Diana Russell, colei che coniò il concetto di femminicidio.

Una parola nuova può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Può persino modificare il corso della storia. È quel che è successo con la parola femminicidio: in ogni Paese in cui è stata adottata, ha segnato un nuovo inizio nella lotta alla violenza di genere, risvegliando coscienze, stimolando pensatori, riunendo attivisti e infine portando all’istituzione di nuove leggi. Lo ha raccontato nel 2011, in un intervento all’Università di San Diego, la professoressa Diana E. H. Russell , studiosa e attivista che ha il merito di aver ridefinito e reso popolare il termine femicide per indicare l’uccisione di una donna “in quanto donna”. È da lei che l’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde ha preso e tradotto il neologismo spagnolo feminicidio, da cui deriva la parola italiana.

Russell, una delle voci più autorevoli sul tema della violenza contro le donne, ha dedicato tutta la sua vita a combattere i crimini basati sulla discriminazione di genere e la misoginia. Ha lottato per più di 40 anni come attivista, finendo arrestata ben cinque volte. Ha scritto circa 17 saggi, molti dei quali sono tuttora fonti imprescindibili per approfondire argomenti come lo stupro (anche coniugale e incestuoso), le molestie sessuali sui minori, la violenza domestica e la pornografia. Il suo lavoro è stato indispensabile per il movimento delle donne nel secolo scorso: come riportato da Katharine Q. Seelye sul New York Times, secondo la famosa giornalista e attivista statunitense Gloria Steinem, Russell ha avuto un’influenza enorme sul femminismo globale. 

La sociologa e criminologa è morta in California il 28 luglio scorso, all’età di 81 anni. Questa è la sua storia, perché presto sia celebrata come merita all’interno del mondo accademico e non solo.

Diana Elizabeth Hamilton Russell nasce il 6 Novembre 1938 a Città del Capo, in Sudafrica. Figlia di padre sudafricano e madre britannica, è la quarta di sei fratelli e ha un gemello, David. Come racconta nel saggio Politicizing Sexual Violence: A Voice in the Wilderness del 1995, sia durante l’infanzia che l’adolescenza subisce abusi sessuali: sono proprio quelle esperienze traumatiche a indirizzare la sua ricerca e ad accendere la sua vocazione per l’attivismo politico.
Nel 1945 suo padre, James Hamilton Russell, un amministratore delegato dell’agenzia pubblicitaria J. Walter Thompson, diventa membro del Parlamento. Sua madre, Kathleen Mary (Gibson) Russell, che si è trasferita in Sudafrica per insegnare dizione e teatro, rinuncia a lavorare per fare la moglie, ma milita nel movimento anti-apartheid Black Sash – era la nipote di Violet Gibson, che aveva tentato di assassinare Mussolini nel 1926.

Diana frequenta un collegio anglicano elitario per ragazze, poi, contro il volere di sua madre, si laurea in psicologia all’Università di Città del Capo e a 19 anni parte per il Regno Unito.  All’inizio del 1957, si trasferisce a Londra e, dopo due anni di lavoro, decide di intraprendere una carriera nei servizi sociali. Nel 1961 si diploma col massimo dei voti in scienze sociali alla London School of Economics and Political Science. Riceve anche un premio come migliore studentessa del programma, riconoscimento che la spinge a tentare la carriera accademica.

Nel frattempo, consapevole del proprio white privilege, si avvicina all’attivismo radicale e prende parte anche lei al movimento anti-apartheid. Nel 1963 si iscrive al Liberal Party sudafricano fondato da Alan Paton e partecipa a una protesta pacifica a Città del Capo, per la quale però viene arrestata. Si rende conto che i metodi pacifici sono inutili contro la violenza brutale della polizia afrikaner (ossia bianca di discendenza europea), e decide di unirsi a un’organizzazione rivoluzionaria clandestina chiamata African Resistance Movement(ARM), che bombarda e sabota le proprietà del governo per scoraggiare gli investimenti stranieri. Diana milita nell’ARM come elemento periferico per qualche mese; poi però, parte alla volta degli USA.

Studia ad Harvard, dove si specializza in psicologia sociale nel 1967. Quindi viene assunta come ricercatrice associata a Princeton, dove nel 1970 consegue un dottorato interdisciplinare con una tesi sui moti rivoluzionari. Ma, come ha raccontato lei stessa, l’estrema misoginia di queste istituzioni la instrada verso il femminismo: in quel periodo, inizia a seguire il movimento statunitense e a interessarsi di crimini sessuali commessi contro le donne. Intanto, nel 1968 sposa Paul Ekman, psicologo americano che insegna e lavora come ricercatore a San Francisco, all’Università della California. Per stargli vicino, nel 1969 Diana accetta di insegnare sociologia al Mills College, una scuola privata per ragazze nella vicina Oakland. Tre anni dopo divorzia, mentre resta al Mills College per ben 22 anni. Da quel momento dedica tutta se stessa ai gender studies e alla lotta contro la violenza sessista.

Nel 1975 pubblica il saggio The Politics of Rape, in cui definisce lo stupro non un comportamento deviante ma il risultato diretto della nozione di mascolinità nella società patriarcale, e denuncia la pratica del victim blaming. Quindi, dopo due anni di insistenza, nel 1976 Diana avvia una campagna e istituisce l’International Tribunal on Crimes against Women, un evento di quattro giorni a Bruxelles, in Belgio, cui partecipano più di duemila donne da più di 40 Paesi. Vi prende parte anche Simone De Beauvoir, che definisce la manifestazione “l’inizio della decolonizzazione radicale delle donne”In quell’occasione, Diana Russell usa la parola femicide e ne dà l’attuale definizione.

Teresa Sarti Strada e la sua Emergency

La guerra è scandalo, e dunque intollerabile. Ogni vittima ci riguarda, tutti, sempre.

“Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano –
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena –
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.”

Emily Dickinson, Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi (n. 919)

Questi i versi a firma di Emily Dickinson, signora della poesia che per lungo tempo è stata (s)oggetto di mistificazioni e che ancora oggi ritrae la poeta come «un essere incorporeo, lontano, irraggiungibile», e ancora «una donna tutta spirito, eterea, diafana, vergine, che vestita di bianco attraversa il pianerottolo della casa di famiglia di Amherst, in Massachusetts, per rinchiudersi nella sua camera, con lo scrittoio di ciliegio e la cassapanca in cui nasconde le poesie». In casa ci si chiude veramente: nel 1867, all’età di trentasette anni, decide di allentare i suoi contatti con il mondo e di ricevere gli ospiti di là da una porta socchiusa. Non si trattava di rifiuto degli altri, né di mistica sottrazione al mondo, quanto una solitudine legata e necessaria all’atto stesso del pensare o ri-pensare il mondo attraverso una prospettiva altra e diversa, privata, eppure così universale, perché obliqua nel tenere insieme felicità e dolore, vita e morte. Se Dickinson ha tradotto in parola il comune sentire dell’essere umano nel miracolo che è la sua poesia, secondo una scelta uguale e contraria, la straordinaria donna protagonista di questo racconto ha fatto dell’impegno umanitario il fulcro della propria esistenza. In entrambi i casi (ci) hanno salvato, con le parole e con i gesti. 

Undici lunghe primavere sono passate da quando Teresa Sarti Strada è venuta a mancare al nostro amore e a quello del marito, Luigi Strada, detto “Gino”, con il quale ha dato vita a Emergency, oltre che alla loro creatura Cecilia. Chi l’ha conosciuta, la ricorda come una donna che fra le tante cose, era soprattutto una donna di pace. Non a caso il centro di cardiochirurgia inaugurato assieme al marito nel maggio del 2007 in Sudan si chiama “Salam”, ossia pace in arabo. Un concetto di pace molto concreto che si colloca e si sostiene su un posizionamento, uno sguardo e ancora un progetto visionario in nome di diritti che dovrebbero essere fondamentali e che ancora oggi rimarcano il confine tra la civiltà e la barbarie: il diritto alla salute, in primis, per ogni singolo essere umano al mondo, senza discriminazione alcuna.

Nata a Sesto San Giovanni il 28 marzo 1946, laureata in Lettere Moderne all’Università Cattolica di Milano, con una tesi sulla didattica della storia, inizia a insegnare nella scuola media statale Giolli, nel quartiere Bicocca di Milano, periferia in cui vive un sottoproletariato costituito in buona parte da immigrati provenienti dal sud del Paese, luogo in cui inizia a familiarizzare con le discriminazioni e le ingiustizie sociali, economiche e culturali. Nel 1979 sposa Gino Strada, studente di medicina e militante del movimento studentesco, il quale dopo la laurea inizierà a lavorare per la Croce Rossa. Ed è proprio al marito che Teresa manifesta la volontà di creare un presidio medico in zone di guerra. Da quell’idea nel 1994 nasce Emergency, di cui Teresa è la prima presidente. 

Continua a insegnare nelle scuole medie superiori, per poi trovarsi costretta ad andare in pensione perché il ruolo che ricopre è molto impegnativo. Tuttavia non smette mai di insegnare attraverso il suo esempio: dapprima si fa promotrice della campagna per la messa al bando delle mine anti-persona, di cui l’Italia è produttrice ed esportatrice nel mondo, poi organizza esposizioni di lastre e fotografie scattate da medici e paramedici nei luoghi di guerra per accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sugli orrori della guerra, e le diffonde nelle scuole, luogo che ella ritiene essere il punto di partenza per migliorare il mondo. Alla stregua di questo progetto si inserisce il fumetto, protagonista Lupo Alberto, il cui motto significativo è «Sopra la guerra c’è chi campa, sotto la guerra c’è chi crepa». Poi ancora, firma le campagne volte a diffondere una cultura della pace in “Uno straccio di Pace” (2001) e “Fuori l’Italia dalla guerra” (2002), sostenendo l’idea che la pace non si costruisca solo manifestando contro la guerra, ma fornendo prospettive reali alle persone, garantendo a tutti in primo luogo un tetto sicuro e un lavoro, e con essi il diritto alla salute. E questo si può attuare, portando la sanità di eccellenza nei luoghi più remoti del mondo, quelli più vessati dalla povertà e dalle guerre.

L’eleganza del riccio.

Ho letto ‘L’eleganza del riccio’ di Muriel Barbery qualche tempo fa, ma ho deciso di leggerlo una seconda volta, perché molte persone lo hanno accostato a ‘Cambiare l’acqua ai fiori’ di Valérie Perrin e, sinceramente, è un parallelismo che mi convinceva poco prima e mi convince ancora meno adesso, dopo questa lettura.
Comincio dalla descrizione che le protagoniste fanno di se stesse. La prima è Renée:

Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante.


La seconda è Paloma che dice di sé:

Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi. I miei genitori sono ricchi, la mia famiglia è ricca, e di conseguenza mia sorella e io siamo virtualmente ricche. 

eleganza del riccio

Renée e Paloma sono i due cardini attorno ai quali ruota l’intera trama del libro e rappresentano anche la chiave di interpretazione della vicenda narrata. Due donne che, attraverso le loro esistenze, rappresentano i concetti fondamentali di apparenza ed essenza. Due persone, nella accezione etimologica del termine: in latino, il termine persōna indicava la maschera che gli attori di teatro indossavano per assumere le sembianze del personaggio che interpretavano. Entrambe scelgono di indossare una maschera per apparire agli altri non come realmente sono, ma come vogliono che le persone le percepiscano. Abitano nello stesso palazzo, ma non si conoscono e questa scelta, apparentemente, rappresenta l’unico punto di contatto tra loro, almeno fino all’arrivo di Monsieur Kakuro Ozu.


Paloma e Renée vivono agli antipodi della società: la prima giovanissima, ricca e fin troppo intelligente, ultra cinquantenne la seconda, povera, che ha imparato tutto quello che sa da autodidatta. In realtà sono anime gemelle e non è un caso che scelgano di indossare lo stesso travestimento per difendersi da una realtà che non condividono, non apprezzano e dalla quale non sono apprezzate.

Vivono all’interno di stereotipi  fin troppo scontati, ma che nessun personaggio con cui interagiscono nella quotidianità raccontata dall’autrice del romanzo, ha la curiosità di indagare per cercare di ‘andare oltre’. 

Apparenza ed essenza, esteriorità e interiorità. ‘L’eleganza del riccio’ riflette su queste tematiche che, da sempre, caratterizzano le relazioni umane. La maggior parte delle persone si accontenta di apparenza ed esteriorità su cui basa i propri pregiudizi e, cosa peggiore, i propri giudizi.

Muriel Barbery lo fa capire in modo inequivocabile attraverso indizi che dovrebbero spingere ad andare oltre o, quanto meno, a porsi delle domande: un esempio è il gatto della portinaia, che si chiama Lev in onore di Tolstoj. Se Renée fosse davvero semplicemente una portinaia, mediocre ed insignificante, mai e poi mai avrebbe scelto proprio quel nome per il suo animale.
Questo romanzo è un invito a riflettere su tematiche importanti della vita e sulle dinamiche che spesso governano, purtroppo, le relazioni interpersonali. Qual è il senso della vita? Vale la pena di viverla? Qual è il valore delle relazioni umane? Ha senso nascondere la propria natura per paura di non essere capiti e apprezzati? 

Paloma e Renée, le due voci narranti del romanzo ci guidano in questo percorso. Partendo ognuna dalla sua esperienza, prendono per mano il lettore e lo coinvolgono in ragionamenti profondi che impongono una visione e un approccio diversi alla vita e agli altri.

Pagina dopo pagina ‘L’eleganza del riccio’ risponde alle domande attraverso una analisi magistrale dell’interiorità delle due protagoniste in primis, e di tutti i personaggi che danno vita alla storia poi.
Due vite completamente diverse, due stili narrativi altrettanto differenti, ma un unico grande desiderio: dare al mondo e alle altre persone la fiducia che fino a questo momento non erano state capaci di accordare. Una lettura mai banale, a tratti non facile, ma che vale la pena affrontare soprattutto adesso, nell’era dei social e dei selfie.

Clara Campoamor – avvocata e femminista spagnola.

Pesantemente ha pagato il suo impegno femminista. Superando le discriminazioni accademiche riuscì a laurearsi in giurisprudenza, esercitò l’attività forense e fondò una federazione per il riconoscimento dei diritti femminili; eletta all’Assemblea Costituente le sue battaglie a favore delle donne vennero contrastate persino dai compagni di partito che la isolarono. Con la guerra civile spagnola riparò in Svizzera dedicandosi all’avvocatura e ad un’intensa attività editoriale volta alla conoscenza di storiche donne di lingua spagnola. Postuma e tardiva é stata la riabilitazione di questa femminista antesignana in una Spagna molto maschilista.

Ripercorrere la sua biografia significa avventurarsi in uno dei periodi più difficili della storia spagnola e sicuramente ardui per i primi riconoscimenti dei diritti delle donne.

Clara Campoamor Rodrìguez nacque nel 1888 a Madrid in una famiglia operaia. Rimasta orfana di padre e viste le difficoltà di Pilar Rodríguez Martínez, sua madre, a fronteggiare le difficoltà economiche impreviste, all’età di tredici anni cominciò a lavorare come sarta, dattilografa, segretaria presso “La tribuna”, un quotidiano locale  e a frequentare le scuole serali per assicurarsi un’istruzione fino al conseguimento della laurea in giurisprudenza nel 1923, un traguardo rilevante stante le rare ammissioni di iscrizione universitaria alle donne in Spagna.

Continuò a svolgere molti lavori per mantenere sé e la sua famiglia; iniziò a frequentare diverse organizzazioni femminili, particolarmente interessata ai problemi legati al matrimonio e ai mancati riconoscimenti di paternità, temi, che caratterizzarono il suo impegno con la co-fondazione della Federazione internazionale delle donne nel 1928.

Il passo alla partecipazione ai dibattiti ed ai circoli politici fu breve. Intanto dopo la sua registrazione all’ordine degli avvocati poté esercitare la professione legale, nel 1927 proprio con questo ruolo pubblico sostenne con successo il miglioramento delle leggi sul lavoro minorile, le modifiche alla legge elettorale a favore dell’elezione delle donne in parlamento al compimento del ventitreesimo anno di età.

Il regime di M.P. de Rivera, in carica dal 1923 al 1930, tentò di cooptarla con alcune nomine e riconoscimenti onorifici, lusinghe mirate non soltanto ad assicurarsi il suo appoggio, ma anche a neutralizzarla, invano giacché Clara Rodriguez non cedette. Nel 1931 all’abdicazione del dittatore, fu proclamata la seconda repubblica ed indette le elezioni per la Costituente Cortes. Aderendo al social party fu eletta all’Assemblea Costituente con Viktoria Kent e Margarita Nelken, le uniche tre donne su ventuno deputati. Fu determinante il suo apporto alla redazione della costituzione spagnola del 1931, sancente l’uguaglianza di diritti di donne ed uomini. Si batté strenuamente contro la discriminazione sessuale, per il riconoscimento legale dei bambini nati al di fuori del matrimonio, a favore del divorzio e del suffragio universale.

In seguito servì come ministro del governo ma soltanto brevemente a causa della scarsa approvazione sia da parte dei suoi compagni di partito che dai colleghi parlamentari alle questioni femminili da lei sollevate con il risultato di un isolamento crescente, seppure sostenuta dalle donne attiviste di varie associazioni. Nel 1933 non fu rieletta, in compenso dal governo di Lerroux fu nominata direttrice del dipartimento dei servizi sociali, incarico da lei adempiuto fino al 1936. Durante questi anni fece parte della commissione investigativa inviata ad Oviedo dopo la brutale repressione dello sciopero dei minatori.

Asilo…

(“Asylum”, di Hala Alyan, poeta contemporanea palestinese-americana e psicologa clinica)

asylum seekers

Dissero di bruciare le chiavi 

ma solo i nostri capelli presero fuoco.

Camminammo verso i confini

con fotografie e lettere:

qui è dove la morte è diventata

la loro morte, qui è dove

hanno accoltellato i bambini.

I giudici ci chiamano dentro

in base alle nostre città. Jericho. Latakia. Haditha.

Giuriamo su un dio che non abbiamo mai incontrato, di amare

i laghi, le calotte di ghiaccio,

una gelata dietro l’altra,

ma di notte nei nostri sogni

la biblioteca è bruciata,

le pere erano ancora fresche in dispensa.

Abbiamo atteso che il nostro villaggio alluvionato

fosse prosciugato, che i ponti di pietra fossero ricostruiti.

Abbiamo mangiato le chiavi di casa col sale.

Hala Alyan (27 luglio 1986 , Illinois – Stati Uniti) è una scrittrice e psicologa clinica palestinese-americana specializzata in traumi, dipendenza e comportamento interculturale. I suoi scritti e poesie coprono aspetti dell’identità e gli effetti dello sfollamento, in particolare all’interno della diaspora palestinese.

Mary Shelley, colei che scrisse Frankenstein

Il 2018 è stato il 200° anniversario della pubblicazione di Frankenstein. Il romanzo, considerato una delle prime opere di fantascienza, è stato scritto da un’adolescente inglese che ha vissuto praticamente in contrasto con tutte le convenzioni sociali del suo tempo. Mary Shelley sarà sempre ricordata per aver creato uno dei mostri più famosi della letteratura, ma ha avuto una vita emozionante e piena di passione, oltre che di dolore e sofferenza.

Mary Wollstonecraft Godwin nasce a Londra nel 1797. Sua madre, Mary Wollstonecraft, è stata una delle filosofe femministe più importanti dei tempi moderni e una delle poche donne che è riuscita a guadagnarsi da vivere con la scrittura in quel periodo storico. La sua opera più famosa è A Vindication of the Rights of Woman, saggio che resta fondamentale nella storia del femminismo. Lei sosteneva che “agli occhi di Dio” le donne erano uguali agli uomini e, pertanto, dovevano ricevere la loro medesima educazione ed essere trattate allo stesso modo, come esseri razionali. Sebbene considerarla femminista in senso stretto sarebbe anacronistico – perché la parola non esisteva in quel momento e le sue opinioni sulla sessualità e sulla sensibilità femminile oggi sarebbero considerate controverse – l’influenza che i testi di Wollstonecraft hanno avuto sulle lotte delle donne è innegabileSuo padre, William Godwin, invece, è considerato il precursore dell’anarchismo, un movimento che si sarebbe sviluppato in profondità nel diciannovesimo secolo. Il suo libro Un’inchiesta sulla giustizia politica sostiene l’idea di una società libera e critica le istituzioni politiche dell’epoca, che reputa un ostacolo al progresso dell’umanità.

Wollstonecraft e Godwin scioccano la società del tempo con la loro storia d’amore. Essa è basata sulla parità di condizioni, in un’epoca che ancora vedeva la moglie come proprietà di suo marito e in cui alle donne non era permesso ricevere alcuna forma di istruzione superiore. Il rapporto tra i suoi genitori è essenziale per comprendere la vita di Mary Shelley: sua madre muore di setticemia poco dopo averla partorita, quindi Mary non ha modo di conoscerla, ma ne conserva la memoria attraverso i suoi libri e ciò che il padre le dice di lei. Il padre di Mary, nonostante sia un liberale, si oppone al fatto che figlia vada al college e ancor di più alla sua relazione con Percy Shelley – che era il suo protetto da qualche tempo – nonostante lui stesso abbia avuto una relazione simile con Wollstonecraft.

Un anno dopo la morte di Mary Wollstonecraft, William Godwin pubblica le sue memorie. Nonostante vengano scritte in omaggio alla defunta moglie, nel libro si rivela l’esistenza di una figlia illegittima. Fanny, la sorella di Mary Shelley, nasce in seguito alla relazione di Wollstonecraft con un altro uomo, prima di Godwin. E la notizia fa scandalo.

Mary vive in un modo insolito per il suo tempo. Il padre si risposa con una donna che ha già altri due figli, e tutti condividono la stessa casa, anche se all’autrice di Frankenstein non piace la sua matrigna e cresce nell’ammirazione della figura di sua madre. William Godwin fornisce alla figlia un’istruzione non ortodossa ma molto ampia, e lei ha sempre accesso a una vasta biblioteca: lui la incoraggia a leggere, specialmente testi di filosofia e politica liberale, e la giovane cresce circondata dagli intellettuali che visitano di frequente suo padre.

Nel 1812, Shelley viene mandata in Scozia per stare diversi mesi da William Baxter, allo scopo di allontanarla dalla matrigna con cui ha un rapporto difficile, che va peggiorando. Lì è felice e diventa molto amica della figlia di Baxter. Secondo Mary Shelley, questo è il luogo dove nasce l’idea di Frankenstein. Suo padre decide poi che deve tornare a Londra ed è lì, nel 1814, che Mary conosce il poeta e filosofo Percy Bysshe Shelley, che diventerà il grande amore della sua vita.

Percy, che ammira profondamente William Godwin, viene accolto da lui come suo discepolo; il padre di Mary sta affogando nei debiti e ha bisogno dei soldi che Percy si offre di dargli. Quando Percy inizia a frequentare casa Godwin, il giovane poeta è sposato – sebbene separato da sua moglie e dalla figlia che ha avuto con lei. Inizia una relazione segreta con Mary e la coppia finisce per fuggire in Francia quando Mary ha appena 16 anni, accompagnata dalla sua sorellastra, Claire Clairmont. Mary viene ostracizzata dai suoi amici e dalla sua famiglia per essere fuggita con un uomo sposato e suo padre – apparentemente liberale – le toglie il sostegno finanziario fino a quando la coppia non si fosse sposata adeguatamente. Sia Mary che Percy, però, credono che il matrimonio sia repressivo, quindi si sposano molto più tardi del previsto, solo dopo la morte della prima moglie di Percy, Harriet, che si toglie la vita. Vengono giudicati così controversi e poco raccomandabili, che viene negata loro la custodia della figlia di Percy, e Mary è considerata uno zimbello. Indipendentemente da ciò, i due viaggiano in diversi Paesi europei, fino a quando la mancanza di denaro li costringe a tornare in Inghilterra. Mary rimane incinta di una bambina, nata prematuramente e morta poco dopo – cosa che fa precipitare la scrittrice in una profonda depressione. In seguito, rimane di nuovo incinta di un bambino che battezza con il nome di William.

Cerchiamo l’estate…

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«Sai che dice il Rig-Veda?
La bellezza sorprende ogni giudizio;
e l’amore non sa contare i giorni».

-=o*o=-

Amici 
mi prendo del tempo
prima che l’estate trascorra
vorrei
(dovrei)…
sorridere ai giorni
leggere camminare
… e avere cura

Buona estate a tutti, ci rivedremo ai primi di settembre!

Paola

 

Jeanne Baret, la prima donna che circumnavigò la Terra

Nacque 280 anni fa e il 27 u.s. è stata celebrata dal doodle di Google

Barbara Pym, una penna sommessa e ironica

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Nacque il 2 giugno 1913 a Owestry, nello Shropshire, una contea al confine con il Galles. Il padre era avvocato e la madre di origine alto-borghese, e fu proprio lei a spronarla a scrivere, fin dai suoi dieci anni. Barbara studiò a Liverpool e si laureò in Lingua e Letteratura inglese a Oxford nel 1934. Durante la guerra prestò servizio all’Ufficio censura di Bristol e nelle fila del Wrens (Women’s royal naval service). Al termine del conflitto trovò lavoro come ricercatrice all’Istituto internazionale di cultura africana, a Londra, e redattrice della rivista “Africa”.


Da tutte le esperienze trasse ispirazione per i suoi romanzi, il primo pubblicato fu Some Tame Gazelle, nel 1950 (Qualcuno da amare, La Tartaruga, 1994). Seguirono Excellent Women(1952), Jane and Prudence (1953), Less than Angels (1955), A glass of Blessing (1958), poi, inspiegabilmente, il suo editore Jonathan Cape, e come lui molti altri, si rifiutò di pubblicare  An Unsuitable Attachment, uscito postumo nel 1982, come anche An Accademic Question, nel 1986.

Erano gli anni Sessanta e la sua prosa, priva di ribellismo e passioni forti, ritenuta anacronistica per quei tempi, non attraeva più. Per l’autrice cominciò un lungo silenzio, un vero e proprio oblio, in cui, nonostante l’amarezza, continuò a scrivere e a dedicarsi al suo lavoro londinese, fino alla pensione, che arrivò nel 1974, allorché decise di  andare a vivere, con la sorella Hilary e gli amati gatti, a Barn Cottage, nel villaggio di Finstock, Oxfordshire.

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Ma cosa le veniva rimproverato? Barbara Pym scriveva di amenità come camere d’affitto in edifici condivisi, ristrettezze normali del dopoguerra, pesche di beneficienza, lavoro e rapporti tra colleghe e colleghi, traslochi, garden party in quartieri non completamente ricostruiti, cura dei fiori in chiesa, razionamento del cibo, infinite tazze di tè offerte, ricevute e desiderate.

Poco importanti le trame, che vedevano in azione pensionati, impiegate, bibliotecarie, antropologi, curati anglicani da sposare, tipi e tipe eccentriche, persone non particolarmente belle, eppure affascinanti, donne incuranti del loro aspetto, che magari indossavano vestiti smessi da altre, molto attive in parrocchia.

Scriveva di zitelle sicure di sé, quando ancora la parola single non le designava, che sapevano vivere senza un uomo, un amore, dignitosamente sole, o che anelavano ad affetti pacati con uomini apparentemente noiosi e coltivavano molti interessi, attive nella comunità accademica, o in campagna, o in parrocchia. Insomma “donne eccellenti”, come il titolo del suo più celebre romanzo (La Tartaruga, 1985, il primo tradotto in italiano).

Raccontava una vita apparentemente tranquilla che nascondeva nevrosi e rimpianti, sublimati nella devozione, o nell’impegno personale, nelle buone maniere o nel pettegolezzo appena accennato. Un mondo molto british dove non scoppia la tragedia e la quotidianità, semplicemente banale, è pur sempre un’opportunità di vita.

 

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“Becoming. La mia storia”, Michelle Obama

Michelle Robinson, ragazza del South Side di Chicago è tipo da “spuntare le cartelle”, affronta con determinazione i problemi che le si presentano, è meticolosa e cura molto i dettagli.

Nata  in una famiglia modesta che vive in affitto nella casa di una zia, personaggio centrale nella vita di Michelle, incarna la fermezza e il rigore e le insegna a suonare il pianoforte,  il padre è operaio municipale, la madre si occupa della famiglia e della casa. Michelle cresce in una cerchia parentale articolata e affettuosa, incoraggiata a proseguire gli studi, anche se rappresentano un problema economico per i suoi genitori.

Determinata, anche se non sempre brillante negli esiti scolastici, diventa avvocata in uno studio importante e, dopo alcuni legami sentimentali,  incontra un uomo con una storia familiare frammentata ma non meno ricca di affetti, ottimista, intelligente, con uno spiccato senso della comunità e un forte desiderio di cambiare il corso della vita a chi gode di meno diritti. Michelle diventa la signora Obama e dopo qualche anno sarà sotto i riflettori di tutto il mondo come la prima First lady nera.

È un libro utile da leggere? Non saprei, in alcune parti, soprattutto dopo la prima e seconda elezione a Presidente di Barack Obama,  ho dovuto trattenere l’irritazione perché infastidita dai lunghi elenchi di persone e fatti, per tacere delle modalità di scelta degli abiti di Michelle,  la sottolineatura sulla presenza di consulente di immagine, parrucchiere e truccatore, e poi gli elogi reiterati allo staff, la costante e ribadita esternazione  dell’attenzione per le figlie, in ogni momento, in ogni situazione, insomma qualche ridondanza di troppo.

Come tanti libri di questo tipo, più che un autentico memoir è un’operazione editoriale curata da un numero imprecisato di addetti, basta controllare l’elenco corposo dei “ringraziamenti”, e non si intuisce quale parte abbia realmente avuto “l’autrice” nella scrittura.

Tuttavia posso capire che la popolarità di cui ha goduto la signora Obama sia stata tale da suscitare molto interesse fino alla curiosità di conoscere i particolari della sua infanzia e della sua vita alla Casa Bianca, e il successo di vendita del libro sembra provare tale ipotesi.

La lettura è stata comunque piacevole nelle parti in cui Michelle racconta i progetti e gli sforzi compiuti, come First lady, senza tracimare nell’azione politica.

Il potere di una first lady è uno strumento curioso, inafferrabile e indefinito come il ruolo in sé. Eppure stavo imparando a utilizzarlo. Non disponevo di un’autorità di tipo esecutivo. Non comandavo truppe e non dovevo svolgere compiti formali di diplomazia. La tradizione voleva che dispensassi una luce delicata, lusingando il presidente con la mia devozione, lusingando la nazione in primo luogo senza sfidarla. Cominciavo a capire, tuttavia, che se usata con attenzione quella luce era potente.

 

 

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