Hedy Lamar, da diva a inventrice del Wi-Fi.

Hollywood, anno 1932, appena diciottenne la giovane attrice Hedwig Eva Maria Kiesler, meglio nota come Hedy Lamarr, fu costretta a lasciare la sua patria, l’Austria, per fuggire dalle violenze perpetrate dal regime nazista. Nella patria del cinema la giovane si fece subito notare per il suo fascino e gli ingaggi non tardarono ad arrivare. Hedy Lamarr si ritrovò a recitare a fianco di grandi attori come Clark Gable, Judy Garland e molti altri. Ma il ruolo più importante della sua vita Kiesler lo “interpretò” nella storia della scienza, diventando l’inventrice della tecnologia che è alla base delle moderne reti wireless. 

Facciamo allora un salto indietro nel tempo, negli USA degli anni ‘30, per conoscere la storia di questa donna straordinaria che ha contribuito a cambiare per sempre il mondo digitale e delle telecomunicazioni. 

Hedwig Eva Maria Kiesler, nasce a Vienna nel 1914. All’età di soli 18 anni la giovane che aveva da poco intrapreso la carriera da attrice fu costretta a fuggire oltreoceano per scappare dalle persecuzioni del nazismo nella propria terra natale. Un fatto purtroppo quasi “normale” per l’epoca dei regimi totalitari europei, che accomuna le storie di tantissime persone vissute in quegli anni. Lasciò la sua patria, la famiglia e tutte le sicurezze “di casa” per dirigersi verso la California, verso il “sogno americano”.

Giunta a Hollywood, l’attrice decise di continuare la carriera che aveva intrapreso in patria, abbandonando così definitivamente gli studi di ingegneria a cui, in un primo tempo, si era dedicata. 

Ha scandalizzato il mondo intero, quando aveva 19 anni, per essere stato il primo nudo e il primo orgasmo della storia del cinema nel film “Exstasi”. Era considerata “la donna più bella del mondo”, ma nonostante i sei mariti e i numerosi amanti, tra cui il presidente USA JF Kennedy, non si sentì mai veramente amata.

In una lettera alla madre scriveva:“Un uomo non cerca mai in una donna cosa ci sia oltre l’apparenza, non prova a grattare la superficie. Se lo facesse potrebbe scoprire qualcosa di ben più bello della forma di un naso o del colore di un occhio”.

Anche come attrice si sentiva sottovalutata, usata solo per la sua avvenenza o come oggetto erotico in film scadenti come, “L’animale femmina”, “Un’americana nella Casbah” per dirne solo due.

Si consolava, tra un film e l’altro, con le sue invenzioni: un semaforo, una scatola per i kleenex, un progetto per migliorare l’aerodinamica delle ali di un aereo per aumentarne la velocità, un tubetto per il rossetto e cosí via…

Con lo scoppio del Secondo Conflitto mondiale, la comunità austriaca di Los Angeles decise di mobilitarsi contro il nazismo. Hedy Lamarr, date le sue origini, si sentì personalmente coinvolta in questa iniziativa e iniziò dunque a interrogarsi su come poter dare il proprio contributo alla sconfitta del nemico.

Fu particolarmente scioccata dalla notizia dell’affondamento, da parte delle forze di Hitler, di una nave di bambini orfani.

Da qui le venne l’idea di mettere a punto un sistema per evitare che i siluri delle forze alleate fossero intercettati dal nemico. Tornarono così alla mente di Lamarr le nozioni apprese durante gli studi di ingegneria, e la passione per la scienza e per il progresso tecnologico ricominciarono a occupare un posto centrale nella sua vita. Lamarr iniziò a escogitare un modo per distribuire il segnale di guida dei siluri su più frequenze per proteggere gli ordigni dalle interferenze generate dal nemico, Un’idea apparentemente “semplice” ma estremamente geniale.

Grazie all’incontro fortuito con George Antheil, compositore francese che da tempo studiava il controllo automatizzato delle pianole, l’attrice riuscì a dare forma e concretezza ai suoi progetti. In un primo momento Antheil fu molto colpito soprattutto dal fascino di Lamarr: “le mie pupille sembravano scoppiare, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Davanti a me c’era indubbiamente la donna più bella della terra. La maggior parte delle dive dello schermo non appaiono così belle quando le vedi in carne e ossa. Ma questa era infinitamente più bella che sullo schermo” (George Antheil a Bad Boy of Music).

Con l’approfondimento della conoscenza, il compositore si rese presto conto delle eccelse qualità tecniche e intellettuali della bellissima Lamarr. I due si misero al lavoro con l’obiettivo di trovare un modo di teleguidare a distanza gli ordigni bellici in modo sicuro da interferenze nemiche.

Il 10 giugno 1941 Hedy Lamarr e George Antheil presentarono all’ufficio brevetti americano il loro primo progetto, il Secret Communication System: un sistema basato su 88 frequenze, corrispondenti al numero dei tasti del pianoforte. Il sistema utilizzava rulli di carta perforati che ruotando in sincronia, trasmettevano e ricevevano frequenze sempre diverse, evitando così ogni tipo di intercettazione o disturbo.

L’11 agosto dell’anno successivo il brevetto venne loro concesso, ma l’installazione di tale sistema a bordo di un siluro fu ritenuta impraticabile. L’invenzione cadde nel vuoto. O almeno così sembrò in un primo momento. 

Nel 1985, quando la tutela brevettuale cessò di avere efficacia, la nuova tecnologia di Lamarr iniziò a diffondersi divenendo la base della moderna tecnologia telefonica applicata alle connessioni Wi-Fi e Bluetooth. 

Nel 2000 , poco prima della sua morte, Hedy Lamar ricevette un premio prestigioso come inventrice. La National Inventors Hall of Fame l’ha iscritta nel 2014 e le é stata dedicata la Giornata dell’Inventore.

La vita di Hedy Lamarr è un incentivo prezioso rivolto a tutte le donne appassionate dell’ambito STEM e non solo, a non trascurare mai le proprie passioni e ambizioni. Non esistono percorsi già tracciati o storie già scritte. Esiste solo la forza di volontà di cambiare le cose e il desiderio di mettersi in gioco.

Il passato non è un ostacolo per costruirsi il proprio futuro. Hedy Lamarr ci insegna che con coraggio, ambizione e determinazione, un’attrice può inventare il Wi-Fi e cambiare così per sempre la storia della tecnologia. 

La scelta di Anne: il film tratto dal romanzo biografico di Annie Ernaux.

La scelta di Anne” è un film diretto da Audrey Diwan, adattamento cinematografico del libro con il titolo L’evento di Annie Ernaux.

Il libro della scrittrice francese è stato pubblicato in Francia nel 2000, seguito dall’adattamento in italiano a cura dell’Orma editore, pubblicato solo 2 anni fa. La scrittrice nata nel 1940 racconta la sua esperienza autobiografica: si mette a nudo, di fronte ad un inaspettato evento. Quest’ultimo le cambierà la vita e la costringerà ad una scelta molto difficile.

La scrittrice poco più che trentenne, durante la sua carriera di insegnante liceale, deciderà di sposarsi. Pochi anni dopo fará parte del movimento femminista, e durante gli anni settanta scriverà articoli sulla rivista Le Monde.

La sua attività di stesura si tramuta in romanzi, dove decide di raccontare alcuni avvenimenti che le hanno segnato la vita. Tra le quali una notte di follia che la porterà ad una gravidanza indesiderata e inaspettata, che la condurranno nel difficile cammino dell’aborto clandestino.

Infatti nel 1963 quando da studentessa universitaria, scopre di aspettare un bambino non si dà pace.

Anne ha bisogno di non far nascere quella vita, ricorrere all’aborto in Francia era ancora illegale. Nessun dottore sembra voler mettere a rischio la propria carriera e la salute della paziente.

La sua vita è appesa a un filo, quando finalmente riuscirà a trovare una donna in grado di aiutarla in quest’impresa. Un film durissimo, potente, che lascia senza fiato, un vero pugno nello stomaco.

Una visione che non può lasciare indifferenti, e a testimoniare il suo successo il premio come miglior film alla 78a Mostra internazionale d’arte cinematografica a Venezia.

Quella di Anne sembra una vita divisa in due, nonostante l’umile vita riesce ad istruirsi, frequentando l’Università di Rouen. Il confronto tra due mondi completamente opposti, dove entra in contatto con persone di un rango più alto.

Sembra che la vita della giovane donna sia duplice, ciò è ben visibile anche nel film. Ostile spesso, fredda ma schietta e decisa nelle sue scelte. Sua madre, prima di lei aveva perso un bambino, lei decide di abortire. Sembra paradossale, ma è chiara l’intenzione della scrittrice di segnare una cesura, l’inizio di una nuova era, quella della libertà e della emancipazione femminile.

I suoi romanzi, però, sembrano seguire un filo ben preciso, si guarda all’interno, ci ritroverà un vero e proprio mondo, come ella stessa annuncia nel romanzo “Gli anni”.

L’emancipazione di una donna che non vuole rinunciare ai suoi sogni, un viaggio che l’autrice percorre a piccoli passi. Ma l’impatto è fortissimo, travolgente, stravolge il lettore lasciandolo inerte, di fronte la forza di una ragazza.

Annie narra i luoghi, le emozioni che prova; di un’esperienza dolorosa una testimonianza sotto forma di cronistoria, nella quale è autrice e protagonista allo stesso tempo.

Ella è costretta a fare i conti con una vita dentro di sé, non voluta, una libertà che è costretta a ricercare a tutti i costi, battendo addirittura la paura, quando la dottoressa le annuncia: “a suo rischio e pericolo”. La vergogna è complice della corazza con la quale la giovane si copre, la paura di essere giudicata.

Straziante è inoltre la ricerca di un dottore disposto ad aiutarla nell’interruzione, guidati da questioni etiche, morali ma in quegli anni soprattutto legali.

Un film in grado di scuotere gli animi e permettere una profonda riflessione, verso un tema più attuale che mai.

Annie Ernaux così scrive del film che narra l’esperienza da lei vissuta: “Uscendo dalla sala di proiezione di L’Événement, ero molto commossa, non ho avuto altro da dire a Audrey Diwan che queste parole: Hai fatto un film giusto… iI film non dimostra , non giudica, né tantomeno drammatizza. Segue Anne nella sua vita e nel suo mondo da studentessa, tra il momento in cui aspetta invano l’arrivo delle mestruazioni, e quello in cui la gravidanza è alle sue spalle, in cui l’evento ha avuto luogo.”

E, ancora, per Ernaux è giusto che il film racconti le pratiche alle quali le donne hanno fatto ricorso prima della legge Veil, che ha depenalizzato l’aborto in Francia nel ’75.

Le sequenze dell’aborto, pur ellittiche, sono sensoriali e immersive fino al limite del sopportabile.

Annie Ernaux e Audrey Diwan entrano nei dettagli perché sono i dettagli che uccidono.

Rachel Carson e la sua battaglia per l’ambiente.

Rachel Carson

«… la primavera ora non viene annunciata dal ritorno degli uccelli, e le prime mattine sono stranamente silenziose dove una volta erano piene della bellezza della canzone degli uccelli.»
Rachel Carson, Silent Spring

Rachel Carson è stata una figura straordinaria del XX secolo, donna carismatica, colta e intelligente, è riuscita a cambiare le sorti del mondo con la sola forza delle idee.

Nasce nel 1907 in Pennsylvania; è una biologa e zoologa statunitense, pietra miliare nella storia dell’ecologia. Sin da piccola ha l’immensa fortuna di vivere immersa nel verde, ed è grazie alla madre che sviluppa un profondo amore e un enorme rispetto per la natura. Sin dalla tenera età si dimostra un’accanita lettrice e scrittrice; già alle medie scrive sul giornalino della scuola storie aventi come protagonisti gli animali che ha modo di osservare perlustrando i 26 ettari della fattoria dei genitori. All’università studia biologia marina, laureandosi a pieni voti nel 1932.

Nel 1936, dopo aver dovuto abbandonare il dottorato per prendersi cura della madre ormai anziana e malata, viene assunta come biologa marina presso il Dipartimento Statunitense per la Pesca. È qui che per la prima volta esterna le sue grandissime doti di scrittrice, che le consentono di diventare in breve tempo la caporedattrice dell’intero dipartimento. Contemporaneamente inizia a scrivere su importanti riviste e, grazie alle sue brillanti doti, richiama l’attenzione di eminenti case editrici.

Nel 1941 pubblica il suo primo libro Under the sea wind, seguito dieci anni dopo da “The sea around us” (Il mare intorno a noi, Feltrinelli); dal quale viene tratto un documentario che vincerà il premio Oscar. Nel 1955 dà alle stampe il suo terzo libro, “The Edge of the Sea”, divenendo così una delle scrittrici più in voga negli Stati Uniti durante la metà de Novecento. Nel 1962 viene pubblicato il suo capolavoro per eccellenza: “Silent Spring “(Primavera silenziosaFeltrinelli).

Già gravemente malata di cancro durante la stesura di quest’ultimo libro, Rachel muore il 14 aprile 1964 a Silver Spring: 16 anni dopo verrà insignita della Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti.

Silent Spring è un libro di scienze ambientali, ritenuto il manifesto del movimento ambientalista moderno e descrive, con approfondite ricerche e analisi scientifiche, i danni irreversibili provocati dall’uso indiscriminato del DDT e dei pesticidi, tanto sull’ambiente che sugli esseri umani. Il libro è dedicato ad Albert Schweitzer ed è diventato nel giro di pochissimo tempo un vero e proprio best seller tradotto in ben 24 lingue.

Il titolo deriva dalla drammatica constatazione del maggior silenzio nei campi primaverili rispetto ai decenni precedenti. Questo silenzio era dovuto alla diminuzione del numero di uccelli canori a causa dell’utilizzo massiccio di fitofarmaci.

Lo scenario anticipato dal titolo è disarmante e il testo mostra come la natura possa venir devastata per mano dell’uomo. L’impulso per scrivere Silent Spring è stata una lettera che, nel gennaio 1958, le aveva scritto un’amica, nella quale raccontava della morte di un’ingente quantità di volatili intorno alla sua proprietà proprio per via dell’irrorazione di DDT usato per uccidere le zanzare.

Quest’opera non parla semplicemente dei danni prodotti dai pesticidi, ma affronta il problema molto più complesso del rapporto uomo-natura e mette in discussione l’idea di un progresso scientifico senza limiti, né vincoli: l’etica e l’empatia, per la scrittrice, sono qualità indispensabili e fondamentali in qualsiasi ambito.

In Silent Spring la Carson ha posto delle dure domande, ossia se gli uomini abbiano il diritto di controllare e dominare la natura e il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire e se è lecito distruggere la vita degli altri esseri viventi che popolano la Terra.

Con questo libro l’autrice lancia l’allarme sul fatto che l’ecosistema terrestre avrebbe presto raggiunto i suoi limiti di sostenibilità se non si fossero presi tempestivamente seri provvedimenti atti a contrastare l’uso indiscriminato di sostanze fortemente nocive.

Poiché la Carson era giunta alla conclusione che i fitofarmaci, attraverso la catena alimentare, avvelenano animali e uomini, l’industria chimica americana, vedendo lesi i propri interessi economici, decide di accusarla di essere una donna isterica, sensibile, non professionale e addirittura comunista. Viene così intrapresa una terribile campagna denigratoria nei suoi confronti.

Il libro riuscì tuttavia a far maturare una forte consapevolezza nell’opinione pubblica statunitense circa i pericoli dell’inquinamento ambientale, ispirando la nascita del movimento ambientalista, che ha portato alla creazione dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente. È riconosciuto come il testo ambientale che “ha cambiato il mondo” e ha catturato l’attenzione del presidente Kennedy.


Un decennio dopo, si sono vinte due straordinarie battaglie, salvando uccelli e altri animali selvatici dall’estinzione: l’EPA nel1972 ha bandito il DDT negli Stati Uniti e, successivamente, è stata approvata la legge sulle specie in via di estinzione.

Molti critici affermarono che la Carson aspirasse all’eliminazione di tutti i pesticidi, ma in realtà non stava chiedendo la messa al bando dei fitofarmaci utili, ma ne stava incoraggiando un uso responsabile, poiché era fortemente contraria alla spietatezza del progresso così come lo intendevano le grandi industrie, mentre era favorevole a una scienza etica di cui si sentiva parte.

Per onorare i sacrifici e il lavoro svolto da Rachel, l’ex-vicepresidente americano Al Gore, nel 1992 ha scritto una splendida prefazione all’edizione del trentennale di Silent Spring.

Più riusciamo a focalizzare la nostra attenzione sulle meraviglie e le realtà dell’universo attorno a noi, meno dovremmo trovare gusto nel distruggerlo” Rachel Carson

Maria Bellonci, l’ideatrice del Premio Strega.

Due vite si intrecciano, insidiandosi reciprocamente nella lunga esistenza di Maria Bellonci: quella della scrittrice e quella della patronne del Premio Strega. Maria Villavecchia nasce a Roma all’inizio del secolo da una famiglia piemontese. Per le monache di Trinità dei Monti, è un’alunna brava, ma difficile. Finiti gli studi classici, la ragazza che a scuola si ribellava ai lavori di cucito, si fidanza con Goffredo Bellonci, un giornalista colto, in grado di starle a fianco e di guidarla. Si sposano nel 1928. La sposa in raso bianco ha quattro veli di strascico. «Ero molto carina? Mi pare di sì. Snellissima, bruna, con vitino». Eppure, anche in quelle foto i lineamenti forti di Maria non sembrano mai belli.

Scrittrice di romanzi storici, meticolosa nella ricerca documentaria così come nella costruzione di ogni singola frase, Maria Villavecchia in Bellonci ha concepito nel 1947 uno dei premi letterari più rilevanti del nostro Paese, lo Strega, termometro dell’ambiente culturale e dei gusti dei lettori italiani, nonché motore delle vendite dei libri. E l’ha fatto per promuovere una ricostruzione, personale e collettiva, nell’Italia martoriata dal secondo conflitto mondiale.

Nel 1944, in una Roma appena liberata dall’occupazione, la scrittrice, insieme al marito Goffredo, giornalista e critico letterario, aveva ideato le sue domeniche, “partendo dall’idea di radunarsi come per una festa”. Più che di un salotto letterario, all’inizio si trattava di informali riunioni settimanali nella casa dei coniugi Bellonci in Viale Liegi. Il primo appuntamento si tenne l’11 di giugno. Fu un vero e proprio avvenimento e Maria Bellonci – come racconta nel saggio che ripercorre quell’epoca, Come un racconto. Gli anni del Premio Strega, aveva segnato la data sulle pagine del suo taccuino, accanto alle liste degli invitati, destinati ad aumentare in maniera vertiginosa.

Nelle annotazioni della padrona di casa, che investiva questi incontri di grande valore, i nomi di amici e familiari si mescolavano a quelli di scrittori, artisti e letterati. “[Era] il tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione”, ricorda Bellonci, un’alleanza basata sull’esercizio dell’intelligenza. La domenica pomeriggio si parlava dell’Italia ritrovata, di politica, di letteratura e si mangiavano le torte che la scrittrice preparava all’alba, perché il gas dopo le sette non riscaldava abbastanza il forno.

Nel salotto della casa di Maria e Goffredo Bellonci: Maria Bellonci, Aldo Palazzeschi, Alba de Céspedes, Anna Proclemer, Paola Masino, Libero Bigiaretti e Vitaliano Brancati

Maria Bellonci pensava che in quel “tempo di pericolo”, come aveva battezzato il fragile dopoguerra, la letteratura fosse un luogo riparato e luminoso dove stare e dopo tre anni desiderava sperimentare quella democrazia ancora in nuce nello spazio, per quanto circoscritto, dei libri, creando un premio. Ne discusse con Goffredo che le rispose “con occhi lucenti di approvazione”. “[L’idea] era nata da me, da me a paragone con gli altri, dalla nuova coscienza sorta nei tempi tanto incisivi della Resistenza durante i quali avevo imparato che gli uomini esistono gli uni per gli altri e che gli scrittori non fanno eccezione. Pensavo adesso che ciascuno avesse il dovere di vivere dentro un nucleo sociale e di offrire, potendo, alla comunità, un tributo di azioni quotidiane”. Il premio era un modo per affidare alla cultura il compito di costruire un principio di solidarietà, sulle macerie della guerra.

Fu così che in una domenica di gennaio del 1947 la scrittrice e traduttrice romana annunciò di voler far nascere un riconoscimento nuovo, che “nessuno avesse mai immaginato”, e lo fece fondando una giuria vasta, composta appunto dagli “Amici della domenica”, nome con cui venivano soprannominati gli ospiti che frequentavano il salotto romano. Nelle piccole stanze tappezzate di libri di casa Bellonci c’era anche Guido Alberti, proprietario dell’azienda produttrice del liquore Strega: il sodalizio fu immediato e il Premio trovò il suo fedele finanziatore.

Maria Bellonci alla presentazione del Premio Strega (1952)

La giuria del primo anno, nel 1947, era composta da 170 persone e vinse Ennio Flaiano con il suo romanzo Tempo di uccidere, un’allegoria del conflitto appena trascorso che racconta la storia di un tenente dell’esercito italiano e delle sue disavventure sul suolo africano. Nel 1948, i votanti diventarono 190, l’anno successivo 202 in un continuo crescendo che toccò i 350 quando fu incoronata la prima scrittrice donna, Elsa Morante, nel 1957 con L’Isola di Arturo. Oggi il corpo elettorale, che porta ancora il nome di Amici della domenica, è costituito da quattrocento persone inserite a vario titolo nel mondo culturale italiano che ogni giugno, in casa Bellonci, scelgono la cinquina e poi, i primi di luglio, eleggono il libro vincitore al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma. Si diventa giurati per cooptazione, su segnalazione di un altro membro. 

Elsa Morante riceve il Premio Strega per il libro L’Isola di Arturo (1957)

“Il matrimonio di Rosa”: quando sposarsi con sé stesse é la meta più ambita.

In quasi tutte le sale cinematografiche si proietta la divertente commedia della regista spagnola Icíar Bollaín, satira sul desidero d’indipendenza e sulle scelte delle donne.

Già nota per film ‘di genere’, intelligenti e mirati verso obiettivi di emancipazione e sensibilizzazione, che ritraggono la donna nel suo profondo e spesso negato anelito all’indipendenza, la regista, sceneggiatrice e attrice Icíar Bollaín, classe 1967, originaria di Madrid, torna a dirigere un film, ‘Il matrimonio di Rosa’ (La Boda de Rosa), dedicato a tutte le donne, alle loro fatiche quotidiane, alle mille attività di cura, agli oneri lavorativi e familiari, da cui spesso ciascuna di noi vorrebbe fuggire, senza più rendere conto a nessuno.

Se nei primi film, Hola, ¿estás sola? (1995), vincitore del premio miglior nuovo regista alla Semana Internacional de Cine de Valladolid, con Flores de otro mundo (1999), miglior film della Settimana internazionale della critica al 52º Festival di Cannes e candidato al Premio Goya, ed in particolare con Ti do i miei occhi(2003), sulla violenza di genere e domestica, vincitore di ben sette Premi Goya, (fra cui miglior film e miglior regista) i temi al femminile erano trattati con una cifra in parte drammatica, nel suo ultimo film la regista si affida sapientemente allo stile della commedia, sobria e mai eccessiva, ma brillante e realistico, per proporre situazioni e sentimenti contrastanti, portando la spettatrice ad un’inevitabile identificazione con la protagonista. 

Rosa infatti ha un lavoro estenuante – cuce i costumi in produzioni con moltissime comparse – ha un fratello ingombrante, un padre troppo presente, una sorella piuttosto sfuggente, un fidanzato che riesce a vedere a stento e una figlia che si è appena separata con due gemelli. Abituata ad anteporre i bisogni degli altri ai suoi, Rosa sta per compiere 45 anni e la sua vita non solo è fuori controllo, ma è molto lontana dall’essere qualcosa che può definirsi “sua”. Decide così di dare uno scossone alla propria vita e afferrarne le redini, o almeno tentare di farlo. 

Il sogno di Rosa è infatti quello di riaprire la vecchia sartoria della madre, in un paesino vicino al mare, ma prima vuole organizzare un matrimonio molto speciale: un matrimonio con sé stessa. Senza rivelare a nessuno le proprie intenzioni Rosa convoca i fratelli e la figlia a Benicasim, il paese di origine della madre, come testimoni del suo “matrimonio”. Ma presto scoprirà che i fratelli e la figlia hanno altri piani e che i suoi si scontrano con gli interessi di tutta la famiglia, così che cambiare la propria vita non sarà facile impresa.

“ Racconta Icíar Bollaín di essersi imbattuta nel ‘solo wedding’ leggendo un articolo di giornale poco più di due anni fa: un giornalista britannico raccontava di un’agenzia a Tokyo dove le donne possono realizzare il sogno di sposarsi ed essere “principesse per un giorno” nel loro abito da sposa, con auto da matrimonio e album fotografico inclusi, senza bisogno dello sposo. Ma il matrimonio in solitaria in Giappone ha più a che fare con l’estetica e l’idea che non avere uno sposo non ti impedisce di diventare una principessa per un giorno e fare delle belle foto, una tradizione molto importante per le donne giapponesi.

Presto ho scoperto che il matrimonio in solitaria è un fenomeno internazionale: le donne di tutto il pianeta, Spagna compresa, da sole o in compagnia di familiari e invitati, hanno iniziato a sentire il bisogno di “impegnarsi” per sé stesse: prendersi cura di sé, rispettarsi e, insomma, amarsi, in una cerimonia che prende in prestito tutti gli elementi del matrimonio convenzionale come le promesse, l’abito, l’anello e persino la luna di miele… tranne un piccolo dettaglio: lo sposo”.

Emblematica la prima scena del film in cui Rosa partecipa ad una gara di corsa e tutti i suoi conoscenti e familiari la incitano a correre per arrivare prima: lei li guarda smarrita e, arrivata al traguardo, non si ferma, continua a correre per le campagne e oltre, fino al mare. In quel momento Rosa si sveglia, rendendosi conto che era tutto un sogno ma non certo casuale, rispecchiando invece la sua situazione, braccata da impegni e persone che cercano il suo appoggio in ogni incombenza quotidiana.

Ci sono molte Rosa tra noi, nella nostra routine quotidiana e ognuna di noi ha dentro una parte di Rosa. Conoscere ciò che vogliamo veramente e non rinunciarci mai, è uno dei compiti più difficili che tutti affrontiamo nella nostra vita, e che spesso non riusciamo a realizzare.

Ma Rosa si impegna a lottare per questo e raggiungere un punto di vista comune tra i sogni di Rosa e il resto della famiglia diventerà una grande sfida, anche quando si tratta di organizzare il proprio matrimonio. Credo che ‘Il matrimonio di Rosa’ sia una storia di persone vere, che rappresenta le relazioni tra di loro e con ciò che le circonda, cercando di dare voce ai pensieri interiori sulle cose della vita di tutti i giorni, che riguardano tutti noi, con umorismo ed emotività.

Amelia Earhart, una vita in volo.

Amelia Mary Earhart, è nata il 24 luglio del 1897 in Kansas. Con il suo coraggio e la sua caparbietà Amelia riuscirà ad andare oltre tutti gli stereotipi della sua epoca, facendosi apprezzare come aviatrice pionieristica a discapito dei fallimenti di altri suoi colleghi uomini.

Scopre l’aviazione a 23 anni accompagnando il padre ad un raduno in California, a Longbeach, nel 1920 dove per la prima volta sale su un aereo per dieci minuti grazie ad un volo turistico. Poco tempo prima aveva intrapreso gli studi infermieristici in Canada dove aveva raggiunto la sorella per poi tornare a New York e terminare gli studi da infermiera e prestare la sua professione in un ospedale militare durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 1922, facendo tanti lavori e lavoretti e grazie all’aiuto economico della sorella e della madre, riesce a comprare il suo primo aereo, di seconda mano, un Kinner Airster di colore giallo, da lei “battezzato” Canarino.

Nel 1928 arriva il suo primo incarico, attraversare l’Atlantico a bordo di un Fokker F7 chiamato “Friendship”con i colleghi Stultz e il meccanico Gordon; arrivano in Galles ma gli elogi sono tutti e solo per lei, la prima donna che abbia mai attraversato l’Oceano, altre tre donne infatti in quell’anno erano morte nello stesso tentativo. Per questa impresa, al suo ritorno,  fu quindi accolta da una parata a New York e fu ricevuta, insieme al resto dell’equipaggio, alla Casa Bianca dal presidente Coolidge.
Scrive un libro su questa esperienza, intitolato “20 Hours – 40 Minutes“, pubblicato dall’ editore George Putnam che fino ad allora aveva editato solo opere scritte da Lindbergh. Negli anni scriverà anche altre due opere: “The fun of it” e “Last flight“.

Le sfide continuano incessanti e nel 1931 stabilisce il record di altitudine a 5.613 metri, nello stesso anno sposa l’editore Putnam che, nel frattempo, era diventato il suo manager organizzando voli ed apparizioni pubbliche e contribuendo a creare la fama di Amelia.L’anno dopo è l’unica pilota che, dopo Lindbergh, riesce a compiere la trasvolata in solitaria da Terranova fino in Irlanda, anche se la meta era Parigi ma per problemi di meteo dovette atterrare nella campagna irlandese. Al suo ritorno riceverà la medaglia della Society National Geographic direttamente dal Presidente Hoover. Per Amelia la sua impresa aveva anche dimostrato l’esistenza di pari capacità intellettuali, di coraggio e prontezza tra l’uomo e la donna.

E Amelia sarà anche la prima donna a volare direttamente senza scalo da Los Angeles al New Jersey. Nel 1935, sempre disposta ad osare lì dove altri fallirono, fu la prima in assoluto ad attraversare il Pacifico dalla California sino alle Hawaii.  Diventa così la prima ed unica nell‘aviazione fino ad allora ad aver trasvolato in solitaria entrambi gli Oceani.

Amelia Earhart diviene quindi un simbolo importante nell’immaginario popolare oltre che un’ icona di stile che arriverà a disegnare divise per le future  aviatrici, guadagnando due pagine su ‘Vogue’, e ispirando una linea di valigie e bauli da viaggio nonché una linea di abbigliamento sportivo.

Arriva così il 1937 quando, forte della sua esperienza e capacità, Amelia decide di voler fare il giro del mondo,  parte quindi da Miami, arriva in Sud- America, prosegue in Africa e di lì in Nuova Guinea; ormai le mancano solo 7000 miglia è ormai vicina all’isola dove c’è la guardia costiera ad aspettarla e con cui è in comunicazione da giorni, ma Amelia pur  comunicando  la sua vicinanza all’isola parla di un’effettiva incapacità di riuscire a vederla… vani saranno gli ulteriori tentativi della Guardia costiera e le comunicazioni si interromperanno il 2 luglio 1937.

“Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi.

Apparso per la prima volta nel 2003, “Leggere Lolita a Teheran” è una raccolta di memorie di una docente universitaria iraniana di letteratura americana. “L’America per noi era come veleno […] dovevamo insegnare agli studenti a combattere l’immoralità americana”. 

Le citazioni di cui mi sono avvalsa sono estratte dall’edizione Adelphi del 2004.

Nel 1995, abbandonato l’incarico all’università dove insegnava letteratura angloamericana, Azar Nafisi propone a sette delle sue migliori studentesse di trovarsi a casa sua, nel primo giorno del weekend, per discutere di letteratura. Un seminario privato: per due anni Nafisi vede le ragazze entrare nel suo salotto, “togliersi il velo e la veste e diventare di botto a colori”.

Il fatto è che insieme al velo “si levavano di dosso molto di più. Lentamente, ognuna di loro acquistava una forma, un profilo, diventava il suo proprio inimitabile sé“. In quelle mattine le otto donne leggono Nabokov, Henry James, Jane Austen. Discutono con passione di Lolita e di Daisy. “Il seminario diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi”. Nel loro rifugio Nafisi e le sue ragazze guardano il mondo attraverso l’occhio magico della “letteratura”. Ma sono pur sempre a Teheran, e fuori da quel salotto restano grigiore e proibizioni: così, avverte Nafisi, “è di Lolita che voglio scrivere, ma ormai mi riesce impossibile farlo senza raccontare anche di Teheran”.

È questo Leggere Lolita a Teheran: il racconto di come una donna (l’autrice) attraversa la rivoluzione islamica iraniana con un bagaglio di romanzi e una gran fiducia nella letteratura, “arte della complicazione umana“. Solo che non sono ammesse sottigliezze né “complicazione umana” nel mondo in cui vivono lei e le sue studentesse.

È un mondo di romanzi sconsigliati, di ragazze punite se hanno le unghie dipinte, persone che hanno dovuto imparare a non esprimersi apertamente. Nafisi cita il Nabokov di “Invito a una decapitazione: insopportabile” “non è il vero dolore fisico o la tortura che si infligge in un regime totalitario, bensì l’incubo di una vita trascorsa in un’atmosfera di continuo terrore”.

Per prima cosa dunque Nafisi vuole trasmettere l’esasperazione di una vita regolata da “norme ottuse”, dove un bambino si sveglia terrorizzato perché “ha fatto un sogno illegale”: il senso di oppressione di un regime che “negava valore all’opera letteraria, a meno che sostenesse l’ideologia“, un regime, del resto, dove il capo del comitato di censura cinematografica è un cieco… Il seminario diventa per loro “un corso di autodifesa” da tutto questo. Ancora Nabokov: “La curiosità è insubordinazione allo stato puro”.

Perché Lolita? Nella storia della ragazza di dodici anni tenuta “di fatto prigioniera” dall’uomo che ne fa la sua amante, Nafisi e le sue studentesse vedono “una denuncia dell’essenza stessa di ogni totalitarismo“. Ne discutono a lungo, fanno paralleli: a Lolita, dicono, “è stata sottratta non solo la vita ma anche la possibilità di raccontarla“. Anche loro sentono di aver perduto qualcosa: la generazione dell’insegnante ha perduto una libertà passata, le più giovani hanno “ricordi fatti di desideri irrealizzati”. Tutte hanno imparato a “mettere una strana distanza tra noi e l’esperienza quotidiana della brutalità e dell’umiliazione“. Ecco l’accusa: “Il peggior crimine di un regime totalitario è costringere i cittadini, incluse le vittime, a diventare suoi complici”.

Azir Nafisi

Traspare un’urgenza, da queste pagine. Non solo trasmettere quel senso di soffocamento, o forse di spiegare perché l’autrice, come molte delle sue giovani amiche, cercheranno di sottrarvisi andando via. Più ancora, è la necessità di riflettere su “come siamo arrivati a questo?“. Qui l’autrice torna indietro nel tempo, e offre un raro racconto “dall’interno”, soggettivo e intriso di partecipazione umana, di eventi che abbiamo visto da lontano, per lo più nei loro risvolti politici. Siamo nel 1979, quando Nafisi, terminati gli studi negli Stati uniti, torna a Teheran: la rivoluzione – per cui anche lei si era battuta, come tanti studenti iraniani all’estero che avevano lottato contro lo Shah (Sciá) – era vittoriosa. Nafisi comincia a insegnare letteratura angloamericana all’Università statale di Teheran.

L’università era allora il principale teatro di scontri ideologici tra le correnti rivoluzionarie di sinistra e quelle islamiche; Nafisi parla di Fitzgerald e di Twain tra assemblee sull’imperialismo e di denuncia della società borghese, discute di Hucklberry Finn e di Gatsby mentre gli studenti islamici occupano l’ambasciata americana. In queste pagine – forse le più appassionanti – vediamo lo scontro riassunto nello strepitoso “processo” a Gatsby istituito dalla professoressa Nafisi, con tanto di giudice, giuria, accusa e difesa.

Gatsby esprime il materialismo decadente del mondo occidentale, accusano studenti che citano Khomeini e vorrebbero letture “rivoluzionarie” e moralizzatrici. Ma un romanzo è bello se riesce a mostrare la complessità degli individui, ribatte la difesa. Intanto, “sulla scena politica si assisteva a una specie di replica del nostro processo”: i romanzi “decadenti” scompaiono poco a poco dalle librerie – finché scompaiono anche le librerie.

Camille Claudel: la sua storia, le sue opere.

Questa foto colorata ci restituisce lo sguardo triste di una donna manipolata, maltrattata dai suoi cari…”Una fronte superba e occhi magnifici, di un blu così profondo e così raro che si può trovare soltanto nei romanzi” Così scriveva Paul Claudel, il celebre poeta e diplomatico, a proposito della sorella.

Camille Claudel

Il 26 marzo 2017 venne inaugurato il Museo dedicato a Camille Claudel a Nogent-sur-Seine, l’unico museo al mondo che racconta la storia e l’evoluzione artistica di questa geniale ed appassionata scultrice, un mestiere difficile per l’epoca se eri una donna.

Difficile separare la storia di Camille da quella di Auguste Rodin, suo maestro e amante. Ancora più difficile è far comprendere al pubblico che lei non era solo la sua musa e modella ma era proprio un’allieva, da lui apprese la dura arte dello scolpire e con lui, Camille maturò un suo stile proprio che la distinse dal maestro.

Foto della famiglia Claudel – Camille al centro

Molte delle sue opere sono conservate in alcune sale del Musée Rodin, a sorta di tributo per la sua allieva più nota. Questa soluzione museale mi ricorda molto la storia della donna che nacque dalla costola di Adamo, un po’ come se Camille fosse una costola di Rodin e visti i loro trascorsi prima amorosi poi morbosi, forse la soluzione adottata dal Musée Rodin non sarebbe piaciuta a Camille.

Camille Claudel & Jessie Lipscomb, colleghe e amiche

Ma conosciamo di più questa artista…. Chi era Camille Claudel?

Nata a Villeneuve-sur-Frère l’8 dicembre 1864, Camille voleva diventare scultrice già dall’età di 12 anni e la sua passione convinse il padre a farla studiare a Parigi presso l’Acadèmie Colossi con lo scultore Boucher. Fu lì che incontrò Rodin, il suo maestro Boucher infatti, vinse un soggiorno premio in Italia e si fece sostituire da Rodin, raccomandando in particolar modo Camille.

I due si intesero fin da subito, Camille andò a vivere con lui nel suo atelier, posò per lui e lavorò insieme a lui a commissioni importanti come le Portes de l’Enfer.

Tra i due sfocia l’amore ma ricordiamoci che Rodin aveva un’altra donna, Rose Beuret, la compagna che non abbandonò mai e anche un figlio di due anni più giovane di Camille.
Camille è l’amante di un artista famoso e più vecchio di lei, i critici si interessano alla cosa e i riflettori si accendono sulle sue opere. Ciò da un lato è positivo, ottenne visibilità ma dall’altro, Camille frequentò i colleghi e amici di Rodin senza invece conoscere gli artisti suoi coetanei.

La relazione tra Camille e Rodin va avanti, viaggiano molto ma i primi segnali di rottura si iniziano ad intravedere intorno al 1892. Rodin non accenna a voler lasciare la sua compagna e Camille non accetta di essere l’amante. In questo intreccio tumultuoso si inserisce la relazione con il noto musicista Debussy. Non si sa bene se lo amasse realmente o se era solo per far ingelosire Rodin, ciò che è vero è che Camille stregò Debussy.

«Ah! L’amavo veramente, e in più con un ardore triste poiché sentivo, da segni evidenti, che mai lei avrebbe fatto certi passi che impegnano tutta un’anima e che sempre si manteneva inviolabile a ogni sondaggio sulla solidità del suo cuore! (….) Malgrado tutto, piango sulla scomparsa del Sogno di questo Sogno»

La Valse (The Waltzers): di Camille Claudel

In questo periodo abbiamo una delle sculture più famose di Camille: La Valse. Opera realizzata in più versioni, La Valse a mio avviso rappresenta la passione fatta scultura, una fusione tra staticità del materiale e movimento, due figure, un uomo e una donna abbracciati che danzano, un’opera di grande espressione.

Il Novecento si apre con molte opere importanti di Camille ma la brusca rottura con Rodin inizia a gettare la donna in uno stato di disperazione da cui non si riprenderà. Vive da sola, ha meno successo del suo mentore e questo le provoca una costante frustrazione. La mente vacilla, Camille è convinta che Rodin la spii tramite i suoi assistenti per rubarle le idee. 

L’ossessione è sempre più grande e viene allontanata dalla famiglia, è il 10 marzo 1913 quando viene ricoverata in un istituto di cura mentale e li resterà fino alla morte il 19 ottobre 1943. In quel periodo di permanenza, scrisse molte lettere ed appelli per tornare a casa, soprattutto scrisse alla madre, la donna artefice del suo internamento in manicomio.

Camille Claudel (1864-1943)
L’Età matura
1902 circa – L’age mûr
Gruppo in bronzo composto da tre elementi

È doloroso sapere che i suoi ultimi anni siano stati nella sofferenza, lei che aveva così voglia di vivere, si trovò come un uccellino in gabbia, desideroso di volare, ma costretto solo a guardare il cielo tra le sbarre.

L’opera più coinvolgente, a mio avviso, è L’age mûr (1899 – 1913) il complesso scultoreo presenta tre figure a simboleggiare la vecchiaia, l’età di mezzo e la giovinezza, una composizione che dà movimento in contrasto con la plasticità delle figure.

In questa rappresentazione, la giovane donna sembra rappresentare Camille, inginocchiata ed implorante dopo il distacco con Rodin, riconosciuto nella figura in mezzo, portato via da una donna più anziana, una riflessione sulla condizione della vita e sulla vita stessa di Camille, un’opera estremamente evocativa.

Le donne alle Olimpiadi di Tokyo 2020: una parità (quasi) raggiunta.

Le Olimpiadi del 2021 sembrano destinate a passare alla storia. Se il rinvio di un anno e l’assenza del pubblico sono dei tristi primati, questa edizione può però vantare il maggior numero di quote rosa nella storia dei Giochi. 

Il comitato olimpico si è impegnato affinché a Tokyo 2020 la parità di genere fosse garantita, organizzando un’olimpiade più inclusiva per le donne. Su tutti i fronti

L’edizione di Tokyo 2020 sarà la prima a raggiungere la parità di genere, con il 49% di atlete, come fa sapere il comitato olimpico. A molti potrebbe non sembrare un fatto degno di nota, ma i numeri parlano chiaro.

Ci saranno ben 18 gare miste, il doppio rispetto a Rio 2016, e le atlete paralimpiche raggiungono il 40,5%: 1600 in più rispetto a cinque anni fa. Nel Regno Unito si sono qualificate 201 atlete e 175 uomini, mentre l’Italia partirà con 198 uomini e 186 donne, una differenza davvero sottile.

Nella storia italiana sarà la spedizione più numerosa di sempre, e gareggerà in 36 discipline diverse. I dati sono di buon auspicio per una parità perfetta da raggiungere alle Olimpiadi di Parigi 2024.

Come accanto ad ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, anche dietro un grande evento ci sono molte professioniste. È cresciuta infatti la percentuale di donne nel comitato esecutivo dei Giochi.

Dopo la nomina della nuova presidente, Hashimoto Seiko, ex pattinatrice e ministra dello Sport, il comitato organizzatore di Tokyo 2020 ha portato al 42% la percentuale di donne e ha creato un team di promozione dell’uguaglianza di genere, affidato alla direttrice sportiva, Kotani Mikako.

Anche in questo caso i numeri denotano un cambio di passo importante nella politica del CIO: da maggio 2020 le donne presiedono 11 delle 30 commissioni del CIO e sempre nel 2020 hanno raggiunto il 47,7% degli incarichi nelle commissioni, mentre erano il 20% nel 2013.

C’è voluto molto tempo prima di arrivare ad un’Olimpiade gender-balanced. Innanzitutto, le Olimpiadi moderne nacquero per soli uomini: il barone Pierre De Coubertin voleva ricalcare la tradizione greca e solo nel 1900 le prime atlete iniziarono a partecipare. Gareggiarono solo in 22 su 997 atleti in cinque sport (tennis, vela, croquet, equitazione e golf).

Le donne erano spesso scoraggiate dal cimentarsi in sport impegnativi, con le scuse dell’invecchiamento precoce, dell’infertilità e dei danni all’utero. La corsa femminile degli 800 metri fu eliminata dopo le Olimpiadi di Amsterdam del 1928 e riammessa solo nel 1960. Guadagnarsi la partecipazione è stato quasi più difficile che gareggiare, ma le conquiste, anche se lentamente, alla fine sono arrivate. 

Nel 2012 a Londra le donne hanno gareggiato in tutti gli sport del programma olimpico e, nello stesso anno, L’Arabia Saudita, ha permesso alle atlete donne di partecipare. Alle Olimpiadi di Sochi nel 2014 le donne sono state ammesse al salto con gli sci, mentre a Rio 2016 le atlete rappresentavano il 45% dei partecipanti.

Avendo fatto dell’inclusività e della parità di genere un obiettivo primario, il CIO ha deciso di cambiare la formulazione del giuramento olimpico. La versione precedente risaliva ancora a Pierre De Coubertin. Il nuovo testo recita:

Promettiamo di prendere parte a questi Giochi Olimpici, nel rispetto delle regole e nello spirito di fair play, inclusione ed uguaglianza. Insieme siamo solidali e ci impegniamo nello sport senza doping, senza imbrogli, senza alcuna forma di discriminazione. Lo facciamo per l’onore delle nostre squadre, nel rispetto dei Principi Fondamentali dell’Olimpismo e per rendere il mondo un posto migliore attraverso lo sport.

Tale giuramento è stato pronunciato da due atleti, due tecnici e due giudici lo scorso 23 luglio 2021 durante la cerimonia di apertura di questa edizione storica delle Olimpiadi.

«I record sono fatti per essere battuti, un oro olimpico resta per sempre»

Usain Bolt, velocista, vincitore di 8 ori olimpici