A cinquant’anni dal ’68, la rivoluzione è ancora di moda?

Il 1968 è stato l’anno più liberatorio, fantasioso e scoppiettante a recente memoria. L’anno che segnò la definitiva cesura tra figli e genitori, la separazione netta tra edonismo liberal e bacchettonismo conservatore, l’anno che annunciò una rivoluzione sconvolgente e permanente che, a conti fatti, non si è mai del tutto realizzata.

È una legge  inevitabile della storia, purtroppo: dopo i festini, i bagordi e le barricate appassionate, il riflusso e la restaurazione colpiscono ancora e arrivano sempre, un po’ come l’impero nero e plumbeo di Guerre Stellari.

Il 1968, che nel maggio francese, breve e bruciante, ebbe il suo apogeo, partì con una serie di slogan da rivoluzione francese – liberté, egalité, fraternité – e con il desiderio di portare la bellezza tra le strade e la fantasia al potete. Ci riuscì brevemente per poi prendere altre strade, ma quelle tre settimane di caos produttivo hanno marchiato a fuoco, per sempre, l’immaginario collettivo occidentale.

Ben presto, certo, i rivoluzionari più astuti, quelli che avevano capito i meccanismi del sistema, invece di opporsi in maniera permanente, decisero di piegare il sistema ai propri voleri, infiltrandosi nelle posizioni di potere, e scalando i vertici. La triade di valori rivoluzionari prese una piega radical chic, e il motto dei nuovi potenti ex sediziosi divenne: liberté, egalité, avion privé, ovvero libertà, uguaglianza, aereo privato. Mica male.

E oggi? Il 1968 è di moda, terribilmente di moda. Gli stilisti che dettano le tendenze ne saccheggiano i look e l’immaginario fatto di zoccoli, gonne zingare, trucco pesante e voglia di divertirsi.

Dalle ragazze ribelli di Miu Miu alle matte multiculturali di Gucci, è un tripudio di visioni sessantottine, attualizzate a uso e consumo della generazione digitale, per la quale il 1968 è preistoria persa nella notte dei tempi.

Da Gucci, Alessandro Michele, sempre ispirato e gentilmente provocatorio, aggiorna la triade di valori e ci fa slogan per ogni dove. Il motto? Libertè, egalitè, sexualitè.

Cade l’ultimo tabù: adesso anche l’identità sessuale è un fatto di volontà singola.

Muore il pensiero binario, e questo è il solo vero effetto positivo del 1968. A conti fatti, rivoluzione c’è stata.

Frine, “escort” dei giorni nostri.

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Copia antica dell’Afrodite cnidia (l’originale andò distrutto in un incendio nel 475 d.C.)

Quella di Frine è la storia di una Cenerentola ante litteram, che esule dalla Beozia arriva nella Atene del IV secolo e, facendosi strada tra le vie, ma soprattutto i letti della Polis, anela alla conquista di qualcosa di ben più importante che un principe azzurro: la propria indipendenza.

Se si dovesse definirla in termini moderni Frine sarebbe una escort, per giunta di gran lusso: delle sue origini si sa ben poco, segno che molto probabilmente non erano troppo dignitose, e se per Aspasia, l’etera che giaceva con Pericle e che gli diede anche un figlio, si poteva ipotizzare un’origine se non nobile, quantomeno benestante, di lei non si sa nulla, se non che di vero nome probabilmente faceva Glicera.

Eppure, questa giovane beota (e si sa in quale bassa considerazione fossero tenuti i Beoti dagli abitanti della grandissima e snobbissima Atene) doveva sapere il fatto suo: bella sicuramente non era, dal momento che Frine significa “rospetto”, ma doveva essere una di quelle donne che sapeva tenersi stretti gli uomini, quantomeno finché ne aveva bisogno.

Per giacere con lei bisognava prenotarsi: pittori, filosofi e artisti facevano la coda per beneficiare delle sue grazie, per le quali Frine si faceva pagare profumatamente. E per di più, faceva distinzioni di prezzo tra cliente e cliente: le fonti narrano che Demostene, l’oratore, era costretto a sborsare fior di soldi per le performance di Frine, mentre altri ben più spiantati di lui riuscivano a giacere con lei quasi gratis.

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Un banchetto nell’antica Grecia

E come mai? Frine sembrerebbe aver stabilito il suo compenso in base all’avvenenza dell’uomo, evidentemente scarsa nel caso del vecchio e barboso Demostene.

Frine doveva essere davvero affascinante, al punto che Prassitele, il famoso scultore, la scelse come modella e musa per le sue Veneri. E non risparmiò dalla sua scaltrezza nemmeno Prassitele, che pure pare sia stato uno dei suoi amanti preferiti: dal momento che voleva in regalo la più bella statua dell’artista ma lui tentennava, indeciso, Frine lo ingannò dicendogli che il suo studio stava bruciando.

Al che Prassietele si precipitò nell’atelier, dove si fiondò a sentimento su una statua, l’unica che riteneva degna di essere salvata a qualsiasi costo. Che cosa fece la nostra Frine? Si tenne la statua.

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Dipinto del francese Jean-Léon Gérome, che nel 1861 non mancò di suscitare un certo scandalo per la solare nudità della protagonista, negli ambienti artistici della Parigi dell’epoca (oggi è conservato nel Museo Hamburger Kunsthalle di Amburgo)

Sono tantissimi gli aneddoti legati alla figura di Frine, forse il più famoso e significativo è quello che vede la nostra citata in tribunale per immoralità: è Iperide, uno degli oratori più in voga a scriverle l’apologia, ma Frine, da buona self made girl qual è, decide di difendersi da sola e durante l’arringa si lascia cadere per sbaglio (o forse no) un lembo della veste, scoprendo un seno.

La giuria, tutta al maschile, vota all’unanimità per l’assoluzione e chissà mai che quella sera qualche membro dell’Aeropago avrà bussato alla porta di Frine per godere delle sue grazie.

 

Il made in Italy in Nigeria grazie a Caterina Bortolussi!

La prima economia africana, il paese più popoloso del continente con le avanguardie artistiche più significative. Ma il “leone d’Africa”, così viene definita la Nigeria, è anche un paese dove l’instabilità politica, la corruzione, la sperequazione tra ricchi e poveri rendono la vita quotidiana della maggior parte della popolazione molto difficile.

È di questo mix di sfide e opportunità che si è innamorata Caterina Bortolussi, trentenne di Spilimbergo, durante un viaggio fatto quando ancora abitava a Londra, dove era impiegata in una banca di investimenti.

Per prima cosa, Caterina cerca di tornare in Nigeria, e riesce a farlo grazie all’impiego in una agenzia di comunicazione. Ma ancora non è abbastanza per “essere felice ogni giorno”, come vorrebbe potersi sentire. Così torna a Milano e si iscrive ad un corso di fashion design con l’intento di prepararsi per intraprendere la grande avventura che possa mettere insieme le sue due passioni: la moda e la Nigeria. Il percorso non è lineare ma la meta ormai è chiara. Torna in Nigeria e apre una società di comunicazione, con alcune amiche, e per qualche anno organizza eventi, comincia a conoscere le persone che gravitano intorno al mondo della cultura e dello spettacolo e a comprendere meglio come si fa impresa nel paese.

“Ad un certo punto ho deciso che era arrivato il momento di buttarsi, di rischiare, di credere veramente nel mio progetto. E ho lasciato le mie amiche e l’agenzia per creare Kinabuti, la mia linea di moda (da Kina e Buti, il modo in cui pronunciava il suo nome, Caterina Bortolussi, quando era bambina)”.

Insieme a Francesca Rosset, una amica di infanzia, che per altre vie era arrivata anche lei in Nigeria, decidono di utilizzare le enormi capacità creative e artigianali africane dando vita ad una etichetta di moda basata su principi etici, che faccia un prodotto di qualità e nel contempo promuova lo sviluppo delle comunità locali, incoraggiando emancipazione e imprenditorialità.

“Quando ero piccola, dice Caterina, la mia eroina era Lady Oscar, la protagonista del manga giapponese di Riyoko Ikeda, Le rose di Versailles, storia di una bambina che era stata cresciuta come un maschio, sempre combattuta tra la appartenenza alla propria classe e il suo desiderio di aiutare i più poveri. È da questo personaggio, una donna vestita da cavaliere che unisce forza, consapevolezza e femminilità, che ho tratto ispirazione per la prima collezione di Kinabuti”.

Comincia un periodo difficile dal punto di vista economico. Il business ha bisogno di investimenti mentre la produzione e le vendite non sono ancora sufficienti a garantire la sostenibilità. Ma Caterina e Francesca cercano di rimanere fedeli al progetto originale: materie prime di qualità e lavorazione artigianale. Le stoffe arrivano da Benin, Senegal, Burkina Faso, Ghana ed Egitto. I sarti locali che vengono coinvolti seguono dei corsi di aggiornamento tenuti da professionisti fatti arrivare direttamente dall’Italia.

Kinabuti comincia a essere conosciuta grazie al passaparola e allo star system locale, che si appassiona subito alla nuova etichetta. “La Nigeria è una power house in Africa” dice Francesca, “non solo dal punto di vista economico”.

Cinema, tecnologia, sport e letteratura: molti dei protagonisti delle storie più interessanti in questo momento sono nigeriani. E così siamo riuscite a esportare la nostra moda anche nei paesi vicini. Ma manca un sistema di distribuzione affidabile, ci sono problemi di infrastrutture. Perfino per garantire continuità alla produzione, per la fornitura elettrica dobbiamo affidarci ai generatori. E tutto questo rende molto difficile far crescere un business.

Per fortuna, dove non arrivano i mezzi tecnici si supplisce col talento, con la voglia di fare, con l’energia che arriva dal desiderio di realizzare un progetto ambizioso ma possibile, con la consapevolezza di vivere in un momento storico per il paese, che può finalmente portare un po’ di benessere ad una popolazione che per oltre il 70 per cento vive ancora al di sotto della soglia della povertà estrema.

 

Tag : Caterina- Francesca-  Kinabuti – moda – moda etica – Nigeria

È tutta una questione di potere…

Lo sterminio delle donne non ha fine, non conosce nazionalità né colore della pelle e ciò avviene da molti secoli. La nostra epoca sembra confermare questo terribile trend e nonostante le campagne, le riflessioni, le prese di posizione e le leggi restrittive, ogni giorno una donna cade sotto i colpi di un uomo che non tollera di essere messo da parte.

L’abolizione del delitto d’onore doveva metterci al riparo, ma evidentemente la legge da sola non è sufficiente. Si dice da più parti che deve cambiare la cultura, belle parole ma concretamente cosa significa davvero? Per cambiare la cultura ci vogliono secoli e soprattutto è indispensabile iniziare dalla più tenera età. Per cambiare la cultura è necessario non dimenticare il passato, ricordando una scienziata e filosofa come Ipazia.

Ipazia di Alessandria, vissuta tra la seconda metà del IV e i primi decenni del V secolo, subì sulla propria pelle il maschilismo nella sua manifestazione più violenta.

Matematica, astronoma e anche filosofa, sapeva vivere in mezzo agli uomini, sapeva farsi valere come insegnante in una società in cui la cultura era ancora ad esclusivo appannaggio maschile. Il merito di questa donna straordinaria fu quello di saper diffondere il conoscere, al contrario di chi da sempre voleva detenere il potere dell’istruzione nelle mani di pochi e soprattutto in quelle maschili. Ipazia era per la trasmissione della cultura, pare che divulgasse le sue competenze anche in mezzo alla piazza, disposta a raccontare a chiunque volesse sapere.

Un atteggiamento controcorrente, come fu quello di Socrate, la portò alla morte: Ipazia fu uccisa per mano di alcuni cristiani fondamentalisti e per questa ragione è considerata la prima martire pagana. Con la sua scomparsa finì di esistere un’importante comunità scientifica, quella di Alessandria d’Egitto, e si interruppe per molti secoli il tentativo femminile di conquistarsi un posto apicale nel luogo strategico della cultura. È con grande commozione mista a disappunto che dobbiamo ricordare questa icona della libertà di pensiero per avviare un serio e costruttivo cammino culturale verso la parità di genere. La commozione va poi superata con l’impegno quotidiano, insistendo nel proporre riflessioni, dialoghi, dibattiti.

L’importante è saltare di pari passo le auto-celebrazioni.

Quando si affrontano questioni così importanti e delicate per l’equilibrio della convivenza futura, bisognerebbe imparare a mettere da parte il proprio ego, il proprio desiderio di mostrarsi: parlare di parità contro la violenza, di amore per sconfiggere certi atteggiamenti brutali, non è uno spettacolo teatrale ma una realtà bruciante sulla pelle delle donne.

Ispirarsi ad Ipazia non significa immolarsi (le morti femminili riempiono da sempre la storia, pensiamo ai nove milioni di “streghe” sui roghi medioevali) ma vuol dire lavorare per la causa senza essere di parte.

Raggiungere la parità infatti prevede di dimenticare la propria appartenenza politica, religiosa, di genere e l’orientamento sessuale perché, al di là delle specifiche differenze, siamo tutti esseri umani, donne e uomini, con il desiderio di migliorare il Mondo in cui viviamo. Se cadiamo nella logica del “Io sono meglio di te” non andremo da nessuna parte.

Come scrive la grande astrofisica Margherita Hack nella prefazione del romanzo Ipazia – Vita e sogni di una scienziata del IV secolo:

«Dopo la sua morte molti dei suoi studenti lasciarono Alessandria e cominciò il declino di quella città divenuta un famoso centro della cultura antica, di cui era simbolo la grandiosa biblioteca. Il ritratto che ci è stato tramandato è di persona di rara modestia e bellezza, grande eloquenza, capo riconosciuto della scuola neoplatonica alessandrina. Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica.» (1)

Ora ci possiamo chiedere al di là di tutto, al di là della politica e della regione, quale fu la ragione profonda di quel femminicidio?

Si dice che il maschio che uccide non sopporta l’emancipazione femminile, ma soprattutto come ho scritto in Ho messo le ali (2), il femminicidio è un “delitto del potere perduto”.

La cronaca ci informa, quando parla del femminicidio, che si tratta di un delitto passionale: una definizione che ci appare poco convincente, soprattutto sembra non rendere giustizia alla vittima. Che cos’è la passione? Cosa significa il termine passione se lo leghiamo all’amore? E in che relazione sta con la gelosia? Il termine passione deriva dal latino passus, participio passato di pati che vuol dire patire, soffrire. Pertanto ”passione” contrapponendosi ad “azione” è un verbo che rimanda a qualcosa che si subisce, quindi il delitto passionale nasce dalla sofferenza e dal desiderio di allontanarla da sé togliendo la vita a chi la provoca.

L’amore passionale libera il sublime e là dove c’è l’assoluto vive anche l’incontro con il dolore che è terrore di perdere la felicità, ma nonostante ciò chi ama veramente non può mai giungere ad uccidere perché, quell’amore totale e assoluto che muove solo passioni vitali, non ha nulla a che fare con il togliere la vita a una donna: chi uccide lo fa perché vede vacillare il proprio potere.

Il delitto del potere perduto ha colpito la prima martire pagana, Ipazia, e continua ad uccidere nel 2019: prendiamone atto con lucidità e piena consapevolezza per contribuire, ognuno di noi, alla nascita di una cultura del vero rispetto della donna.

Grazie alla mia amica Maria Giovanna Farina!

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Fonte:
(1) A. Petta, A. Colavito, Ipazia – Vita e sogni di una scienziata del IV secolo, La Lepre, 2011, Roma, pp 8-9.

(2) M. G. Farina, Ho messo le ali, Rupe Mutevole, 2013, Bedonia (PM), pp. 6-7.

Immagine di copertina: per gentile concessione dell’autrice Paola Giordano Titolo “ABBRACCIO”

Tag delitto passionale, Femminicidio, Ipazia di Alessandria

“È come ripetere il ritornello” di Carlos Pujol

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  ILLUSTRAZIONE DI CHRISTIAN SCHLOE

 

É come ripetere il ritornello

É come canticchiare il ritornello

di una vecchia canzone

andando per la strada;

con la testa tra le nuvole,

ignorando quali indizi prodigiosi

si celano nella routine,

come l’amore che a forza di aspettarlo

un giorno finalmente arriva.

Il poeta Carlos Pujol, barcellonese ma autore in lingua castigliana, disegna un personaggio svagato, che cammina leggero per la strada e canticchia il ritornello di una vecchia canzone: in fondo è un sognatore e quindi un poeta, che si abbandona al fatalismo e insegue l’eco di un sogno, mentre gli incantesimi delle parole conosciute gli risuonano intorno.

 

 


Carlos Pujol Jaumandreu (Barcellona, 1936 – 16 gennaio 2012), poeta, traduttore, editore e storico della letteratura spagnolo. Insegnante di Letteratura francese all’Università di Barcellona tradusse, Balzac, Baudelaire, Simenon e Voltaire, ma anche Orwell, Emily Dickinson e Jane Austen, esordì nel 1981 con L’ombra del tempo.

Buone vacanze!

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Cose da raccontarvi ne avrei in abbondanza…

Tuttavia, la stanchezza e il caldo stanno avendo la meglio su di me, e così ho deciso di mandare il blog in ferie con un leggero anticipo rispetto a quanto avevo preventivato.
Tornerò a fine agosto, spero in forma migliore.

Nel frattempo non mi resta che augurare buone vacanze a quei pochi che ancora circolano nella blogosfera e che passeranno da qui!

Paola

Cuore, talento e carattere, il calcio in rosa regala emozioni!

Le nostre ragazze hanno dato spettacolo nel corso del recente mondiale, nonostante le solite, stupide critiche sessiste…

Italy v Brazil: Group C - 2019 FIFA Women's World Cup France

È in auge, e lo sanno tutti: il calcio femminile è il fenomeno sportivo del momento, soprattutto da quando media e persone si sono avvicinate allo sport più praticato del mondo ma in versione rosa. Oggigiorno l’hype del calcio femminile ha raggiunto vette impensabili fino a poco tempo fa, con stadi importanti gremiti per veder giocare delle ragazze che mesi or sono erano ancora sconosciute. Esemplare il caso del San Mamés di Bilbao, che qualche tempo fa si è quasi riempito per un match della squadra femminile locale, registrando ben 48mila spettatori, cifra che raramente si registra nelle partite della compagine maschile. Questa grande passione si è concretizzata in uno degli eventi più importanti di sempre, i mondiali, che si sono svolti in Francia dal 7 giugno al 7 luglio scorsi.

Stiamo parlando dell’ottava edizione di questo torneo, che mai come quest’anno ha avuto su di sé gli occhi di tantissima gente, soprattutto in Europa, dove sempre più ragazze decidono di seguire l’esempio delle pioniere di questo sport. Erano 24, in tutto, le nazioni partecipanti, provenienti da ogni angolo del globo, a conferma della grande portata raggiunta dal calcio femminile.

Riconosco di non essere una grande conoscitrice del calcio femminile, ma mi piace seguire lo sport e, sebbene non abbia potuto, per mancanza di tempo e di mezzi, seguire con costanza questi mondiali, ho sempre cercato di tenermi aggiornata sugli esiti delle partite e sul percorso delle atlete azzurre. Avrei tanto voluto scrivere questo articolo celebrando la vittoria dell’Italia, ma sono contenta e soddisfatta di questo primo risultato e mi auguro che tutto ciò sia il preludio di un futuro più roseo per il calcio femminile come sport in Italia. Me lo auguro ma, sfortunatamente, per adesso non sembrano esserci grandi premesse.

Non certo perché le ragazze non se lo meritino, ma perché da quanto ho avuto modo di leggere, noi italiani (e chiedo scusa se utilizzo questa forma al plurale così erroneamente generica) non siamo ancora pronti ad accettare che uno sport così tipicamente maschile – almeno in questo paese – possa essere esercitato a livello professionistico anche da una donna; senza contare, poi, che queste atlete vengono spesso mascolinizzate e criticate anche per il loro aspetto e atteggiamento “poco femminile” e, pertanto, assai discutibile.

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Molti hanno sottolineato che il calcio femminile non offre lo stesso spettacolo di quello maschile ed è molto più lento e noioso. Parliamo di due tipologie di sport completamente differenti e non si può pensare di fare un paragone, così come non si possono mettere sullo stesso piano tantissimi altri sport a seconda se praticati da maschi o femmine. Certo che sono differenti, così come è differente il corpo maschile da quello femminile, la muscolatura, le peculiarità fisiche. Nessuno sport sarà mai uguale a seconda del genere che lo pratica, avremo sempre delle differenze significative che non rendono, in ogni caso, una versione migliore o peggiore dell’altra.

È una critica che può avere senso finché rimane una mera osservazione, ma se nasce per far polemica, allora dovrebbe essere semplicemente stroncata prima ancora di avere il tempo di creare inutili dissapori. Comunque il vero problema sta nel fatto che molti dei commenti che ho letto su internet (e talvolta anche sui giornali, cosa assai più grave) in merito alle atlete della nazionale femminile, erano di origine e matrice sessista. Qualcuno potrebbe dire che sono esagerata e che non posso continuare a vedere del sessismo ovunque, ma, credetemi, le mie accuse hanno un solido fondamento. Si tratta di vero sessismo sia che si voglia  oggettivare una donna per essersi messa in una posizione che, se fosse stata assunta da un uomo, avrebbe dato minore adito a commenti e battutine maliziose, e sia  che si tratti di criticare il suo aspetto in quanto troppo mascolino.  O darle della lesbica perché se pratichi uno sport del genere non possono piacerti gli uomini, o del maschiaccio perché è difficile immaginare che una volta uscita dagli spogliatoi possa indossare una minigonna o dei tacchi alti.

O definirla una dilettante perché lo sport che pratica non la rende certo al livello dei suoi colleghi maschi, specialmente se consideriamo il suo stipendio. Eppure sono molte le atlete italiane di fama mondiale, donne alle quali non ho mai visto riservare un simile trattamento – al contrario, molte di loro vengono elogiate come le campionesse che sono – e questo mi fa pensare che il problema di base sia proprio il calcio, lo sport maschio per eccellenza, che probabilmente può essere praticato alla perfezione solamente da persone dotate di un cromosoma Y. Quanto meno in Italia. Non so voi, ma tutto questo mi mette addosso una grande tristezza, perché non fa altro che sottolineare il fatto che viviamo in un paese nel quale le donne sembrano essere ancora inferiori agli uomini o, quanto meno, che possano esistere donne dotate di una particolare forza e di un intenso ascendente sulle persone che le circondano.

man-1131008_1920-1060x1060Insomma, basta vedere come la maggior parte del popolo italiano ha reagito di fronte alla presa di posizione della capitana della Sea Watch Carola Rackete, o di come sia stata criticata la giovane Greta Thumberg per la sua accesa lotta all’ambiente: donne evidentemente frustrate, riccone viziate, insoddisfatte, manipolate… Mai una volta che si faccia leva sulle loro virtù e dire che ce ne sarebbero un bel po’ da elencare. Che cosa significa questo? Che il nostro paese ha paura delle donne forti e sicure di sé e teme che siano una minaccia.

Essere per la parità di genere significa che una donna può porsi allo stesso livello di un uomo, senza alcuna intenzione di sottometterlo… Ma allora perché si fa ancora tanta fatica ad accettarlo? Sfortunatamente non ho la risposta ed è un vero peccato, perché questo potrebbe magari aiutarmi ulteriormente nella mia costante lotta contro il sessismo e gli stereotipi di genere! Quella delle nostre atlete è soprattutto una narrazione  che parla di talento, determinazione, dedizione.

È questa la prima vera grande vittoria per la Nazionale femminile di calcio. Ed è una vittoria cui sappiamo di aver dato il nostro contributo. Non ci fermeremo fino al raggiungimento di una piena e doverosa parità di genere perché tutto questo ha un’importanza che va oltre lo sport.

Le disuguaglianze sistematiche nello sport hanno un grave impatto sulle vite delle persone e riflettono altre disuguaglianze sociali, economiche e politiche. Ed è  per questo che noi non smetteremo di combattere.

@pc