Emozioni…

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Emozioni,

che possono

essere belle

o brutte.

Ma in entrambi

i casi ci fanno

pensare su noi

stessi.

Facendoci crescere

oppure renderci felici

ma sempre con molta

riflessione sulla

nostra vita.

Giovanna Maria Giovenale


Che cosa é un’emozione? Un’ emozione è qualcosa che altera il nostro stato abituale…. è un’onda che ci attraversa, che ci scuote dalla nostra condizione. É ciò che ci rende vivi, che ci fa intraprendere strade, che ci permette di stupirci e scoprire ogni cosa. Insomma l’emozione ci fa vivere senza dar niente per scontato. É, inoltre, il termometro della nostra anima e l’unico strumento che ci dice come e dove siamo in un preciso momento.

Un’ emozione è qualcosa che altera il nostro stato abituale…. è un’onda che ci attraversa, che ci scuote dalla nostra condizione. É ciò che ci rende vivi, che ci fa intraprendere strade, che ci permette di stupirci e scoprire ogni cosa. Insomma l’emozione ci fa vivere senza dar niente per scontato. É, inoltre, il termometro della nostra anima e l’unico strumento che ci dice come e dove siamo in un preciso momento.

paola

 

Teresa Forcades, monaca femminista e teologa queer

 

Se non avete ancora sentito parlare di Teresa Forcades è ora di rimediare. La 52enne catalana è infatti un personaggio davvero eccezionale: monaca benedettina di clausura e teologa femminista queer, è da tempo impegnata inbattaglie contro la lobby delle industrie farmaceutiche, ma anche per l’emancipazione della donna dentro e fuori la Chiesa, per la difesa dell’aborto, dei diritti civili e del mondo LGBT. Inoltre è anche una militante politica anticapitalista.

Fa vita di clausura, ma nel 2015 ha ottenuto un permesso di esclaustrazione, ovvero la possibilità di uscire dal monastero per tre anni per impegnarsi nella lotta politica per l’indipendenza della Catalogna.

Nata a Barcellona il 10 maggio 1966, dopo una specializzazione in medicina interna a Buffalo, negli Stati Uniti, e un master in teologia ad Harvard, a metà degli anni ’90 abbandona la carriera di medico per entrare nel monastero benedettino di Montserrat. Si definisce lei stessa una femminista queer:

Siamo chiamati da Dio a essere originali, siamo tutti diversi, pensateci. Una persona può davvero rientrare in una categoria prestabilita? Ecco io credo che ogni essere umano sia in questo senso “queer”.

E ancora:

“Queer” è un termine che cominciò a circolare negli anni Novanta. Può voler dire “attraversamento”, “passaggio”, “transizione”. Poi ha preso il significato di bizzarro, strano, stravagante. Quello che intendo è affrontare una teologia fuori dagli schemi precostituiti.

Professoressa di teologia e gender studies alla Università Humboldt di Berlino, ai suoi studenti parla del legame tra Dio e la parità di genere, queerness, diritti gay, medicina riproduttiva e fertilità. È cattolica e parla di queste cose da una prospettiva cattolica, ma assolutamente progressista e inclusiva:

Nella Chiesa c’è l’idea che la cosiddetta ‘teoria del gender’ sia qualcosa che deve essere combattuto. Non la si vede come qualcosa di positivo. Ma io penso che i tempi stiano cambiando. Oggi quello che dobbiamo fare come credenti e come teologi non è ignorarla, discriminarla. Forse dobbiamo sviluppare una teologia non discriminatoria verso queste diversità che esistono.

Teresa ha deciso di abitare la contraddizione, di stare dentro l’istituzione  della Chiesa, ma col coraggio di denunciare e prendere posizione in modo anche radicale, in controtendenza rispetto al pensiero dominante delle gerarchie.

Legge il Vangelo per la prima volta a 15 anni e ne rimane folgorata: in quell’occasione organizza da sola una specie di messa sotto un ulivo vicino casa, usando come croce dei pezzi di legno più grandi di lei. La famiglia la osserva dar vita alla Via Crucis da sola, tutti credono sia impazzita: “Per me invece è stato del tutto naturale, spontaneo”.

Il suo impegno politico inizia già durante gli anni del liceo, soprattutto con le lotte ecologiste. Poi arriva la laurea in medicina e inizia il dottorato negli Stati Uniti. Nello stesso tempo avverte un forte interesse per la teologia e ottiene un Master of Divinity ad Harvard (seguito da un dottorato in teologia a Barcellona).

Nel 1995torna per un breve periodo in Spagna e, prima di tornare negli Usa, decide di trascorrere alcune settimane di studio – deve preparare un importante esame per medicina – presso il monastero di San Benedetto a Montserrat, vicino Barcellona. È lì che capisce di volersi fare suora. La famiglia all’inizio non accetta di buon grado, la madre continua a ripetere: “Se si fa suora la diseredo”, ma la sua vocazione non vacilla. In ogni caso le viene proposto un periodo di attesa: la madre badessa le suggerisce di aspettare prima di terminare gli studi. Teresa termina gli studi, e torna dopo due anni, decisa a prendere i voti.

Quando parla del suo rapporto col divino Teresa lo fa in modo molto onesto:

Che significa che Dio ti chiama? Come si può non solo avere un’idea di Dio ma una vita che si orienta in modo così radicale, assoluto, a un rapporto personale con Dio, quando Lui forse neanche c’è? Come si fa? È solamente fidandosi. Nel monastero si pensa entrino donne e uomini che hanno trovato Dio, ma nel monastero invece si entra perché si desidera trovarlo.

Dopo il periodo iniziale, prima di prendere i voti, Teresa si rende conto che la vita di clausura non è così facile. La gioia è intervallata dai momenti di sconforto: dimagrisce, è sempre più pallida e triste, eppure resiste. Come le dicono le sue consorelle, “il monaco sperimenta come un cambio di pelle”.

All’inizio è stranita dal fatto che non possa pregare quando desidera farlo: il monastero tutto è ritmato dalle regole e dai rintocchi della campana. Quando è da sola nella cella e potrebbe pregare, fatica a farlo: Non si può pregare a comando, così come non si può amare a comando, dice. Ma Teresa fa una specie di scoperta: concentrandosi sul suo corpo associa le sensazioni fisiche a forme e colori (ad esempio, immagina il desiderio di pregare come una tensione quadrata e rossa nella pancia) e così riscopre la dimensione  intima e corporea della devozione, e la preghiera torna ad essere per lei una cosa viva e interessante.

Ma le difficoltà non sono finite: poiché in convento le mancano gli stimoli intellettuali, propone di diventare insegnante per le novizie. Le viene risposto che le regole del monastero non lo prevedono, al che Teresa risponde: Io vedo due possibilità: che Dio cambi me, oppure che Dio cambi voi, ovvero che cambi il monastero”Insomma propone di rendere il suo monastero più simile ai monasteri maschili: Perché non poteva essere così anche per noi suore?”.

Mentre è in convento, poco prima di prendere i voti, Teresa tra l’altro si innamora di un uomo (un medico): a quel punto si trova a un bivio e arriva a prendere in considerazione la possibilità di uscire dal monastero e condurre una vita laica. È un momento importante, in cui ha modo anche di esplorare la sessualità, dimensione negata nella vita religiosa. Ma alla fine rimane delle sue idee: diventa monaca di clausura..

Decide poi di non abbandonare la medicina: da monaca di clausura ovviamente non ha modo di seguire i pazienti, ma si dedica alla  ricerca  e alla riflessione su etica e bioetica. Nel 2006 scrive ad esempio un libro sui crimini delle grandi compagnie farmaceutiche, un lavoro che porta a termine dopo una lunga ricerca e una lunga fase di raccolta dati. La sua grande passione è la giustizia sociale: in tutti i suoi lavori Teresa applica il suo spirito critico e la sua attenzione per i meccanismi subdoli che generano sopraffazione di un gruppo su un altro, al fine di aiutare a scardinarli.

Riflette e scrive molto anche sulla perversa medicalizzazione della nostra società capitalista e sulla sessualità: ad esempio denuncia la pratica della labioplastica, un intervento chirurgico sempre più in voga che si effettua per rendere le labbra della vulva uguali. Con questo intervento le donne vengono trattate come delle Barbie, come se dovessero adattarsi a un modello ideale di donna, di corpo. E questo viene imposto loro dal mercato”.

Anche se è diventata monaca, Teresa non dimentica il suo impegno politico: a novembre del 2011 viene invitata da un piccolo partito anticapitalista catalano a fare una conferenza e, visto il grande successo, i militanti la stimolano a dar vita ad un movimento politico popolare per l’indipendenza della Catalogna.

Ispirandosi a pensatori e pensatrici, come ad esempio Hannah Arendt, Teresa ritiene importante che le persone desiderino un posto da chiamare “casa” e in cui si sentano radicate. Tutto ciò per lei è necessario per la libertà.

Oltre alle questioni mediche e politiche, Teresa è anche una pensatrice teologica, è la sua teologia queer è incentrata soprattutto su una particolare interpretazione dell’idea di Trinità. La Trinità per lei è infatti un’idea intimamente costituita dalla diversità, un dispositivo concettuale che ci fa capire che per avere autentica unità serve vera diversità.

Il pensiero trinitario è fondamentale per comprendere molti dei suoi punti di vista, come ad esempio l’uso che lei fa di un termine antico: “pericoresi”. Le persone nella Trinità, dice Teresa, stanno in un rapporto di identità per il quale, nel loro avvicinarsi e nel loro costituirsi, si “inorbitano” tra di loro (“peri” vuol dire “attorno”, mentre “coreo” deriva dal vergo verbo greco “fare spazio”).

Quando mi sento amata? Quando la persona che è accanto a me mi fa sentire che il mio spazio personale attorno a me si fa più grande. E questo non è uno spazio di distanza dall’altro, ma in cui posso trovarmi con l’altro.

Questa idea della pericoresi le permette di pensare, da teologa, che sia possibile accettare il matrimonio omosessuale come un sacramento:

Perché, ciò che c’è in Dio che anche un matrimonio può vivere, è l’amore pericoretico. Quando una coppia prova ad amarsi così, con questo amore, e richiedendo l’aiuto della Chiesa, penso che la Chiesa possa riconoscere che si tratta della testimonianza di una capacità umana che solo in Dio trova la sua realizzazione piena.

Teresa ha insomma una sua visione molto nobile del termine “queer”: “In Cristo c’è questa diversità, questa volontà di vedere in noi sempre un pezzo unico. Per questa ragione io uso la parola “queer” in teologia. Mi sembra una buona maniera per far capire cosa desidera Dio per noi”.

Del suo pensiero fa parte anche il concetto di Co-creazione con Dio, una nozione non nuova nella storia della teologia, perché già usata da Ildegarda di Bingen. La Creazione è qualcosa che Dio ha iniziato, ma che non può portare a termine senza di noi.

Fonte: Freedamedia.it

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Originally posted on Womenoclock:
by Patrizia Argentino Le papere di Levanto si sono levate per fare un giro nel paese. Avrebbero voluto fare spese, divertirsi come pazze imitando le ragazze. Un paio di pinne nuove magari un sandaletto … Ma chi l’ha detto che non…

Tanto assurdo e fugace…

 

frida_kahlo_pNon rinnego la mia natura, non rinnego le mie scelte, comunque la si guardi sono stata fortunata nella vita. Molte volte nel dolore si trovano i piaceri più profondi, le verità più complesse, la felicità più vera. Tanto assurdo e fugace è il nostro passaggio per questo mondo, che l’unica cosa che mi rasserena è la consapevolezza di essere stata autentica, di essere la persona più somigliante a me stessa che avrei potuto immaginare.

No reniego de mi naturaleza, no reniego de mis elecciones, de todos modos he sido una afortunada. Muchas veces en el dolor se encuentran los placeres más profundos, las verdades más complejas, la felicidad mas certera. Tan absurdo y fugaz es nuestro paso por el mundo, que solo me deja tranquila el saber que he sido auténtica, que he logrado ser lo mas parecido a mi misma que he podido.

Frida Kahlo


Riuscire ad accettarsi per quello che si è, con i pregi e i difetti, con le aspettative che non sempre vanno a buon fine, con l’ego che a volte è forte e luminoso e altre è buio e vacillante, non è semplice. L’emotività sempre sul filo del collasso, l’empatia che aiuta e distrugge se orientata male, i sensi di colpa che non sai neanche perché li hai, l’ idea che credi gli altri abbiano di te e che spesso non corrisponde alla tua. Riuscire ad accettarsi veramente nella nostra meravigliosa e terrificante unicità è un lavoro che richiede tempo e pazienza. A volte essere unici somiglia drammaticamente a essere soli.

paola

Dora Maar: fotografa di talento, e non solo musa di Picasso!

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Dora e Picasso si incontrano nel 1936, lei ha 25 anni, lui di anni ne ha 54. Henriette Theodora Markovich (1907-1997) è arrivata da poco a Parigi da Buenos Aires, dove ha vissuto per anni, con la famiglia, padre architetto croato e madre francese. Lei è intelligente, colta, dotata di curiosità intellettuale ed è impegnata nel sociale. È indipendente e anticonformista e dopo gli studi artistici tra lezioni di fotografia e pittura sceglierà la fotografia.

A questa professione si dedicherà con il nome d’arte Dora Maar. In pochi anni diventa una fotografa famosa e di grande talento. Si occupa di fotografie pubblicitarie e di moda utilizzando tecniche diverse: tagli prospettici e deformazioni, doppie esposizioni e collages, il tutto inframmezzato con immagini in cui ritrae angoli di città e scene di strada degradate con mendicanti e povertà e questa sarà sempre la sua personale e continua ricerca. Con fotomontaggi utilizza i personaggi delle foto di strada inserendoli in architetture ribaltate da rotazioni e deformate in camera oscura. “Le sue fotografie mi ricordano le tele di De Chirico”, diceva Picasso alla sua nuova amante Francoise Gilot  parlando delle fotografie di Dora.

Dopo l’incontro nel caffè dei Deux-Magots, Dora sarà per sette anni compagna e musa ispiratrice di Picasso e vittima del suo genio creativo. Insieme passano un’estate intensa e felice, che si prolunga con un periodo molto ricco artisticamente. Picasso inizia Guernica e Dora è al suo fianco, solo lei può fotografarlo. Lo fa di continuo: lo riprende solo, mentre lavora, mentre sta con gli amici. La giovane fotografa tutte le fasi della lavorazione e della realizzazione di Guernica facendone un diario fotografico unico che costituisce ancora oggi un dossier famoso e molto prezioso.

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Per Picasso, le donne si dividevano in due categorie, «dee e pezze da piedi», e godeva sommamente a farle precipitare da una categoria all’altra. «Sei troppo alta, troppo bella, troppo libera», la rimproverava, imbarazzato dalla sua statura. Per indebolirla, la convinse ad abbandonare la fotografia per la pittura, dove lui dominava indiscutibilmente il campo. Le critiche distruttive dell’artista erano quotidiane: “… tanti segni per non dire niente”, la derideva senza pietà. Il loro rapporto è sempre più tormentato e Dora arriva a dire: “ …solo io so quello che lui è …è uno strumento di morte …non è un uomo, è una malattia”.

Tra loro è arrivata infatti nel frattempo una nuova e giovane amante, Francoise Gilot, che esibisce in pubblico la sua gravidanza. La resistenza di Dora si spegne a poco a poco inghiottita dalla depressione che la conduce al ricovero in una clinica psichiatrica e agli elettroschok, poi la psicoanalisi con Jacques Lacan che le promette la guarigione. “ Tutti pensavano che mi sarei uccisa dopo il suo abbandono. Anche Picasso se lo aspettava. Il motivo principale per non farlo fu di privarlo della soddisfazione”.

Dopo due anni di analisi Dora ritrova il proprio equilibrio e con esso la forza di riprendere in mano la propria vita. Quattro anni dopo la morte di Picasso, Marie-Thérèse si impiccò. Tredici anni dopo Jacqueline, l’ultima compagna, si sparò alla tempia.

Dora sopravvisse a Picasso, chiusa nel suo appartamento tra le opere dell’amato, che si era divertito a dipingere sulle pareti una serie di insetti. Riassumendo il loro legame, aveva detto: “Io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone”. È già anziana, aveva settant’anni, quando si riavvicina alla fotografia utilizzando materiali sempre diversi . In quegli anni di solitudine le è vicino, come accompagnatore (e sarà poi il suo unico biografo) James Lord, il soldato americano omosessuale già amico di Picasso.

Muore comunque sola nel 1997 senza eredi: nel ricovero in cui è ospitata le suore che l’accudiscono non sanno neppure chi sia. Il patrimonio, di valore inestimabile, va all’asta. Nella sua casa di Parigi, sigillata da anni, tutto parla d’arte: persino le crepe nel muro sono state trasformate, con tratti di matita, in serpenti e ragni, le scatole di fiammiferi in piccoli fauni. Centinaia di schizzi sono assiepati nei cassetti, ovunque, anche bozzetti e prove per Guernica.  Straordinari, e tutti con la faccia di Dora, la donna senza la quale oggi il più celebre dipinto di Picasso, Guernica, neppure esisterebbe.

Pablo Picasso - Guernica, 1937Pablo Picasso – “Guernica”, 1937 Parigi

Che fiore sei?

 by-alexandra-seinet

A quale fiore ti senti simile (per colore, stagione di fioritura, resistenza, profumo, spine, non spine, significato…)?

Bene, vediamo un po’ come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci.

Patrizia Cavalli, da Poesie, Einaudi 1999