Sei giovani donne riscrivono la Storia.

È appena passato, negli Stati Uniti, il Giorno del Ringraziamento. Sinonimo di buon cibo, tacchini, gratitudine, tempo in famiglia.
Ma quel giorno è, per la popolazione nativa americana, un giorno di dolore e ingiustizia.

Dal momento che la Storia la scrive chi vince, sei giovani donne native americane si sono prese la responsabilità di mettere le cose in chiaro.

Sono Laurel Cotton, Duannette Reyome, Evannah Moniz-Reyome, Kiera Thompson, Wacantkiya Mani Win Eagle e Wanbli Waunsila Win Eagle, e hanno collaborato con Teen Vogue nel 2016 per spiegare la vera storia dietro il Ringraziamento.

Sedute dietro un tavolo apparecchiato con piatti tradizionali del Ringraziamento, le ragazze, a turno, hanno descritto la loro frustrazione nel dover crescere guardando l’intero paese celebrare una festa che aveva per loro connotazioni dolorose.

“Buon Ringraziamento, America. Sono Daunnette e sono qui con le mie amiche per raccontarti la vera storia di questa festa…
La vera storia dietro il Ringraziamento era che, dopo ogni uccisione di un intero nostro villaggio, questi coloni europei lo celebravano e lo chiamavano Ringraziamento. Ma è stato solo quando Abraham Lincoln è diventato presidente che è diventata una festa ufficiale.

Ha ordinato che 38 nativi americani del Dakota fossero impiccati per crimini di guerra”. “Ci prendiamo questo tempo per ricordare i nostri anziani che hanno perso la vita. Di solito mia madre prepara un piatto dei nativi americani per noi e noi preghiamo”.

“Crescendo, sarei un po’ seccata che non sapessero cosa è successo davvero il giorno del Ringraziamento e che in realtà stanno celebrando la morte di molte persone e di molte tribù che sono andate perdute”.

“Siamo grate per essere nate indigene in questo continente perché le nostre persone anziane hanno mantenuto la nostra cultura per tutti questi anni nonostante tutto quello che hanno passato. Il Ringraziamento è radicato in un errore storico… La colonizzazione è stata intrinsecamente oppressiva e brutale”.

Mrs. Harris Goes to Paris: sognando un abito Dior dalla Gran Bretagna operaia

In uscita nelle sale il 17 novembre, distribuito da Universal Pictures Italia, un piccolo film sull’utopia del quotidiano con Lesley Manville, tra favola e dramma.

Ambientato nella Londra degli anni Cinquanta, ‘Mrs. Harris Goes to Paris’, diretto dal produttore e regista britannico Anthony Fabian, racconta il sogno della indomita Signora Harris – una governante che da anni attende invano il marito disperso nella Seconda Guerra Mondiale – quello di possedere un abito firmato Christian Dior. 

Presentato alla 17a edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, il film è l’adattamento dell’omonimo romanzo dello scrittore americano Paul Gallico (Mrs. ‘Arris Goes to Paris, del 1958), opera che ebbe grande successo e divenne il primo di quattro libri sull’amabile “Signora ‘Arris”. Durante le fasi di stesura della sceneggiatura, Fabian ha voluto che fosse chiaro il motivo per cui la signora Harris manifesta una tale ossessione per un abito d’alta moda. “Il romanzo di Gallico non approfondisce le motivazioni per cui la protagonista vuole proprio quel vestito di Dior”, ha spiegato il regista. “Le motivazioni non avrebbero dovuto essere frivole e superficiali ma qualcosa di più profondo. Ecco perché ho voluto che l’abito rappresentasse qualcosa per cui la signora Harris torna ad amare: è ciò che le scalda il cuore ibernato dalla morte del marito. In qualche modo, il vestito l’aiuta a riaprire il suo cuore permettendole di amare di nuovo”.

Protagonista del film è Ada Harris, una donna non più giovanissima che lavora a servizio in alcuni appartamenti di ricche signore londinesi, insieme all’inseparabile amica di colore Violet (la magnifica attrice inglese Ellen Thomas, originaria della Sierra leone,): generosa e sincera, ottima sarta (fa lavoretti per i vicini per arrotondare il magro stipendio), Ada attende il marito dalla fine della Guerra, anche se ormai è evidente che non tornerà. 

Grazie al suo umorismo, alla sua grande gentilezza ed apertura mentale, Mrs. Harris è molto apprezzata dalla piccola comunità in cui vive: un giorno, nel rassettare la stanza di Lady Dant (Anna Chancellor), ricca e odiosa signora che rimanda di giorno in giorno il pagamento del salario di Ada, si imbatte in uno splendido abito lilla di chiffon, con l’etichetta di Christian Dior. Da quel momento Ada risparmia faticosamente la cifra necessaria (tra corse dei cani, vittorie al Totocalcio e l’aiuto dei suoi numerosi amici) per poter andare a Parigi, al numero 30 di Avenue Montaigne e coronare il suo sogno di acquistare un abito firmato Dior. Da qui si dipana l’avventura parigina di Mrs. Harris fra favola, racconto di ‘classe’ e mutamento sociale.

Negli anni Cinquanta, infatti, Christian Dior realizzava, nel suo atelier di Parigi, abiti esclusivi confezionati a mano, a misura di clienti selezionate, ricche ed esigenti. Solo per una serie di fortunate ed alterne vicende Mrs. Harris accederà all’atelier di Dior, poiché nemmeno il denaro contante (che portava con sé nella borsa avvolto in un elastico) sarebbe stato sufficiente ad acquistare lo ‘status’ adeguato a partecipare a una sfilata. Ma proprio in quel periodo, a poco a poco, per stare al passo coi tempi ed evitare la crisi finanziaria, anche Dior iniziava ad aprirsi alla moda del prêt-à-porter, e non più esclusivamente di alta sartoria: per quanto ‘volgare’, il denaro guadagnato col lavoro dalle persone ‘normali’ aiuterà i grandi stilisti a sopravvivere e tutta l’economia a rimettersi in moto.

Mrs.Harris Goes to Paris parla di questa transizione, e dunque del divario sociale e culturale (upper-low class, Londra-Parigi, donne lavoratrici-donne consumatrici) di allora e di oggi, unendo leggerezza e profondità, sogno e realtà, come nella scena in cui la piccola Ada (abituata alle lotte delle donne inglesi) guida lo sciopero delle sarte di Dior, o quando si presenta alla Maison Dior col rotolo di contanti in mano ed incontra l’altezzosa e terribile Madame Colbert (una perfetta Isabelle Huppert), vestale delle tradizioni e dei privilegi del vecchio mondo.

Mrs. Harris dovrà dunque affrontare molte prove per ottenere ciò per cui è partita, aiutata da una modella di Dior che vorrebbe invece studiare filosofia (Alba Baptista) e dal giovane contabile che, grazie alla piccola grande donna, riuscirà ad esporre allo stilista in persona le sue idee per ripianare il disastroso bilancio dell’atelier. Ada Harris, non è una donna qualunque. Sempre gentile, ammirevolmente resiliente ed estremamente affidabile, è sicura di sé e si sforza sempre di vedere il meglio nelle persone… o almeno cerca di guardare oltre i loro difetti più evidenti.

Il film, grazie alla sagace penna di Paul Gallico, svela la vita ed i sogni della gente comune nella cornice storica della ‘ricostruzione’ post-bellica, tra le rovine ancora presenti e il desiderio di dimenticare la guerra facendone però memoria.

Una incredibile galleria di personaggi, sospesi fra tanti mondi (come il burbero Archie, un broker invaghito di Ada, interpretato dal simpatico attore Jason Isaacs), tutti in cerca di identità, come l’Europa di quegli anni, affiancano la storia di Mrs. Harris, diventando un piacevole pretesto per fotografare i desideri e le concrete possibilità di trasformazione di un’epoca e dei suoi protagonisti e ristabilendo nella giusta prospettiva, (forse proprio grazie al ciclone della guerra), ‘valori’ quali il lavoro, la speranza, la solidarietà, per guardare al futuro con gli occhi autenticamente curiosi e positivi di Mrs. Harris e rimboccarsi le maniche come lei, ad ogni caduta, per rialzarsi e ripartire.

La figlia unica di Guadalupe Nettel: un romanzo che ha come protagoniste donne forti, ma anche fragili.

Ci sono libri che ti agganciano subito – vuoi per una frase, una parola, lo stile – e poi ti deludono. La partecipazione iniziale non basta per tutte le pagine e il sentimento verso quel lavoro narrativo è ondivago. Al lettore resta addosso un senso di frustrazione, come se venisse fuori da una storia sentimentale che pareva promettente e invece non supera la prova di realtà. Ma ci sono anche i libri che ti prendono e ti conducono dove vuole l’autore, senza freni. La figlia unica di Guadalupe Nettel, scrittrice messicana tradotta in Italia da Federica Niola, prima per Einaudi e oggi per La nuova frontiera, è un romanzo che trattiene il lettore e lo coinvolge. Ciò avviene per tre motivi: i temi del romanzo, la struttura minimale di ogni capitolo e la scrittura fulminea e elegante della Nettel, che avvolge e scalda, accompagna e illumina. A pensarci, è questo che ricerca ogni lettore: riconoscersi, approfondire, intrattenersi, trovare nel testo che ha davanti una scintilla che lo induca a tornare, a indugiare, ad affezionarsi a una voce.

La voce di Laura, il personaggio a cui la Nettel affida le redini della narrazione, è un chiodo e al contempo un abbraccio. Laura è una donna cocciuta, indipendente e la conosciamo immersa nella sua esistenza: è convinta di non voler diventare madre e lo sa così bene che decide di sottoporsi ad un intervento chirurgico per scongiurare l’eventualità di una maternità indesiderata. Per Laura, e non solo per lei, le donne ad un certo punto negli anni si possono catalogare in quelle che inseguono una gravidanza e quelle che la rifuggono. Anche Alina, una cara amica di Laura, è convinta di non voler diventare genitore, finché il suo punto di vista cambia e la prospettiva di essere madre la riempie e la motiva. Le abitudini di Alina cambiano, e con esse anche i riti di cui è fatta l’amicizia con Laura. Il punto di vista delle due donne è confliggente ma l’affetto è più forte di ogni divergenza. Alina diventa madre di Ines, una bambina affetta da una patologia rara ma animata da un anelito vitale incredibile. Man mano che Ines combatte per esistere, sua madre intraprende un viaggio dentro sé stessa, alla scoperta delle sue ansie e debolezze. Non molto lontano, mentre una coppia di piccioni nidifica sul suo balcone e si ritrova nel nido un uccellino di un’altra specie, 

Laura si lega al figlio della sua vicina di casa, Doris. Sia lei che suo figlio sono vittime di un marito e un padre violento che ha marchiato con l’ira e la forza fisica la psiche dei suoi familiari. Laura si ritrova ad essere una sorgente di energia positiva e di amore incondizionato, suo malgrado, e in questo percorso inatteso riallaccia anche il rapporto con la madre. Le donne del romanzo sono interconnesse, congiunte da vicissitudini e sensazioni. Intorno a loro ruotano medici, baby sitter, mariti e il quotidiano con le sue pretese e frenesie.

De La figlia unica si è scritto che è un testo sulle declinazioni della maternità, ben oltre la biologia e il parto. Tutto vero, ma è anche un libro sulla sorellanza, sulla capacità di certe donne di fare squadra, di migliorarsi l’esistenza reciprocamente, di generare legami e prendersene cura. Come ha spiegato la Nettel in questa bella intervista curata da Francesco Raiola per Fanpage.it, la storia mette in luce la pochezza dei luoghi comuni sulla maternità e offre una visione alternativa alla limitatezza delle soluzioni che il pensiero collettivo prevalente riesce ad immaginare. Gli eventi del libro sono ispirati ai racconti di un’amica della scrittrice ma la finzione narrativa è dominante, è il linguaggio favorito e dunque prioritario. La fiducia nel genere femminile è in ogni pagina, come la consapevolezza dell’autrice di un portato vitalizzante che viene da lontano, ancestrale. Sul finale a pag. 205 la Nettel scrive “è vero che esiste il destino, ma c’è anche il libero arbitrio, e consiste nel modo in cui prendiamo le cose che ci tocca vivere”. E su questo concetto si fondano le decisioni, le azioni dei personaggi: un continuo opporsi al determinato, al così fan tutti per costruire punti di vista e campi di azione personali.

Sono le donne le api regina dell’alveare di trame che la Nettel ci consegna: un romanzo apparentemente snello, innervato di eventi, anche minimi, e di una vena di mistero, di irrazionalità, di magia che sospingono il lettore verso il dipanarsi della complicanza, che è praticamente la normalità in qualsiasi vita. E il bandolo della matassa sta nel virgolettato sopra, nell’intraprendenza di ciascuno, nel protagonismo esistenziale, nel non tradirsi, nell’ascoltarsi, nel volersi bene per volerne a chi ci sta vicino. A prescindere dai legami di sangue.

Alcune note su Guadalupe Nettel.

Guadalupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Nella sua carriera ha ricevuto diversi riconoscimenti tra i quali il premio franco-messicano Antonin Artaud (2008), il premio tedesco Anna Seghers (2009), il Premio de narrativa breve Ribera del Duero (2013) per la raccolta di racconti Bestiario sentimentale, il Premio Herralde de Novela (2014) e il Premio Cálamo per La figlia unica (2020).

Buon Novembre!

È novembre. I pomeriggi sono più laconici
e i tramonti più austeri.
Novembre mi è sempre sembrato la Norvegia dell’anno.
(Emily Dickinson)

Ferdinand Hodler (1853–1918, artista svizzero) Autumn Evening, 1892

Buon mese di Novembre a tutte/i Voi 🍁🍂

Il soffitto di cristallo: una barriera spesso infrangibile. Le ultime elezioni politiche ci hanno dimostrato il contrario.

È abbastanza incredibile come le donne che si proclamano fieramente dalla parte delle donne non riescano ad esserlo con quelle che non la pensano come loro. Che poi sarebbero anche quelle che non la pensano come me… Lo dico in maniera più semplice: non sono politicamente schierata a sinistra.

E questo mi fa un po’ vergognare, e un po’ arrabbiare. Anzi, sinceramente, mi fa più arrabbiare che vergognare perché la parte politica che ha prodotto la prima donna capo del Governo di questo Paese dal tempo di Cornelia (e dei sui figlioli) è quella parte politica che fino a ieri, fino a quando Giorgia Meloni non ha fatto tintinnare la campanella, è sempre stata additata come la più maschilista e retrograda, quella che le donne le vuole chiuse in cucina, meglio se a fare il ragù o a rammendare i calzini.

Dall’altra parte, invece, ci piazzavamo noi, gli illuminati delle Quote Rosa e delle pari opportunità sbandierate come manifesti di politici intenti. Ma quello erano e quello sono rimasti: stendardi di intenzioni caduti alla prova dei fatti perché io mi rifiuto di credere, ma mi rifiuto davvero (e con un po’ di ragion veduta) che a sinistra non ci fosse una donna da Congresso. Magari una un pelo più carismatica di Letta e Zingaretti, una capace di riportare la sinistra in quei luoghi che storicamente le appartengono e che, no, spiace ricordare, non sono i salotti e le sdraio di Capalbio o le piste da sci di Cortina.

Magari una che non venisse soffocata dal veteromaschilismo della sinistra, quella di ieri e di oggi, quella che si inventa le Quote Rosa perché se non le imponi di dare spazio alle donne non glielo dà, quella che se non le ricordi tutti i giorni che le pari opportunità sono necessarie all’economia del Paese molto più che tre manovre finanziarie sangue sudore e lacrime, se lo scorda che nemmeno un novantenne smemorato.

Magari servisse di lezione ai paladini del femminile in luogo di un convenzionale maschile, alle pasionarie della A in luogo della O, agli ultras degli asterischi e della e rovesciata. Magari servisse di lezione a quanti (e soprattutto quante) oggi parlano di un tetto di cristallo sfondato e lo fanno col rammarico di non averlo fatto con la propria testa quel buco sul tetto.

Perché il punto che ancora una volta sfugge alla sinistra è che l’essere donna non è stato l’ariete usato da Giorgia Meloni per conquistare il potere, il vero ariete di Giorgia Meloni è stato il partito che non ha battuto ciglio nello scegliersi una donna come segretario perché, alla prova dei fatti, si meritava quel posto più di un uomo.

Grace Kelly, da diva a principessa.

La vita di Grace Kelly non pare dissimile da quella di una principessa delle fiabe, anche se con un finale inaspettatamente tragico.

Grace Patricia Kelly nacque il 12 novembre del 1929 a Filadelfia, terzogenita di una delle famiglie più famose e facoltose della costa orientale degli Stati Uniti. Suo padre, John B. Kelly, meglio conosciuto come Jack, figlio di immigrati irlandesi, raggiunse la notorietà e il successo essendo tre volte campione olimpico di canottaggio; una volta ritiratosi divenne imprenditore e proprietario di una ditta di costruzioni, e collaborò più volte con la presidenza statunitense per l’ideazione di programmi sportivi. I suoi due fratelli erano a loro volta famosi: Walter C. era una star del teatro vaudeville e partecipò ad alcuni film per la Metro-Goldwyn-Meyer e la Paramount Pictures; George era un commediografo, sceneggiatore e regista che vinse anche un premio Pulitzer per le sue opere.

La madre di Grace, Margaret Majer, di discendenza tedesca, insegnava Educazione fisica all’università della Pennsylvania e aveva un passato da modella; rinunciò a lavorare quando divenne madre, dedicandosi alla cura delle figlie e del figlio – in ordine di età: Margaret, John Jr., Grace ed Elizabeth – finché non raggiunsero l’età scolare, dopodiché partecipò a varie organizzazioni civili e di beneficenza.

Grace ricevette un’educazione strettamente cattolica, studiando anche danza e recitazione. A dodici anni partecipò al suo primo spettacolo col ruolo di protagonista in Don’t Feed the Animals. Lo scarso rendimento scolastico le costò l’ammissione al Bennington College nel 1947, un duro colpo per il suo futuro lavorativo. Non che in realtà ne avesse bisogno considerando la grande ricchezza della sua famiglia, ma Kelly detestava l’idea di essere una semplice ereditiera che sperpera le fortune altrui; per questo, anche se contro il parere dei genitori, decise di perseguire il suo sogno di diventare un’attrice, ispirata dalle grandi dive di Hollywood come Ingrid Bergman. 

Fu lo zio George ad aiutarla a fare i primi passi nel mondo del cinema, riuscendo a farle superare una audizione dell’American Academy of Dramatic Arts a cui Grace partecipò portando una scena tratta da The Torch-Beares, scritta da George stesso. Sotto la guida dello zio e grazie alla propria diligenza e perseveranza ottenne il suo debutto a Broadway nel dramma Il padre di August Strindberg, per il quale vinse il Theatre World Award. Nello stesso periodo ottenne anche i primi contratti da modella.

Grace Kelly in La quattordicesima ora

Nel 1950 il produttore Delbert Mann la assunse come protagonista nell’adattamento televisivo del romanzo Bethel Merriday di Sinclair Lewis, parte della serie The Philco Television Playhouse, a cui partecipò anche per le puntate successive; nel frattempo continuò a lavorare nel teatro, con ruoli in diverse opere come The Rockingham Tea SetThe Apple Tree e The Mirror of Delusion. Impressionato dalle sue doti recitative, il produttore Henry Hathaway le assegnò una parte minore nel film La quattordicesima ora: Kelly, nel ruolo di una donna in procinto di firmare le carte del divorzio che cambia idea dopo aver visto il salvataggio di un suicida, ottenne grandi riconoscimenti pubblici ma la sua performance fu quasi ignorata dalla critica, che la relegò a una meteora dalla fama effimera.

Visto l’incerto futuro nel cinema, decise di continuare nel mondo del teatro, dove ormai aveva una solida reputazione, apparendo anche in singoli episodi di varie serie televisive, fra cui Actor StudioLights Out, Big Town, The Clock, The Web Danger. Fu al teatro Elitch del Colorado che le venne offerto il ruolo di co-protagonista nel western firmato Fred Zinneman High Noon (Mezzogiorno di fuoco), che fu il trampolino di lancio verso il successo: Grace interpretò la moglie quacquera dello sceriffo Will Kane ― la star Gary Cooper ― il quale deve affrontare la vendetta di un bandito arrestato anni prima. Il personaggio di Kelly, una donna profondamente religiosa e avversa alla violenza che per amore del marito non esita a uccidere, ispirò forti contestazioni nell’epoca del rigido e moralistico codice Hays, che regolava le scene di sesso e violenza nei film hollywoodiani. Il pubblico e la critica ancora una volta si ritrovarono spaccati quando dovettero giudicare il lavoro della giovane attrice: mentre il pubblico la lodò per aver saputo osare con un ruolo del genere e fece sbancare il botteghino al film, la critica fu molto più fredda, trovando la caratterizzazione del personaggio inconsistente; Alfred Hitchcock la definì «moscia, poco espressiva», ma non negava che avesse del potenziale non ancora sbocciato. 

Il libro del mese… “La vergogna” di Annie Ernaux

“Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri”.

Breve sinossi…

Romanzo dell’infanzia e dei suoi abissi, la vergogna ricostruisce con spietata lucidità una presa di consapevolezza: quella di una bambina di dodici anni testimone della “scena” spartiacque, rimasta a lungo indicibile, che le fa scoprire di colpo di essere dalla parte sbagliata della società. Inventariando i linguaggi, i riti e le norme che delimitavano il suo pensiero e la sua condotta di allora, Ernaux sprofonda nella memoria intima e collettiva – fatta di usanze, espressioni e modi di dire – e scompone l’habitat del mondo in cui era immersa: la scuola privata, i codici della religione cattolica, il culto della “buona educazione”, le leggi non scritte ma inviolabili della gerarchia sociale.

Come nessun altro, Annie Ernaux riesce a mettere a fuoco con bruciante distacco – da esemplare “etnologa di se stessa” – la più indifesa delle età, raccontando quel violento e reiterato sconcerto che è l’ingresso nella vita adulta. Da qui la Vergogna.

Ma che cos’è la vergogna? É un sentimento che sorge nel momento in cui si lascia l’infanzia e l’innocenza che appartiene a quel periodo della nostra vita.

Annie Ernaux

E quando succede? Nel caso di Annie Ernaux c’è un episodio ben preciso: un atto di violenza commesso dal padre verso la madre. Una domenica di giugno del 1952 è una data spartiacque nella vita di Annie Ernaux. Aveva dodici anni e si ritrovò ad assistere a una lite violenta tra i genitori, una scena “indicibile”, in cui il padre ebbe l’impulso di uccidere la madre.
Nasce così la “vergogna”, sensazione che la accompagnerà a lungo, separando la bambina che era prima di quella domenica dalla Annie del “dopo”. Nulla sarà più lo stesso, la vergogna le si incolla addosso qualunque cosa faccia. Non ne può parlare, non esistono parole per descrivere un episodio del genere, finché, a distanza di molti anni, decide di scriverne. E nel farlo, le sembra che la scena si ridimensioni, perché:

“Forse la narrazione, ogni narrazione, rende normale qualunque gesto, anche il più drammatico”.

Col suo linguaggio asciutto, spesso erroneamente definito algido e privo di sentimento, magnificamente reso dalla traduzione di Lorenzo Flabbi, la Ernaux tenta di reinserire l’accaduto nel suo contesto, in quel 1952 ormai lontano. Tra fotografie precedenti e successive a quella domenica, in cui cerca di individuare il tratto caratteristico della vergogna percepita, giornali dell’epoca, cartoline e altri, pochi, oggetti personali, l’autrice effettua una ricostruzione quasi chirurgica, lucida della sua vita di ragazzina.

“Quel che mi importa […] è ritrovare le parole attraverso le quali pensavo me stessa e il mondo circostante. Stabilire ciò che per me era normale e ciò che era inammissibile, persino inimmaginabile”.

È un viaggio a ritroso verso un mondo che non le appartiene più, verso regole di comportamento cui le sembrava naturale obbedire, verso una religiosità allora vissuta come necessaria, verso la scuola privata in cui, dopo quella domenica, si era sentita fuori posto.

“È la terra natale senza nome in cui, appena vi faccio ritorno, sono subito assalita da un torpore che mi sottrae ogni pensiero, pressoché ogni ricordo puntuale, come se fosse in procinto di inghiottirmi di nuovo”.

Era un paesino, il suo, in cui tutti si conoscevano e si tentava di mantenersi in equilibrio tra le domande fatte agli altri per estorcere informazioni sulla loro vita e l’esigenza di rendere inaccessibile la propria.
C’erano le ville dei ricchi e il quartiere come quello in cui viveva, abitato da persone che non si sognavano di mescolarsi a una classe sociale più elevata. La scuola privata consentiva una certa elasticità da questo punto di vista, sotto l’egida del cattolicesimo. Ma dopo quella terribile domenica, anche questo era stato spazzato via. La vergogna faceva sentire Annie indegna di quella comunità.

“Nella vergogna c’è questo: la sensazione che possa accaderci qualsiasi cosa, che non ci sia scampo, che alla vergogna possa seguire soltanto una vergogna ancora maggiore”.

perché

“La vergogna non è altro che ripetizione e accumulo”.

Anche in altre opere, come Il Posto, si avverte questa sensazione, la vergogna nei confronti della famiglia, del lavoro dei suoi, della stanza in cui vivevano sopra la bottega, con la cucina nel retro, sempre esposti allo sguardo dei clienti.
Qui l’incursione nel passato accentua il distacco dalla Annie scrittrice, che espone al pubblico quello che dovrebbe restare privato.

“Mettere a nudo le regole del mondo dei miei dodici anni mi restituisce per qualche istante l’inafferrabile pesantezza, la sensazione di chiusura che avverto nei sogni. Le parole che ritrovo sono opache, rocce impossibili da smuovere. Prive di immagini precise. Prive persino di senso”.

Significativo, da questo punto di vista, il motto scelto dall’autrice:

“Il linguaggio non è la verità. È il nostro modo di esistere nel mondo”.
(Paul Auster, L’elogio della solitudine)

Benvenuto Settembre!

Ed ecco che è arrivato il famoso “ ne riparliamo a settembre “… perché in fondo il vero inizio dell’anno non dovrebbe essere il primo di gennaio, ma quello di settembre, quando ritorniamo e abbiamo davanti a noi progetti da iniziare o da portare a termine, prospettive o più semplicemente impegni rimandati per l’interruzione estiva.

Gennaio è freddo, pigro, ci vede ingrassati dai pranzi natalizi, settembre invece è un mese attivo, propositivo, tiepido e se anche in vacanza ci siamo concessi degli strappi alla normale alimentazione, almeno abbiamo nuotato, camminato e forse questo caldo un po’ di fame ce l’ha tolta.

Ricominceremo ad avere ritmi meno lenti e pomeriggi più attivi, Indosseremo nuovamente le camice di seta, gli abiti a mezza manica.

Ritroveremo gli amici, i colleghi, i soliti posti, ma soprattutto noi stesse.

Perché, vedete, il punto è proprio questo, il ritrovarsi, riprendersi, ricominciare da dove ci eravamo lasciate, diciamolo anche un po’ andare, per non pensare, non decidere e non affrontare.

Non dimentichiamo mai un cosa molto importante, noi siamo in grado di fronteggiare qualsiasi situazione, di opporci o di lottare se ci vogliono sopraffare, costringere o anche solo convincere, perché dietro al nostro stile da regine, abbiamo una tuta mimetica da soldato.

Buon settembre a tutte/ i !

La vostra Paola

Anche il mio blog va in vacanza.

«Se fossi un medico, prescriverei una vacanza a tutti i pazienti che considerano importante il loro lavoro.» (Bertrand Russell)

Faccio mia la prescrizione di Bertrand Russell e per qualche giorno mi prendo una piccola pausa, augurando a tutti voi felici vacanze.

Qualsiasi cosa facciate, qualunque sia la vostra decisione tra il restare e il partire, ricordate sempre che il riposo aiuta a ritrovare se stessi e le proprie energie.

Grazie per quest’anno lavorativo trascorso insieme e se vi va potrete leggere quegli articoli che magari vi sono sfuggiti nella frettolosità della vita quotidiana.

Ci rivedremo online a settembre!

Paola

In Spagna: senza consenso è violenza sessuale.

Recentemente la Spagna ha approvato la legge del “solo sì è sì”: senza consenso è violenza sessuale, fine delle distinzioni nel codice penale.

Disco verde da tutti i gruppi parlamentari spagnoli, salvo i partiti della destra, PP e Vox, alla “ley de libertad sexual” promossa dall’attuale governo, ispirata alle mobilizzazioni femministe sorte dal 2018 in poi dopo il caso della “manada”, quando un gruppo di uomini violentò una donna durante le feste di San Fermín, a Pamplona.

L’episodio risale al 2016 durante la popolare festa di San Fermin cinque uomini, tutti tra i 27 e i 29 anni, hanno abusato della giovane 18enne all’ingresso di un condominio di Pamplona, all’inizio della settimana del festival n cui si svolge la celebre corsa dei tori per le via della città.

Il primo grado della sentenza contro “il branco” generò proteste nelle strade di tutte le città spagnole, perché in quel caso i magistrati decisero che si era trattato di “abuso” e non di stupro, perché la donna non si sarebbe opposta in modo deciso all’atto sessuale di gruppo. Nei cortei femministi venne scandito lo slogan “non è abuso, è stupro”, e da lì nacque anche lo slogan “solo sì, è sì”.

Alcuni degli slogan gridati dalle ragazze in piazza era “Hermana yo sì te creo” (Sorella io ti credo), riferito alla giovane vittima della violenza, perché la difesa dei cinque stupratori si era basata sostanzialmente sulla presunta mancanza di un “no” deciso da parte della giovane donna, durante la violenza di gruppo. Una mancanza di opposizione legata invece, come dimostrato poi, allo stato di shock della giovane ed alla natura intimidatoria dell’atto.

La sentenza venne poi ribaltata e i responsabili condannati a pene severe per violenza sessuale. La nuova legge converte qualsiasi atto sessuale senza consenso esplicito in aggressione sessuale, a prescindere dalla presenza di violenza fisica, ed eviterà quindi che si ripeta quanto avvenuto nella prima parte del “caso della manada”. 

 Tra le altre cose, per esempio, viene abolita la differenza nel codice penale tra “abuso sessuale” (che non contempla uso di violenza o intimidazione e punito con pene più lievi) e “aggressione sessuale” (con violenza, punito con pene più gravi).