Anaïs Nin: affascinate scrittrice della piena libertà sessuale

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La scrittrice Anaïs Nin è comunemente conosciuta come la penna più famosa della letteratura erotica moderna, ma fu soprattutto una vera esploratrice dell’animo umano. Infatti coltivò una profonda riflessione sull’umana condizione in tutte le sue sfaccettature e sfumature.

Trascurata dalla critica per tutta la vita, la sua fama è cresciuta in realtà dopo la sua morte, famosa soprattutto per i suoi “scandalosi” Diari che aveva cominciato a scrivere da bambina, a circa undici anni, per continuare poi tutta la vita.

Due volte sposata condusse una vita da bigama per circa venti anni, può essere considerata una delle donne che più ha contribuito a scrivere di sesso da un punto di vista femminile tanto da essere considerata, al pari della più famosa Lena Dunham, simbolo del femminismo, ma anche una donna terribilmente narcisista e fissata con il sesso.

Anaïs nasce a Neully, nei dintorni di Parigi, il 21 febbraio del 1903, figlia di Joaquin Nin, compositore e pianista cubano di origine catalana, e di Rosa Culmell, cantante, di origine franco-danese. Il padre abbandona la famiglia, per una donna più giovane, quando la scrittrice ha solo undici anni e proprio a quest’età ha inizio la passione per la scrittura della giovane Anaïs, incarnata dalla realizzazione di un diario basato su una lettera indirizzata al padre.

Nel 1923 sposò il banchiere Hugh Guiler con il quale si trasferì a Parigi, fu nella capitale francese che cominciò a scrivere, erano anni in cui la città era in fermento continuo, era il centro della cultura e non solo europea. Negli anni Venti Anaïs Nin comincia a scrivere di sessualità femminile.

Per raggiungere una più profonda comprensione di sé, la scrittrice decide di intraprendere un percorso di psicoanalisi con un allievo di Sigmund Freud, Otto Rank: con quest’ultimo intratterrà una relazione sentimentale e lavorativa.

La scrittrice aiutò il compagno a praticare la professione di psicoanalista, ma la collaborazione durò poco poiché sentiva di confondersi troppo con le sofferenze dei pazienti. Anaïs Nin perciò userà la letteratura come opera di auto-osservazione, con una forte impronta catartica, e scrivere di sesso diventa la strada verso la sanità piuttosto che la dissolutezza. Per la scrittrice la sessualità è complessa quasi quanto la sua opera di autoanalisi, che trascriverà sotto forma di diario.

Anais Nin

Nel 1929 a Louvenciennes, nei pressi di Parigi, la scrittrice inizia la stesura del suo primo diario, prima parte di un’opera che sarebbe poi divenuta i Diari di Anaïs Nin. Essi riportano lunghi dialoghi, annotazioni, critiche, osservazioni, pensieri su argomenti più diversi e vari che spaziano dalla politica alla letteratura ai viaggi, oltre che sulle vicende personali. Anaïs scriveva ovunque, portava sempre con sé un diario per poter annotare ogni più piccolo dettaglio. Per avere la sua vita sotto braccio, come un talismano.

“Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d’oppio. È la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna e indulgo in rifrazioni e diffrazioni”.

Nel 1931 viene dato alle stampe D.H. Lawrence. Uno studio non accademico, manoscritto che regalò alla Nin riconoscimento pubblico come scrittrice. Il saggio riporta un’affascinante analisi sull’autore de L’amante di Lady Chatterley e la sua opera più nota e apprezzata. Constance, protagonista del romanzo, e comune: sono entrambe intrappolate in un matrimonio tinto da toni medio borghesi che le ingabbiano in una sfera di noia e quotidianità. Lady Chatterley, sposata a un veterano tornato tetraplegico dalla guerra, troverà in un una relazione extraconiugale la vera felicità. Così come Anaïs, sposata ad un banchiere, intraprenderà diverse relazioni extraconiugali per combattere la monotonia e vivere una vita ricca e intensa.

“La vita ordinaria non mi interessa. Cerco solo i grandi momenti… Voglio essere una scrittrice che ricorda agli altri che questi momenti esistono”.

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Il Primo Diario racconta gli anni dal 1931 al 1934, anni in cui conobbe ed ebbe una relazione con Henry Miller e sua moglie June Mansiefild: la sintonia che ebbe con lo scrittore fu intensa anche a livello professionale e collaborarono per diverso tempo alla stesura di racconti di stampo erotico commissionati da Il Collezionista, misteriosa figura di cui ancora oggi non si conosce la vera identità. Anaïs Nin scopre quindi di non avere remore e si racconta, scoprendo una nuova fonte di libertà nel raccontare il sesso e l’amore fisico.

Il 14 gennaio 1977 Anaïs Nin moriva di cancro a Los Angeles. Il Delta di Venere, vero e proprio emblema della letteratura erotica, verrà pubblicato postumo.

Anaïs Nin è una delle celebrità letterarie del Novecento, una specie di marchio, come Coco Chanel: un personaggio capace di costruirsi nella vita e nelle relazioni, prima che nei libri. Ma nei suoi diari, che si prestano a essere smembrati e a trasformarsi in aforismi e meme letterari, ci sono anche cose che prima di lei non esistevano e nessuna donna avrebbe mai osato raccontare… Come la descrizione di un aborto, avvenuto nell’agosto del 1940.

Il padre era il marito Hugh Guiler, ma Nin non se la sentì di dirlo al suo amante di allora, un tale Gonzalo, che l’avrebbe presa malissimo. Nel diario Nin descrive il dolore dell’operazione cui seguì l’incontro con un’altra donna in attesa di abortire a tre mesi, dall’altra parte di una tenda:

Là sdraiata sussurrando del dolore, non avevo mai sentito una parentela così forte con una donna – una donna – proprio questa che non potevo vedere, o identificare, proprio lei che, come me, stava sdraiata in un lettino, imbottita della paura primitiva e da un oscuro senso di omicidio, o di colpa, e di un’iniqua lotta contro la natura – una lotta diseguale contro tutte le leggi fatte dall’uomo contro di noi, che mettono a repentaglio le nostre vite, e ci espongono a manovre di inesperti, per essere imbrogliate da un punto di vista economico e condannate da un punto di vista morale“.

Nina Simone: la voce del blues e dei diritti civili!

Nina-SimoneCantautrice e musicista, attivista del Movimento dei Diritti Civili, Nina Simone è nata il 21 febbraio 1933 a Tryon nel North Carolina (USA), con il nome di Eunice Kathleen Waymon, la sesta di otto figli. Dall’età di sette anni suonava il piano e l’organo e cantava con le sue sorelle all’oratorio della chiesa. Il pregiudizio razziale negli anni Quaranta l’ha condizionata per molto tempo.

È stata iscritta al collegio delle ragazze e alla scuola di Juilliard di musica a New York. Il suo addestramento classico si è fermato a 21 anni, quando le è stata rifiutata una borsa di studio dalla “Curtis School of Music” di Philadelphia. Per necessità ha accettato un lavoro al “Midtown Bar and Grill” di Atlantic City nel luglio del 1954. Per la prima notte ha suonato musica classica e gospel al piano, senza aprire bocca; la notte seguente Harry Seward, il proprietario del locale, le ha chiesto di cantare oppure di trovarsi un altro lavoro. Ha cominciato così, con riluttanza, una carriera di cantante dedicandosi tre anni dopo al jazz e al blues.

Il suo primo album, del 1958, fu un debutto fenomenale (il suo primo milione di vendite), e comprendeva “I loves you, Porgy” e “My baby just cares for me”. Cantando il gospel, il jazz e il blues, ha poi lavorato per diverse case discografiche mentre, a partire dal 1963, comincia la sua collaborazione in pianta stabile con la Philips (sette album in quattro prolifici anni). È in questo periodo che ha registrato alcune delle sue canzoni più importanti, come “Old Jim Crow” e “Mississippi Goddam”, che si sono trasformate in un inno per i diritti civili. Fu amica e alleata sia di Malcolm X che di Martin Luther King (1960).

La coscienza di Nina Simone intorno alla questione razziale fu animata dalla sua amicizia con la drammaturga nera Lorraine Hansberry. L’influenza di Hansberry piantò in lei il seme della polemica sociale che sarà un perno del repertorio della cantante. Uno dei più promettenti inni dell’attivismo di Nina, “To Be Young, Gifted and Black”, è stato scritto con il collaboratore Weldon Irvine negli anni successivi, prendendo il titolo proprio da uno dei drammi inediti della Hansberry.

L’opinione sociale di Nina Simone non era limitata al Movimento per i Diritti Civili: “Quattro donne” esponeva gli eurocentrici standard di bellezza imposti alle donne nere negli USA, mentre esplorava il dilemma interiore della bellezza che si verifica tra quattro donne nere con tonalità della pelle che variano “dalla luce all’oscurità”. Nina Simone spiega nella sua autobiografia “I Put a Spell on You” (p.117) “che lo scopo della canzone era quello di ispirare le donne nere a definire la bellezza e l’identità per se stesse senza sottomettersi all’influenza delle imposizioni sociali”.

Nina  lasciò gli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta. Per i venticinque anni successivi ha girato il mondo, vivendo alle Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, in Olanda e in Svizzera, per poi  fermarsi a Aix-en-Provence nel 1994. In seguito al polemico abbandono dell’America, i suoi album sono usciti sporadicamente, come “Baltimore” nel 1978. Quando Chanel ha usato “My baby just cares for me” per un annuncio alla televisione, una nuova generazione ha scoperto la sua musica e lei si è trasformata in una icona del jazz degli anni Ottanta.

La cantante afroamericana si è sposata due volte, ha avuto una figlia e un percorso personale assai difficile. Complicati sono stati anche i suoi rapporti con una serie di uomini potenti e spesso violenti. In una sua autobiografia, “I put a spell on you”, ha raccontato come è stata picchiata dal suo manager e marito Andrew Stroud. In Liberia, dove ha vissuto per quattro anni, aveva intrapreso un rapporto con Earl Barrowl, Primo Ministro delle Barbados e verso la fine degli anni Settanta è stata assalita dall’uomo con cui viveva da tanto ed è finita in ospedale. Successivamente è stata compagna di C.C. Dennis, un importante politico locale, con conseguenze ugualmente infelici: nel 1980, quando lei era fuori dal Paese, suo marito Dennis è stato ucciso dalla pallottola di un criminale.

Intorno alla sua vita privata circolano comunque decine di aneddoti. Pare che abbia annullato un concerto a Londra senza avviso perché “turbata” per una ferita occorsa al suo cane; o quando, nel 1988, chiuse un meeting tirando un coltello. Nel 1996, invece, è stata spiccata contro di lei una sentenza dai magistrati francesi per avere sparato in aria con un fucile allo scopo di spaventare due ragazzi che giocavano nella piscina di una villa accanto alla sua.

Ma Nina ha comunque continuato a proporre performance memorabili, l’ultima delle quali in Gran Bretagna nell’agosto del 2001 al Festival di Bishopstock. Anche se ha ammesso pubblicamente di esibirsi soltanto per soldi, è stata acclamata dal pubblico ancora una volta con enorme calore.

Muore il 21 aprile 2003 nella sua casa a Carry-le-Rouet per le complicanze dovute a un tumore al seno dopo una lunga lotta contro la malattia. Seguendo le sue volontà, viene cremata e le sue ceneri vengono sparse in vari luoghi dell’Africa, terra d’origine dei suoi antenati.

Primavera secondo Emily Dickinson, 1866

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Non so incontrare la Primavera – con distacco Sento l’antico desiderio – Un’Urgenza a un protrarsi, mescolata, Una Licenza d’esser bella – Una Competizione nei miei sensi Con qualcosa, nascosta in Lei E quando svanisce, il Rimorso Di non aver visto…

Io come voi, di Alda Merini

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Io come voi sono stata sorpresa
mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d’amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.
Io come voi ho pianto,
ho riso e ho sperato.
Io come voi mi sono sentita togliere
i vestiti di dosso
e quando mi hanno dato in mano
la mia vergogna
ho mangiato vergogna ogni giorno.
Io come voi ho soccorso il nemico,
ho avuto fede nei miei poveri panni
e ho domandato che cosa sia il Signore,
poi dall’idea della sua esistenza
ho tratto forza per sentire il martirio
voltarmi intorno come colomba viva.
Io come voi ho consumato l’amore da sola
lontana persino dal Cristo risorto.
Ma io come voi sono tornata alla scienza
del dolore dell’uomo, che è la scienza mia.

Otto marzo… c’è ancora molto da fare!

Otto marzo: Giornata Internazionale della donna, definita comunemente “Festa della donna”. 

Non metterò in queste righe né il facile sarcasmo verso la piega consumistico-superficiale che talvolta prende la celebrazione di questa giornata, né il discorso un po’ disfattista (anche se comprensibile) che sostiene l’inutilità di celebrare la donna un solo giorno all’anno, se poi tutti gli altri giorni (ma anche l’8 marzo, molto spesso) i diritti di moltissime donne vengono calpestati come nulla fosse.

No, vorrei partire semplicemente dai fatti (comunque non sempre identificati in modo univoco) che hanno condotto a dedicare una giornata alle donne e chiedermi che valore, questa giornata, può e dovrebbe avere ancora oggi.

L’8 marzo ha le sue radici nel Movimento internazionale socialista, quando nel 1907 Clara Zetkin e Rosa Luxemburg organizzarono la prima Conferenza internazionale della donna.

L’anno successivo, a Chicago, proprio a una delle conferenze del partito socialista, in mancanza dell’oratore ufficiale prese la parola la socialista Corinne Brown, ferma sostenitrice dei diritti delle donne. La Brown affrontò il discorso dello sfruttamento da parte dei datori di lavoro nei confronti delle operaie, quello delle discriminazioni sessuali e quello dell’estensione del diritto di voto alle donne.

Questo fu quindi il primo atto del Woman’s day (come fu chiamata in seguito la Conferenza internazionale delle donne). Ma la vera svolta della Giornata della donna si ebbe a Copenaghen alla Conferenza internazionale del 1910, quando in seguito allo sciopero di 20.000 operaie di New York, durato tre mesi, si decise di istituire in tutto il mondo una giornata che fosse dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne.

Spesso si legge che la celebrazione dell’8 marzo è nata per ricordare il grave incendio alla fabbrica di camicie “Triangle Shirtwaist Company” di New York (ma a volte viene citata erroneamente una fabbrica di Boston),  avvenuto il 25 marzo del 1911: in realtà questo episodio fu solo una delle cause che portarono  a istituire questa giornata celebrativa.

Nel rogo morirono 146 operai di cui 129 donne: durante il lavoro erano state rinchiuse a chiave nello stabilimento per il timore di furti o di pause troppo lunghe. Alcune di loro avevano 12 o 13 anni, facevano turni di 14 ore al giorno e la settimana lavorativa andava dalle 60 alle 72 ore con un salario bassissimo.

E qui vorrei aprire una piccola parentesi: queste situazioni lavorative richiamano alla mente  quanto è accaduto in  Bangladesh il 24 aprile del 2013, quando crollò il Rana Plaza Hotel causando la morte di 1.130 lavoratori tessili. Lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza e anche quel giorno vennero ignorati gli avvertimenti sulla fragilità e l’insicurezza dell’edificio. Evidentemente, nonostante siano passati cento anni di storia tra i due eventi disastrosi, i diritti minimi dei lavoratori, donne e uomini, non sono ancora la priorità, nel mondo.

In ogni caso la tragedia della fabbrica di New York è ricondotta alla festa della donna perché è indubbio che contribuì moltissimo alla riforma della legge del lavoro negli Stati Uniti e quindi ad assicurare più diritti alle lavoratrici (ed è effettivamente uno degli eventi commemorati).

La celebrazione della Giornata della donna fu poi interrotta durante la Prima Guerra Mondiale, ma l’8 marzo 1917, a San Pietroburgo, le donne si unirono in una grande manifestazione per rivendicare la fine della guerra: questo fatto incoraggiò il popolo alle successive mobilitazioni che portarono alla rivoluzione e quindi al crollo dello Zar.

Quella data è quindi rimasta come il giorno in cui, grazie alle donne russe, ebbe inizio la Rivoluzione. Per questo motivo nel 1921, la seconda Conferenza internazionale delle donne comuniste fissò come data celebrativa per la giornata dedicata alla donna proprio l’8 marzo.

 In Italia la questa giornata fu celebrata per la prima volta il 12 marzo 1922, per iniziativa del Partito comunista che volle festeggiarla la prima domenica successiva all’8 marzo di quell’anno, e poi in modo veramente ufficiale nel 1946 quando nacque anche l’idea di abbinare a questa giornata il fiore della mimosa. In particolare questa proposta fu di Rita Montagnana e Teresa Mattei, due attiviste dell’UDI (Unione Donne Italiane): fu scelta la mimosa perché fiorisce nei primi giorni di marzo ed era accessibile a tutte le classi sociali.

Negli anni successivi, l’8 marzo è diventato occasione e momento simbolico di rivendicazione dei diritti femminili (dal divorzio alla contraccezione fino alla legalizzazione dell’aborto) e di difesa delle conquiste delle donne. Ufficialmente, nel mondo, fu però solo nel 1977 che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose una giornata per le donne (United Nations Day for Women’s Rights and International Peace).

Quindi, andando alle origini, si può vedere come la Festa delle donne sia nata proprio per celebrare il  momento in cui  i diritti civili delle donne hanno cominciato a esistere  almeno nel pensiero della società.  Poi, da qui a poter dire che le donne di tutto il mondo vedano effettivamente rispettati i loro diritti manca ancora tanta strada!

E infatti ancora non esiste la piena parità nel lavoro, non la parità a vivere una sessualità sana e responsabile senza coercizioni (come prevede lo statuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, se non bastasse la semplice e sacrosanta idea che tutti, uomini e donne, dovremmo avere gli stessi diritti) e soprattutto senza mutilazioni e violenze nel corpo o nello spirito, non la parità di istruzione, di espressione, di immagine (si va da donne troppo nascoste a donne troppo esposte: si pensi alla pubblicità, per esempio, che continua a presentare la donna come un semplice oggetto sessuale, oltre a costringerla alla perfezione estetica), non la parità nel vivere a pieno l’infanzia (si pensi al problema delle spose bambine o allo sfruttamento sessuale delle minori in alcuni -troppi- paesi del mondo) e sicuramente  non ho esposto tutte le parità mancate.

È chiaro che questa giornata non può essere considerata simile agli altri giorni “dedicati a” qualcuno o qualcosa: alla mamma, al papà, ai nonni, agli innamorati. La giornata dedicata alla donna, in realtà, serve a ricordarci che c’è ancora molto da fare, quindi se ci viene regalato un rametto di mimosa non storciamo il naso con un accenno di snobismo femminista: è solo un simbolo, è vero (e spesso strumentalizzato per fini commerciali), come è vero che non basta un giorno all’anno per ricordarci delle donne, ma se non ci fosse nemmeno questo giorno? Sì, paradossalmente sarebbe molto meglio che non ci fosse una Festa della donna (con buona pace di chi vorrebbe continuare a guadagnarci sopra), come non c’è quella dell’uomo, del resto. Vorrebbe dire che al mondo non ci sono più diritti violati!  C’è poco da fare: i diritti delle donne, in qualsiasi campo, devono essere ancora affermati o difesi.

Quello che conta è che non ci sia assuefazione alla mancanza di diritti: il senso vero di questa giornata starebbe quindi nel fatto che non dobbiamo dimenticarci dei diritti che ancora mancano.

Una cosa sì, però, è forse totalmente inutile: gli auguri. «Auguri!», e perché?  Non è un uomo, che ci deve dire «Auguri!», né dobbiamo dircelo tra noi donne, mentre ridiamo a comando in qualche raduno serale: siamo noi tutti, donne e uomini, che dovremmo augurarci, o meglio impegnarci, perché i diritti delle donne in questo caso, ma in generale di nessuno, non vengano più violati.

E come disse la Mattei, l’ex partigiana che negli anni successivi alla guerra avrebbe continuato a battersi per i diritti delle donne (e che, appunto, scelse la mimosa come simbolo dell’8 marzo in Italia): “Quando nel giorno della Festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa, penso che tutto il nostro impegno non è stato vano”.

E quindi… impegniamoci, tutti, a partire dalla nostra piccola realtà quotidiana. Con o senza mimosa ❤ ❤

 

‘Amazzoniche’ considerazioni

 

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Ai tempi dell’Iliade le Amazzoni erano considerate , in una società maschilista come quella greca, delle nemiche dei Greci. L’esistenza stessa di donne guerriere non era neanche concepibile.

In un paese come l’Italia poi, la storia delle donne militari comincia appena nel 1992 con un primo test realizzato dall’Esercito Italiano per sondare l’opinione pubblica in merito ad un’eventuale presenza delle donne nelle Forze Armate. Così, un gruppo di donne si cimentò in vari tipi di prove: addestramento formale, percorso di guerra, addestramento al tiro, scuola di pilotaggio.
Anche se lo superarono positivamente, si dovette giungere al 1999 per vedere approvata la legge numero 380 che ne prevede l’inserimento nelle Forze Armate….

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by Shewolfoclock

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Ai tempi dell’Iliade le Amazzoni erano considerate , in una società maschilista come quella greca, delle nemiche dei Greci. L’esistenza stessa di donne guerriere non era neanche concepibile.

In un paese come l’Italia poi, la storia delle donne militari comincia appena nel 1992 con un primo test realizzato dall’Esercito Italiano per sondare l’opinione pubblica in merito ad un’eventuale presenza delle donne nelle Forze Armate. Così, un gruppo di donne si cimentò in vari tipi di prove: addestramento formale, percorso di guerra, addestramento al tiro, scuola di pilotaggio.
Anche se lo superarono positivamente, si dovette giungere al 1999 per vedere approvata la legge numero 380 che ne prevede l’inserimento nelle Forze Armate.

Ci sono poi voluti altri dieci anni per considerare le donne militari italiane quasi una realtà.

Nonostante ciò, quello che mi viene da pensare, oltre a quanto estenuanti siano i processi di trasformazione della società italiana, riguarda piuttosto l’atteggiamento psicologico che sottende a questo tipo di desiderio / necessità.

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Se da un lato per una società questo potrebbe considerarsi come un progresso come donna, mi pare di intravedere in questa scelta il rischio di incorrere in un tipo ancora peggiore di sottomissione, quella ad una gerarchia che vede, secondo una logica comunque ancora maschilista, spesso poche donne nei ruoli di comando.

Un’altro aspetto poi che mi rende perplessa è quello di capire come una donna senta in sè la voglia di imbracciare un fucile, non per difesa di sè o della sua prole, ma per supposta difesa di un paese.

La donna patriota non ci è nuovo come concetto nella storia e nemmeno la donna in armi, ma ha forse più…

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E Dio mi fece donna…

È un inno alla femminilità questa poesia intrisa di sensualità e orgoglio, caratteristiche che hanno sempre contraddistinto l’autrice nicaraguense Gioconda Belli (1948).

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Giornalista, poetessa e scrittrice di fama internazionale, ha partecipato attivamente alla lotta del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza affrontando rischi enormi, vivendo la perdita di tanti compagni e la tristezza dell’esilio. “Sono stata due donne e ho vissuto due vite. Una delle due donne voleva far tutto secondo i canoni classici della femminilità: sposarsi, fare figli, nutrirli, essere docile e compiacente. L’altra aspirava ai privilegi maschili: sentirsi indipendente, essere considerata per se stessa, avere una vita pubblica, la possibilità di muoversi, amanti. Ho consumato gran parte della vita alla ricerca di un equilibrio tra queste due donne, per unirne le forze, per non essere dilaniata dalle loro battaglie a morsi e graffi. Penso di avere ottenuto, alla fine che entrambe le donne coesistessero sotto la stessa pelle. Senza rinunciare a sentirmi donna, credo di essere riuscita a essere anche uomo”.

E Dio mi fece donna
di Gioconda Belli

E Dio mi fece donna,
con capelli lunghi,
occhi,
naso e bocca di donna.
Con curve
e pieghe
e dolci avvallamenti
e mi ha scavato dentro,
mi ha reso fabbrica di esseri umani.
Ha intessuto delicatamente i miei nervi
e bilanciato con cura
il numero dei miei ormoni.
Ha composto il mio sangue
e lo ha iniettato in me
perché irrigasse tutto il mio corpo;
nacquero così le idee,
i sogni,
l’istinto
Tutto quel che ha creato soavemente
a colpi di mantice
e di trapano d’amore,
le mille e una cosa che mi fanno donna
ogni giorno
per cui mi alzo orgogliosa
tutte le mattine
e benedico il mio sesso.

Il dipinto è “Danae” realizzato tra il 1907 e il 1908 dal pittore austriaco Gustav Klimt. L’opera si trova a Vienna, alla Galerie Würthle.

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