Ildegarda di Bingen, la Santa che per prima scoprì la sessualità femminile

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La prima volta che ho sentito parlare di Ildegarda di Bingen é stato durante un corso di filosofia medioevale all’Università che non era interamente dedicato al suo pensiero, anzi.

Ricordo comunque che mi era rimasta impressa, perché, in generale, nei manuali di storia della filosofia non è facilissimo trovare nomi femminili, e certamente non mi aspettavo di trovarne uno in un libro di filosofia medievale. Una volta finito l’esame sapevo che Ildegarda era una monaca, che nella sua vita aveva avuto molte visioni, e che aveva scritto alcuni testi sulla musica e l’armonia tra l’uomo e il cosmo. Non sapevo però che fu una delle prime donne a parlare di sessualità e orgasmo femminile, in un ambiente, quello ecclesiastico, e in un’epoca, quella medievale, in cui farlo era a dir poco impensabile.

Ildegarda nasce durante il periodo delle crociate, nel 1098, a Bermersheim vor der Höhe, in Germania. È l’ultima di dieci fratelli e fin da piccola mostra di essere speciale: particolarmente intelligente e acuta, ma anche fragile. A soli cinque anni inizia ad avere delle visioni. Per via di queste sue caratteristiche i genitori decidono di affidarla alle cure e agli insegnamenti di una nobile tedesca, Jutta, che si era da poco ritirata in clausura nel monastero benedettino di Disibodenberg.

Già adolescente decide di prendere i voti e diventa una monaca benedettina. Ha un carattere socievole, sensibile e accogliente, e proprio per questo, quando Jutta muore le altre monache la eleggono badessa del convento. La sua vita trascorre in modo tranquillo per diversi anni, continua ad avere visioni ma non ne diffonde il contenuto. A 45 anni, però, entra in una fase di profonda crisi fisica e psichica e, durante una visione, Dio le suggerisce di scrivere e pubblicare ciò che vede. Così Idelgarda chiede il permesso al Papa, che glielo accorda, e inizia a scrivere. Va detto che, per quanto il medioevo sia stata un’epoca in cui i fenomeni mistici e le visioni erano molto diffuse, erano invece pochissime le visioni che venivano ritenute vere e ufficiali. Ildegarda viene creduta perché non è spinta da narcisismo: non si definisce mai e autonomamente “profetessa”, e soprattutto tace le sue visioni per molti anni.

Inizia  così a scrivere e si occupa di diverse discipline: di teologia, di medicina, di botanica. I suoi testi la rendono celebre e inizia a intrattenere rapporti epistolari con personaggi importanti, compreso l’imperatore Federico Barbarossa, con il quale non si fa problemi a parlare anche di politica. Proprio con Federico Barbarossa Ildegarda stringe un bel rapporto di amicizia, ma non si risparmia di criticarlo e attaccarlo quando lui pensa, in contrasto con l’allora Papa Alessandro III, di eleggere due antipapi.
Le seguaci di Ildegarda sono sempre di più, così lei decide di fondare un suo monastero, sulle colline di Rupertsberg. E in seguito ne fonderà un altro ancora. Trascorre la sua vecchiaia a scrivere e a istruire gli altri, senza mai perdere la tenacia e il desiderio di affermare le proprie idee, anche ponendosi in contrasto con il clero locale. Cosa che fa anche poco prima di morire, a 81 anni, un’età eccezionale per i tempi.

Tra i testi più celebri di Ildegarda ci sono lo Sci vias, il Liber Vitae Meritorum e il Liber Divinorum Operum. Insomma dei temi che trattava se ne é  già parlato, ma qual era esattamente la sua visione? Cosa molto strana per il Medioevo, Ildegarda, che aveva studiato molto Agostino e Dionigi l’Areopagita, non credeva in una separazione tra sapere e prassi, tra vita e fede. Per lei, questi due aspetti della vita erano con-fusi in un’unica dimensione. Per sapere qualcosa bisogna averne esperienza. Non solo, ma l’esperienza delle visioni, così dolorose da un punto di vista fisico, la portano a sviluppare una profonda – e ancor più inedita – attenzione nei confronti del corpo, in grado di “sentire”, e quindi veicolo fondamentale del sapere e della verità.

Nonostante lei stessa si descrivesse come un “debole essere femminile” la sua attenzione è rivolta soprattutto al corpo femminile e alle sue esperienze, fisiche e concrete, di cui nel Medioevo praticamente non si parlava: il ciclo mestruale e il modo in cui le fasi lunari lo influenzano, la maternità e il parto, ma soprattutto il piacere sessuale.

Ildegarda di Bingen è stata una delle prime donne in assoluto a fornire una descrizione dell’orgasmo femminile. Ma non si è fermata qui: parlava del sesso come di un atto meraviglioso, passionale e sublime. Scrive a questo proposito:

Quando una donna fa l’amore con un uomo, sentendo un senso di calore nel cervello che porta alla gioia dei sensi, comunica il gusto di quella delizia durante l’atto e stimola l’emissione del seme dell’uomo. E quando il seme è caduto nel suo luogo naturale, quell’impetuoso calore discende dal cervello della donna e attira il seme e lo trattiene, e presto gli organi sessuali della donna si contraggono e tutte quelle parti che sono pronte ad aprirsi durante il periodo mestruale adesso si chiudono, nello stesso modo in cui un uomo forte può tenere qualcosa stretto in un pugno.

Ha disegnato una mappa dell’universo, la cui forma è basata su quella della vagina:

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Non solo, ma si è anche dedicata all’analisi del corpo maschile, sempre paragonato all’universo, e della differenza tra piacere sessuale maschile e femminile:

Quando nel maschio si fa sentire l’impulso sessuale (libido), qualcosa comincia come a turbinare dentro di lui come un mulino, poiché i suoi fianchi sono come la fucina in cui il midollo invia il fuoco. Ma nella donna il piacere (delectatio) è paragonabile al sole, che con dolcezza, lievemente e con continuità imbeve la terra del suo calore, affinché produca i frutti, perché se la bruciasse in continuazione nuocerebbe ai frutti più che favorirne la nascita. Così nella donna il piacere con dolcezza, lievemente ma con continuità produce calore, affinché essa possa concepire e partorire, perché se bruciasse sempre per il piacere non sarebbe adatta a concepire e generare. Perciò, quando il piacere si manifesta nella donna, è più sottile che nell’uomo.

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Chiaramente stiamo parlando di una visione divina e mistica della sessualità. Eppure, mentre il suo pensiero ha sempre riscosso successo e incuriosito i lettori di ogni epoca, la chiesa a lungo ha preferito non parlare di questi scritti. Non a caso ci sono voluti secoli prima che la sua figura venisse canonizzata. Ildegarda di Bingen è diventata Santa solo nel 2012, grazie a Benedetto XVI. A riprova del fatto che le idee di una mente così aperta sono state considerate controverse fino a pochissimo tempo fa.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Ildegarda di Bingen, Il libro delle opere divine (testo latino a fronte), a cura di Cristiani M. – Pereira M., Milano, Mondadori 2003

Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Milano, Il Saggiatore 1986

“Sarà estate prima o poi” di Emily Dickinson

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Sarà estate – prima o poi.
Donne – con parasoli –
uomini a passeggio – con canne d’India –
E bambine – con bambole –

Coloreranno il paesaggio pallido –
come un luminoso mazzo di fiori –
per quanto sommerso di pario –
il paese si stenda – oggi –

I lillà – piegati da molti anni –
dondoleranno carichi di violetto –
le api – non disprezzeranno il motivo –
che i loro avi – cantarono –

La rosa selvatica – arrosserà lo stagno –
l’aster – sulla collina
detterà – la sua moda perenne –
e le genziane pasquali – crinoline –

finché l’estate ripiegherà il suo miracolo –
come una donna la gonna –
o i sacerdoti – ripongono i simboli –
quando il sacramento – è finito –

Un altro anno… il 2019!

 

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In questi giorni sospesi tra due feste, eterei, incorporei, lievemente nostalgici per qualcosa che finisce e al contempo speranzosi per qualcosa che arriverà, io propendo per quell’anno nuovo, quel diario che ha 365 pagine bianche: i bilanci sono alle spalle, ora è tempo di progetti, di rinnovate energie per ricominciare da quel punto fermo che il calendario ci pone.

E allora auguro a tutt* voi un 2019 colmo di gioia e di serenità. E soprattutto che i vostri desideri si avverino… Buon Anno!

paola

P.S. Per i prossimi articoli ci vediamo il 10 Gennaio 2019!

Alcuni suggerimenti per un vero regalo di Natale… Auguri!

Al tuo nemico, perdono.

Al tuo avversario, tolleranza.

A un amico, il tuo cuore.

A un cliente, il servizio.

A tutti, la carità.

A ogni bambino, un buon esempio.

A te stesso, rispetto.

(Oren Arnold)

Auguro un Felice Natale da trascorrere in serenità con chi amate. Un Natale che si porti via i botti, quelli che spaventano i nostri amici fedeli, ma soprattutto quelli che uccidono innocenti. Non dimentichiamoli.
E lavoriamo col sorriso sulle labbra, gli occhi aperti e le orecchie ritte per costruire un mondo migliore.
Tenendo il cuore aperto. Sempre.

paola

C’é un posto nel mondo…

 

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C’è un posto nel mondo

dove il cuore batte forte ,

dove rimani senza fiato,

per quanta emozione provi,

dove il tempo si ferma

e non hai più l’età;

Quel posto è tra le tue braccia

in cui non invecchia il cuore,

mentre la mente non smette di sognare. …..

Da lì fuggir non potrò

poiché la fantasia d’incanto

risente il nostro calore e no. .. .

non permetterò mai

ch’io possa rinunciar a chi

d’amor mi sa far volar.

Alda Merini 

 

La madre di tutte le giornaliste…

                                       E oggi vi presento Elizabeth Jane Cochran.

Elizabeth nasce nel 1864 in Pennsylvania. Dimostra di avere le idee piuttosto chiare fin da subito: a casa sua si legge il Pittsburgh Dispatch, e mi piace immaginarla sputacchiare il succo d’arancia mentre legge un articolo sessista sul quotidiano. Elizabeth prende carta e penna e scrive un’infuocata risposta indirizzandola all’editore. La sua lettera non viene pubblicata, ma lo stile e la potenza dialettica non passano inosservate: la giovane viene assunta come giornalista e assume lo pseudonimo di Nellie Bly.

Elizabeth – diventata Nellie – si dedica ad un tipo di giornalismo del tutto nuovo, inaugurando una professione adatta a chi si senta per metà scrittore e per metà investigatore privato.

Sono pezzi di indagine che procurano anche qualche disturbo alla proprietà del giornale, come quando viene inviata in Messico e viene espulsa dopo qualche mese dal governo sudamericano perché colpevole di aver raccontato la storia di un giornalista imprigionato dal presidente Porfirio Diaz per le critiche verso il potere. Rientrata in sede, finisce per essere relegata alle “pagine femminili”.

Date un’altra occhiata allo sguardo di inizio post: ve lo immaginate un tipetto del genere a scrivere di merletti e di ricette del tacchino alle prugne? Io no, e lei neppure, tanto da licenziarsi e andare a cercar fortuna altrove.

Nellie – una volta Elizabeth – va ad offrire i propri servigi al New York World, diretto in quegli anni da un “tale” Joseph Pulitzer. Il quale non solo la assume, ma le affida immediatamente un’inchiesta sul “Women’s Lunatic Asylum”. Già: un manicomio.

Una struttura in cui Nellie si fa internare, per poter raccontare in quali condizioni e a quali trattamenti fossero sottoposte le pazienti, con le quali condivide cibo rancido e cure scioccanti.  L’inchiesta ha un tale scalpore da portare ad una riforma di quel tipo di istituti.

Nel 1888 Pulitzer ha uno di quei colpi di genio che ne hanno eternato il cognome: inviare un reporter a ripercorrere il “giro del mondo in 80 giorni” immaginato da Verne, e pubblicarne i resoconti. L’idea ha un riscontro incredibile al quale contribuisce la scelta di Nellie quale giornalista in viaggio: per la prima volta, una donna vola, pernotta e si muove in maniera indipendente, attraversando Inghilterra, Giappone, Cina, Hong Kong, e due tappe che ci colpiscono un po’: Brindisi (perché è in Italia) e Amiens, perché ci abitava lo stesso Verne. Tornerà a New York dopo 72 giorni di circumnavigazione, un vero record per quell’epoca.

Dopo un periodo di lontananza dal giornalismo, Nellie Bly tornerà alla carta stampata nel 1914, con una serie di reportage dal fronte della prima guerra mondiale che sono utilizzati ancora oggi quali esempi di cronache di guerra. Si spegnerà per una polmonite nel 1922, e novanta anni dopo il “Wall Street Journal” la definirà “la madre di tutte le giornaliste”.

Mi son dilungata un po’ troppo, ma  ora taglio: una sola domanda rimane senza risposta. Come può l’industria cinematografica americana essersi lasciata sfuggire un soggetto simile, già pronto per un film? Non lo sappiamo, ma possiamo provare a immaginarlo, e magari avanzare delle candidature per l’interprete femminile che vorremmo si cucisse addosso gli abiti di Elizabeth – Nellie Bly.

Oriana Fallaci,la storia di una donna moderna e grande giornalista.

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Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico“. Oriana Fallaci

Oriana Fallaci si può definire così, a essere brevi: la giornalista italiana più conosciuta e apprezzata al mondo. Ebbe una vita straordinaria, di cui i più giovani sanno pochissimo e quel che sanno è per via delle cose che scrisse e disse negli ultimi dieci anni della sua vita – dall’11 settembre 2001 in poi – e che furono oggetto di critiche e polemiche, ma era stata moltissimo altro. Inventò un modo tutto suo di scrivere e intervistare, fu una delle prime donne a farsi strada in un mondo che fino ad allora alle donne sembrava precluso, ebbe posizioni radicali, fu molto poco politically correct e per questo divenne oggetto di attacchi e pesanti contestazioni (da cui seppe difendersi con energia). A un certo punto della sua vita diventò un personaggio, a prescindere dalle storie che raccontava e che aveva raccontato: fotografata e intervistata dai più importanti giornali internazionali, con i suoi occhialoni, le sigarette, i suoi cappelli e il suo pessimo carattere.

«Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». Così Oriana Fallaci raccontò la sua famiglia in “La vita di Oriana narrata da Oriana stessa per i lettori dell’Europeo”: un testo destinato, appunto, ai lettori della rivista con cui collaborava. La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni: «Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».

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Nonostante le condizioni della famiglia non fossero agiate, i pochi risparmi venivano investiti nell’acquisto di libri. Oriana Fallaci ebbe per tutta la vita una grande passione per i libri («Quando sono in una stanza senza libri mi sembra d’essere in una stanza vuota»); negli anni acquistò anche molti libri antichi creando una collezione che prima della sua morte donò alla Pontificia Università Lateranense di Roma.

Dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, suo padre entrò nella Resistenza e portò con sé la figlia che aveva 14 anni. Con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia”, Oriana Fallaci affiancò il padre in varie operazioni, fece da staffetta consegnando ai compagni partigiani armi, giornali clandestini e messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati. I grandi classici della letteratura pagati a rate dai genitori e la partecipazione alla Resistenza furono i due elementi fondamentali della sua formazione:

«La mia fanciullezza è piena di eroi perché ho avuto il privilegio di esser bambina in un periodo glorioso. Ho frequentato gli eroi come gli altri ragazzi collezionano i francobolli, ho giocato con loro come le altre bambine giocano con le bambole. Gli eroi, o coloro che mi sembravano tali, riempirono fino all’orlo undici mesi della mia vita: quelli che vanno dall’8 settembre 1943 all’11 agosto 1944, l’occupazione tedesca di Firenze. Credo di aver maturato a quel tempo la mia venerazione per il coraggio, la mia religione per il sacrificio, la mia paura per la paura» (“Se il sole muore”, 2010).

Nonostante la militanza nella Resistenza non perse nemmeno un anno di scuola, anzi: ne saltò uno, sostenne un esame per passare dalle magistrali al liceo classico e si diplomò con un anno di anticipo nel giugno del 1947. A settembre si iscrisse alla facoltà di Medicina e iniziò a lavorare per il quotidiano di Firenze Il Mattino dell’Italia centrale (il fratello del padre, Bruno Fallaci, era uno stimato giornalista e anche le due sorelle di Oriana, Neera e Paola, iniziarono a fare questo mestiere collaborando con Oggi e il Tempo). All’inizio Oriana Fallaci si occupò di cronaca nera. Poi lasciò l’università e iniziò a scrivere di cronaca giudiziaria e anche di argomenti di costume: è molto famoso un suo articolo del 7 dicembre del 1948 in cui descrisse le sfilate di Dior a Firenze.

Il suo obiettivo era diventare «scrittore» e il giornalismo per lei era inizialmente solo un modo per guadagnare dei soldi:

«Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore, e quell’impulso è sempre stato avversato in me dal problema dei soldi, da un discorso che sentivo fare a casa: “Eh! Scrittore, scrittore! Lo sai quanti libri deve vendere uno scrittore per guadagnarsi da vivere? E lo sai quanto tempo ci vuole a uno scrittore per esser conosciuto e arrivare a vendere un libro?”» (Archivio privato Oriana Fallaci, Appunto dattiloscritto).

Nel 1951 un suo articolo fu pubblicato sul settimanale L’Europeo, uno dei più prestigiosi del tempo. Il pezzo si intitolava “Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini” e raccontava la storia di un cattolico comunista di Fiesole a cui erano stati negati i sacramenti e i cui compagni vestiti da prete avevano inscenato un funerale religioso. Negli anni Cinquanta lavorò per Epoca (diretto dallo zio) e scrisse per L’Europeo altri articoli trasferendosi a Roma (dal settimanale verrà poi assunta nella redazione di Milano continuando le collaborazioni fino al 1977). Come le altre sue colleghe si occupò di temi considerati adatti a delle giornaliste:costume e spettacolo. Intervistò gli attori stranieri che lavorano a Cinecittà e i grandi attori e registi del cinema italiano: Fellini, Mastroianni, Totò, Anna Magnani. Nel frattempo partecipò a diversi viaggi organizzati per la stampa nel mondo. Nel 1954 andò per esempio a Teheran e intervistò Soraya, la moglie dello Scià, e poi negli Stati Uniti: da quel viaggio nacque il reportage “Hollywood vista dal buco della serratura” che divenne anche il suo primo libro (“I sette peccati di Hollywood”).

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A questa pubblicazione ne seguirono altre: “Il sesso inutile” (1961), nato da un reportage sulla condizione della donna in Oriente e Medio Oriente; “Penelope alla guerra”, il suo primo romanzo pubblicato nel 1962; “Gli antipatici” del 1963. Ebbero tutti un grande successo in Italia e vennero tradotti in diverse lingue. Oriana Fallaci poté a quel punto permettersi di comprare una grande casa in Toscana per i suoi genitori e di comprare per sé una casa a Manhattan, New York, dove si trasferì nel 1963. Diventata ormai famosa e riconosciuta, in quegli anni che cercò di occuparsi di cose che non fossero divi e mondanità: chiese a L’Europeo di poter andare in California e in Texas nelle basi della NASA per vedere da vicino come si preparavano gli astronauti e scrisse sull’argomento diversi articoli e due libri, anche questi di grande successo: “Se il sole muore” e “Quel giorno sulla Luna”.

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