La scrittura lucida e arguta di Joan Didion.

Scomparsa nel 2021 è stata la voce femminile più rappresentativa del New Journalism: preveggente e inaspettata è stata la Cassandra del nostro secolo.

Joan Didion.

Le prime pagine iniziò a scriverle all’età di cinque anni, ricopiando i racconti di Hemingway, ma Joan Didion cominciò a sentirsi una scrittrice solo dopo la pubblicazione del suo primo romanzo Run River nel 1963. Quasi sessant’anni dopo da quel debutto è inevitabile interrogarsi sull’eredità artistica e umana di una donna che ha attraversato la letteratura di mezzo secolo rimanendo sempre fedele a se stessa e al suo stile narrativo atroce e affilato. 

Giornalista, autrice e acuta osservatrice della politica e della cultura americana contemporanea, Joan Didion è scomparsa lo scorso anno per il morbo di Parkinson, che da anni non le dava tregua e che ne aveva assottigliato sempre di più corpo e voce. Tra gli autori più rappresentativi del New Journalism, uno stile giornalistico anticonvenzionale tipico degli Anni 60 e 70, capace di mescolare narrativa e saggistica, letteratura e verità, Didion è stata per lungo tempo in odore di Nobel, fin da quando nel 2005 vinse il National Book Award per la saggistica per il suo capolavoro L’anno del pensiero magico. Un riconoscimento tardivo arrivò dalle mani del presidente americano Barack Obama, che nel 2013 le conferì la National Humanities Medal, quando era già molto debilitata nel fisico.

Joan Didion riceve dal presidente Barack Obama la National Humanities Medal.

Nata a Sacramento, in California, il 5 dicembre 1934, Joan Didion da bambina non frequentò le scuole regolarmente. A causa della professione del padre, membro delle United States Army Air Forces durante la Seconda Guerra Mondiale, era spesso costretta a continui trasferimenti con la famiglia e questo contribuì a fare di lei “un’eterna estranea” come poi scriverà nel suo memoir del 2003, Where I was from.

Timida e riservata, trovò consolazione nei libri, specialmente nelle biografie per adulti per le quali si faceva rilasciare un permesso speciale dalla madre da esibire in biblioteca. Proprio il genere biografico diventò uno degli ingredienti principali della sua prosa, dove al resoconto giornalistico si univa la soggettività dell’autrice, che tra gli Anni 60 e 70 diventò la voce femminile più rappresentativa all’interno di un movimento maschile come il New Journalism, che annoverava autori quali Tom Wolfe, Truman Capote e Gay Talese.

Joan Didion ha vissuto per molti anni in California, che considerava il suo luogo di elezione.

Nel 1956 si laureò presso l’Università della California con un Bachelor of Arts in Lettere. Durante il secondo anno di studio a 21 anni vinse un concorso di saggistica sponsorizzato dal mensile di moda Vogue che le affidò un lavoro come assistente alla ricerca presso la rivista. In quegli anni lavorò prima come copywriter e poi come redattrice, mentre completava il suo primo romanzo, Run River, pubblicato nel 1963 (Il Saggiatore, 2016)

Successivamente lasciò New York e nel 1964, dopo aver sposato lo scrittore, giornalista e sceneggiatore John Gregory Dunne, si trasferì in California. Nel 1968 pubblicò Verso Betlemme (Il Saggiatore, 2008), il suo primo lavoro di saggistica, costituito da una raccolta di articoli sulla propria esperienza in California, dove trascorrerà gran parte della sua vita. Il libro è un disincantato viaggio attraverso la promessa e la dissoluzione della controcultura californiana degli Anni 60, che tanto influenzerà la sua esperienza umana e professionale. “Un luogo – scrisse una volta – appartiene per sempre a chi lo rivendica più duramente, lo ricorda più ossessivamente, lo strappa da se stesso, lo modella, lo rende, lo ama così radicalmente da rifarlo a sua immagine”.

7 storie di donne : Femminile singolare, il film femminista.

Locandina del film

Femminile Singolare è il film che racconta le donne sotto diversi aspetti, in un’ottica femminista per dare loro voce. Esce nei cinema italiani l’11 maggio, la scelta di questa data è in onore della data della firma – nel 2011 – della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul

Femminile singolare è un progetto cinematografico che raccoglie 7 cortometraggi,  innovativi ed attuali, interamente dedicati alla donna. Una donna protagonista  coraggiosa e intimorita, fragile e forte, felice e infelice, emancipata e sottomessa,  sognatrice e disillusa. In qualsiasi modo la si voglia rappresentare, è la donna di oggi,  che, nonostante le lotte per la parità di genere e l’emancipazione, continua a trovarsi  sola nel portare il peso sociale, relazionale e anche economico del microcosmo in cui  vive. Ma non si arrende: sono storie di donne che combattono, si ribellano, rompono  il silenzio e denunciano una realtà ancora troppo sbilanciata, in cui la figura maschile  è ancora inadeguata, poco attenta e collaborativa.

 Non è un film  che glorifica la donna, bensì intende mostrare allo spettatore la realtà, con la  speranza di aggiungere un mattone in più nella consapevolezza collettiva dei diritti  umani e delle donne in particolare. L’obiettivo è quello di diffondere il più possibile il  messaggio che, nonostante sia difficile cambiare le cose, è possibile far crescere una  visione nuova, di parità e di libertà.

Interpreti d’eccezione:

Catherine Deneuve

Una delle più grandi attrici francesi. Negli anni ’70 lavora in Francia e all’estero,  soprattutto in Italia dove collabora con registi come Marco Ferreri, Mauro Bolognini e  Dino Risi. Riceve offerte anche dagli USA che le permettono di lavorare con attori  come Omar Sharif, Jack Lemmon e Gene Hackman. Nel 1981 con l’interpretazione nel  film L’ultimo metrò di François Truffaut, vince il suo primo César come migliore  attrice. Nel 1992 ottiene il suo secondo premio con il film Indocina, in un ruolo che le  vale anche la candidatura al premio Oscar alla miglior attrice.

Monica Guerritore 

Attrice teatrale, cinematografica e televisiva italiana. Attiva  soprattutto in teatro fin da quando, a 16 anni, esordì a Milano sotto la direzione di  Giorgio Strehler. Sul grande schermo, soprattutto nella prima parte della sua carriera,  ha affrontato temi di rilevanza sociale come la sessualità adolescenziale (La prima  volta, sull’erba), il perbenismo borghese sul tema dell’aborto (Stato interessante,  Eutanasia di un amore), o anche incesto e adulterio (Fotografando Patrizia,  Scandalosa Gilda).

Violante Placido

Esordisce nel mondo del cinema nel 1993 al fianco del padre Michele Placido nel film  drammatico Quattro bravi ragazzi di Claudio Camarca. Si fa notare nella commedia  Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1996), accanto a Stefano Accorsi. Col film L’anima gemella (2002), per la regia di Sergio Rubini viene candidata come “miglior attrice” al  Nastro d’argento. Nel 2010 recita al fianco di George Clooney nella pellicola  statunitense The American.

Il film viene distribuito da ARTEX FILM e COFFEE TIME FILM, promosso, orgogliosamente, dalla associazione Ihavevoice.

È importante dare sempre più voce alle donne, raccontare le difficoltà e le conquiste che ognuna di noi si trova ad affrontare o a raggiungere nel corso della propria vita. E tra le tante iniziative per rappresentare le donne, questa è senza dubbio una tra le migliori!

Buon Calendimaggio! 

In questa miniatura delle Très Riches Heures Du Duc de Berry dei Fratelli Limbourg (1412-1416) vediamo il mese di Maggio rappresentato con una cavalcata di giovani uomini e donne .

Tutti portano il Maggio e le fanciulle vestono cotehardie o houppelande alla moda gotico-internazionale in verde.


Il Calendimaggio o Cantare il Maggio è o meglio forse era una festa che celebrava l’arrivo della primavera. L’evento trae il nome dal periodo in cui si svolge il 1º maggio, perché risalente alle calende del mese nel calendario romano, in cui si onorava la dea Flora, responsabile della fioritura degli alberi.

Si celebravano le Floralia , le feste legate al rifiorire della Natura. E si adorava la Dea Maia.
Si tratta di una festa conosciuta anche nel resto d’Europa, corrispondente alla festa di Beltane . Feste pagane di origine antichissima che la Chiesa cercò senza successo di sradicare.


In questa occasione le fanciulle vestivano abiti in vert gai, un verde chiaro e vivace e tutti portavano il maggio, ossia l´arboscello raccolto nel bosco con il quale si adornavano il capo. Corone di rose venivano donate ai giovani innamorati.

È la festa dell’amore, della gioventù .

“ È avvezzo il Dio d’Amore in questo giorno 
A festeggiare i cuori innamorati 
E celebra chi vuol essergli servo.
Perciò riveste gli alberi di fiori
E i campi di un allegro verde
Per adornare la più bella festa 
Di Maggio il primo giorno”. 
“Charles d’Orleans”

Guerra in Ucraina, uomini soli al comando. Dove sono le donne?

Summit dei vari uomini di potere!

In questa tragica e assurda guerra le donne non ci sono ai tavoli dove si decide il futuro mondiale.

Le abbiamo viste negli scantinati, abbracciate ai loro bambini, ripararsi dai missili che cadevano sulle loro case; le abbiamo seguite mentre erano in fuga sugli autobus salutare con le lacrime agli occhi i figli e i mariti che restavano a combattere; abbiamo partecipato al loro strazio quando si facevano spazio nelle stazioni ferroviarie nel tentativo di salire su un treno, verso una salvezza oltre confine.

Quando scoppia una guerra le donne se non possono arruolarsi e restare a combattere, scappano con quello che hanno di più caro: i loro figli. Possiamo solo immaginare il dolore di dovere abbandonare casa e affetti e affrontare un viaggio pieno di incognite con dei bambini da accudire.

Servono pannolini, cibo, acqua pulita e tante parole rassicuranti per i più piccoli costretti ad assistere a scene di distruzione e disperazione. Ė qualcosa di così doloroso che non vorremmo accadesse mai a chi amiamo e che dobbiamo proteggere.

Succede, invece, in tutte le guerre e sta accadendo anche in Ucraina. Tutte le mamme del mondo sognano per i loro figli una vita fatta di opportunità e traguardi ambiziosi che si possono raggiungere solo dove regna la pace, uno tra i beni più preziosi da conquistare e mantenere.

Lo dimostrano i tanti conflitti disseminati nel pianeta e spesso dimenticati dai media. Sono le donne con i loro piccoli quelle che pagano il prezzo più alto nelle zone di guerra, spesso vittime di stupri usati dagli eserciti come armi per umiliare il nemico.

In questa guerra in Ucraina non ci sono donne ai tavoli dei negoziati. Abbiamo visto delegazioni di soli uomini, capi di stato, generali, ministri, mediatori. Si susseguono solo volti maschili che parlano un linguaggio aspro.

A un certo punto Putin è apparso a sorpresa circondato da donne, tutte hostess dell’Aeroflot, la compagnia di bandiera russa, sedute a un tavolo senza più le distanze alle quali ci aveva abituato. Un’immagine non scelta a caso dal leader russo: quella di un uomo solo al comando che parlava rilassato a delle donne silenti e per forza ubbidenti, in ascolto del loro capo.

Ė preoccupante l’assenza di figure femminili nelle stanze dove si prendono decisioni in queste ore. Appare come una mosca bianca sul palcoscenico mondiale della guerra in Ucraina, Ursula von der Leyen, spesso scambiata come un’accompagnatrice nelle visite ufficiali, fatta sedere su divanetti a parte o smentita dai suoi stessi colleghi come è successo di recente quando ha annunciato che ci sarebbe stato l’ingresso dell’Ucraina nella Unione Europa.

Servono più donne in politica, perché per natura hanno una predisposizione alla cura e tendono a proteggere quello che viene messo nelle loro mani. Nelle donne non c’è la stessa forza distruttrice che prende il sopravvento quando a decidere sono solo uomini.

Lo abbiamo visto in più occasioni, anche durante la pandemia, con i paesi governati da donne che hanno avuto meno danni per il Covid.

Quando a governare sono solo uomini, senza il punto di vista femminile e l’apporto dell’ingegno femminile, l’umanità tutta perde. È triste vedere scene strazianti delle donne ucraine in fuga dalla guerra e a quelle costrette a vivere in campi profughi, sono quasi dieci milioni.

E insieme a loro non scordiamoci di quelle private dei loro diritti più elementari, come le afghane, alle quali i talebani continuano a negare l’istruzione, unica vera chiave per una donna di costruirsi un futuro indipendente.

Le guerre non sono mai la soluzione e chi esalta l ‘uso delle armi temo non abbia mai visto il loro effetto. Lasciano solo odio, fame e morte.

Buona Pasqua!

È la speranza, amica fedele, a offrire agli uomini quella piacevole ansia di futuro, di giorni che verranno e che saranno migliori.

È la speranza a dominare l’ animo, sempre, anche nei momenti folli e bui.

Auguri!

Paola

Il coraggio di Timoclea attraverso il dipinto di Elisabetta Sirani.

Può una donna spingere in un pozzo un rude soldato? Sí, se risponde al nome di Timoclea.

A tal proposito la bravissima pittrice bolognese Elisabetta Sirani ci ha donato questo dipinto che riprende la vicenda.


Elisabetta Sirani, “Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno”(1659), Museo di Capodimonte, Napoli

Elisabetta Sirani (1638-1665) fu una bravissima pittrice nativa di Bologna. Ella si impose, artisticamente parlando, in un ambiente e in un campo che erano ritenuti una prerogativa maschile e lo fece grazie alla bellezza dei suoi dipinti che si avvalevano di una tecnica pittorica inconsueta per i tempi, frutto del suo immenso talento.

Purtroppo morì a soli 27 anni, probabilmente a causa di un’ulcera perforante o avvelenata per invidia, secondo voci che nei secoli non si sono mai spente. La Sirani ci ha lasciato questo straordinario dipinto che riprende la storia di Timoclea, una donna di grande coraggio, nella quale mi piace immaginare che la pittrice si sia in parte ritrovata.

Timoclea era una donna greca che decise di ribellarsi al suo stupratore, a rischio della propria vita. Nata a Tebe, era la sorella di Teagene, ultimo comandante di quel famoso Battaglione Sacro che per decenni aveva detenuto la supremazia sulla Grecia. Nel 335 a.C., durante la campagna di Alessandro Magno nei Balcani, la sua città venne conquistata. Il capo di una banda tracia (anche lui chiamato Alessandro) occupò la casa di Timoclea, si fece servire da mangiare e poi afferrò la donna, la portò in una delle stanze e la violentò.

Dopo che ebbe finito, si mise a interrogarla alla ricerca di ulteriori ricchezze. Prima la minacciò e poi le offrì di tenerla con sé e sposarla. Timoclea intravide nell’avidità dello stupratore l’occasione di vendicarsi della violenza subita. Condusse quella stessa notte il capo tracio a un pozzo, dove disse di aver nascosto i suoi beni.

Lui si sporse cercando avidamente di vedere il tesoro. Ma non c’era alcuna ricchezza ad attenderlo: Timoclea lo spinse facendolo precipitare sul fondo del pozzo. Poi iniziò a lanciargli addosso tutte le pietre che trovava finché non lo ebbe ucciso. I soldati della banda tracia la scoprirono e, avendo già ricevuto l’ordine di fermare le uccisioni, la portarono legata di fronte al loro generale Alessandro Magno. 

Qui, racconta Plutarco: «apparve, nell’aspetto e nell’incedere, ricolma di dignità e coraggio, mentre, senza turbamento né timore» diceva: «Mio fratello era Teagene, che cadde contro di voi a Cheronea per la libertà dei Greci, affinché noi non subissimo questa violenza; ma poiché ho subito questa indegnità, non mi rifiuto di morire: e infatti forse è meglio che io non sopporti, sopravvivendo, un’altra notte come questa». Alessandro ne restò ammirato e comandò di lasciarla libera.

Timoclea e i membri della famiglia del grande poeta Pindaro, però, furono tra i pochi a salvarsi dallo spaventoso saccheggio di Tebe.

Alessandro Magno decise di usare la città come esempio: diede alle fiamme i suoi edifici e vendette schiava tutta la popolazione. La resistenza della Grecia si spense per sempre.

* “De mulierum virtutibus” (Moralia), Plutarco, XXIV Timocleia.


Donne, pittura, società: riflessioni su una parità non ancora riconosciuta.

La visione della serie tv L’amica geniale, tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrantetrasmessa dalla RAI, e, in particolare, una battuta pronunciata da  una delle due protagoniste, mi ha indotto ad elaborare alcune considerazioni circa il  ruolo della donna nella pittura. Lenù, diminutivo di Elena, che ha già all’attivo il successo riscosso con la pubblicazione del primo romanzo, invitata dal suo interlocutore a leggere  libri che parlano di donne, come Madame Bovary,  afferma con una certa determinazione il suo desiderio di voler scrivere sull’argomento, in quanto nota come le figure femminili  siano sempre state considerate unicamente dal punto di vista degli uomini.

In effetti questo fenomeno si riscontra anche nell’arte figurativa.

L’universo femminile ha sempre e, ovviamente, suscitato l’interesse degli uomini, che tuttavia hanno creato degli stereotipi – l’innocente fanciulla, la moglie, la madre, la prostituta, la femme fatale, ecc. – che in qualche misura hanno condizionato anche le donne, ingabbiandole in una sorta di recita a vita per identificarsi in ruoli pensati dai maschi per piacere ai maschi. Mi rendo conto che il problema è molto complesso, ma qui voglio  proporre  soltanto alcune brevi riflessioni, che evidenziano come la donna, sia come autrice, sia come soggetto dell’opera sia stata da sempre relegata ai margini della società.

Ad esempio, in pittura, per secoli  essa viene presentata o come un personaggio mitologico, di cui viene esaltata la bellezza come in Venere, o la gelosia come in Giunone,  caratteristiche  che in un certo senso sono legate allo sguardo dell’uomo, ammirato oppure assente, tanto da scatenare passioni ostili, basti pensare a Medea, o a Elena di Troia. Oppure viene raffigurata come una tenera madre, anzi come la madre per eccellenza, la Vergine  che tiene in braccio il suo bambino, o ancora si ricorre alla figura femminile per rappresentare un concetto allegorico, la Carità, la Giustizia fino ad arrivare alla celeberrima Libertà che guida il popolo di Delacroix.

Le artiste spesso non vengono neanche menzionate dai biografi e ancora oggi stentano a trovare un posto nei manuali di storia dell’arte. Si parla quasi esclusivamente di Artemisia Gentileschi, ma più che per il suo valore artistico, per la triste  vicenda personale che la vide vittima dello stupro subito dall’aguzzino Agostino Tassi, o di Frida Kahlo, anche lei proposta quale icona dell’opposizione al capitalismo imperante per quella sua ostinata ostentazione del costume tradizionale messicano e dei baffi, segno della  ribellione alle convenzioni, o di Tamara de Lempicka per le sue trasgressioni.

Certo oggi, per fortuna, stanno uscendo dall’ombra artiste notevoli, spesso presenti in varie mostre. Ma le varie Sofonisba Anguissola, Elisabetta Sirani, Fede Galizia, Ginevra CantofoliOrsola Maddalena Caccia, che oggi cominciano a trovare il giusto spazio nel panorama culturale della loro epoca, avendo condotto esistenze “normali” senza grandi eventi, hanno dovuto aspettare secoli prima di essere valutate nella giusta ottica, prima che qualche studioso abbia condotto ricerche atte a ripercorrerne le carriere brillanti. Le nobili potevano occuparsi della miniatura, ritenuta un’arte minore, potevano dipingere ritratti, per i quali spesso erano giudicate per l’abito indossato dall’effigiato, più o meno rispettoso della moda del tempo,  argomento classificato come “frivolo”, più difficilmente se ne coglieva la portata innovativa in senso estetico, formale, tematico. Le donne si formavano in ambito familiare, non potevano frequentare accademie.

Questa situazione si protrae fino a tutto il Settecento e  l’Ottocento.

Faustina Bracci, eccellente ritrattista  miniaturista, non riscuote lo stesso plauso dei fratelli, Virginio architetto, Alessandro scultore e Filippo pittore. E ancora nel secolo successivo  i primi pittori che spezzano con la tradizione,  gli impressionisti, che pur accolgono nel loro gruppo Berthe Morisot, non riescono   a concepire  le donne fuori dell’ambito domestico, come   le Stiratrici di Degas, e se svolgono altre attività,  o sono illecite come la  prostituzione  o sono mansioni a servizio dello svago degli uomini. Le ballerine di Degas servono per far divertire un pubblico borghese costituito anche da donne, ma che vanno a teatro per essere notate, oltre che per assistere agli spettacoli, come si vede in La loggia di Mary Cassatt del 1879 o le Giovani donne nel palco del 1882 (fig. 1).

1) M. Cassatt, Giovani donne nel palco, Washington, National Gallery

Le signorine ben vestite che si riparano con l’ombrellino di Monet, o le figlie di Renoir intente a leggere o a suonare il pianoforte rivelano un immaginario maschile in cui le donne si occupano di faccende futili,  come era giudicata allora la moda,  o creative come la musica, ma  solo per soddisfare un piacere da gustarsi nell’intimità delle quattro mura di una casa. Il non etichettabile Manet dipinge iAngolo di un caffè concerto (fig. 2) una cameriera che sta portando un boccale di birra ad un tavolo dove è seduto un operaio, che si concede una pausa dalla sua occupazione, godendo di uno spettacolo di danza.

2) E. Manet, Angolo di un caffè concerto, Londra, National Gallery

La cameriera e la ballerina, che si vede sullo sfondo del quadro,  dunque,  servono per il relax dell’uomo, l’unico che pare aver lavorato, come se la dura disciplina della danza o il servizio in un locale non implicassero la stessa fatica. Interessanti, a tal proposito, alcuni studi condotti sui dipinti della Morisot.

“Ogni passione spenta” di Vita Sackville-West

Ogni passione spenta di Vita Sackville West è un romanzo magistralmente scritto che ripercorre l’esistenza di una anziana donna dell’alta società britannica di fine ‘800.

Una Lady ultra ottantenne che alla morte del noto marito, Lord, ex primo ministro nonché Viceré d’India, padre dei suoi sei figli, marito devoto che le aveva offerto lusso  e prestigio, ha la possibilità di tornare ad essere quello che era stata prima del matrimonio, quello che avrebbe voluto essere, semplicemente Deborah. Ora poteva esserlo anche per se stessa, dopo la morte del suo compagno, quello di una lunga vita…ma quale vita?. 

L’anziana mylady si ritrova ora senza impegni ufficiali, etichette da rispettare, adesso è libera, libera di ripensare alla sua vita e di tirare le somme di quella che riaffiorandole in mente si delinea sempre più come una vita ufficiale, non scelta se non per adeguarsi alle aspettative sociali che imponevano ad una ragazza di buona famiglia di accettare una proposta di matrimonio più che vantaggiosa.

Mano a mano che si ricreano i ricordi si capisce che questa vita, all’apparenza perfetta, fatta di ricevimenti, viaggi, lusso, servitù, merletti, cene ufficiali, etichette, rendite e case non era quello che Lady Slane avrebbe voluto dalla sua vita, che avrebbe scelto per la sua vita ma le sue velleità personali, quelle d’artista erano state messe in secondo piano, anzi annichilite per anni, fermate da quello che la società riservava alle donne della sua classe: un buon matrimonio e dei figli.

Ora, all’alba dei suoi ottantotto anni, era libera di scegliere una vita campestre nonostante le perplessità dei figli che per mera formalità si rincorrevano l’ospitalità da offrire alla madre e che accolgono la decisione del tutto imprevista dell’anziana lady con sollievo, ma allo stesso tempo con assoluto stupore visto che la donna non aveva mai deciso alcunché in vita sua.

Deborah Slane infatti era stata sempre una moglie fedele, devota, accondiscendente e presente, mai fuori posto, mai oltre, sempre all’ombra del più attivo e impegnato amato marito e a cui si era sacrificata in qualità di moglie e madre, infatti questa non era la sua vita… era stata sì la sua esistenza ma non quella che avrebbe scelto. I suoi ricordi vividi, in pieno contrasto con il titolo del libro: “Ogni passione spenta”, sottolineano solamente le rinunce che aveva fatto perché così doveva una donna. 

Al tramonto della sua vita Lady Slane scopre l’importanza di essere solo se stessa al di là delle convenzioni e aspettative sociali e quando scopre un barlume di creatività e autonomia di pensiero e di presenza in una delle sue pronipoti le lancia un appoggio, un supporto morale e trova la serenità così da lasciare questa vita e addormentarsi per sempre, ormai che “Ogni passione spenta”.

L’autrice del libro lo suddivide in tre parti che lascia iniziare con versi ora di Cristina Rossetti ora di Shakespeare che non tanto sottolineano o scandiscono la trama del racconto, ma piuttosto fanno da collante a quel sentimento che parte dal titolo “ogni passione spenta”, sottolineando la caducità di una vita che è ormai al tramonto, che se da un lato sono in contrasto con i ricordi vividi della protagonista sono in piena sintonia dall’altra parte con le recriminazioni della sua esistenza che in modo discreto ma costante riemergono dai suoi ricordi. 

La scrittrice, Vita Sackville West forse attingendo in parte dalla sua esperienza personale ci regala un’opera mai banale, sofisticata e superlativamente costruita.

Il romanzo è il racconto di un’esistenza femminile intorno a cui ne gravitano tante altre, tutte più o meno insignificanti, mai piene come quella di un’anziana donna che ripercorre la sua esistenza ormai al tramonto che è, nonostante tutto, ancora viva di emozioni e desideri mai sopiti, solo addormentati a cui non è stato possibile neanche dar voce perché la società non avrebbe capito e accettato.

Insomma un’autrice d’altri tempi che sarebbe utile ai nostri tempi riscoprire.

L’Autrice: Vita Sackville West “romanziera”, così la definisce l’edizione del 1979, appartenente all’alta aristocrazia britannica e ad un’ epoca nel pieno dell’età edoardiana caratterizzata da una parte dallo snobismo aristocratico e dall’altra dalla sfrontatezza; Vita fu una egregia esponente dell’una e dell’altra parte.

“Lady with a red Hat”, a portrait of Vita Sackville-West by William Strang

Debuttò in società nel 1910 e sposò il diplomatico Harold Nicolson da cui avrà un figlio, Nigel che molti anni più tardi scriverà una biografia della scandalosa ed eccentrica madre “Ritratto di un matrimonio”.

Nel 1922 incontra Virginia Woolf e tra le due nasce una sconfinata stima ed affetto tanto che a lei Woolf dedica e scrive “Orlando“, descritto dal figlio di Vita come “una lunga, affascinante lettera d’amore”, lei è infatti la V. della ambigua dedica. 

Fu personalità di spicco della cultura britannica, scrittrice, personaggio eccentrico in pieno sentimento della sua epoca. Vita era nata a Knole nel 1892 e si è spenta nel 1962.

La traduzione egregia della versione letta, risalente al 1979 è quella originale del 1935 affidata ad Alessandra Scalero. 

Ogni passione spenta Vita Sackville West

Per l’otto marzo, niente mimose… regaliamoci un NO!

No, sono stanca.

No, non ne ho voglia.

No, non spetta a me.

No, non ti amo più.

No, non ho bisogno del tuo permesso.

No, devo lavorare.

No, pensaci tu.

No, non ho tempo.

No, non sono d’accordo.

No, non ho detto questo.

No, non mi scuso.

No, non mi sento in colpa.

No, vengo prima io.

La strada verso i sogni delle donne è costellata di NO. Quei NO che pesano, che ti si incastrano in gola, che ti fanno sentire sbagliata, egoista, ingiusta, inadatta.

I NO delle donne suonano come schiaffi, non come quelli degli uomini, che cadono giusti e pacati come sassi in uno stagno.

I nostri NO sembrano sempre urlati, isterici, ingiustificati, i nostri NO scatenano piccoli tsunami incontrollabili nella vita degli altri, suonano come una dichiarazione di guerra.

I nostri NO distruggono equilibri impossibili che sorreggiamo a suon di rinunce camminando sul filo della nostra salute.

Paola

L’oblio nuoce alla conoscenza: la storia della scrittrice Fausta Cialente.

Fausta Cialente da giovane

Pochi sono gli intellettuali che, negli anni, si sono confrontati con la scrittura delle donne: esigue sono le figure femminili che vengono ricordate oggigiorno (Sibilla Aleramo, Alda Merini, Ada Negri, Matilde Serao: chi altro?), e questo accade perché la memoria delle loro parole è stata volutamente occultata e nascosta ai lettori, soprattutto perché le donne non venivano ritenute abbastanza capaci di saper scrivere come uno scrittore, non sufficientemente in grado di trasmettere le stesse sensazioni tramite le parole che utilizzavano.

Parliamo di una vera e propria subordinazione della scrittura femminile nei confronti di quella maschile sulla base di criteri canonici valsi per moltissimi anni: criteri basati sullo stile, sul pathos, sull’etica di un’opera. Le donne, secondo la maggior parte dei critici, non facevano parte della casta inarrivabile degli scrittori, ma semplicemente si dilettavano con dei romanzi d’amore, relegati ad un pubblico di bassa lega (anch’esso formato da donne, naturalmente!).

Nonostante i pregiudizi e le difficoltà che le scrittrici hanno dovuto affrontare per arrivare a possedere quella dignità che era stata loro negata, nel ‘900 sembra esserci una sorta di rivalsa, di riscatto: è proprio in questo secolo che alcuni dei più importanti personaggi letterari del tempo sono donne.

Donne che vendono milioni di copie dei loro libri, che diventano pilastri intellettuali del secolo breve, che si fanno portatrici di battaglie per rivendicare la loro libertà intellettuale diventando scrittrici affermate e agognate dagli editori più importanti: parliamo di personaggi come Sibilla Aleramo, Alba De Céspedes, Anna Banti e, soprattutto, Fausta Cialente. Figura decisamente poco studiata e conosciuta, Cialente rappresenta la donna-scrittrice che si crea da sé, un demiurgo muliebre che crede fermamente nella propria libertà letteraria ed intellettuale, decidendo quindi di affermarsi in una società che non è pronta ad accogliere le scrittrici per conferire loro la giusta considerazione e dignità artistica. 

Fausta Cialente (Cagliari 1898 ) nasce come scrittrice autodidatta, diventando in seguito una giornalista radiofonica durante il periodo della Resistenza (una delle esperienze più determinanti e centrali della sua vita), collaborando inoltre anche con vari giornali dell’epoca tra cui “L’Unità”, “Noi donne” e “Il contemporaneo”.

La sua è decisamente una formazione di tipo cosmopolita e multiculturale: si trasferisce ad Alessandria d’Egitto appena ventenne (passando per Cagliari, Trieste, Firenze, Milano), in seguito al suo matrimonio con Enrico Terni (compositore e agente di cambio), e partecipa alle vicende italiane come figura intellettuale attraverso il giornalismo e i suoi numerosi racconti. Malgrado tutto, Fausta, ovunque vada, si sente una straniera, senza radici né casa: la sua multiculturalità è contemporaneamente nomadismo, che la porta ad affrontare numerosi viaggi senza mai insediarsi completamente in nessun luogo, senza appartenere a nessuna terra. 

Nonostante non abbia una dimora che possa essere definita “sua”, Cialente continua a scrivere romanzi, racconti, sceneggiature cinematografiche.

Il riconoscimento più importante arriva nel 1976 col premio Strega, grazie al romanzo “Le quattro ragazze Wieselberger”, attraverso il quale Cialente racconta due storie: quella della sua famiglia, dunque una storia privata, che si intreccia con la storia collettiva coeva, quella della borghesia italiana di inizio ‘900, colpevole di aver innescato quella scintilla bellica che si sarebbe poi tramutata in conflitto mondiale.