazione fatta dall’autrice, a mio avviso, è così importante proprio perché ci riporta alle origini del mito (non con una ricostruzione “scientifica”, ma sempre da letterata, che però ben conosce il contesto) ed ha in qualche modo riabilitato una figura femminile, proveniente da una società matriarcale, demonizzata dalla società patriarcale. Medea era un antica divinità successivamente “degradata” (come molte divinità femminili) e trasferita tra i mortali come guaritrice che esercita arti benefiche (non è un caso che la radice del suo nome *med sia, la stessa di “medicina”).

In seguito alla versione di Euripide il nome di Medea è diventato sinonimo di furia demoniaca e questo è un esempio del sovvertimento dei valori concomitante al formarsi delle nostre società arcaiche: quando i greci conquistarono le terre attorno al Mediterraneo si impossessarono anche dei loro miti e delle loro leggende e le riplasmarono a loro uso reinterpretandole e conservandole nella storia della loro gerarchia sociale che, come dice la stessa autrice in un’intervista, “si sviluppava sempre più tenacemente, i rapporti di proprietà si andavano sempre più consolidando e le categorie filosofiche e morali che erano urgentemente necessarie a tal fine, mentre il patriarcato che anche grazie a ciò dominava sempre più incontrastato”.

 

Così come il dono della profezia che un tempo era prerogativa femminile era diventato il potere di un dio maschio (Apollo, che a seguito del rifiuto di Cassandra le concede il dono, ma con la clausola che nessuno le avrebbe mai creduto, rendendola così subalterna alla divinità maschile), così Medea, riscritta in epoca patriarcale, da divinità potente e benefica diventa simbolo del male e della follia, come è toccato a tante donne della cultura classica e cristiana.

In questo senso possiamo dire che la riscrittura della Wolf ha il pregio di ricordarci che la storia a noi giunta tramite Euripide non è la “verità” del mito, ma solo una versione fra le tante a noi giunta tramite un poeta inserito in un certo tipo di società.

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Abbiamo visto un’autrice donna che ha fortemente voluto “riabilitare” una donna dalle nebbie dell’oblio patriarcale, tendendole le mani dal XX secolo fino alla preistoria ed è quello che ho amato nel leggere questo libro (dentro al quale si può leggere anche la storia della riunificazione tedesca).

Mentre cercavo di immaginare quello che stava provando l’autrice quando riscopriva il mito “originario”, interrogando la “Musa” per poter raccontare la sua storia, dando voce alla storia delle donne, delle madri, cancellata dalla visione patriarcale del mito mi è venuto spontaneo pensare a quante figure femminili siano state demonizzate per poter mantenere lo status quo, ossia il potere degli uomini nella nostra società a partire da Eva in poi.

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In qualche modo i “media” del tempo hanno potuto influenzare la società, o quanto meno rappresentare il pensiero dominante (non va sottovalutato il ruolo del teatro greco nel sentire della società del tempo).

Però se da un certo punto di vista ora c’è la distanza storica nei confronti del mito di Medea, nei confronti dell’antico testamento in cui sono stati pure fatti tanti errori di traduzione, più o meno volute, non è altrettanto facile fare un’analisi delle figure femminili che vengono giornalmente somministrate a noi e soprattutto ai nostri figli anche grazie ai nuovi media. In certi casi però anche la lettura (o rilettura) di antichi miti può aiutare le nostre menti a restare attive e a ragionare su tanti argomenti di attualità.

Bibliografia:
C. Wolf: Medea, Stimmen ed. Luchterhand
Euripide: Medea, ed. Bur
Autori vari, Prospettive su Crista wolf. Dalle sponde del mito, a cura di Giulio Schiavoni ed. Angeli

Tra storia e leggenda: l’amaro caso di donna “Sabella”.

 

 

CHIRICO 1

“Nun me chiamate cchiù ronna Sabella/ chiammàteme Sabella sbenturata./ Aggio perduto trentatre castella,/ la Puglia chiana e la Baselecata./ Aggio perduto la Salierno bella/ ch’é  lo strazio re sta’ resgraziata”.

Racchiuso in questi semplici e disperati versi, il lamento accorato e tragico di donna Sabella echeggia ancora tra le aspre terre del Cilento e si colora di mille episodi romantici sulla bocca dei vecchi che non si stancano di raccontare, con appassionato trasporto, una vicenda di antica e struggente bellezza..

Nata a Napoli nel 1503, figlia di Bernardo Villamarino, conte di Capaccio e Altavilla e Grande Ammiraglio del Regno, sposò, giovanissima, nel 1516, con il consenso del re Ferdinando II, il principe di Salerno e barone del Cilento, Ferdinando Sanseverino, detto Ferrante, uomo colto e generoso, spirito libero e battagliero, amante della giustizia e della libertà.

Insofferente al giogo spagnolo di Carlo V nell’Italia Meridionale, Ferrante fu, per lungo tempo, ma inutilmente, l’anima della rivolta contro il Vicerè di Napoli don Pedro de Toledo, il quale, di rimando, cercava in tutti i modi e con ogni mezzo, di distruggere la ricca e potente casata dei Sanseverino. Duramente perseguitato,  Ferrante fu costretto a riparare in Francia, accolto e protetto da Enrico II.

Rimasta sola, Isabella, donna intelligente e bellissima e moglie adorata e innamoratissima, per sfuggire alle “avances” sempre più pressanti ed insolenti di don Pedro, si ritirò nel suo bel castello di Velia, sulla mitica costa del Cilento, baronia dei Sanseverino, ove, in attesa di Ferrante, cercava conforto nella stupenda natura del luogo.

Un mattino, all’improvviso, un manipolo di armigeri corse ad avvertirla che si avvicinava alla costa una flottiglia di navi pirate  con il simbolo, tristemente noto nelle marine cilentane, della mezzaluna, Donna Sabella, senza perdersi d’animo, ben conoscendo la ferocia dei musulmani, ordinò che si passasse subito all’uso delle armi.

Dagli spalti del munito castello lo sbarramento di fuoco fu tale che alcune navi, colpite in pieno, colarono a picco. Tra queste l’ammiraglia che, mentre affondava, issò il vessillo dei Sanseverino.

Fu subito chiaro il tragico errore: don Ferrante aveva tentato di rientrare dalla Francia con un astuto stratagemma, per riabbracciare l’adorata consorte della quale non sopportava più la lontananza..

Donna Sabella, disperata, si lanciò dalla torre più alta del castello, ma la sua anima – come narra la leggenda – si incarnò in una civetta che, nelle sere d’estate, si aggira tra le mura dell’antico maniero e gli ulivi, sulla collina di Velia.

Fortunate le coppie, assicura ancora la tradizione popolare, che riescono ad ascoltarne il lamentoso canto.