Giovanni Boldini e il “Ritratto di Marthe Bibesco”

Ritratto della principessa Marthe-Lucile Bibesco di Giovanni Boldini

Zanin, dall’ebraico Yehohanan, significa “Dio ha avuto Misericordia” o anche “Dono del Signore″.

È il diminutivo con cui veniva riconosciuto Giovanni Boldini sin dalla più tenera età dalla sua famiglia. Nato a Ferrara dall’unione di una nobile donna e un artista intellettuale originario di Spoleto, il piccolo rimane affascinato dalle potenti virtù paterne, dimostrando chiari segni di inclinazione artistica. Tappezza interi quaderni di vari schizzi e numerosi disegni, tanto da fondare all’età di soli cinque anni un rudimentale atelier nel granaio di famiglia.

Viaggiando instancabilmente per differenti mete, trova il suo rifugio più prezioso nel cuore di Parigi della Belle Époque. Conduce una vita attratto dagli innumerevoli caffè, ampi viali alberati, lampioni elettrici, musei e sale da ballo che popolano la città. Il suo spirito libero vive all’insegna di una realtà elegante e raffinata, affine al suo modo di essere e adatta al clima di Parigi che diventa per lui in una seconda patria.

Dalle sue opere trapela una predilezione e un amore per i soggetti femminili, come accade nel “Ritratto della principessa Marthe-Lucile Bibesco”.

Marthe – Lucile Bibesco è stata una scrittrice, poetessa, politica rumena e francese, cavaliere della Lègion d’honneur. Originaria di un’illustre famiglia aristocratica, fu una delle prime donne a far parte della massoneria rumena e venne considerata come una delle figure femminili più belle di tutto il XX secolo.

Nel “Ritratto della principessa Marthe-Lucile Bibesco”, protagonista assoluta di gran parte delle opere di Giovanni Boldini è la donna.  Ma non ci riferiamo ad uno stereotipo di donna perfetta,  al contrario, egli estrae la figura femminile letteralmente dalla sua realistica vita quotidiana per trasformarla in una spettacolare divinità terrena.

La donna è per l’artista una limpida musa ispiratrice che occupa gran parte dei suoi principali ritratti nella società internazionale. Abiti sinuosi e distinti, acconciature signorili  e l’attenzione  per ogni  dettaglio sono le prerogative particolarmente accentuate nella poetica artistica del pittore ferrarese.

Ma interpretando più a fondo il suo modo di realizzarsi, nei suoi dipinti si coglie un tratto decisamente distintivo: la cura per l’aspetto psicologico.

Attraverso la riproduzione dei suoi quadri l’artista svelava l’intimità più profonda delle sue donne: le doti caratteriali, l’emotività, i sentimenti più nascosti e le pulsioni più autentiche e laceranti, quasi o del tutto represse in un clima di ipocrita morale borghese. L’artista così mette in atto non la semplice ed effimera idea di una splendida donna in tutte le sue sfaccettature estetiche, ma pone lo spettatore in una sorta di astrazione. Indaga la figura rappresentata e va oltre la mera apparenza.

Al di là della costosa stoffa che indossa, dei gioielli e dei particolari che abbelliscono la principessa Marthe-Lucile Bibesco, anche lei è mostrata come una semplice donna con le sue debolezze, fragile e sognante.

La lotta per l’emancipazione femminile è un chiaro messaggio di quanto la donna abbia sofferto nei secoli passati per una mentalità legata a sistemi incentrati sulla figura maschile. Giovanni Baldini, dunque, non si limita a giocare sulle corde del fascino femminile, ma capta quella che è l’era di un nuovo clima sociale, in cui la donna acquisisce un certo prestigio, consapevolezza umana e orgoglio di se stessa.

Marthe – Lucile Bibesco, figlia di Ion N. Lahovary e di Smaranda Mavrocordat, fu terza di cinque figli, tutti morti molto giovani.  Secondo le tradizioni della sua discendenza, e proseguendo con gli usi e i costumi dell’epoca, la sua educazione si formò alle spalle di una serie di governanti e insegnanti privati per  poi perfezionarsi in un monastero in Belgio. La sua figura si distingue per la sua postazione, il suo modo di porsi, di essere e di apparire, e naturalmente per la sua impeccabile e irrinunciabile eleganza.

La casa Dior, che la vestì per decenni, al compimento dei suoi 60 anni, realizzò per lei dei vestiti eccentrici, fastosi, lunghi abiti che toccavano terra. Durante la sua vita si riconobbe per un distinto impegno sociale e politico, essendo stata partecipe di una serie di importanti eventi storici. Venne riconosciuta la sua fama anche come scrittrice, con una serie di epistole, poemi, note di viaggio e saggi.

L’abito della donna è di un colore neutro, quasi tridimensionale, sul petto spunta un fiore nero alquanto vistoso, la lavorazione del corpetto e della coroncina è decisamente attenta e minuziosa, le pennellate esprimono un forte senso di movimento grazie alla loro ondosità mutando la manifestazione della donna in una figura “divina”, dall’aspetto luccicante e sfarzoso.

Sarah Breedlove, prima “self-made woman” della storia!

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Conosciuta come Madam C.J. Walker, da figlia di schiavi a imprenditrice milionaria…

Nel 1993 è stata inserita nella National Women’s Hall of Fame e il Guinness dei primati indicò Madam C.J. Walker come la prima donna a diventare milionaria per i suoi propri meriti; inoltre, nel 2002, lo studioso Molefi Kete Asante, l’ha inserito nella lista dei cento afroamericani più importanti della storia.

Parliamo di Sarah Breedlove, nota come Madam C. J. Walker, imprenditrice, filantropa e attivista statunitense, ma soprattutto considerata la prima donna americana che senza aiuti diventò milionaria, facendo fortuna sviluppando e commercializzando una linea di prodotti per capelli dedicata alle donne di colore con l’azienda da lei fondata, la “Madam C. J. Walker Manufacturing Company”.
La Walker era nata il 23 dicembre 1867 a Delta, nella Louisiana. A quel tempo Delta era un villaggio unincorporated (senza personalità giuridica) di poche case abitate da bianchi e centinaia di schiavi neri sparsi in baracche di legno nel territorio. Era la quinta dei sei figli e i suoi genitori e fratelli maggiori erano schiavi in una piantagione a Madison Parish di proprietà di Robert W. Burney, un ricco possidente con un migliaio di ettari e circa sessanta schiavi.

La piantagione di Burney era stata confiscata dai soldati dell’Unione nel 1865, ma i Breedlove rimasero come dipendenti in una terra soggetta alternativamente alle inondazioni e alla siccità. Quando Sarah aveva due anni, un eccezionale raccolto di cotone permise ai suoi genitori di pagare la tassa sul vincolo matrimoniale di 100 dollari e di sposarsi, legittimando così la loro unione e i sei figli.

Sarah era la prima figlia nella sua famiglia nata libero, essendo entrato in vigore il Proclama di emancipazione prima della sua nascita. Visse con la famiglia in una baracca di legno e fino all’età di 37 anni, facendo umili lavori e ogni anno aiutava i suoi familiari nella raccolta del cotone. Alla morte della madre, Sarah andò a vivere con la sorella maggiore e il marito di lei, ma all’età di 14 anni sposò Mosè McWilliams per sfuggire ai maltrattamenti del cognato, e tre anni dopo nacque la figlia Lelia.

Intanto le truppe federali avevano lasciato gli ex Stati Confederati e la loro partenza aveva aperto la strada a un regno del terrore che spinse migliaia di neri ad abbandonare il Sud. Anche Sarah, vedova ventunenne con una figlia di tre anni, si trasferì nel 1882 al Nord, a St. Louis, dove vivevano i suoi fratelli, che lavoravano tutti come barbieri. Lì fu aiutata a trovare lavoro, come lavandaia, ma  la morte del fratello per una malattia intestinale e un secondo sfortunato matrimonio provarono molto la Walker.

Come molte donne di quel tempo, Sarah subì la perdita di capelli. Poiché la maggior parte degli americani non avevano acqua corrente, riscaldamento ed elettricità, facevano il bagno e lavavano i capelli raramente. Il risultato erano malattie del cuoio capelluto. La Walker sperimentò rimedi casalinghi e prodotti già presenti sul mercato fino a quando sviluppò un proprio shampoo e una pomata che conteneva zolfo per mantenere il cuoio capelluto sano e favorire la crescita dei capelli. Sullo sviluppo del suo prodotto Madam Walker raccontò un’improbabile storia, per colpire l’immaginazione delle donne di colore; disse che la formula del suo prodotto per la crescita dei capelli le era stata rivelata in sogno da un “big black man”.

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Sarah Breedlove iniziò a commercializzare i suoi prodotti come Madam C. J. Walker, prendendo il cognome del suo terzo marito. Cominciò vendendo lei stessa il suo “Madam Walker’s Wonderful Hair Grower” porta a porta, fino ad ampliare le vendite a tutti gli Stati Uniti. Mentre sua figlia Lelia gestiva la vendita per corrispondenza da Denver, la Walker e il marito viaggiavano in tutto gli Stati orientali e meridionali.

Si stabilirono a Pittsburgh nel 1908, dove aprirono il Lelia College per preparare quelle che chiamava “hair culturists” o “Walker agents: erano donne di colore, altrimenti destinate a umili lavori, a cui insegnava i fondamenti della cosmesi e della tricologia e che vendevano porta a porta, guadagnando molto di più di quanto potevano sperare di ottenere come domestiche o cuoche; a esse dava anche lezioni su questioni politiche e sociali, incoraggiandole a diventare economicamente indipendenti e proponendosi come esempio.

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Nel 1910 la Walker si trasferì a Indianapolis, nell’Indiana, dove stabilì il suo quartier generale e costruì una fabbrica per produrre i cosmetici. Con i suoi viaggi fatti nei primi anni del Novecento a Cuba, Haiti, Panama e Costa Rica riuscì ad estendere la vendita dei suoi prodotti in tutti i Caraibi.

Nel 1917 si spostò nella sua proprietà, a Irvington, Villa Lewaro, che era stata progettata da Vertner Woodson Tandy, il primo architetto nero con licenza dello Stato di New York. Negli ultimi anni si occupò di politica, per promuovere le condizioni della gente di colore. Al meeting della National Negro Business League di Chicago del 1912, ebbe un posto sul podio e volle narrare la sua storia: “Sono una donna che proveniva dai campi di cotone del Sud. Sono stata promossa lavandaia. Poi sono stata promossa cuoca e da lì mi sono promossa da sola nel mondo degli affari ideando e realizzando prodotti per capelli”.

Alla sua morte, avvenuta a 51 anni, era considerata la più ricca donna afroamericana degli Stati Uniti ed era nota per essere la prima americana che era diventata milionaria con le sole sue forze. La Walker lasciò un patrimonio allora valutato 600 000 dollari (pari a 6 milioni di dollari di oggi).

Chapeau a questa grande Donna, che dal nulla ha creato un impero!

Rosalia de Castro, la malinconia gallega.

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Se nell’Ottocento Amherst, nel Massachusetts, ha la sua voce solitaria ed appartata in Emily Dickinson, prezioso dono maturato nell’isolamento e nel silenzio, in quegli stessi anni in Spagna, in Galizia, Padron ha il suo canto nella voce profonda e intensa di Rosalia de Castro.

Ho avuto la fortuna di visitare la sua casa-museo a Padron, una città ricca di storia e di testimonianze poetiche della letteratura gallega, che è anche l’ultima tappa del Cammino Portoghese che conduce a Santiago di Compostela.
Rosalia de Castro nasce nel 1837 a Camino Novo, un sobborgo di Santiago di Compostela, sette anni dopo Emily Dickinson ed è la figlia illegittima di un sacerdote e di una ragazza nubile di nobile famiglia.
Lo scandalo della sua nascita segnerà profondamente gli anni della sua infanzia, facendola sentire dolorosamente non conforme ai dettami della società del tempo. La sua vita è difficile, caratterizzata da stenti e difficoltà, ma segnata fin dall’inizio da un amore inestinguibile per la poesia.

Si sposa con lo storico giornalista Manuel Murguia, ha sette figli, di cui gli ultimi due muoiono, uno ad appena un anno e l’altra alla nascita. Scompare a quarantasette anni per un tumore all’utero.
Eppure, questa donna povera e tormentata, è riuscita con la sua opera ricca e complessa a riabilitare la lingua gallega, riannodando quel filo interrotto con gli antichi cantori del XIII e XIV secolo, dopo che per secoli era stata sminuita in favore del catalano e del castigliano.
La forza creativa della sua poesia, la sua capacità di vibrare in consonanza col suo popolo cantandone le fatiche, il dramma della povertà e dell’emigrazione, fanno di lei un riferimento potente soprattutto dal punto di vista identitario. È un magnifico destino per un poeta identificarsi con il suo popolo, fino a confondersi con esso: Rosalia de Castro è diventata emblema di quello gallego, offrendo il suo volto per rappresentare la Galizia stessa al punto da essere effigiata sulle banconote spagnole da cinquecento pesetas.
A Padron, i suoi compaesani emigrati in Uruguay hanno voluto dedicarle una statua in segno di gratitudine.
Rosalia de Castro però non è soltanto la voce del suo popolo, è anche colei che sa dialogare con l’ombra, con la saudade profondamente inscritta nei geni della poesia gallego-portoghese, quella combinazione unica di malinconia e nostalgia, di solitudine e senso tragico del commiato. Nessuno come lei può dirsi più affine alla sua terra estrema che si affaccia all’Oceano, immersa nella contemplazione metafisica del Nulla.

 

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Visitare la sua casa-museo mi ha fatto riflettere  sulla vita e sulla parola di questa donna che, pur conducendo un’esistenza impervia, all’insegna della diversità e votata ad un destino di solitudine interiore, è riuscita a innalzare il suo canto, teso in un anelito verso l’Assoluto.
Rosalia de Castro esprime nel suo temperamento malinconico e lirico il genius loci della sua terra, terra di horreos, i tradizionali granai galiziani, di ortensie blu, di boschi e di nebbie, di stregoneria e di mistero. L’atmosfera atlantica evocata dalla sua poesia è la dimensione tragica e fatale di Ananke, la dea del Destino e della Necessità.

L’Oceano per l’anima gallega è tutto, le sue onde sono dispensatrici di vita e di morte. Indicative di questo profondo amore sono le ultime parole che Rosalia de Castro pronunciò prima di morire “Aprite la finestra, che voglio vedere il Mare.” dipinte sul muro della sua camera.
Ma Rosalia non è solo poeta dell’ombra e della malinconia, è anche un’antesignana dei diritti per le donne, per la cui emancipazione si battè strenuamente. Fu sempre in prima linea nella difesa dei diritti civili e umani. Il suo impegno e la sua ricerca poetica l’accompagnarono per tutta l’esistenza, rendendola testimone preziosa del suo popolo e della sua terra. Per questo oggi la sua voce si fa sempre più nitida e forte, faro luminoso della poesia gallega, ancora così poco conosciuta in Europa e nel mondo.

Le donne che “turbano”.

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Il Benin è uno stato che si affaccia sul Golfo di Guinea. Per 450 anni ha fornito il maggior numero di schiavi, uomini e donne, agli Stati Uniti, ai proprietari di campi di cotone che volevano manodopera a basso costo, a signori e signore benestanti che volevano fregiarsi di avere uno schiavo o schiava in casa perché la servitù di colore dava uno status di un certo tipo.

Le donne vendute come schiave venivano rasate a zero per risultare meno seducenti e non indurre in tentazione il padrone o gli altri schiavi con cui condividevano case e giacigli.

Ma pur private di ogni possibile anelito di libertà, fisica, psicologica, di pensiero o di parola, le donne del Benin trovarono ugualmente il modo di ribellarsi.

Iniziarono a fasciare la testa in turbanti fatti con stoffe a colori e disegni vivaci. Il modo di annodare i turbanti divenne sempre più complesso, tanto da diventare una vera e propria arte. E a seconda dell’annodatura le donne riuscivano a inviare messaggi non scritti e non detti: chi era il padrone, da dove venivano, se avevano marito, se erano state vendute e così via.

Messaggi, naturalmente, intelligibili sono alle persone di uguale provenienza, ma era proprio a loro, non certo ai padroni, che volevano rivolgersi.

Oggi tante donne africane continuano ad annodare turbanti bellissimi sulle loro teste, e sapere che dietro ai loro turbanti c’è una storia di schiavitù, oppressione e ribellione intelligente me le fa vedere con occhi diversi.

Per opporsi, per dire no, non serve urlare. A volte basta annodare un turbante!

Questa storia bellissima l’ho trovata su Slow News (a Cesare quel che è di Cesare), che da tempo racconta storie di giornalismo ‘lento’ e sussurrato, non gridato, ma approfondito e interessante.

 

La caccia alle streghe, vittime spesso dell’ignoranza e della misoginia.

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Tale fenomeno è durato circa tre secoli attraversando tutta l’Europa fino ad arrivare, grazie anche alla diffusione dei mezzi di comunicazione, ad alcune zone dell’America.

 Un po’ di date:

  • 1326: la Chiesa considera la stregoneria simile all’eresia, entrambe vanno perseguitate dai frati inquisitori
  • 1487: esce il manuale Malleus Maleficarum (“Il martello delle streghe”) scritto da due domenicani tedeschi. Ha un seguito notevole che si diffonde in tutta Europa
  • 1782: è l’anno dell’ultima vittima della caccia alle streghe. La malcapitata si chiamava Anna Goledi e fu decapitata in Svizzera, in una piazza, dopo essere stata sottoposta a una serie di strazianti interrogatori e torture.

Alla base di tale persecuzione ci furono sicuramente superstizioni e fanatismo religioso, ma uno degli elementi che maggiormente contribuì a questa strage di innocenti fu la radicata misoginia e la considerazione che si aveva della donna.

Dal libro: “Stringo i denti e diranno che rido. La donna e l’accidentato percorso- nascita” di Rosa Papa e Roberta Arsieri:

Le streghe sono ciò che vela il non detto, il capro espiatorio, la spettacolarizzazione crudele della sanzione oscurantista. La negazione e il disprezzo del corpo femminile, e di tutti gli accadimenti ad esso collegati, dal parto alle mestruazioni, tutto ciò ha radici antichissime. Le pratiche simboliche come la magia hanno costituito un riferimento più che condiviso dal mondo antico, soprattutto per ciò che gli uomini non riuscivano a comprendere come il sangue mestruale, la gravidanza e la sterilità, il parto e l’aborto[…]

 

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E ancora da uno stornello popolare dell’epoca, citato nel libro “Le streghe sono tornate. La ricostruzione dei grandi processi. Cinque secoli di storia da parte delle streghe” di Vanna De Angelis, si legge:

Dolor senza consiglio, sacco senza fondo, febbre continua che mai non fina, bestia insaziabile, foglia menata al vento, canna vuota, pazza scatenata, male senza niun bene, in casa un demonio, nel letto un cesso, nell’orto una capra, immagine del Diavolo

Ma chi erano davvero queste donne perseguitate e bollate come streghe?

Le streghe, tutte coloro che furono accusate di esserlo, erano donne perlopiù sole, nubili o vedove, povere, vecchie, straniere, prostitute, ribelli, malinconiche e guaritrici. Molte streghe erano semplicemente donne, che avevano o mostravano indipendenza, donne coraggiose e di carattere, capaci di replicare e di difendersi. In Inghilterra, ad esempio, alcune vennero accusate di stregoneria semplicemente perché sapevano nuotare. Spesso relegate in una posizione marginale, queste donne trovano nei loro poteri una capacità di rivalsa.

Le donne sospettate di stregoneria venivano sottoposte a varie “prove”, una di queste era la prova dell’acqua. Le sospettate venivano legate ad un masso e gettate in uno stagno o in un fiume: se riuscivano a galleggiare (e quindi l’acqua le “rifiutava”) erano sicuramente colpevoli; se affogavano, erano innocenti.

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Per verificare la presenza di segni invisibili (come un neo, o una macchiolina), che provassero il cosiddetto “marchio del diavolo”, si adottava la “prova del sangue”: se la presunta strega, dopo essere stata punta da un ago, non sanguinava allora quest’ultima doveva sicuramente essere colpevole.

Queste donne,  praticamente, non avevano nemmeno diritto ad un vero e proprio processo, l’inquisitore partiva con la certezza dell’accusa; sicché toccava all’accusata dimostrare di non essere una strega. Ma non avevano alcun modo per dimostrare la propria innocenza poiché, per confessare cose che fondamentalmente non avevano mai fatto, venivano sottoposte ad atroci torture.

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Le vittime avevano due scelte: o confessare ed essere umiliate pubblicamente e spesso, nonostante tutto, anche condannate a  morte, oppure, rifiutare la propria colpevolezza ed essere arse vive sul rogo. Tutte o quasi tutte finivano col confessare colpe mai commesse sotto torture crudeli e disumane.

La strega, molto spesso, era una donna che aveva un ruolo piuttosto importante nella comunità in cui viveva. Queste erano perlopiù erboriste eccezionali, profonde conoscitrici delle erbe e dei loro poteri, non a caso, nell’immaginario comune, le streghe vengono rappresentate come curve, non perché anziane, ma perché passavano diverse ore del giorno chine sul terreno a scrutare la vegetazione.

Erano considerate delle vere e proprie guaritrici e molti, soprattutto le donne, di ogni estrazione sociale, di campagna o di città, si rivolgevano loro per invocare la  guarigione dalle malattie proprie, dei figli, dei mariti, eccetera.

Esse, inoltre, erano anche delle ottime levatrici e praticavano aborti; quindi erano considerate figure in grado di gestire e controllare le nascite e in generale la fecondità e la sfera sessuale. Capitava di sovente che se nella comunità qualche uomo soffrisse di impotenza, problema che feriva profondamente l’orgoglio maschile,  le  povere malcapitate venissero accusate di aver fatto fantomatici sortilegi ai danni degli uomini.
Una delle tante accuse mosse a queste donne fu la capacità di far sparire completamente gli organi genitali maschili.

Nel famigerato Malleus Maleficarum…

Si parla di tre casi in cui le streghe avrebbero privato degli uomini del loro pene. I primi due riguardano degli uomini che per magia avrebbero avuto solo l’illusione di non avere più i genitali—le streghe “sono in grado di portar via l’organo sessuale maschile,” scrive Heinrich Kramer, “non togliendolo fisicamente, ma nascondendolo con qualche trucco di magia.” Il terzo caso invece riguarda il fenomeno delle streghe che evirerebbero gli uomini per conservare i loro peni come degli strani animali domestici da nutrire e coccolare. Ci fu addirittura il caso di un uomo che, disperato per aver perso il pene, contattò “una certa strega” che gli disse di “arrampicarsi su un certo albero dove si trova una cesta contenente molti peni, da cui avrebbe potuto prendere quello che preferiva”.

Un murale scoperto in Toscana raffigurante un albero di peni. Foto via Wikimedia Commons
Un murale scoperto in Toscana raffigurante un albero di peni. Foto via Wikimedia Commons

Ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate se non fosse che, proprio a causa di queste folli credenze, migliaia di donne vennero uccise ingiustamente.

Ciò che faceva maggiormente terrore era il fatto che, tutte coloro che si rivolgevano loro, instaurassero una vera e propria alleanza di genere. E forse questo, più di ogni altra ragione, portava sgomento nella società,  tanto da aver scatenato una paranoia che è poi degenerata in una vera e propria persecuzione. Questa unione tra donne minacciava il controllo di una società prettamente maschile.

Tra le varie streghe italiane c’è, ad esempio, il caso di Matteuccia una donna che aiutava le altre a non avere gravidanze indesiderate e a procurarsi degli aborti. Matteuccia, per questo, fu arsa viva il 20 marzo del 1948.

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C’è poi Gabrina che era il punto di riferimento di molte donne. Gabrina degli Albeti fu guaritrice, ostetrica, erbaiola, sapiente preparatrice di pozioni e filtri d’amore. Gabrina era analfabeta e fu condannata al taglio della lingua; sicché tutti i suoi saperi morirono, e questo era essenzialmente l’obiettivo degli inquisitori.

C’è poi Benvenuta Benincasa a cui si rivolgevano decine di donne di tutte le estrazioni sociali per questioni legate alla salute propria o dei propri cari o per pozioni d’amore. Essa non venne arsa viva, ma derisa e umiliata  tanto da rinnegare la propria sapienza e la propria arte di guaritrice.

Ci sono poi le storie di Isabella Arienti giustiziata al rogo per stregoneria a Milano nel 1603, Caterina Capelleta che venne lapidata e uccisa da una folla inferocita a Reggio Emilia nel 1599, e ancora, Judith Franchetta una donna ebrea che fu bruciata viva, nel 1600, nel corso di una spettacolare cerimonia pubblica svoltasi a Mantova sotto gli occhi di una folla numerosa che assisteva indifferente alla morte.

Che dire poi della storia di Caterina Medici  che si sposò a soli 13 anni con uomo che la costringeva a prostituirsi. Rimasta vedova molto giovane, Caterina, iniziò a lavorare come serva a Pavia e nel Monferrato. Dal padrone ebbe due figlie e una terza figlia non fu da questi riconosciuta. Dopo una lunga convivenza, nel 1611, si trasferì a Milano, continuando a lavorare come serva. Nel 1616 entrò al servizio di un senatore milanese. Quest’ultimo iniziò improvvisamente a soffrire di dolori allo stomaco e di melanconia, Caterina Medici fu accusata, nel dicembre 1616, di avergli fatto un sortilegio. Fu un ex padrone della donna ad accusarla per primo. La donna confessò subito. Sottoposta a processo, nel corso del quale fu impiegata la tortura, fu infine condannata a morte. L’esecuzione, a conclusione di uno spettacolo pubblico nel corso del quale la donna fu esposta su un carro e torturata di nuovo con tenaglie roventi, avvenne per impiccagione il 4 marzo 1617 (il cadavere fu quindi bruciato sul rogo).

Ci sono poi Angela, Marta, Santina, Doralice Isabella, Caterina, Faustina tutte condannate a morte.

E poi le streghe di Benevento, le donne di Triora, del Salento, quelle di Bitonto e tante altre.

SalemWitchcraftTrialE infine non potevo non citare il famoso Processo di Salem. Nell’inverno tra il 1691 e il 1692, nel villaggio di Salem ( contea di Essex, Massachusetts), Elizabeth “Betty” Parris e Abigail Williams, rispettivamente figlia e nipote del parroco Samuel Parris, iniziarono a comportarsi in modo inusuale: rimanevano per lunghissimo tempo taciturne, si nascondevano dietro vari oggetti, strisciavano sul pavimento e emettevano strani versi. Il pastore fece visitare sua figlia da vari medici ma nessuno seppe dare una spiegazione ai disturbi della ragazza. Uno di questi medici ipotizzò si trattasse di una possessione demoniaca.

Elizabeth Parris e Abigail Williams e altre ragazze, che come loro iniziarono a comportarsi in maniera singolare, vennero  incalzate a rivelare i nomi di altre ragazze, che potessero essere streghe o possedute dal demonio. Le due fecero il nome di Tituba, una schiava (indiana o africana, non è ben noto) che era anche la collaboratrice domestica del parroco Samuel e poi, in base alle altre testimonianze, vennero fuori i nomi di altre due donne: Sarah Good e Sarah Osborne. La prima era una signora anziana e inferma; la seconda era una mendicante nota in città, accusata semplicemente perché parlava da sola.

Dopo le prime delazioni delle ragazze, fu istituito un vero e proprio tribunale. Sarah Osborne, Sarah Good e Tituba furono arrestate con l’accusa di stregoneria. Il giorno dopo l’arresto si tennero i primi interrogatori: Osborne e Good si dichiararono innocenti, mentre Tituba confessò di essere una strega. La comunità del villaggio credette alla confessione fatta sotto tortura dalla schiava e il 1º marzo 1692 le tre donne furono incarcerate. Le pseudo manifestazioni demoniache ovviamente non cessarono dopo l’arresto delle tre donne e tutto ciò diede il via a una paranoia che portò l’incarcerazione e la condanna a morte di decine di altre donne, ma non vennero risparmiati neanche bambini/e.

L’isteria generale si concluse nell’autunno del 1692 e il 12 ottobre 1693, il governatore Phips, sciolse “La Corte” (il tribunale creato per processare le streghe) e istituì una Corte di giustizia che, dopo aver preso in esame 52 casi, assolse 49 detenuti e commutò la pena di 3 condannati a morte.

Riportando un’altra citazione del libro sopraccitato ( Stringo i denti e diranno che rido. La donna e l’accidentato percorso-nascita) : 

E’ importante e legittimo dare un nome a queste vittime, cadute sotto i colpi di armi purtroppo sempre attuali: l’ignoranza e la misoginia.

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A distanza di vari secoli possiamo affermare che l’ignoranza e la misoginia siano state arginate? Nonostante i vari progressi e le piccole grandi conquiste la risposta purtroppo è no.

Mi vengono in mente, a tal proposito,  i casi di ragazze che si sono suicidate , per dei video che le ritraevano mentre avevano dei rapporti sessuali, perché stanche di subire insulti umilianti. Ancora la ragazzina di Melito che ha denunciato le violenze sessuali subite in tre anni da diversi uomini del paese e a cui l’intero paese non solo le  ha voltato le spalle, ma l’ha anche accusata di essersela andata a cercare.

E di altre che sono state costrette ad abbandonare la propria casa e il proprio paese perché, dopo essere state stuprate, hanno visto le intere comunità in cui vivevano spalleggiare gli stupratori e, non paghi, accusare queste ragazze di essere delle puttane,  delle rovina famiglie/padri di famiglia/bravi ragazzi.

E per finire  le centinaia, se non migliaia di donne, che sono state ammazzate per mano di chi non ha accettato il loro NO!

Fonti:

Wikipedia, Storia di Milano,  Rai Storia,  Linkiesta, Università delle donne

Le donne curde sono un sogno di libertà.

 

 

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Sono madri.
Come noi.
Sono donne.
Come noi.
Perdono il sangue tra le gambe.
Come noi.

Hanno figli da cui vogliono tornare.
Come noi.

Combattono per un’idea.
Per tutte noi.

Contro l’oppressore.
Contro il patriarcato.
Per la democrazia.

Cantano Bella Ciao.

Il loro coraggio fa paura.
La loro forza è fiera.
Delicati gli sguardi.
Decisi gli atti.

Sputano alla morte.

Per la loro gente
In difesa del loro popolo.

Sono protagoniste.
Sono ammirazione.
Sono promessa.

Sono donne curde.
Sono nostre sorelle.

Sono un sogno di libertà.

Cinzia Pennati

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Ciò che le donne curde mettono in atto è l’idea  di una  società straordinaria . Una società democratica e paritaria.

Ciò che fanno le altre donne nel mondo deve riguardarci. Se rimaniamo con lo sguardo su di noi, sul nostro orticello,  i nostri figli, la nostra storia finirà con noi.

Invece, dobbiamo trarre ispirazione e speranza dalla forza di altre donne. Dobbiamo trarre coraggio. Essere solidali e cambiare con piccoli passi le nostre esistenze.

Qui, non si parla di yoga, di cosa fanno i figli, della maternità,  ma vi chiedo di non sentirvi meno coinvolte.

Che cosa  possiamo fare? Intanto farle vedere, quando le donne e il loro operato si vedono… esistono.
E noi esistiamo con loro!

Luisa Spagnoli una protagonista del suo tempo…

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Non fu solo la creatrice del “Bacio Perugina” e dei filati d’angora, ma anche l’imprenditrice che introdusse il congedo retribuito di maternità alle lavoratrici

Ci sono tanti esempi di grandi donne e il bello è che molte di loro sono un orgoglio nazionale. È il caso di Luisa Spagnoli, la storia di una donna imprenditrice, capace di intuizioni pionieristiche e di energiche battaglie sociali che riuscì a trasformare la sua ansia di espressione in impresa di successo.

Una storia eccezionale quella di Luisa Spagnoli (1877-1935) nel corso della quale,  combinando amore, sogni, creatività e progetto imprenditoriale, riuscì a fondare due imperi, vanto del made in Italy nel mondo: il colosso dolciario della Perugina e il marchio di moda che ancora oggi porta il suo nome. Grazie alla dolcezza di un cioccolatino (il famoso “Bacio” degli innamorati con i bigliettini-messaggio inseriti nell’involucro) e alla morbideza di un golf d’angora, diventò il prototipo della donna ribelle e innovatrice, in lotta contro i retaggi culturali della società contadina a cavallo tra le due guerre e contro le regole non scritte che inchiodavano le donne un passo indietro agli uomini. E se battersi per i diritti delle donne oggi è complicato, ai primi del ‘900 era certamente un’impresa eroica. Ed è per questo che scrivere di Luisa Spagnoli fa pensare a quanto sia stata difficile e dura la sua marcia di emancipazione.

Luisa Sargentini, questo il suo cognome da nubile, nacque a Perugia nel 1877 da padre pescivendolo e da madre casalinga. Poco più che ventunenne sposò Annibale Spagnoli e con lui ebbe inizio la sua avventurosa carriera di imprenditrice. I due rilevarono una drogheria e subito dopo cominciarono a produrre confetti. Nel 1908, insieme a Francesco Buitoni, fondarono la “Perugina”, una piccola azienda con sede nel centro storico di Perugia e con quindici dipendenti in tutto.

laboratorio-peruginaNew York, negozio Perugina nella 5th Avenue

Luisa fabbricava caramelle e cioccolatini con rara capacità, ma la prova più difficile per lei si presentò con lo scoppio della Prima Guerra mondiale, quando a mandare avanti la fabbrica rimase solo lei con i suoi due figli, Mario e Aldo. Fu allora che Luisa rivelò le sue capacità imprenditoriali. A guerra finita la “Perugina” era già un’azienda con più di cento dipendenti. per lo più donne. e Luisa cominciò a inventare una miriade di cioccolatini con nomi accattivanti, da il “Cazzotto” Perugina chiamato così per la sua forma che ricordava la nocca di una mano, ma subito dopo nominato “Bacio” per motivi di marketing.

Nel 1923 Annibale Spagnoli ruppe con i Buitoni lasciando la sua creatura. Luisa, invece, rimase in Perugina e diventò membro del consiglio d’amministrazione. Da quel momento nacque la sua storia d’amore,  alquanto contrastata,  con Giovanni Buitoni. Luisa era oramai una signora ultraquarantenne, di ben 14 anni più anziana del trentenne Giovanni (cosa che a quei tempi faceva scalpore!).

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Dopo l’esperienza con l’industria dolciaria, Luisa Spagnoli si dedicò all’allevamento dei conigli d’angora, dal pelo particolarmente lungo e morbido con il quale produsse filati di pregevole qualità. La Spagnoli inventò una tecnica particolare con la quale non era necessario uccidere nè tosare i conigli, ma semplicemente passare sui peli dell’animale un particolare pettine al quale rimanevano incastrati ed utilizzati per ricavarne filati per capi di qualità.

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