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Guerra in Ucraina, uomini soli al comando. Dove sono le donne?

Summit dei vari uomini di potere!

In questa tragica e assurda guerra le donne non ci sono ai tavoli dove si decide il futuro mondiale.

Le abbiamo viste negli scantinati, abbracciate ai loro bambini, ripararsi dai missili che cadevano sulle loro case; le abbiamo seguite mentre erano in fuga sugli autobus salutare con le lacrime agli occhi i figli e i mariti che restavano a combattere; abbiamo partecipato al loro strazio quando si facevano spazio nelle stazioni ferroviarie nel tentativo di salire su un treno, verso una salvezza oltre confine.

Quando scoppia una guerra le donne se non possono arruolarsi e restare a combattere, scappano con quello che hanno di più caro: i loro figli. Possiamo solo immaginare il dolore di dovere abbandonare casa e affetti e affrontare un viaggio pieno di incognite con dei bambini da accudire.

Servono pannolini, cibo, acqua pulita e tante parole rassicuranti per i più piccoli costretti ad assistere a scene di distruzione e disperazione. Ė qualcosa di così doloroso che non vorremmo accadesse mai a chi amiamo e che dobbiamo proteggere.

Succede, invece, in tutte le guerre e sta accadendo anche in Ucraina. Tutte le mamme del mondo sognano per i loro figli una vita fatta di opportunità e traguardi ambiziosi che si possono raggiungere solo dove regna la pace, uno tra i beni più preziosi da conquistare e mantenere.

Lo dimostrano i tanti conflitti disseminati nel pianeta e spesso dimenticati dai media. Sono le donne con i loro piccoli quelle che pagano il prezzo più alto nelle zone di guerra, spesso vittime di stupri usati dagli eserciti come armi per umiliare il nemico.

In questa guerra in Ucraina non ci sono donne ai tavoli dei negoziati. Abbiamo visto delegazioni di soli uomini, capi di stato, generali, ministri, mediatori. Si susseguono solo volti maschili che parlano un linguaggio aspro.

A un certo punto Putin è apparso a sorpresa circondato da donne, tutte hostess dell’Aeroflot, la compagnia di bandiera russa, sedute a un tavolo senza più le distanze alle quali ci aveva abituato. Un’immagine non scelta a caso dal leader russo: quella di un uomo solo al comando che parlava rilassato a delle donne silenti e per forza ubbidenti, in ascolto del loro capo.

Ė preoccupante l’assenza di figure femminili nelle stanze dove si prendono decisioni in queste ore. Appare come una mosca bianca sul palcoscenico mondiale della guerra in Ucraina, Ursula von der Leyen, spesso scambiata come un’accompagnatrice nelle visite ufficiali, fatta sedere su divanetti a parte o smentita dai suoi stessi colleghi come è successo di recente quando ha annunciato che ci sarebbe stato l’ingresso dell’Ucraina nella Unione Europa.

Servono più donne in politica, perché per natura hanno una predisposizione alla cura e tendono a proteggere quello che viene messo nelle loro mani. Nelle donne non c’è la stessa forza distruttrice che prende il sopravvento quando a decidere sono solo uomini.

Lo abbiamo visto in più occasioni, anche durante la pandemia, con i paesi governati da donne che hanno avuto meno danni per il Covid.

Quando a governare sono solo uomini, senza il punto di vista femminile e l’apporto dell’ingegno femminile, l’umanità tutta perde. È triste vedere scene strazianti delle donne ucraine in fuga dalla guerra e a quelle costrette a vivere in campi profughi, sono quasi dieci milioni.

E insieme a loro non scordiamoci di quelle private dei loro diritti più elementari, come le afghane, alle quali i talebani continuano a negare l’istruzione, unica vera chiave per una donna di costruirsi un futuro indipendente.

Le guerre non sono mai la soluzione e chi esalta l ‘uso delle armi temo non abbia mai visto il loro effetto. Lasciano solo odio, fame e morte.

L’oblio nuoce alla conoscenza: la storia della scrittrice Fausta Cialente.

Fausta Cialente da giovane

Pochi sono gli intellettuali che, negli anni, si sono confrontati con la scrittura delle donne: esigue sono le figure femminili che vengono ricordate oggigiorno (Sibilla Aleramo, Alda Merini, Ada Negri, Matilde Serao: chi altro?), e questo accade perché la memoria delle loro parole è stata volutamente occultata e nascosta ai lettori, soprattutto perché le donne non venivano ritenute abbastanza capaci di saper scrivere come uno scrittore, non sufficientemente in grado di trasmettere le stesse sensazioni tramite le parole che utilizzavano.

Parliamo di una vera e propria subordinazione della scrittura femminile nei confronti di quella maschile sulla base di criteri canonici valsi per moltissimi anni: criteri basati sullo stile, sul pathos, sull’etica di un’opera. Le donne, secondo la maggior parte dei critici, non facevano parte della casta inarrivabile degli scrittori, ma semplicemente si dilettavano con dei romanzi d’amore, relegati ad un pubblico di bassa lega (anch’esso formato da donne, naturalmente!).

Nonostante i pregiudizi e le difficoltà che le scrittrici hanno dovuto affrontare per arrivare a possedere quella dignità che era stata loro negata, nel ‘900 sembra esserci una sorta di rivalsa, di riscatto: è proprio in questo secolo che alcuni dei più importanti personaggi letterari del tempo sono donne.

Donne che vendono milioni di copie dei loro libri, che diventano pilastri intellettuali del secolo breve, che si fanno portatrici di battaglie per rivendicare la loro libertà intellettuale diventando scrittrici affermate e agognate dagli editori più importanti: parliamo di personaggi come Sibilla Aleramo, Alba De Céspedes, Anna Banti e, soprattutto, Fausta Cialente. Figura decisamente poco studiata e conosciuta, Cialente rappresenta la donna-scrittrice che si crea da sé, un demiurgo muliebre che crede fermamente nella propria libertà letteraria ed intellettuale, decidendo quindi di affermarsi in una società che non è pronta ad accogliere le scrittrici per conferire loro la giusta considerazione e dignità artistica. 

Fausta Cialente (Cagliari 1898 ) nasce come scrittrice autodidatta, diventando in seguito una giornalista radiofonica durante il periodo della Resistenza (una delle esperienze più determinanti e centrali della sua vita), collaborando inoltre anche con vari giornali dell’epoca tra cui “L’Unità”, “Noi donne” e “Il contemporaneo”.

La sua è decisamente una formazione di tipo cosmopolita e multiculturale: si trasferisce ad Alessandria d’Egitto appena ventenne (passando per Cagliari, Trieste, Firenze, Milano), in seguito al suo matrimonio con Enrico Terni (compositore e agente di cambio), e partecipa alle vicende italiane come figura intellettuale attraverso il giornalismo e i suoi numerosi racconti. Malgrado tutto, Fausta, ovunque vada, si sente una straniera, senza radici né casa: la sua multiculturalità è contemporaneamente nomadismo, che la porta ad affrontare numerosi viaggi senza mai insediarsi completamente in nessun luogo, senza appartenere a nessuna terra. 

Nonostante non abbia una dimora che possa essere definita “sua”, Cialente continua a scrivere romanzi, racconti, sceneggiature cinematografiche.

Il riconoscimento più importante arriva nel 1976 col premio Strega, grazie al romanzo “Le quattro ragazze Wieselberger”, attraverso il quale Cialente racconta due storie: quella della sua famiglia, dunque una storia privata, che si intreccia con la storia collettiva coeva, quella della borghesia italiana di inizio ‘900, colpevole di aver innescato quella scintilla bellica che si sarebbe poi tramutata in conflitto mondiale.

27 Gennaio, perché non si ripeta!

Cosa è la deportazione degli ebrei.

Un giorno, gli ebrei italiani furono esclusi da scuole, impieghi pubblici, vita civile, libertà sentimentale. I matrimoni “misti” furono vietati, per esempio. Se oggi vi innamoraste di Gal Gadot, insomma, sareste messi in galera o mandati in manicomio. Che era poi lo stesso. Passò qualche tempo. Gli ebrei italiani erano già scioccati per quel che era accaduto, ma uno che magari si chiamava Umberto Spizzichino o Vittorio Emanuele Anticoli non avrebbe mai potuto credere che il re d’Italia potesse consentire che si facesse come in Germania.

E invece accadde.

Nonostante una delle più strette consigliere (e amanti, probabilmente) del duce fosse Margherita Sarfatti. La povera Sarfatti dovette scampare all’arresto, braccata, in Svizzera e per poco non fu rimandata indietro. La sorella fu deportata. Tanto per parlare della galanteria del capoccione.
Fatto sta che un bel giorno, all’alba, i bambini come al solito pronti a scendere in ‘piazzetta’ per giocare, al sicuro, tra i palazzi di zii e amici di una vita, c’è un brulicare di camionette. I tedeschi bloccano il perimetro esterno, gli italiani, militari e milizie, danno qualche minuto per presentarsi con un paio di cambi. La gente viene messa in lista, o meglio spuntata dalla lista e caricata. Tutti in ordine, senza troppo fiatare. In fondo, se stai buono resti vivo.

Vagoni in stazione. La gente sta ancora in gruppo, familiari e amici stretti condividono lo spazio dei carri vuoti, senza sedili e senza bagno.
Il viaggio si interrompe ogni tanto, come un treno regionale di oggi, in mezzo alla campagna. Ma non ci sono finestrini e il tanfo di pipì ed escrementi è ovunque. Tutti sperano di arrivare, ovunque sia, il più presto possibile. Il viaggio si interrompe per alcuni nei campi oggi famosi, Buchenwald, Dachau, Auschwitz. Nessuno spiega nulla. Arbeit Macht Frei promette guai ma anche vita. Invece le famiglie vengono divise. Uomini da una parte, donne dall’altra. Pochi vengono scelti per esperimenti genetici o studio di medicinali o di protesi, anche strampalate.
Il grosso finisce al lavoro forzato, dopo aver lasciato abiti e ogni avere, dopo una rigorosa perquisizione, anche fisica, dentro gli orifizi, con risate annesse per chi è prestante o gradevole. Alcune donne vengono avviate alla prostituzione da campo, come anche uomini o bambini.
I campi sono quasi auto organizzati. Gli “affidabili” ebrei diventano kapo. Provano a salvarsi e diventano duri come gli aguzzini. Sperano di sopravvivere, ma anche tra loro, molti muoiono. Basta poco. Anche una sola risposta sbagliata.
Bambini allegri trasformati in mummie viventi o cadaveri. Professionisti o artigiani ridotti prima all’osso e poi improvvisamente arrivano a spegnersi mentre lavorano o sulle tavole dove ci si stringe, incuranti di pidocchi, cimici e topi. La fame è tale che in realtà i topi se la vedono male. Vengono mangiati.


I giorni non finiscono mai. Geloni, assideramenti, arti che saltano. Si mente per restare vivi. Ormai è chiaro che chi si lascia andare viene seppellito, prima, poi cremato. Se sei moribondo, non si aspetta più. Puoi essere cremato da vivo. A casa, chi è riuscito a non farsi prendere, vive col terrore. Le perquisizioni delle case dei “salvatori” sono continue. Appena qualcosa fuori dall’ordinario accade, tutti si nascondono in doppi fondi, dietro le pareti, negli scantinati. I cercatori, qualche volta imbeccati, qualche altra abituati a quel lavoro, trovano i nascondigli e anche gli scampati vanno incontro alla morte.
Tedeschi cattivi, ma gli italiani…

Anche gli italiani non scherzano… San Sabba, ma anche qualche decina di campi utilizzati per tenere i balcani in pugno, o per far sparire gli indesiderati, sono luoghi di fame, soprusi, violenze, non solo sessuali. Non si giustificano le foibe, ma la premessa è l’inumanità di tanti, troppi italiani che quando sono servili non si risparmiano niente. Arriva la liberazione degli ebrei, dopo la liberazione italiana. La gioia di essere vivi e la fine della fame per tutti, o quasi.

Nessuno vuole più ricordare le infamie, le delazioni, quella che pochi giorni prima era una colpa, la religione, viene semplicemente ignorata. Gli ebrei non si fidano. Sanno che ogni portiere di ogni stabile ha sulla coscienza molte decine di arresti e di morti. Ma anche compagni di scuola, iscritti al fascio, coloro che credono alla “scienza” di partito.
Nasce il dibattito. Non si eseguono più condanne sommarie, resta però il problema di cosa fare. Agli ebrei sono state confiscate cose e case. Non possono tornare verso nulla.
Inglesi e francesi non vogliono sentir parlare di stato degli ebrei. Il mondo è grande, ma mentre un’operazione segreta esfiltra i nazisti in America Latina, agli ebrei viene promessa una terra lì vicino.
Ci sono dubbi, ma se non c’è altro da fare, gli ebrei attendono di sapere.

L’America Latina è sbarrata per loro. Venti anni di propaganda hanno lasciato il segno. Che poi, la propaganda è cominciata sotterranea già da tanto. Comincia all’epoca dell’Impero Romano, si acuisce da Costantino in poi. Ha alcuni vertici ai tempi di Isabella di Castiglia e prosegue fino al 1870, a Roma. Si interrompe solo per cinquant’anni, perché ai Savoia fa comodo criticare aspramente il Papa e provocarlo. Fatto sta che gli ebrei non li vuole nessuno nel ’45 e ancora una volta hanno solo nemici. Esiste un gruppo piccolissimo. Li chiamano sionisti. Vogliono tornare dove gruppi consistenti sono sempre rimasti, in Palestina. Comprano da decenni appezzamenti di terreno. Fino alle leggi razziali, i fascisti italiani li aiutano. L’idea è di farli andare via dall’Italia, in silenzio, ma via. Addirittura dopo le leggi razziali anche un’accelerazione, per togliere il problema di torno quanto più è possibile. Per facilitare il processo di emigrazione e pulizia etnica il fascio istruisce anche piccoli gruppi all’organizzazione militare. Gradi, divise, tecniche di lotta sono quelle italiane. Fino alle deportazioni, il fascio ha aiutato gli ebrei, si racconta. No, voleva solo toglierseli di torno con poco rumore.

Gli ebrei senza patria decidono, a gruppi di andarsene, poveri e senza niente in mano verso la Palestina, unico luogo al mondo dove potrebbe esserci terra e protezione di altri come loro. Fanno da soli, perché sono soli. Inglesi e francesi si adoperano perché il progetto non vada in porto. Porti bloccati, embargo, speronamenti, arresti colorano il tentativo dei sopravvissuti di andare in un posto che sperano essere sicuro, su una terra di proprietà, dopo anni in cui il diritto alla proprietà era stato nuovamente cancellato, per loro.
Le armi ebraiche non ci sono. Nemmeno l’Haganah (organizzazione paramilitare ebraica in Palestina) esiste. Sarà costituita dopo, quando le tecniche di guerriglia e le milizie spontanee sono troppe e difficilmente controllabili. Alcune operano con tecniche terroristiche. Per fare una guerra di difesa, il terrorismo dell’esercito degli ebrei deve finire. E finirà. Armi in pugno, tra Haganah appena costituito e milizie che non vogliono obbedire.
Resta l’embargo. Niente armi. Gli arabi ricordano e ascoltano ancora le parole del gran muftì di Gerusalemme. Pochi mesi prima andava perfettamente d’accordo con i nazisti. Deve essere guerra contro gli ebrei. Devono essere cancellati. Le perorazioni dei religiosi non mobilitano gli Stati arabi, da subito. Gli ebrei riescono a difendersi col poco che hanno. Ma poi la pressione diventa enorme, estenuante. Bisogna assicurarsi dei punti strategici per riuscire a organizzare una difesa ma nemmeno i trattori possono arrivare nella terra d’Israele.

La svolta la dà Golda Meir. Piccola donna che va in America e spiega cosa accade in quella piccola porzione di terra che si affaccia sul Mediterraneo. Le pressioni politiche in USA crescono. Gli inglesi devono recedere dal loro embargo, almeno le armi leggere possono arrivare e finalmente anche i trattori che vengono trasformati in blindati, per arrivare a Gerusalemme e combattere i nemici dalle alture.
Un Paese nato perché nessuno ha mai voluto dare a tutti gli uomini gli stessi diritti. Nemmeno quelli di proprietà e dell’habeas corpus.

Ecco che cosa è stata la deportazione degli ebrei. Uno sterminio che ha costretto poche centinaia di migliaia di uomini a trovarsi da sola una terra dove sopravvivere. La voglia di vivere ha fatto diventare quel piccolo Paese una terra ricca dove studio, ricerca avanzata, guerra convivono. E dove prima c’era solo deserto. E da quel deserto sono nati alberi che dovrebbero ricordare a tutti noi l’infamia del bullismo religioso che sfocia in persecuzione etnica e miserabile pregiudizio violento.
Io, cristiana di battesimo da cento generazioni, probabilmente, ricordo e non dimentico. Ricordo tutto. E penso a quella bambina che. anche se scampata alla prima retata, ha dovuto nascondersi senza poter nemmeno starnutire, ad ogni rastrellamento. E se ha starnutito, ha anche provato il senso di colpa per aver fatto ammazzare padre, madre, fratelli e cugini. Per colpa di uno starnuto? No. Per colpa di chi ha pensato di ammazzare chiunque arbitrariamente, chiamandolo “ebreo”, come fosse un’offesa.
Per colpa di gente come me. Ma non proprio come me. Da gente come me, ma miserabile davvero. Ecco cos’è la deportazione degli ebrei: la differenza tra un noi umano e un “loro” indifferente, e alla fine crudele. Capace di dire poi, “eh, ma facevano tutti così. E poi, che volete, alcuni sono ancora vivi”. Come se la morte non fosse qualcosa che colpisce individui. Uno ad uno.

Ecco cos’è la deportazione degli ebrei, quindi: lasciare che si distingua tra i bimbi e decidere quale bimbo può giocare e quale deve morire.
Io no, noi no. Noi crediamo che tutti i bimbi dovranno essere donne e uomini liberi e devono tutti giocare ed avere potere sul proprio corpo e sulle cose che possono produrre e comprare. Siamo un solo popolo. Chi distingue, consente la deportazione degli ebrei.

E per favore, non confondiamo i passi di carta e i numeri tatuati sulle braccia. C’è una bella differenza tra l’essere ammazzati senza motivo e non poter andare al ristorante per un paio di mesi, peraltro perché in questo modo, magari sbagliando, un’autorità civile pensa di mettervi al riparo dalla morte.

Per favore, non banalizziamo le atrocità con le beghe, per quanto discutibili. Anche chi banalizza, alla fine, avrebbe facilitato la deportazione degli ebrei. Perché avrebbe detto certamente: perché io sono obbligato a fare il vaccino e loro nel ghetto no? Senza nemmeno pensare che nel ghetto il vaccino non sarebbe stato fatto solo perché se fossero morti nessuno se ne sarebbe preoccupato. Ecco la differenza!
Buona memoria. A tutte/i.

Invisibili. Come vivere da donne in un mondo a misura d’uomo.

“Gli uomini si danno per scontati. Delle donne non si parla nemmeno”.

La scrittrice e attivista Caroline Criado Perez lo scrive in un libro che in UK, dove è uscito, ha già venduto 250 mila copie, è in traduzione in 23 lingue e in Italia è uscito per Einaudi.

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Si intitola, guarda caso, Invisibili. Perché è così che le donne sono in una lunghissima serie di casi. Le donne guadagnano meno degli uomini a parità di lavoro, e questo lo sappiamo. Ma perché le file ai bagni delle donne sono sempre più lunghe? Perché in caso di incidente stradale le cinture di sicurezza hanno più probabilità di salvare un uomo rispetto a una donna?

Perché, sostiene Criado Perez, il mondo è pensato dagli uomini e per gli uomini. Le donne non vengono nemmeno prese in considerazione in una infinita serie di casi. Nonostante siano la maggioranza degli esseri viventi.

Il mondo in cui viviamo è un mondo ‘al maschile ove non altrimenti indicato‘. E vederlo spiegato così, nero su bianco, e corroborato da una serie di dati fa una certa impressione. E la parola uomo comprende troppo spesso – e a torto – anche le donne.

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Per cambiare le cose bisogna combattere e, talvolta, esporsi al pubblico ludibrio. Come fece nel 2017 Dany Cotton, la prima comandante donna dei pompieri di Londra, che suggerì di cambiare la parola fireman con firefighter. La povera Cotton fu sbeffeggiata a lungo, ma ora la parola firefighter è diventata di linguaggio comune.
Andando avanti con la lettura si scopre che le strade sono costruite pensando agli uomini (che di solito hanno l’appannaggio dell’auto più grossa o dell’unica auto in famiglia) mentre le donne usano di più i mezzi pubblici in tutti i Paesi presi in considerazione.

Eppure i mezzi pubblici non sono affatto pensati per la sicurezza delle donne. Per non parlare delle toilettes. La quantità di metri quadri destinata ai bagni maschili e femminili è sempre uguale, mentre sappiamo che le donne hanno bisogno di più tempo per espletare le proprie funzioni (fino a 2,3 volte di più) e spesso sono loro che accompagnano un bambino o un disabile.
L’elenco – un elenco lungo, preciso, punteggiato di dati, frutto di una ricerca attentissima – prosegue con i luoghi di lavoro, l’anticamera del medico e molto altro.
Invisibili è una lettura che potrebbe aprire gli occhi a tanti uomini, se avessero la pazienza di leggerlo.

Quanto alle donne, mi auguro che seguano il consiglio che Caroline Criado Perez mette nella dedica del libro: Siate sempre maledettamente difficili.


Informazioni sull’autrice: Femminista, attivista, scrittrice e giornalista britannica nata in Brasile, Caroline Criado Perez ha lanciato come prima campagna nazionale il progetto Women’s Room, che chiedeva una rappresentazione femminile migliore nel mondo dei media. Il suo libro del 2019 Invisible Women: Exposing Data Bias in a World Designed for Men è stato un bestseller per il Sunday Times.

 

E quando tutto sarà finita, pensiamo alle cose serie!

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Quando la crisi finirà, ci sarà tanto di quel testosterone da smaltire nell’aria, nella comunicazione politica, nel modo di governare e di intendere l’autorità, che i diritti delle donne rischieranno di essere scacciati via come una spruzzata di lacca molesta.

Se fino a ieri le cose serie si declinavano al maschile, da domani non si tratterà soltanto di quelle serie, ma della nostra sicurezza, dello spirito di sacrificio necessario per risorgere come comunità, della volontà comune di ripartire. E in quella volontà comune, le aspirazioni delle donne e i loro progetti di vita saranno ammennicoli graziosi che possono abbellire gli scaffali in tempo di noia, ma che in caso di emergenza devono essere spazzati via da un braccio possente e muscoloso, senza esitare, per fare spazio a quello che conta.

Nessuno ci dice abbastanza che quello che conta, ora, per salvarci, non sono le misure sempre più autoritarie, non sono i politici che fanno la voce sempre più grossa e neanche i militari o le forze dell’ordine.

Senza nulla togliere al buon senso e alla necessità e all’importanza di restare in casa, in questi giorni a salvarci sono state la fantasia e la creatività e la generosità, di chi crea mascherine in 3D, di chi si reinventa professionalmente in un batter di ciglia, di chi regala il proprio lavoro, crea piattaforme on line, di chi sa che i problemi esigono soluzioni, non solo divieti.

Quando la crisi finirà, sarà facile, fin troppo facile, lasciarsi convincere che non c’è spazio per i sogni di tutti e che quelli delle donne devono essere i primi a cadere, per lasciare posto agli altri.

Allora cominciamo da adesso a ricordarci che non esiste un solo modo di gestire la società, che i sacrifici non hanno genere, che nessuno potrà venire a dirci che il lavoro delle donne conta di meno o è meno utile per ripartire e che tutto questo sfoggio di autorità e potere sulla vita delle persone è un vizietto a cui più d’uno farà fatica a rinunciare, soprattutto in una società in cui i maschi ultracinquantenni si aggrappavano al potere con i cerotti di un ego smarrito, e non è che l’altra faccia dei sorrisi paternalistici con cui hanno guardato al nostro impegno fino a ieri.

Fonte: rosapercaso.wordpress.com

Il 14 aprile 1986 moriva Simone de Beauvoir, madre del femminismo moderno.

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A volte sono proprio le ricorrenze a riportare a galla alcune figure della storia del genere umano e con esse i loro pensieri, le loro parole e le loro azioni che hanno influenzato o modificato molte sfaccettature di un mondo complesso. Oggi, nell’anniversario della scomparsa (14 aprile 1986) mi piace ricordare una tra le figure più importanti e fondamentali nella storia del femminismo: Simone de Beauvoir.

Simone de Beauvoir, nata a Parigi il 9 gennaio 1908,  è stata una presenza di forte impatto sulla filosofia del XX secolo. Di madre e padre borghesi, studia filosofia alla Sorbona, luogo in cui avviene l’incontro con l’uomo che l’accompagnerà, dal 1929 in poi, per il resto della vita: Jean-Paul Sartre. Tra i due si instaura un legame solido e duraturo, ravvivato e rinsaldato costantemente nella stima reciproca e nel profondo affetto del rapporto (che tuttavia mai li fece convolare a nozze).

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L’amicizia – se così si può intendere – tra i due porta a ritrovare nel pensiero di Simone de Beauvoir un riconosciuto velo sartriano. L’esistenzialismo della filosofa si dirige però, a differenza del compagno, verso un terreno molto più concreto e calato nel reale. Pensatrice molto più pragmatica che astratta, dai molti concetti densi e contestualizzati nel vissuto piuttosto che tendente a teorie e speculazioni indirette. È per questo che il suo nome spicca, con gran luce, sul palcoscenico del femminismo del Novecento, con parole quali:

Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.

Come si può vedere, nessun mezzo termine. Linguaggio che parla senza filtri o artificiosa retorica. Da donna, si schiera con le donne nel dibattito sull’affermazione di un loro ruolo riconosciuto nella società.

Simone de Beauvoir è individuata come irrinunciabile punto di riferimento per una teoria della decostruzione del determinismo biologico, guardando soprattutto alla sua opera Secondo sesso (1949).  Il suo pensiero diventa il principale conforto e punto di riferimento per i movimenti del suo tempo, e oggi è il pilastro degli studi che intendono sottolineare una differenza tra il sesso e il genere.

La donna è un risultato di cultura, una costruzione sociale. Le concezioni della natura femminile sono quindi dei costrutti antropologici, che si basano su motivazioni biologiche: il maschio e la femmina sono distinti anatomicamente, e con il concetto di ‘genere’ si è impostata la società, dando all’uomo e alla donna determinati ruoli prestabiliti.

La donna è stata vittima di preconcetti e acritiche convinzioni sulla propria capacità intellettuale e fisica, e qui si innestano le teorie decostruttiviste che vogliono evidenziare la fallacia di tali impostazioni mentali, individuando e scambiando ciò che appartiene alla natura con qualcosa che invece è prodotto della ‘cultura’. Questo intero discorso è quanto possiamo trovare con evidenza nella legittimazione del sistema patriarcale, ciò che si intende scardinare con i movimenti femministi.

Il poter ricordare oggi Simone de Beauvoir è un’occasione quanto mai ricca di spunti costruttivi per una riflessione di tutto rispetto. Una filosofa, una pensatrice, un’insegnante, un volto deciso e irremovibile nelle sue espressioni – come appare nelle sue fotografie che ci vengono mostrate –, una donna che ha saputo fare storia.

Ma parliamo di un ‘far storia’ alla stregua di un condottiero che lascia impronte profonde sul sentiero che percorre, orme di orientamento per i seguaci e i sostenitori che vogliono imparare e apprendere, almeno in parte, da quel carisma che ha contrassegnato una lotta convinta nel raggiungimento di un obiettivo comune.

 

 

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Il ricordo delle donne “ribelli” di ieri. Una riflessione, oggi!

La violenza contro la donna, in tutte le sue forme, è sempre un’espressione conclamata di disprezzo verso il genere femminile e non può mai essere banalizzato.

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Una foto di gruppo scattata negli anni Trenta che proviene dal dipartimento di salute mentale della Asl di Teramo

Gli ospedali psichiatrici esistevano in Italia già dal XV secolo, privi di normative, spesso fatiscenti, luoghi di sperimentazione, dove il malato era sottoposto a torture piuttosto che a cure e terapie, condannato a un vero e proprio regime di detenzione. La prima legge a regolamentarli è quella del 1904, proposta due anni prima da Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio dei ministri del Regno D’Italia. Era una legge che comunque non teneva conto del malato come persona con i propri diritti e bisogni, sanciva il principio secondo il quale a essere internati potevano essere anche persone che non avevano un disturbo psichico, ma che erano ritenute pericolose e improduttive, o semplicemente di “pubblico scandalo”.

Con l’avvento del fascismo le cose peggiorarono. Il Codice Rocco entrò in vigore nel 1931 e stabilì che gli internati fossero iscritti al casellario giudiziario. Ciò che agevolava ulteriormente l’internamento di molte persone non malate era il fatto che a segnalarle alle strutture poteva essere chiunque, mentre la testimonianza del soggetto segnalato non veniva considerata.

Fra la popolazione, a pagare il prezzo più alto furono le donne: madri, mogli, figlie, vedove, artiste rinchiuse nei manicomi perché non corrispondevano al modello di donna promosso dallo Stato. La donna, infatti, doveva assolvere il solo ruolo a lei destinato, quello di accuditrice della famiglia e soprattutto genitrice di nuova prole per favorire lo sviluppo della patria. Erano considerate “donne deviate” quante rifiutavano con determinazione di sposarsi o di avere una gravidanza e chi voleva proseguire gli studi anziché dedicarsi alla vita domestica.

Spesso erano gli stessi famigliari a condurle negli istituti psichiatrici, giudicando figlie o sorelle insane per quell’atteggiamento trasgressivo, l’abitudine a uscire da casa troppo spesso, a dedicarsi a hobby e amicizie trascurando i propri doveri di donne, mogli o madri. Bastava dimostrarsi apertamente insofferenti a queste regole, cercare una vita differente a quella impostata dalla società dell’epoca, essere tenaci e libere, per essere considerate sovversive, pericolose, di scandalo pubblico.

Le bambine di qualunque età, specie se orfane, a volte passavano direttamente dall’orfanotrofio all’istituto di igiene mentale. Lo Stato imponeva che fossero le province di pertinenza a sostenere le spese di mantenimento di quanti erano rinchiusi nei manicomi; anche per questo molte famiglie povere o incapaci di prendersi cura dei figli iperattivi o con lievi disabilità decidevano di internarli. Le spese di trasferimento dai più remoti paesini fino alle strutture psichiatriche erano interamente a carico dei comuni di provenienza. Era nell’interesse della nazione confinare nel buio e nel silenzio dei manicomi i più deboli  o per “deficienza etica e amoralità come nel caso delle prostitute

Si entrava in istituto per un periodo di osservazione e si poteva non uscirne più. I criteri di giudizio dei medici si basavano sul modello di normalità che lo Stato aveva stabilito, menzionando spesso nelle cartelle cliniche delle pazienti il fattore endogeno congenito o acquisito che ne rappresentava la condizione favorevole allo sviluppo delle malattie mentali. Tutti i comportamenti ritenuti “trasgressivi” erano sintomo di alienazione mentale.

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“Migrant Mother” fotografia iconica di Dorothea Lange

 

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Dorothea Lange svolgeva da anni un’intensa opera di ricognizione tra i disoccupati, i senzatetto e i migranti della California e dal ’35 la Rural Resettlement Administration, organismo federale di monitoraggio della crisi economica, aveva commissionato a lei e ad altri grandi fotografi come Walker Evans una serie di reportage, complice un clima di forte interesse documentaristico.

Nel marzo del 1936, dopo aver terminato un’inchiesta fotografica sui braccianti agricoli della periferia di Los Angeles, mentre attraversava la Highway 101 per tornare a casa, vide un cartello che segnalava un campo di raccoglitori di piselli (il titolo originale, infatti, è Destitute Pea Picker) a Hoboken, nel New Jersey; inizialmente resistette alla tentazione di fermarsi, aveva già raccolto molto materiale, ma dopo aver percorso quasi 20 miglia, qualcosa le fece cambiare idea. Fece inversione, imboccò una strada fangosa e si trovò davanti un soggetto adatto alle sue ricerche: all’incirca 2500 persone, in un tentacolare e squallido agglomerato di baracche e tende che combattevano la fame. Erano stati richiamati alla raccolta da inserzioni sui giornali, ma si erano ritrovati ben presto senza lavoro e senza paga a causa di una gelata. Tra loro c’era anche Florence Thompson.

“La vidi e mi avvicinai alla madre disperata e affamata nella tenda, come se fossi stata attratta da un magnete. Non ricordo come le spiegai la mia presenza o quella della fotocamera, ma ricordo che mi fece delle domande. Ho scattato ssei foto, avvicinandomi sempre di più dalla stessa direzione. Non le chiesi il suo nome né la sua storia. Lei mi disse che aveva 32 anni.”, scrisse poi la Lange. Il raccolto della fattoria era congelato e non c’era lavoro per i raccoglitori senza dimora, così la trentaduenne Florence Thonpson vendette i pneumatici della sua auto per comprare il cibo, a cui si erano aggiunti alcuni uccelli cacciati dai bambini. La Lange, che credeva si potessero capire le persone attraverso lo studio da vicino, inquadrò i bambini e la madre, i cui occhi, consumati dalla preoccupazione e dalla rassegnazione, guardò oltre la fotocamera.

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In seguito la Lange informò le autorità della situazione di emergenza delle persone che vivevano all’accampamento, e queste mandarono 20.000 pounds di cibo. Delle 160.000 immagini scattate dalla Lange e dagli altri fotografi per la Resettlement Administration, Migrant Mother è diventata senza dubbio la fotografia più iconica della Grande Depresssione.

Nacque così la foto della Migrant mother e fino al 1978 l’identità della donna ritratta restò avvolta nel mistero per la negligenza della Lange, colpevole di non aver raccolto alcuna informazione su di lei, finché la Associated Press non fece pubblicare una storia sullo scatto, suscitando l’ira di Florence Thompson, che scrisse una lettera per esprimere il proprio disappunto per quell’immagine, affermando di sentirsi “sfruttata” da quel ritratto, dal quale peraltro non aveva ricavato un soldo. In realtà quella foto non avrebbe dovuto esser venduta, né pubblicata, come promesso a Florence Thompson dalla fotografa, perché di proprietà del governo e quindi di pubblico dominio, e invece gli scatti della Lange furono inviati al San Francisco News e immediatamente pubblicati, senza fruttare alcuna royalty alla fotografa, ma garantendole l’immortalità nell’olimpo della fotografia.

Quel volto sofferente ma dignitoso negli anni successivi diventa familiare a milioni di americani: dapprima finisce su giornali e riviste, successivamente viene riprodotto nei libri di scuola e diventa persino un francobollo.

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Ma nel 1970 un giornalista scova la Migrant Mother e qualcosa nella storia si incrina.

Il suo nome è Florence Thompson, nata nel 1903 nel territorio indiano della nazione Cherokee. Dunque non discende da eroici pionieri, ma da pellerossa deportati in Oklahoma dal governo americano nel 1838 lungo un cammino di sofferenza che verrà ricordato col nome di Sentiero delle Lacrime, costato ai Cherokee 4000 morti, altro che dust bowl!

Riguardo alla celebre fotografia, la versione che Florence dà dell’incontro con la Lange avrebbe creato a quest’ultima qualche imbarazzo: la Migrant Mother nota un’automobile nuova che si ferma davanti alla tenda e da cui scende una donna ben vestita che comincia a scattare fotografie. Le bambine si vergognano e si rifugiano dalla madre voltando le spalle alla fotografa. Anche Florence è a disagio e si sente, come diremmo oggi, violata nella sua privacy: forse è per questo che in tutte le immagini ha un’espressione così dura.

Secondo Florence, la Lange avrebbe promesso di non pubblicare le foto, sostenendo che le sarebbero state comunque utili per ottenere degli aiuti per la gente del campo.

Per tutta la vita la donna aveva odiato quelle fotografie che le ricordavano un momento di grande difficoltà, da cui però era uscita con le sue forze e non con l’aiuto del governo americano: in altre parole, quegli scatti avevano fatto la fortuna della fotografa ma non quella del suo soggetto.

Solo nel 1983 la popolarità di quell’immagine porterà a Florence qualche tardivo beneficio: in pochi giorni di raccolta fondi i familiari ricevono oltre 25.000 dollari, necessari per offrire alla donna, malata di cancro, l’assistenza medica di cui ha bisogno e un funerale dignitoso. Nel 1998 una copia della Migrant Mother autografata dalla Lange è stata venduta da Sotheby’s per 244.500 dollari.

 

Ma chi era Dorothea Lange?

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Dorothea Lange (Hoboken, 26 maggio 1895 – San Francisco, 11 ottobre 1965) è stata una fotografa documentaria statunitense. Il suo nome alla nascita era Dorothea Margaretta Nutzhorn, ma decise di farsi chiamare Dorothea Lange, prendendo il cognome della madre. Nel 1902, a soli 7 anni, fu colpita dalla poliomielite, che le causò un deficit permanente alla gamba destra. Dorothea Lange reagì al suo handicap con estrema determinazione, studiando fotografia a New York con Clarence White e collaborando con diversi studi, come quello, celebre, di Arnold Genthe.

Nel 1918 partì per una spedizione fotografica attraverso il mondo. Quando i soldi finirono si fermò a San Francisco, aprendo un suo studio personale e diventando parte integrante della vita della città, fino alla morte. Proprio lì dove Genthe aveva costruito il suo successo, prima di spostarsi a New York, Dorothea Lange consolidò il suo futuro: sposò il pittore Maynard Dixon ed ebbe due figli, Daniel (1925) e John (1928). La Lange frequentò alcuni dei fotografi fondatori del Gruppo F/64, ma non aderì mai formalmente al gruppo. È invece sicuramente una fotografa che aderì alla filosofia della straight photography.

La sua capillare opera di ricognizione tra disoccupati e senzatetto della California suscitò le immediate attenzioni della Rural Resettlement Administration, organismo federale di monitoraggio della crisi destinata, in seguito, a diventare l’FSA (Farm Security Administration). Fotografò i contadini che avevano abbandonato le campagne a causa del Dust Bowl, le tempeste di sabbia che avevano desertificato 400.000 km² di terreni agricoli degli Stati Uniti. Le sue foto attrassero l’attenzione di Paul Schuster Taylor, economista della università della California, che le commissionò un’ampia documentazione fotografica.

 

 

 

Tra il 1935 e il 1939, fece un gran numero di reportage, sempre sulla condizione di immigrati, braccianti e operai. Il 1935 fu anche l’anno in cui Dorothea divorziò da Dixon, sposando Paul Taylor che divenne l’uomo-chiave della sua attività professionale: ai reportage fotografici della moglie, Taylor contribuì con interviste, raccolte di dati e analisi statistiche. Nel 1947 collaborò alla nascita dell’agenzia Magnum e nel 1952 fu tra i fondatori della rivista Aperture.

A causa delle cattive condizioni di salute in cui versò negli ultimi anni di vita, la sua attività subì una brusca battuta d’arresto. Morì a 70 anni per un cancro all’esofago.

@pc

 

Etty Hillesum… maestra di vita!

 

 

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La vita e la morte di Etty Hillesum sono l’emblema del percorso di una donna che al di là  di tutti i fili spinati, interiori ed esteriori, ha saputo “pensare con il cuore”. I suoi diari, che coprono un arco di tempo piuttosto limitato (dal marzo 1941 all’ottobre 1942) testimoniano una maturità  e una saggezza fuori del comune: l’autrice si rivolge a noi con parole di verità , indicando un cammino coraggioso volto a superare le difficoltà  più aspre dell’esistenza. La giovane ebrea olandese, grazie a un’intensa forza morale ispirata ai valori della solidarietà  e della reciproca comprensione, ingaggia una sfida mortale senza ricorrere a ricette miracolistiche o palliative, in nome di un indistruttibile e gioioso amore per la vita. Racconta di sé e delle vicende del suo tempo da mirabile cronista di un’anima in costante evoluzione, eroica terapeuta del dolore capace di generare attorno a sé fiducia e fede in un riscatto definitivo dal male. ll mondo bellissimo e tremendo che ha descritto, popolato di mostri sanguinari e di verdeggianti campi di grano, di amore per gli altri e di lucida disamina dei suoi contraddittori stati d’animo, ci accompagna per mano alla scoperta di noi stessi. La sua lingua parla, oggi e domani, in tutti gli idiomi conosciuti, senza confini di razza, di cultura, di condizione. (Paola)


Esther Hillesum (questo il suo vero nome) nacque il 15 gennaio 1914 a Middelburg, in Olanda, da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Viveva ad Amsterdam. Il padre, Levie (Louis) Hillesum – un uomo basso, silenzioso, schivo ma ricco di umorismo -, era un insegnante di Lingue classiche, mentre la madre, Riva (Rebecca) Bernstein, era nata a Potsjeb, in Russia. Viene descritta come una donna impegnata, caotica, estroversa e dal carattere dominante. Oltre a Etty, Riva ebbe altri due figli, Yaap e Micha. In casa si respirava un’atmosfera laica e ricca di stimoli. L’ebraismo era presente di sottofondo come sentimento di appartenenza, di fatto gli Hillesum erano fortemente integrati. Il padre lavorava anche di sabato, ma alcuni studiosi ricordano che ebbe una rigida educazione religiosa indirizzata verso il rabbinato; e che la moglie nacque in quell’Europa orientale dove la modernità stentava ancora a farsi largo. L’educazione dei figli era comunque improntata sulla cultura, lo studio e le buone letture, dove l’ebraicità si manifestava probabilmente in quella che può essere definita una “comune appartenenza etica”, una sorta di “inconscio comune collettivo”. Un tema, quello della religiosità di Etty, ancora oggi oggetto di dibattiti più o meno accesi tra teologi e rabbini.

Etty frequentò il Ginnasio di Deventer, dove il padre lavorava come vicepreside. A scuola seguì anche corsi di ebraico e per un certo periodo frequentò le riunioni di un gruppo di giovani sionisti. In seguito, si laureò in Giurisprudenza. Il fratello maggiore, Yaap, studiò Medicina. Intelligentissimo e affascinante, era psichicamente labile, tanto che fu ricoverato diverse volte in istituti psichiatrici. Lo stesso Micha, dotato di uno straordinario talento musicale, fu sottoposto a trattamenti per schizofrenici che segnarono per sempre la sua vita.

«Un tempo la mia pittoresca famiglia mi costava, ogni notte, almeno un litro di lacrime disperate – annotava Etty sul suo diario -. Ancor oggi non so spiegarmi quelle lacrime; arrivano da chissà dove, da un oscuro soggetto collettivo. Adesso non sono più così prodiga con questo prezioso liquido, ma comunque sia non è facile vivere qui».

Con la madre Etty ebbe un rapporto conflittuale, anche se pare che la situazione fosse migliorata durante la permanenza nel campo di Westerbork. «Molto è cambiato nella mia relazione interiore con i miei genitori, molti legami stretti si sono rotti, e con questo si sono liberate molte energie per amarli davvero». Anche il cibo era un problema, a tratti una vera e propria ossessione che le procurava occasionali malesseri psicosomatici: «Ho rinunciato al bicchiere di cioccolata che mi concedevo sempre […]. Dobbiamo imparare ad affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare il nostro corpo a chiederci solo l’indispensabile, soprattutto per quanto riguarda il cibo, perché stiamo andando verso tempi difficili: anzi, ci siamo già».

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Sensibile, luminosa, vitalissima, curiosa, empatica, introspettiva, affamata di conoscenza e di amore verso l’Altro, verso ciò che è esterno da sé, Etty aveva una personalità sfaccettata con una straordinaria (e complessa) vita interiore («Devo disciplinare tutto questo caos»). Studiò lingue slave, letteratura russa, diede lezioni private, si appassionò alla chirologia e non ultima la scrittura: voleva diventare scrittrice, a tutti i costi. Scrivere per lei era terapia, forma e gesto creativo cui si applicò con dedizione e zelo. Ma fu l’incontro con Julius Spier, fondatore della psicochirologia (aveva fatto a Zurigo il training analitico con Carl Gustav Jung), a contribuire al suo sviluppo spirituale e umano. Spier la guidò nella conoscenza e Etty si lasciò guidare. Si immerse nell’amatissimo Rilke, lesse Dostoevskij, Jung, ma anche Sant’Agostino e il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Etty aveva già una relazione con il contabile Han Wegerif, un vedovo che l’aveva impiegata nella gestione domestica: «Han ha una vita semplice e buona, e le prospettive materiali e incerte del futuro lo preoccupano più di quelle interiori – scriveva – . Ma poi mi appare tanto fragile e delicato, e io mi preoccupo, provo un senso di profonda compassione protettiva nei suoi confronti […] L’ho assorbito nella mia vita, lui ne è diventato la parte essenziale che non può più essere cancellata, senza far vacillare l’intero edificio». La liaison con Han non le impedì tuttavia di intrecciare una relazione profonda – e inizialmente ambigua – con Spier, anche lui ebreo e molto più anziano di lei, indicato nel diario quasi sempre come “S.”. Etty si recò da lui quale «oggetto di analisi» e rimase così colpita dalla sua personalità da decidere di entrare in terapia con lui. Il passaggio da paziente ad assistente ad amica intima e complice fu breve. I due – pur essendo profondamente legati – mantennero un certo distacco essendo entrambi impegnati e soprattutto determinati a non volere far soffrire i propri partner. Etty annotò nel diario il testo di una lettera: «Sa, quando ieri – come una scema – non riuscivo a far altro che guardarla, si è poi prodotto in me un tale sconquasso di pensieri e sentimenti contrastanti, che mi sentivo annichilita e mi sarei messa a urlare, se non avessi mantenuto il minimo controllo. Erano forti sentimenti erotici verso di lei, che io credevo di aver superato dentro di me, e al tempo stesso una forte avversione nei suoi confronti, e d’un tratto ci fu anche uno sconfinato senso di solitudine, la percezione che la vita è così terribilmente difficile».

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Intanto il tempo scorreva e per gli ebrei olandesi la realtà cambiava ogni giorno. In peggio. I tedeschi cominciarono i rastrellamenti. Gli arresti, il terrore, i campi di concentramento, i sequestri di padri, sorelle e fratelli si intensificarono. Nei suoi quaderni Etty si interrogava sul senso della vita, si domandava se avesse ancora un senso. Ma per questo bisognava vedersela esclusivamente con se stessi. E con Dio. Già, con Dio, un Dio universale, presenza costante in ogni momento della vita di questa giovane donna ebrea e poco osservante, ma profondamente attratta dal Divino che c’è in ognuno di noi. Forse ogni vita ha il proprio senso, rifletteva, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo. «È un inizio, ma quell’inizio c’è, lo so per certo. Significa raccogliere tutte le possibili forze e vivere la propria vita con Dio e in Dio e avere Dio in se stessi».

Grazie ad alcuni conoscenti, Etty riuscì a trovare un lavoro di impiegata presso il Consiglio Ebraico. Questo le evitò l’internamento a Westerbork, ma a lei non importava nulla. Quanto più il cerchio si stringeva, tanto più si rafforzava la sua anima. Non pensò mai a salvarsi. Rifiutò sempre le offerte di alloggi per nascondersi. Voleva stare con il suo popolo, con la sua gente, condividere un destino comune, in mezzo a coloro che si rifiutavano di pensare per paura di impazzire o per le privazioni subite.

Voleva assistere gli internati nelle ore in cui dovevano prepararsi al trasporto. Era convinta che «un cuore pensante» dovesse sopravvivere al disastro, a qualunque costo.

La sua era una resistenza esistenziale. «Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”».

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