Buone vacanze!

yuan-yunfu

Cose da raccontarvi ne avrei in abbondanza…

Tuttavia, la stanchezza e il caldo stanno avendo la meglio su di me, e così ho deciso di mandare il blog in ferie con un leggero anticipo rispetto a quanto avevo preventivato.
Tornerò a fine agosto, spero in forma migliore.

Nel frattempo non mi resta che augurare buone vacanze a quei pochi che ancora circolano nella blogosfera e che passeranno da qui!

Paola

Cuore, talento e carattere, il calcio in rosa regala emozioni!

Le nostre ragazze hanno dato spettacolo nel corso del recente mondiale, nonostante le solite, stupide critiche sessiste…

Italy v Brazil: Group C - 2019 FIFA Women's World Cup France

È in auge, e lo sanno tutti: il calcio femminile è il fenomeno sportivo del momento, soprattutto da quando media e persone si sono avvicinate allo sport più praticato del mondo ma in versione rosa. Oggigiorno l’hype del calcio femminile ha raggiunto vette impensabili fino a poco tempo fa, con stadi importanti gremiti per veder giocare delle ragazze che mesi or sono erano ancora sconosciute. Esemplare il caso del San Mamés di Bilbao, che qualche tempo fa si è quasi riempito per un match della squadra femminile locale, registrando ben 48mila spettatori, cifra che raramente si registra nelle partite della compagine maschile. Questa grande passione si è concretizzata in uno degli eventi più importanti di sempre, i mondiali, che si sono svolti in Francia dal 7 giugno al 7 luglio scorsi.

Stiamo parlando dell’ottava edizione di questo torneo, che mai come quest’anno ha avuto su di sé gli occhi di tantissima gente, soprattutto in Europa, dove sempre più ragazze decidono di seguire l’esempio delle pioniere di questo sport. Erano 24, in tutto, le nazioni partecipanti, provenienti da ogni angolo del globo, a conferma della grande portata raggiunta dal calcio femminile.

Riconosco di non essere una grande conoscitrice del calcio femminile, ma mi piace seguire lo sport e, sebbene non abbia potuto, per mancanza di tempo e di mezzi, seguire con costanza questi mondiali, ho sempre cercato di tenermi aggiornata sugli esiti delle partite e sul percorso delle atlete azzurre. Avrei tanto voluto scrivere questo articolo celebrando la vittoria dell’Italia, ma sono contenta e soddisfatta di questo primo risultato e mi auguro che tutto ciò sia il preludio di un futuro più roseo per il calcio femminile come sport in Italia. Me lo auguro ma, sfortunatamente, per adesso non sembrano esserci grandi premesse.

Non certo perché le ragazze non se lo meritino, ma perché da quanto ho avuto modo di leggere, noi italiani (e chiedo scusa se utilizzo questa forma al plurale così erroneamente generica) non siamo ancora pronti ad accettare che uno sport così tipicamente maschile – almeno in questo paese – possa essere esercitato a livello professionistico anche da una donna; senza contare, poi, che queste atlete vengono spesso mascolinizzate e criticate anche per il loro aspetto e atteggiamento “poco femminile” e, pertanto, assai discutibile.

mondiali-calcio-femminile

Molti hanno sottolineato che il calcio femminile non offre lo stesso spettacolo di quello maschile ed è molto più lento e noioso. Parliamo di due tipologie di sport completamente differenti e non si può pensare di fare un paragone, così come non si possono mettere sullo stesso piano tantissimi altri sport a seconda se praticati da maschi o femmine. Certo che sono differenti, così come è differente il corpo maschile da quello femminile, la muscolatura, le peculiarità fisiche. Nessuno sport sarà mai uguale a seconda del genere che lo pratica, avremo sempre delle differenze significative che non rendono, in ogni caso, una versione migliore o peggiore dell’altra.

È una critica che può avere senso finché rimane una mera osservazione, ma se nasce per far polemica, allora dovrebbe essere semplicemente stroncata prima ancora di avere il tempo di creare inutili dissapori. Comunque il vero problema sta nel fatto che molti dei commenti che ho letto su internet (e talvolta anche sui giornali, cosa assai più grave) in merito alle atlete della nazionale femminile, erano di origine e matrice sessista. Qualcuno potrebbe dire che sono esagerata e che non posso continuare a vedere del sessismo ovunque, ma, credetemi, le mie accuse hanno un solido fondamento. Si tratta di vero sessismo sia che si voglia  oggettivare una donna per essersi messa in una posizione che, se fosse stata assunta da un uomo, avrebbe dato minore adito a commenti e battutine maliziose, e sia  che si tratti di criticare il suo aspetto in quanto troppo mascolino.  O darle della lesbica perché se pratichi uno sport del genere non possono piacerti gli uomini, o del maschiaccio perché è difficile immaginare che una volta uscita dagli spogliatoi possa indossare una minigonna o dei tacchi alti.

O definirla una dilettante perché lo sport che pratica non la rende certo al livello dei suoi colleghi maschi, specialmente se consideriamo il suo stipendio. Eppure sono molte le atlete italiane di fama mondiale, donne alle quali non ho mai visto riservare un simile trattamento – al contrario, molte di loro vengono elogiate come le campionesse che sono – e questo mi fa pensare che il problema di base sia proprio il calcio, lo sport maschio per eccellenza, che probabilmente può essere praticato alla perfezione solamente da persone dotate di un cromosoma Y. Quanto meno in Italia. Non so voi, ma tutto questo mi mette addosso una grande tristezza, perché non fa altro che sottolineare il fatto che viviamo in un paese nel quale le donne sembrano essere ancora inferiori agli uomini o, quanto meno, che possano esistere donne dotate di una particolare forza e di un intenso ascendente sulle persone che le circondano.

man-1131008_1920-1060x1060Insomma, basta vedere come la maggior parte del popolo italiano ha reagito di fronte alla presa di posizione della capitana della Sea Watch Carola Rackete, o di come sia stata criticata la giovane Greta Thumberg per la sua accesa lotta all’ambiente: donne evidentemente frustrate, riccone viziate, insoddisfatte, manipolate… Mai una volta che si faccia leva sulle loro virtù e dire che ce ne sarebbero un bel po’ da elencare. Che cosa significa questo? Che il nostro paese ha paura delle donne forti e sicure di sé e teme che siano una minaccia.

Essere per la parità di genere significa che una donna può porsi allo stesso livello di un uomo, senza alcuna intenzione di sottometterlo… Ma allora perché si fa ancora tanta fatica ad accettarlo? Sfortunatamente non ho la risposta ed è un vero peccato, perché questo potrebbe magari aiutarmi ulteriormente nella mia costante lotta contro il sessismo e gli stereotipi di genere! Quella delle nostre atlete è soprattutto una narrazione  che parla di talento, determinazione, dedizione.

È questa la prima vera grande vittoria per la Nazionale femminile di calcio. Ed è una vittoria cui sappiamo di aver dato il nostro contributo. Non ci fermeremo fino al raggiungimento di una piena e doverosa parità di genere perché tutto questo ha un’importanza che va oltre lo sport.

Le disuguaglianze sistematiche nello sport hanno un grave impatto sulle vite delle persone e riflettono altre disuguaglianze sociali, economiche e politiche. Ed è  per questo che noi non smetteremo di combattere.

@pc

 

 

Non ero amata…

                                       John Everett Millais “Ofelia”

Ofelia

Ah, come a lungo giacerò
nelle acque vitree, nella rete d’alghe,
prima di credere alfine alla semplice
verità: non ero amata.
Maria Pawlikowska

(da Baci, 1926 – Traduzione di Krystyna Jaworska)

La poeta polacca Maria Pawlikowska eccelse nella miniatura lirica, nelle quartine epigrammatiche capaci come questa di colpire sul loro termine come una stilettata.

La storia di Ofelia è famosa: Amleto, per impedire la congiura ordita dal padre di lei Polonio, che utilizza l’ingenua fanciulla per i suoi scopi e far credere pazzo Amleto, dichiara di non averla mai amata e la offende, abbandonando poi la scena.

Ofelia non para il colpo : “E io, la più infelice e derelitta / delle donne, ch’ho assaporato il miele / degli armoniosi voti del suo cuore, / debbo mirare adesso, desolata, / questo sublime, nobile intelletto / risuonare d’un suono fesso, stridulo, / come una bella campana stonata”, anzi comincia a impazzire e affoga in un ruscello mentre coglie fiori per farne ghirlande.

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska, nata Kossak (Cracovia, 24 novembre 1891 – Manchester, 9 luglio 1945),, poeta polacca. Autrice prolifica, denominata la “Saffo polacca”, fu la regina della scena poetica del suo paese durante il periodo tra le due guerre.

Il colore rosa: storia, curiosità e racconti!

25346120-rosa-vector-seamless-rosa-rosso-bianco-colori-squallido-floral-infinite-texture-può-essere-utilizzato-p

 

Il colore universalmente più gradito pare essere l’azzurro, eppure siamo qui a parlare del colore rosa. Quello tra rosa e azzurro sembra essere uno scontro tra colori impossibili (cromaticamente), tuttavia sono strettamente connessi. Rappresentano una netta e palese dicotomia, semplice ed elementare: maschio/femmina.

Sicuramente quello dei colori attribuiti alla differenza di genere è uno degli stereotipi più scontati di sempre. Quindi è solo per questo motivo che esiste tanta spontanea e amorevole sudditanza nei confronti del colore rosa da parte di tutte – o quasi – le donne? Un amore incontrastato e indissolubile dato da un fiocco di nascita e un paio di vestitini?

La spiegazione invece appare essere assai più interessante, addirittura di tipo evolutivo. 

Alcuni studiosi inglesi sostengono che l’attitudine al colore rosa sia una predilezione naturale, risalente all’epoca in cui le donne si occupavano di raccolti. Donne che, nei secoli, hanno sviluppato una sempre più forte sensibilità nei confronti dei colori tendenti al rosso, ovvero quelli dei frutti maturi. Tuttavia l’associazione tra il rosa e la donna avviene solo in tempi relativamente recenti.

Scorgendo alcuni testi sulla storia della moda e del costume emerge che fino al 1800 il colore rosa era assolutamente adeguato per un uomo, tanto da essere presente sui suoi abiti, decorati da vistosi ricami floreali. I bambini, invece, vestivano di bianco, indistintamente dal sesso. 

È solo nei primi del ‘900 che scoviamo i primi riferimenti all’attribuzione dei colori al sesso.

Nel romanzo “Piccole Donne”, Louisa May Alcott fa riferimento a dei nastrini rosa e azzurro per distinguere due bambini di sesso opposto, giustificando tale scelta come un’influenza dettata della moda francese di quegli anni.

Qualche decennio dopo, invece, in una scena molto celebre del romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby” si presenta a un pranzo indossando un abito gessato rosa, confermando il fatto che questo colore era molto apprezzato dai giovani dandy americani dell’epoca e, soprattutto, che non era ancora un colore identitario.

Intorno agli anni ‘40 le cose iniziano a cambiare: gli uomini indossano colori sempre più scuri, per via dell’ambito lavorativo frequentato – principalmente legato al mondo degli affari – e le donne, invece, iniziano a indossare toni chiari e delicati, legati all’immaginario della “casalinga perfetta”. 

Inoltre, le teorie sulla sessualità di Freud hanno un impatto non indifferente sulla distinzione di genere e fu proprio in quegli anni che iniziò a concretizzarsi maggiormente la questione, iniziando a differenziare così i colori dell’abbigliamento e degli accessori dei bambini.

È negli anni ’50 che avviene, quasi inspiegabilmente, una precisa assegnazione dei colori: il rosa viene identificato come il colore femminile per eccellenza. Non solo nell’abbigliamento, ma anche nei beni di consumo e addirittura nelle automobili; impossibile dimenticare la famosa Cadillac rosa che determinò il suo posto sull’olimpo del lusso automobilistico americano dell’epoca. Il prezzo era sopra i 7000 dollari, una cifra esorbitante per quegli anni.

Un colore tanto amato quanto odiato, quello associato alla femminilità. Motivo per cui, tra gli anni sessanta e settanta, venne fortemente additato dai movimenti femministi che, non avevano tanto un problema strettamente legato al colore, quanto al sillogismo: rosa= bambina/fragilità/donna. 

Da questo momento in poi un po’ d’ironia sul tema, nonché l’inizio del riscatto. Nasce in quel periodo il fumetto di Barbapapà; nella rappresentazione vediamo come protagonista una famiglia in cui vi è un uomo-padre, raffigurato interamente in rosa, e una madre, raffigurata in colore nero. Furono gli anni ottanta a imporre, definitivamente, l’idea dei colori che marcatamente segnalavano il genere d’appartenenza. Le strategie di marketing in questo periodo storico diventano sempre più vincenti. Un crescendo di successi in quegli anni, e Barbie – la bambola più famosa del pianeta – consolida in tutto e per tutto la “femminilizzazione” del rosa.

images
Il boom è in corso. Quasi tutte le bambine ne diventano avvezze. La cameretta ha i muri rosa, il primo zaino per la scuola è rosa, così come i fiocchi per i capelli o i costumi di carnevale da principesse e, per non farci mancare nulla, anche il pigiama per andare a dormire. Insomma, la lista è molto lunga.

Nel corso degli anni abbiamo accettato più o meno tutte con il sorriso questa predisposizione. Spesso senza chiederci chi avesse preso questa decisione e perché. Sembrava “sensata”. D’altronde quale altro colore avrebbe potuto esprimere altrettanto bene la delicatezza di una donna? In psicologia il significato del colore rosa è di tranquillità e serenità. Forse anche per questo motivo è sembrato normale, nella società occidentale e di quegli anni, spingere l’associazione tra questo colore e la sfera femminile. La storia che ha reso il rosa il colore per eccellenza delle donne è complessa e non manca di matrici maschiliste, che tutte noi rifiutiamo.

Detto questo però, oggi, le donne lo utilizzano con molta personalità e senza timore. Il rosa è diventato uno dei colori più amati nella moda, nei social e nell’arredo.

Negli ultimi anni le multinazionali hanno fanno incetta di oggetti per “pink addicted” e le cosiddette “quote rosa” nelle aziende sono diventate un modello da perseguire, che funziona e accresce sempre maggiormente.                       

Una fetta di mercato importante quella legata a questo mondo, sempre più in espansione.Il colore può dunque aiutare la percezione positiva e aumentare le ‘conversion’ – in termini digitali.

Il muro rosa di Paul Smith ad esempio, a West Hollywood – Los Angeles, è uno dei più fotografati di sempre. Blogger, influencer e persone comuni provenienti da tutto il mondo vi si recano in centinaia ogni giorno solo per farsi una foto, accrescendo così sempre di più la popolarità del marchio. Nella grande mela invece, negli ultimi anni, c’è stato un boom dei fotografatissimi Cafè rosa. A seguire il trend non poteva mancare nella City. A Londra, infatti, in tempi non lontani, sono nati il famoso Elan Cafè e la floreale pasticceria più amata dalle donne arabe Peggy Porschen.
Da New York alla capitale britannica i luoghi di culto per le affezionate del rosa sono numerosi. È davvero molto difficile prendere posto per un brunch o uno spuntino in questi locali; le code sono davvero lunghissime e le ragazze trascinano fidanzati e famiglia per il piacere di scattare una foto da postare sui loro social. Dunque, rosa a profusione.

Figlio del consumismo americano e bersaglio come peggior nemico delle ‘gender theories’, oggi questo colore diventa alleato.

Non a caso, il rosa è il simbolo del movimento femminista, nonché quello della prevenzione del tumore al seno ( anche se a me non piace molto!) . Ogni anno, nel mese di ottobre, per la “Breast Cancer Campaign”, campagna di sensibilizzazione ideata da Evelyn H. Lauder,  viene illuminato di rosa uno dei monumenti più rappresentativi di oltre 70 nazioni, per suscitare interesse nei confronti di un tema di grande rilevanza sociale.

pc

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ágnes Heller… fiera di essere donna!

 

Agnes-Heller-Foto-Presseteam-Uni-Innsbruck-Wikimedia-CC-BY-SA-4.0

“….sentire e pensare da donna. Proprio per questo aveva accenti critici per quell’emancipazione così mal interpretata, come se si trattasse solo di prendere il potere imitando i maschi. La liberazione, insieme a un diverso rapporto con il potere, è ancora di là da venire. Ma in tale contesto puntava l’indice contro la politica: «Curiosamente la Sinistra non si è fidata delle donne, sebbene le prime donne politicamente influenti siano state quelle attive nei movimenti socialisti».”

Chi era Ágnes Heller

Sopravvissuta ad Auschwitz, perseguitata sotto il comunismo, poi estromessa dall’università e diffamata dal regime sovranista di Viktor Orbán, Agnes Heller è stata per generazioni, nel secolo scorso e in questo secolo, la massima grande dame e il cervello di punta del pensiero critico e della sfida lucida e senza paura a ogni totalitarismo e ad ogni autocrate. Da poco aveva compiuto 90 anni, era sana e lucida, vivacissima e pronta a nuovi eventi pubblici, anche in Italia. È andata a fare una nuotata nel lago Balaton ma non è tornata, gli amici l’hanno attesa invano a riva poi la polizia ha trovato il suo corpo. Forse arresto cardiaco, l’annegamento è probabile. Ci ha lasciati lo scorso 19 Luglio.

Nata a Budapest il 12 maggio 1929, figlia della colta borghesia ebraica, sopravvissuta ad Auschwitz insieme alla madre (il resto della famiglia morì nei lager nazisti) e alle persecuzioni del regime comunista, Heller era stata allieva di Gyorgy Lukács ed esponente di spicco della cosiddetta “scuola di Budapest”

La sua ricerca, ispirata a una lettura del marxismo in chiave antieconomicista e antropologica, è stata prevalentemente rivolta alla ricostruzione di un orizzonte etico. Marxista eterodossa e dissenziente durante il regime comunista, Heller era stata l’alfiere della teoria dei “bisogni radicali” (intesi come il vero terreno di scontro tra soggettività e potere) e della “rivoluzione della vita quotidiana”.

Tra le sue opere principali spiccano ‘Sociologia della vita quotidiana’ (1970), ‘La teoria marxista della rivoluzione e la rivoluzione della vita quotidiana’ (1972), ‘La teoria dei bisogni in Marx’ (1974), ‘Le forme dell’uguaglianza’ (1978), ‘Morale e rivoluzione’ (1979), ‘La filosofia radicale’ (1979).

Assistente di Lukács all’Università di Budapest, Heller ne fu espulsa nel 1959 e i suoi scritti sottoposti al veto di pubblicazione; riammessa nel 1963 all’Accademia delle Scienze ungherese, divenne tra i più noti esponenti della cosiddetta Scuola filosofica di Budapest, nel 1978 accettò un incarico presso l’Università di Melbourne (Australia) per trasferirsi poi all’Università di New York, dove ha ricoperto la cattedra intitolata a Hannah Arendt. É stata vincitrice del Sonning Prize nel 2006.

Nel 2018 è stata pubblicata in Italia la raccolta di saggi ‘Marx. Un filosofo ebreo-tedesco’ (Castelvecchi) e nel 2019 il suo ultimo libro ‘Orbanismo. Il caso dell’Ungheria: dalla democrazia liberale alla tirannia’ (Castelvecchi). Castelvecchi ha pubblicato anche ‘Breve storia della mia filosofia’ (2016) e ‘La memoria autobiografica’ e ‘Solo se sono libera’ (2017)

Le cattive abitudini delle donne…

donna-3

“Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne.

Le donne spesso si vergognano di avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con grandi cappelli e bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo di incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù che non sarà tanto facile vincere”.

Natalia Ginzburg, Discorso sulle donne, 199

Il ricordo delle donne “ribelli” di ieri. Una riflessione, oggi!

La violenza contro la donna, in tutte le sue forme, è sempre un’espressione conclamata di disprezzo verso il genere femminile e non può mai essere banalizzato.

MATTE-k1c-U43410192021408Z8G-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443
Una foto di gruppo scattata negli anni Trenta che proviene dal dipartimento di salute mentale della Asl di Teramo

Gli ospedali psichiatrici esistevano in Italia già dal XV secolo, privi di normative, spesso fatiscenti, luoghi di sperimentazione, dove il malato era sottoposto a torture piuttosto che a cure e terapie, condannato a un vero e proprio regime di detenzione. La prima legge a regolamentarli è quella del 1904, proposta due anni prima da Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio dei ministri del Regno D’Italia. Era una legge che comunque non teneva conto del malato come persona con i propri diritti e bisogni, sanciva il principio secondo il quale a essere internati potevano essere anche persone che non avevano un disturbo psichico, ma che erano ritenute pericolose e improduttive, o semplicemente di “pubblico scandalo”.

Con l’avvento del fascismo le cose peggiorarono. Il Codice Rocco entrò in vigore nel 1931 e stabilì che gli internati fossero iscritti al casellario giudiziario. Ciò che agevolava ulteriormente l’internamento di molte persone non malate era il fatto che a segnalarle alle strutture poteva essere chiunque, mentre la testimonianza del soggetto segnalato non veniva considerata.

Fra la popolazione, a pagare il prezzo più alto furono le donne: madri, mogli, figlie, vedove, artiste rinchiuse nei manicomi perché non corrispondevano al modello di donna promosso dallo Stato. La donna, infatti, doveva assolvere il solo ruolo a lei destinato, quello di accuditrice della famiglia e soprattutto genitrice di nuova prole per favorire lo sviluppo della patria. Erano considerate “donne deviate” quante rifiutavano con determinazione di sposarsi o di avere una gravidanza e chi voleva proseguire gli studi anziché dedicarsi alla vita domestica.

Spesso erano gli stessi famigliari a condurle negli istituti psichiatrici, giudicando figlie o sorelle insane per quell’atteggiamento trasgressivo, l’abitudine a uscire da casa troppo spesso, a dedicarsi a hobby e amicizie trascurando i propri doveri di donne, mogli o madri. Bastava dimostrarsi apertamente insofferenti a queste regole, cercare una vita differente a quella impostata dalla società dell’epoca, essere tenaci e libere, per essere considerate sovversive, pericolose, di scandalo pubblico.

Le bambine di qualunque età, specie se orfane, a volte passavano direttamente dall’orfanotrofio all’istituto di igiene mentale. Lo Stato imponeva che fossero le province di pertinenza a sostenere le spese di mantenimento di quanti erano rinchiusi nei manicomi; anche per questo molte famiglie povere o incapaci di prendersi cura dei figli iperattivi o con lievi disabilità decidevano di internarli. Le spese di trasferimento dai più remoti paesini fino alle strutture psichiatriche erano interamente a carico dei comuni di provenienza. Era nell’interesse della nazione confinare nel buio e nel silenzio dei manicomi i più deboli  o per “deficienza etica e amoralità come nel caso delle prostitute

Si entrava in istituto per un periodo di osservazione e si poteva non uscirne più. I criteri di giudizio dei medici si basavano sul modello di normalità che lo Stato aveva stabilito, menzionando spesso nelle cartelle cliniche delle pazienti il fattore endogeno congenito o acquisito che ne rappresentava la condizione favorevole allo sviluppo delle malattie mentali. Tutti i comportamenti ritenuti “trasgressivi” erano sintomo di alienazione mentale.

mostra-donne-in-manicomio

(altro…)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: