Le donne ammaccate

Quanta verità in questi versi…


Le donne ammaccate.

Che privilegio averle incontrate.

Quanta nobiltà nelle loro ferite.

Quanto si è fortunati ad averle come amiche.

Rosapercaso

Le donne ammaccate.

Che non sono sicure di essersi rialzate.

Che non si sentono più donne abbastanza.

Che non indovinano mai la distanza.

Le donne ammaccate.

Con il loro dubbio di essere sbagliate.

Che piangono a tradimento.

Poi sorridono e alzano il mento.

Le donne ammaccate.

Che si guardano allo specchio spaesate.

Che non hanno più voglia di essere forti.

Che non sanno distinguere le fragilità dai torti.

Le donne ammaccate.

Che alla paura non sono abituate.

Che non cercano nello sguardo altrui il rimedio.

E indossano il dolore come un sortilegio.

Le donne ammaccate.

Più assomigliano a se stesse più si sentono amate.

Spalancano la porta alla follia sopita.

E custodiscono la forza come il ventre la vita.

Le donne ammaccate.

Che privilegio averle incontrate.

Quanta nobiltà nelle loro ferite.

Quanto si è fortunati ad averle come amiche.

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Donne…

“Quando le donne cominciano a partecipare attivamente alla lotta, nessun potere al mondo può impedirci di conquistare la libertà prima della morte”.

donne1

Albert Luthuli, Premio Nobel per la pace nel 1960

 

Ballate delle donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia:

quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace:

quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire:

perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente:

femmina penso, se penso l’umano:
la mia compagna, ti prendo per mano.

 

Edoardo Sanguineti, da “Il gatto Lupesco – Poesie (1982-2001

Le Sorelle Brontë… Tre nomi, tre sorelle, tre pseudonimi maschili!

is-this-a-photo-of-the-br-0081-400x265Qualche  anno fa Seamus Molloy,, un collezionista di Halifax, nello Yorkshire, ha acquistato su eBay, per sole 20 sterline, una fotografia molto vecchia, che ritraeva tre donne austere, sedute l’una accanto all’altra. Secondo Molloy la fotografia era in realtà la copia di un’originale, scattata nel 1840, e le donne in questione non erano tre sconosciute qualsiasi, ma  le sorelle Brontê.

Secondo gli esperti ci sono buone probabilità che non esista alcuna fotografia delle sorelle Brontë, eppure la questione aveva suscitato moltissimo interesse e rilanciato la storia di queste tre sorelle, nate e cresciute in condizioni complicate, che avevano pubblicato tre romanzi nello stesso anno. Di questi tre, due sono ancora oggi tra i romanzi più letti e apprezzati al mondo. Ma partiamo dall’inizio, da un cognome che non è il loro.

In origine Charlotte, Emily e Anne non si chiamavano Brontë di cognome, ma Brunty. Il loro padre, Patrick Brunty, era un pastore anglicano di origini irlandesi con una smodata passione per l’ammiraglio Nelson. Quando, nel 1799, Nelson fu nominato duca di Bronte da Ferdinando di Borbone, Patrick Brunty decise di modificare il suo cognome da Brunty a Brontë, aggiungendo la dieresi sulla “e”, proprio per indicare che, trattandosi di un nome italiano, la e andava pronunciata. Dopo essere stato ammesso a Cambridge e dopo essere stato nominato pastore, Patrick Brontë sposò Mary Bramwell, dalla quale ebbe sei figli: Mary, Elizabeth, Charlotte, Patrick, Emily e Anne.

Ben presto la famiglia si trasferì a Haworth, nello Yorkshire, dove dopo poco la madre Mary morì. I sei bambini vennero quindi educati a casa, dal padre e dalla zia, che era fortemente metodista. La vita della famiglia Brontë non fu affatto semplice: alla morte della madre seguì quella delle due primogenite, Mary ed Elizabeth, per tubercolosi. Patrick, che alla morte della madre venne soprannominato con il cognome di lei, e cioè Branwell, ebbe un’esistenza tormentata, fatta di amori non corrisposti, alcol e oppio. Charlotte, Emily e Anne cercarono di migliorare la propria educazione, alle volte anche soggiornando in altri paesi per perfezionare la conoscenza di altre lingue: è il caso ad esempio di Charlotte ed Emily che vissero a Bruxelles per un periodo. Lavorarono spesso come istitutrici ma il loro principale obiettivo era riuscire ad aprire una scuola a Howarth.

Nel 1845, tra uno spostamento e l’altro, si ritrovarono tutte a Howarth; in questa occasione Charlotte scoprì per caso che anche Emily e Anna avevano scritto dei versi, esattamente come aveva fatto lei. Si decise a pubblicarli, ma, in un’epoca come quella vittoriana, in cui essere donna non era cosa semplice, per evitare i pregiudizi, decise di farlo utilizzando degli pseudonimi maschili per ognuna di loro. Le sorelle Brontë divennero i fratelli Bell. In particolare Charlotte divenne Currer Bell, Emily divenne Ellis Bell e Anna, Acton Bell.

Nel 1846 venne pubblicato un volume contenente le poesie scritte dalle te sorelle. Si intitolava Poems By Currer, Ellis and Acton Bell, e non ebbe molto successo. L’anno successivo, però, le tre sorelle fecero un secondo tentativo, ognuna con un suo romanzo: Charlotte cercò di pubblicare The Professor, Emily Cime Tempestose e Anne Agnes GreyThomas Newby, l’editore a cui erano stati proposti i romanzi, accettò solo gli ultimi due e rifiutò The Professor (che venne poi pubblicato postumo). Fu così che Charlotte scrisse, e poi propose, Jane Eyre.  

I romanzi uscirono tutti nello stesso anno, il 1847, e conobbero sorti letterarie diverse. Nel 1848 morì Bramwell, mentre Anne pubblicò il suo secondo romanzo, La signora di Wildfell Hall. La morte di Branwell fu un colpo durissimo per Emily, che in quel periodo si era ammalata di tubercolosi e decise di smettere di curarsi: morì qualche mese dopo. L’anno successivo, nel 1849, sempre di tubercolosi, morì anche Anne. Restò in vita solo Charlotte, che pubblicò altri due libri, Shirley e Villette, si sposò e morì nel 1854, di parto.

Diciamo subito che da un punto di vista letterario quella a cui andò peggio fu Anne. Agnes Grey non ebbe particolare successo, nonostante George Moore lo avesse descritto come “la prosa narrativa più perfetta della letteratura inglese… Semplice e bella come un vestito di mussolina, l’unica storia nella letteratura inglese in cui stile, personaggi e tema siano in perfetto unisono”.

Tutt’altra cosa fu invece per Charlotte. Jane Eyre riscosse fin da subito un successo incredibile, non solo per la trama ma anche per il messaggio femminile e femminista di cui si faceva portatore. Oltre a oggettivare un tema, come quello delle passioni, nascosto e represso in epoca vittoriana, Jayne Eyre è un’esempio di fermezza, indipendenza e coraggio: una donna che si guadagna da vivere, che riesce a contare solo su se stessa e che non ha paura di innamorarsi di un uomo sposato.

Se Jane Eyre ebbe più successo all’epoca possiamo forse dire che Cime Tempestosene ebbe di meno quando uscì, ma a partire dal 1900 fu considerato il  romanzo per eccellenza delle sorelle Bronte. Storia di un amore passionale, violento e contraddittorio, Cime Tempestose è un romanzo complicato in cui il confine tra bene e male, amore e vendetta diventa labilissimo. Eppure è una delle storie d’amore più potenti che siano mai state scritte, fonte di ispirazione non solo di film, ma anche di canzoni. 

Non è facile parlare di Cime Tempestose e descriverlo a chi non l’ha letto, perché si tratta di un’esperienza fortemente soggettiva. Per capire qualcosa di più, però, ci si può affidare alle parole che usò Virginia Woolf per parlare della differenza tra il romanzo di Charlotte e quello di Emily:

Cime tempestose è un libro più difficile da capire di Jane Eyre, perché Emily era più poeta di Charlotte. Scrivendo, Charlotte diceva con eloquenza e splendore e passione «io amo», «io odio», «io soffro». La sua esperienza, anche se più intensa, è allo stesso livello della nostra. Ma non c’è «io» in Cime tempestose. Non ci sono istitutrici. Non ci sono padroni. C’è l’amore, ma non è l’amore tra uomini e donne. Emily si ispirava a una concezione più generale. L’impulso che la spingeva a creare non erano le sue proprie sofferenze e offese. Rivolgeva lo sguardo a un mondo spaccato in due da un gigantesco disordine e sentiva in sé la facoltà di riunirlo in un libro. […] Il suo è il più raro dei doni. Sapeva liberare la vita dalla sua dipendenza dai fatti; con pochi tocchi indicare lo spirito di una faccia che non aveva più bisogno di un corpo; parlando della brughiera far parlare il vento e ruggire il tuono.

 

“Attimo” di Wislawa Szymborska

 

Cammino sul pendio d’una collina verde.
Erba, tra l’erba fiori
come in un quadretto per bambini.
Il cielo annebbiato, già tinto d’azzurro.
La vista si distende in silenzio sui colli intorno.

Come se qui mai ci fossero stati cambriano e siluriano,
rocce ringhianti l’una all’altra,
abissi gonfiati,
notti fiammeggianti
e giorni nei turbini dell’oscurità.

Come se di qua non si fossero spostate le pianure
in preda a febbri maligne,
brividi glaciali.

Come se solo altrove fossero ribolliti i mari
e si fossero rotte le sponde degli orizzonti.

Sono le nove e trenta, ora locale.
Tutto è al suo posto e in garbata concordia.
Nella valletta un piccolo torrente in quanto tale.
Un sentiero in forma di sentiero da sempre a sempre.
Un bosco dal sembiante di bosco pei secoli dei secoli, amen,
e in alto uccelli in volo nel ruolo di uccelli in volo.

Fin dove si stende la vista, qui regna l’attimo.
Uno di quegli attimi terreni
che sono pregati di durare.

Attimo, da “Attimo” (2002), Wislawa Szymborska

 

 

Eleanor Roosevelt, la prima First Lady attiva politicamente e vicina alle donne.

freeda - eleanor-roosvelt“Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni” Eleanor Roosevelt

Pare che sua madre fosse imbarazzata dal suo aspetto anonimo, eppure alla sua morte, nel 1962, il New York Times la definì “l’oggetto di un rispetto universale”.

Parliamo di Eleanor Roosevelt, la First Lady più amata, stimata e ammirata della storia degli Stati Uniti, la cui tempra e umanità hanno ridefinito il ruolo della donna nell’immaginario collettivo.

eleanor-roosevelt

Anna Eleanor Roosevelt nasce nel 1884 a Manhattan, nel centro di New York, da due famiglie celebri e agiate. Da parte di padre i Roosevelt, quelli del Presidente Theodore Roosevelt, e da parte di madre i campioni mondiali di tennis Valentine Gill Hall III e Edward Ludlow Hall.

Nella sua vita, però, deve fare i conti con la tragedia molto presto: quando ha 8 anni i suoi genitori muoiono entrambi nel giro di pochissimo, affidandole il fratello minore Hall. La madre di Eleanor la chiamava “nonnetta” per il suo carattere serio, e di fatto lei vivrà ben poco la sua giovinezza, divisa tra lo studio e il fare da genitore ad Hall. Inoltre Eleanor è fortemente insicura a causa del suo aspetto, si definisce un “brutto anatroccolo” e le persone attorno a lei, specie la nonna, non mancano di farglielo notare. L’anatroccolo però esce dal guscio quando viene inviata in Inghilterra alla Allenswood Academy, una prestigiosa finishing school, vale a dire un luogo dove la fanciulle dell’alta società apprendono rituali, etichetta, imparano l’arte della conversazione e studiano il giusto per non fare brutta figura.

In questo contesto perfettamente inserito nel suo tempo, Eleanor conosce la preside Marie Souvestre, una donna (probabilmente) lesbica di vedute moderne, che educa le studentesse al libero pensiero. La sua influenza cambia Eleanor per sempre, le fa acquisire la sicurezza che le mancava, ma il ritorno a casa non è comunque facile. Nessuno in famiglia condivide le sue ampie vedute, e durante il party dato in occasione del suo ingresso in società si sente sola e miserabile, anche perché non ha più amiche a New York.

Nel 1902, Eleanor si innamora di Franklin Delano Roosevelt, un cugino di quinto grado del padre, e i due intrattengono una lunga relazione epistolare segreta che si conclude con il loro fidanzamento. La madre di Franklin, Sara Ann Delano, si oppone e fa il possibile per separarli, ma la coppia resiste e si sposa nel 1904.

Il rapporto tra Eleanor e Sara rimane difficile, ma diventa particolarmente aspro con la nascita dei figli (ben 6), ai quali Sara si attacca voracemente, con l’intenzione di metterli contro la madre. Eleanor, dal canto suo, è consapevole dei suoi doveri e per questo ha le sue gravidanze in tempi serratissimi (i primi 4 figli arrivano in 5 anni), ma confesserà in alcune pagine private di non amare fare sesso col marito e di non sentirsi adatta a fare la madre. “Non mi viene naturale né capire i bambini piccoli né trovarli piacevoli”, dirà.

Quando Franklin inizia a preparare la campagna elettorale per diventare Presidente, Eleanor lascia le sue numerose attività lavorative (insegnava letteratura) e sociali. Quello della First Lady è un ruolo puramente istituzionale, privo di responsabilità politiche, e che lei si occupi invece in prima persona di fatti che la interessano è considerato controproducente e dannoso all’immagine del marito. Questo la deprime molto, e non aiuta il fatto che, in questo stesso periodo, si imbatta per caso nelle prove dell’infedeltà del marito.

A quei tempi, per una donna, era contemplata una sola reazione davanti a una scoperta del genere: cadere in pezzi. Eleanor però non cade, anzi, reagisce gettandosi di nuovo a capofitto nella vita pubblica. La coppia mantiene il sodalizio politico restando sposata.

Nel 1921 Franklin si ammala di polio e perde l’uso delle gambe. Sara vorrebbe che lui si ritirasse a vita privata, ma Eleanor gli resta accanto durante la malattia e lo sprona a continuare la campagna elettorale.

A questo punto, senza averlo previsto, Eleanor scivola sotto i riflettori. Accompagna ovunque il marito e, date le sue condizioni di salute, spesso presenzia agli eventi per lui o tiene discorsi in sua vece. Gli Stati Uniti iniziano a innamorarsi di questa donna carismatica e intelligente, che considerano un esempio di lealtà e integrità. La famiglia di Franklin, invece, comincia a disprezzarla.

Nel 1933, quando Franklin Roosevelt diventa Presidente, è chiaro a tutti quanto la presenza di Eleanor al suo fianco ne abbia determinato la vittoria. Accettando che sarebbe sprecata a intrattenere gli ospiti e sorridere nelle fotografie, diventa la prima First Lady attiva in politica, la cui sola presenza basta a muovere i consensi. Per farvi un’idea pensate al 1933, e al momento in cui un gruppo di veterani della Prima Guerra Mondiale sta marciando su Washington. L’anno precedente, nelle stesse circostanze, il Presidente Hoover ha ordinato di disperderli facendo caricare la cavalleria e addirittura bombardandoli, peggiorando la loro rabbia. Questa volta Eleanor va da loro, canta con loro, ascolta le loro storie, e i disordini si placano.

La fama di Eleanor non è dovuta solo al carisma, ma soprattutto a un instancabile impegno sociale. A lei interessano le persone comuni, in particolare le donne e gli afro-americani, e sui temi dei diritti arriverà a scontrarsi addirittura col marito, dichiarando pubblicamente il suo disaccordo su alcune sue scelte politiche. Pur col garbo e il controllo che il suo ruolo pretendeva, non ha mai mancato di dire ciò che pensava.

Da qui in poi, riassumere le gesta e i traguardi di Eleanor Roosevelt in poche righe è quasi impossibile.  Cercherò di sceglierne solo alcuni che hanno fatto la differenza.

Eleanor è la prima persona a invitare afro-americani alla Casa Bianca. Quando l’associazione delle Figlie della Rivoluzione Americana, di cui lei fa parte, impedisce alla cantante nera Marian Anderson di esibirsi alla Constitution Hall, lei dà le dimissioni e le organizza personalmente un concerto davanti al Lincoln Memorial. In occasione della visita dei Reali d’Inghilterra le chiederà di esibirsi per loro alla Casa Bianca.

Fa abolire il lavoro minorile e rende il linciaggio un reato federale. La sua vicinanza alla causa afro-americana le fa perdere il favore degli Stati del Sud, ma sposta in blocco il consenso dell’elettorato nero, tradizionalmente repubblicano. Si impegna affinché le donne lavoratrici vengano pagate di più; durante la Seconda Guerra Mondiale insiste affinché sia loro concesso di contribuire alla causa lavorando nelle fabbriche, ma insiste anche perché vengano loro assegnati maggiori lavori d’ufficio. Perché le redazioni dei giornali siano costrette ad assumere donne, apre le sue conferenze stampa solo a giornaliste donne. Supporta il voto alle donne e critica aspramente l’Equal Rights Amendment, in quanto ritiene che la vera equità non si raggiunga sostenendo che le donne siano identiche agli uomini, ma riconoscendone le differenze e soddisfandone i bisogni, così da concedere loro le stesse opportunità. Durante la Guerra cerca anche di partire per il fronte con la Croce Rossa, ma non le viene permesso per ragioni logistiche. È grazie a lei che gli Stati Uniti entrano nelle Nazioni Unite ed è lei a supervisionare la stesura e la firma della Dichiarazione dei Diritti Umani. È la prima Fist Lady a tenere regolermente una rubrica su un quotidiano e a presentare una trasmissione radiofonica. All’inizio del mandato del marito, afferma che riuscirà a eguagliare il suo salario. Ci riesce, e dà quasi tutto in beneficienza.

Almeno due volte Eleanor rischia di essere ancora travolta dallo scandalo. La prima quando emerge una sua probabile (oggi accertata) relazione romantica con una donna, la reporter Lorena Hickok. A usare questa relazione contro di lei è il capo dell’FBI J. Edgar Hoover, segretamente gay. La seconda volta, è la sua relazione con la guardia del corpo Earl Miller, a far chiacchierare. Tuttavia, niente riesce a travolgerla, anche perché può contare sul sodalizio con il marito. “I Roosevelt”, dicono gli amici, “si vogliono profondamente bene, tengono alla felicità dell’altro e riconoscono di non poterne essere gli artefici”.

Anche dopo la morte di Franklin, Eleanor continua a essere una figura pubblica di spicco, gestisce associazioni umanitarie attive in tutto il mondo e copre importanti cariche politiche. Oltre a rappresentare l’America al tavolo delle Nazioni Unite, fa parte del comitato di vigilanza dei corpi di pace e il Presidente Kennedy la mette a capo della nuova Presidential Commission on the Status of Women.

Eleanor Roosevelt muore nel 1962 e il Presidente ordina che tutte le bandiere del Paese sventolino a mezz’asta. Al funerale partecipano migliaia di persone, compresi tre Presidenti. A oggi è l’unica First Lady alla quale sia stata tributata una statua, e un’altra sua piccola statua di bronzo è stata posta accanto allo stemma degli Stati Uniti al Franklin Roosevelt Memorial.

Dopo di lei niente è più stato lo stesso, soprattutto per noi donne, e non solo perché il suo amore per il rosa l’ha reso “il nostro colore”. Eleanor Roosevelt ha lottato al nostro fianco per i nostri diritti, ma soprattutto ci ha regalato un nuovo modello di riferimento: non più una moglie bella e silenziosa, buona solo a salutare e stare in posa nelle foto, ma una donna coraggiosa, determinata, col cuore e la mente al futuro e all’interesse degli altri.

Ricordando Goliarda Sapienza con una sua poesia…

 

 

 

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Goliarda Sapienza, il “discernere nel cadere”

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

Le poesie di Goliarda Sapienza hanno aspettato più di sessant’anni per esser pubblicate: scritte quasi tutte negli anni ’50 solo nel 2013 hanno visto la luce. Le poesie, nell’opera e nella vita di Goliarda, sono state uno spartiacque, l’inizio di una riflessione intima dopo un evento traumatico: scritte quasi tutte insieme nell’arco di un anno, segnano la presa di coscienza del proprio destino letterario.

Perché non sono state considerate prima? È un storia lunga, forse non era tempo per il pubblico, ma era l’esatto tempo di scriverle per Goliarda. E nella tortuosa e avvincente, e alla fine vittoriosa, vicenda letteraria di Goliarda ciò che conta non è il pubblico, ma la sua intima essenza di scrittrice da assecondare giorno dopo giorno, fino alla fine dei suoi giorni: una fedeltà a un sé trovato ─ o ritrovato ─ e della gioia della scrittura.

L’arte della gioia, il suo romanzo più conosciuto, non è che la gioia di dedicare anni della propria vita alla scrittura. E questa poesia ne è la testimonianza: una poesia che può esser letta al contempo come manuale di scrittura e come manuale di vita. Un manuale così breve? Sì, perché Goliarda Sapienza è asciutta e precisa nella poesia, con l’uso di verbi all’infinito e pochi aggettivi a comporre testi di una rigorosità secca, una essenzialità scarna.

Come a dirci che la vita non è che tutta una separazione e un congiungimento, uno spargere all’aria, un donarsi, ma anche un cercare di tenere tutto con sé racchiuso in un pugno, e cercare di trattenere il più possibile, come il sapore sulle labbra prima che svanisca, e assistere al tempo che passa nei suoi secondi e nei suoi minuti, capire mentre si cade e centellinare il passare di questa sera da quella di ieri e da quella di domani.

Un invito a guardare in faccia al tempo e a ogni faccia che il tempo porta con sé, vivendone ogni separazione, ogni congiungimento, discernendo sempre così come il tempo fa.

Elsa Morante e le protagoniste dei suoi romanzi

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Il 18 agosto 1912 nasceva la scrittrice romana entrata nella storia della nostra letteratura. I suoi celebri romanzi ci fanno scoprire figure femminili che ancora oggi sono di grande attualità. Il 25 novembre 1985, in una clinica romana moriva Elsa Morante. Negli ultimi anni di vita aveva perso l’utilizzo delle gambe in seguito a un intervento chirurgico, circostanza che l’aveva spinta, nel 1983, a tentare il suicidio aprendo i rubinetti del gas.

Due anni più tardi, un nuovo passaggio in sala operatoria le è fatale: la grande scrittrice muore all’età di 73 anni, due anni dopo aver pubblicato Aracoeli, ultimo dei quattro romanzi che erano valsi all’autrice un ruolo di primissimo piano nella storia della letteratura italiana.

Nata a Roma il 18 agosto 1912, iniziò a dedicarsi alla scrittura fin dall’adolescenza. I suoi scritti vennero presto notati dal critico Francesco Bruno, che la spinse a pubblicare i suoi scritti su diverse testate.

Terminato il liceo, andò a vivere da sola e si iscrisse alla facoltà di lettere, ma la precaria situazione finanziara la costrinse ad abbandonare l’università. Nel 1941 pubblicò la raccolta di racconti Il gioco segreto, il suo primo libro, e nello stesso anno sposa Alberto Moravia.

Il loro matrimonio durerà fino al 1941, anno in cui i due si allontanarono l’uno dall’altro. Nel frattempo, Elsa ha pubblicato i romanzi Menzogna e Sortilegio e L’isola di Arturo. Il romanzo successivo esce nel 1974, ed è quello della consacrazione definitiva: La storia.

Due anni più tardi cominciò la stesura di Aracoeli, purtroppo il suo declino fisico era ormai prossimo e di questo la stessa autrice ne era consapevole. Mi piace, perciò,  ri- scoprire assieme a voi altr*le figure femminili, che furono protagoniste dei suoi romanzi.

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La protagonista di Menzogna e sortilegio, il primo romanzo della Morante è Anna, narrata dalla voce della figlia Elisa. Anna, figlia di un nobile decaduto, si innamora perdutamente del proprio cugino, ma ignora l’amore del marito Francesco, che a sua volta, decide quindi di consolarsi con la prostituta Rosaria. Il romanzo è basato tutto sulle atmosfere e sulle sensazioni che nascono da questi triangoli incrociati, alimentati da sogni folli e impossibili, che possono condurre solo a un fallimento sociale e sentimentale.

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Ne L’isola di Arturo, il personaggio femminile più importante è Nunziata. Il padre del protagonista Arturo la prende in moglie anni dopo la morte della prima moglie. Tra Arturo e Nunziata passano pochi anni di età, e questo dà vita a una tensione irrisolvibile fatta di affetti taciuti e soffocati. Pur non essendo protagonista, Nunziata si rivela un personaggio fondamentale nel percorso di crescita del protagonista, che solo col tempo riuscirà a comprendere l’ambiguità dei sentimenti che prova per la matrigna.

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Ida Ramundo è la protagonista femminile del capolavoro di Elsa Morante, La storia…È una maestra di scuola elementare timida e sottomessa, fragile, trasandata. Di origini ebree, vedova e madre del figlio Nino, rimane incinta dopo essere stata violentata da un soldato tedesco (il romanzo è ambientato nella Roma della Seconda guerra mondiale). La storia segue le vicende di Ida e dei suoi figli dal 1941 al 1947: un’epoca che lascerà un segno indelebile sulla salute della donna, costretta non solo a sopportare la difficile situazione famigliare, ma anche a celare le sue origini ebree per sfuggire ai rastrellamenti di nazisti e fascisti.

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Aracoeli non è solo il titolo del quarto e ultimo romanzo della Morante, ma anche il nome della protagonista, madre di un omosessuale, Vittorio Emanuele. Quando apriamo il libro, Aracoeli è morta e Vittorio Emanuele è un quarantenne insoddisfatto della propria vita che decide di indagare e ripercorrere la storia della sua famiglia per capire meglio la personalità della madre, rievocando un rapporto esclusivo e a tratti asfissiante.

*****

Quattro romanzi in una vita, due raccolte di poesie, due racconti. La Morante non ha mai voluto lasciarsi condizionare dal tempo, che detestava. L’unica cosa che le faceva davvero orrore era la vecchiaia, doversi ritrovare lei — eterna ragazza — nel corpo sformato e raggrinzito di una vecchia. Ma sapeva che le parole, loro, sono sempre adolescenti. E che i suoi libri non sarebbero invecchiati mai.