“Breve storia delle donne” di Jacky Fleming… i falsi pregiudizi contro le donne!

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Le donne, che guaio?: ciò che pensano gli uomini

«La “Breve storia delle donne è un libro ferocemente divertente, meravigliosamente costruito e altamente istruttivo per chiunque, uomo o donna che sia. Si tratta di un volume breve ma intenso e potente nella sua cruda realtà, così come recita il sottotitolo: Tutto ciò che abbiamo imparato sulle donne: e cioè ben poco.

Questa “Breve storia delle donne” (Corbaccio, 2016) elenca tutto quel che è scritto sulle donne nei libri scolastici, ovvero quasi nulla. E ci ricorda alcune ridicole teorie espresse da pensatori geniali, come per esempio Charles Darwin, tanto celebrato per la sua mente aperta, obiettiva e scientifica. Lo scienziato viene più volte citato come “genio” quasi a sottolineare: se lo ha detto lui che era un genio, immaginate che cosa potessero pensare i comuni mortali – maschi! Pare che Darwin fosse convinto che le donne non avrebbero mai raggiunto risultati notevoli nel campo del pensiero a causa del loro cervello di dimensioni ridotte. Preparatevi a ridere e a indignarvi e a rileggere la storia con occhi nuovi.

L’ironia sferzante dell’autrice a volte sfiora il grottesco e ci rende consapevoli di quanti soprusi e quante ingiustizie le nostre antenate debbano aver subito nel corso dei secoli. Feroce la critica al pensiero così in auge in epoca vittoriana (i disegni, infatti, richiamano soprattutto quello specifico periodo della storia) che la donna dovesse solo ed esclusivamente svolgere la sua funzione sociale: procreare. La sfera domestica era una gabbia per alcune nemmeno tanto dorata:

«Le donne che si avventuravano fuori dalla sfera domestica erano note come Donne Perdute.[…] Erano molti i modi per perdersi, fra cui: prendere posizione, avere un’opinione ed esprimerla, non restare vergine dopo aver partorito… solo le donne potevano perdersi».

Divertente e graffiante, le pagine del libro si riempiono di vignette e una scrittura “a mano semplice e diretta.

 

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Bisognose  di un padre-fratello-marito-figlio per avere un scopo nella vita. Troppo deboli per lo sport, non sufficientemente creative per le arti.

 

Breve storia delle donne

 

 

 

 

 

 

 

Dopo diverse esposizioni, sei libri e una lunga collaborazione con i quotidiani, con questo lavoro l’illustratrice inglese Jacky Fleming ha voluto lasciare  un oggetto che serva da monito contro ogni falsa credenza eretta a screditare l’identità femminile.

Breve storia delle donne

Un libro da non perdere !

Simone Weil e il senso della realtà

CARTESENSIBILI

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C’è qualcos’altro che ha il potere di svegliarci alla verità. È il lavoro degli scrittori di genio. Essi ci danno, sotto forma di finzione, qualcosa di equivalente all’attuale densità del reale, quella densità che la vita ci offre ogni giorno ma che siamo incapaci di afferrare perché ci stiamo divertendo con delle bugie.

Simone Weil

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Franca Viola e il suo rifiuto di dire “No”

961franca_viola_24Il 26 dicembre 1965, alle 9.00 del mattino, Franca Viola, una ragazza di 17 anni, viene rapita da Filippo Melodia e dai suoi amici. Il Melodia, pretendente respinto, è nipote di un boss mafioso, è un prepotente che non ammette rifiuti. Il rapimento fa seguito a una serie di avvertimenti mafiosi nei confronti del padre di Franca: bruciata la casetta di campagna, distrutto il vigneto e portato un gregge di pecore a pascolare nel campo di pomodori. Bernardo Viola viene persino minacciato con una pistola, ma non cede e non vuole concedere la figlia a un individuo violento e pericoloso. Il Melodia si presenta alla casa della ragazza con i suoi compari, picchia violentemente la madre che cerca di resistere e si porta via Franca e il fratellino, che le si è aggrappato alle gambe nel tentativo di proteggerla. Il fratellino viene rispedito a casa e Franca viene tenuta segregata prima in un casolare di compagna, poi in casa della sorella del Melodia.

“Rimasi digiuna per giorni e giorni. Lui mi dileggiava e provocava. Dopo una settimana abusò di me. Ero a letto, in stato di semi-incoscienza”, racconterà Franca. Il 6 gennaio 1966 la polizia, coinvolta dal padre, rintraccia il rifugio e riesce a liberare la giovane. Il Melodia viene arrestato con i suoi complici, ma conta evidentemente sul matrimonio “riparatore” che, come prevede la legge italiana di allora, scagiona il rapitore che sposa la propria vittima. Franca però rifiuta di sposarsi dando quindi avvio al processo, che si svolge nel dicembre del 1966.

Il padre Bernardo decide di costituirsi parte civile malgrado le pressioni esercitate per dissuaderlo. L’attenzione di tutta la stampa locale e nazionale è altissima, sia perché è la prima volta che una donna sceglie di sfidare le arcaiche regole di un “onore” presunto e patriarcale, sia perché in questa vicenda si vede l’occasione di intaccare, almeno in parte, il potere della mafia.

Il prezzo da pagare è altissimo: minacce, ricatti, l’opinione pubblica ostile, insomma una clausura stretta, con polizia fuori da casa giorno e notte e nessuna possibilità di lavoro per il padre. Ma la chiarezza della posizione di Franca risuona come un rimprovero a una società ancora chiusa dal pregiudizio: “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. Franca, già duramente provata dalla violenza del rapimento e dalla vita di clausura che sta conducendo, è pure costretta a cambiare legale, avendo incontrato nello studio del proprio patrocinante il parente di uno dei rapitori.

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25 Novembre: una riflessione da fare non solo oggi, ma tutto l’anno!

 

Unknown

Nella giornata contro la violenza sulle donne, voglio fare una breve riflessione su una sua particolare forma, atroce e, purtroppo, troppo frequente: il femminicidio.

Ho sentito alcuni uomini infastidirsi per questo termine e sminuirne la portata. Sostenendo che, allora, si sarebbe dovuto utilizzare il termine “maschicidio” per tutti i delitti che comportassero la morte di un uomo. Chi dice questo, o non sa cosa si intenda con femminicidio oppure cerca – consciamente o inconsciamente – di ridurne la portata tragica. Non ci si riferisce, infatti, ad una generica distinzione di sesso degli assassinati; il femminicidio è una particolare forma di delitto in cui la donna viene uccisa “in quanto donna” e vista, come conseguenza di ciò, quale “oggetto di possesso privato” da parte dell’uomo che infierisce su di lei.

Se una donna è assassinata durante una rapina, nessuno usa, giustamente, quel termine. Lo si utilizza, invece, quando viene uccisa, ad esempio, perché si è permessa di lasciare un uomo che non riesce ad elaborare in modo normale ed equilibrato la separazione, in quanto ritiene che ella sia, in qualche modo, non un soggetto dotato di libertà di scelta, ma oggetto di suo esclusivo possesso, che non può esercitare il proprio libero arbitrio rispetto alla relazione.
Il “tu sei mia”, che nelle effusioni dolci fra amanti può assumere un significato tenero, perde completamente il suo assunto simbolico per trasformarsi nella sua versione più concreta e becera, proprietà privata di un oggetto che non può avere la sua libertà di scelta.

“Le donne possono essere aggredite, offese, maltrattate, uccise proprio perché sfuggono ad ogni tentativo di possesso, perché coincidono con la libertà. L’uomo può rispondere a questa coincidenza con l’arroganza razzista e insopportabile della sopraffazione provando in tutti i modi a cancellarla”. (Massimo Recalcati)

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In ogni caso, la violenza è sempre la scelta di chi, al posto del dialogo, della riflessione, dell’elaborazione anche penosa di un distacco e di una sofferenza, prende la via dell’azione, come evidente conseguenza di un’incapacità di elaborazione mentale del dolore e di accettazione della ferita narcisistica connaturata al vivere umano, nel quale, prima o poi, ci arriva incontro la realtà a mostrare come i nostri desideri non coincidano sempre con gli eventi.

Ma se la persona non è stata abituata fin da piccola a elaborare la frustrazione,  ad utilizzare i momenti di crisi come occasione di crescita, a comprendere che non possediamo in realtà diritti intoccabili su nulla e men che meno sulla vita degli altri, allora il dolore si trasformerà in qualcosa di indicibile ed inconcepibile (nel senso proprio di “non mentalizzabile”) e vi sarà un corto circuito fra emozione e reazione, senza la possibilità di interporre il tempo dell’introspezione.

Per questo la giornata della violenza sulle donne dovrebbe trasformarsi anche in un’occasione di ripensamento di una cultura che perde sempre di più il valore del ragionamento come chiave per il superamento della ferita narcisistica, incitando anzi al consumismo frenetico e acritico di oggetti come di persone e all’inseguimento della chimera di potere avere tutto ciò che si vuole, senza ricevere mai un NO.

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Quei NO che aiutano a crescere, eccome, che sono prodromici al tempo della riflessione, dell’elaborazione di una frustrazione e della crescita.

I NO ci mettono davanti a nuove sfide, ci obbligano a guardare la realtà sotto punti di vista differenti e a riconoscere l’Altro come portatore di un pensiero diverso dal nostro, momento di nascita del confronto, del dialogo e dello sviluppo umano.

Quei NO che potrebbero aiutare alcuni uomini a sostituire il codice della parola a quello dell’azione e alcune donne a rifiutare di giustificare troppo a lungo la violenza dei propri compagni.

E allora cominciamo dai nostri NO. Forse a furia di dirli e di ripeterli, diventeranno finalmente più leggeri.

Paola

Goliarda Sapienza… come essere profondamente se stesse!

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«Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza», dicevano di lei, scherzando, alcuni amici per intendere un tratto della personalità che caratterizzava sia la donna che l’artista: mettersi sempre in gioco e sempre con estrema passionalità.

Era un tipo di donna che incuteva negli altri desiderio di autenticità. Una donna profondamente libera, un simbolo del costante lavoro femminile alla ricerca di un proprio spazio esistenziale.
Leggere opere come L’arte della gioia , Lettera aperta , Il filo di mezzogiorno, L’università di Rebibbia  e alcune poesie ed opere teatrali rimaste ancora inedite può risultare irritante. Tale è l’insistente e spietato svelamento delle contraddizioni e imperfezioni della «bugia-realtà», in un andirivieni stilistico volutamente incompiuto che punta dritto all’animo di chi legge.

 

Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.

 
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. I suoi genitori – la nota sindacalista lombarda Maria Giudice (1880-1953) e Giuseppe Sapienza (1880-1949), un avvocato socialista – si conoscono quando sono entrambi vedovi e quarantenni, con tre figli l’uno e sette l’altra. La loro intesa è sia sentimentale che politica: dirigono il giornale “Unione” e partecipano attivamente alle lotte per l’espropriazione delle terre in Sicilia, nel biennio 1920-22, durante il quale il figlio maggiore di Giuseppe, Goliardo Sapienza, viene trovato morto affogato in mare, presumibilmente ucciso dalla mafia, che difendeva gli interessi dei proprietari terrieri.

 
Il nome ricevuto dal fratello morto tre anni prima della sua nascita è solo uno dei “pesi” dell’infanzia di Goliarda, segnata dalla morte di altri tre fratellastri, poco più che adolescenti; dalla sempre maggiore sofferenza e instabilità mentale della madre antifascista e idealista; dalla vitalità e passionalità del padre che non vuole rinunciare a nessun piacere della vita: ha molte donne, si dedica con fervore al suo lavoro di “avvocato del popolo”, ed è molto amato da tutti, in un’epoca difficile come quella fascista.

 
Le doti artistiche di attrice, ballerina, cantante e affabulatrice della parola emergono fin da quando Goliarda è bambina e adolescente, in cui ai “successi” di enfant prodige si alterna una salute precaria e l’insorgenza di malattie lunghe e gravi, come la difterite e la TBC.

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Nel 1943 si trasferisce con la madre a Roma, dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica, allora diretta da Silvio D’amico. Fare l’attrice le piace perché attraverso la recitazione può esprimere la pienezza e contraddizione del suo animo, ma non le piace il mondo falso in cui spesso vivono attori e attrici di successo. Alla fine del corso non si diploma, e, contestando gli insegnamenti retrogradi dell’Accademia, forma una compagnia di avanguardia insieme ad altri ex studenti contestatari, attratti, come lei, dal metodo Stanislavskj.

 
Nel 1947 incontra il regista Citto Maselli: ha inizio una relazione fortissima, simbiotica, ma aperta a nuovi incontri, durata oltre 18 anni, e che, anche dopo la sofferta separazione, si trasfomerà in una sincera amicizia. Entrambi vivono tutto molto febbrilmente, ma Goliarda non resta in superficie e sa cogliere, in ogni situazione e persona, il risvolto poetico che poi trasporterà in letteratura.
Prima di diventare scrittrice la vita di Goliarda è intensa. Frequenta ambienti esclusivi e lavora, oltre che con Maselli, con registi come Luigi Comencini, Alessandro Blasetti, Cesare Zavattini e Luchino Visconti: prendendo parte attivamente alla corrente del neorealismo italiano, luogo per eccellenza di partecipazione civile, politica e morale di quel tempo.

 

Vivendo direttamente, ma in maniera critica, il mondo artistico, impara a riconoscerne le contraddizioni e a costruirsi una personalità propria, che la scrittura letteraria fa emergere in tutta la sua potenza. Goliarda per tutta la vita rifiuta di abbracciare ufficialmente chiese o fedi politiche, pur essendo per nascita, e per vocazione, socialista. È femminista senza esserlo (‘questi preti in gonnella’ dice delle femministe americane), ama le donne ma non si dichiara lesbica, ama gli uomini, ma non fa carte false per averli.

 

Ma il suo animo, tramato da tante tessiture emotive, predisposto a grandi entusiasmi e grandi disfatte, la porta a tentare il suicidio: dapprima nel 1962 (in seguito al quale subisce una serie di elettroshock) e poi nel 1964. Dal coma che ne consegue Goliarda traghetta in tuttaltro luogo esistenziale rispetto all’ambiente di intellettuali, artisti e “cinematografari” che per tanti anni aveva esercitato su di lei un grande fascino: un luogo più luminoso, ricco e sano, in cui l’elaborazione del lutto si trasforma in rinascita e apertura alla ricchezza umana, e in capolavori come L’arte della gioia.
Goliarda Sapienza muore il 30 agosto del 1996, scrittrice senza fama, ex attrice del neorealismo italiano. L’immagine che ne dà chi l’ha incontrata negli ultimi anni della sua vita è quella di una donna cortese, indaffarata, buffa, anche, discreta, sempre presa dalla scrittura, col suo ‘studio ambulante’ che portava con sé in una borsa di lana” .

Sulla sua lapide, a Gaeta, una sua poesia:

Non sapevo che il buio
non è nero
che il giorno
non è bianco
che la luce
acceca
e il fermarsi è correre
ancora
di più.

Oggi Goliarda  è riconosciuta tra le maggiori autrici letterarie italiane del Novecento.

 

 

 

Etty Hillesum… maestra di vita!

 

 

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La vita e la morte di Etty Hillesum sono l’emblema del percorso di una donna che al di là  di tutti i fili spinati, interiori ed esteriori, ha saputo “pensare con il cuore”. I suoi diari, che coprono un arco di tempo piuttosto limitato (dal marzo 1941 all’ottobre 1942) testimoniano una maturità  e una saggezza fuori del comune: l’autrice si rivolge a noi con parole di verità , indicando un cammino coraggioso volto a superare le difficoltà  più aspre dell’esistenza. La giovane ebrea olandese, grazie a un’intensa forza morale ispirata ai valori della solidarietà  e della reciproca comprensione, ingaggia una sfida mortale senza ricorrere a ricette miracolistiche o palliative, in nome di un indistruttibile e gioioso amore per la vita. Racconta di sé e delle vicende del suo tempo da mirabile cronista di un’anima in costante evoluzione, eroica terapeuta del dolore capace di generare attorno a sé fiducia e fede in un riscatto definitivo dal male. ll mondo bellissimo e tremendo che ha descritto, popolato di mostri sanguinari e di verdeggianti campi di grano, di amore per gli altri e di lucida disamina dei suoi contraddittori stati d’animo, ci accompagna per mano alla scoperta di noi stessi. La sua lingua parla, oggi e domani, in tutti gli idiomi conosciuti, senza confini di razza, di cultura, di condizione. (Paola)


Esther Hillesum (questo il suo vero nome) nacque il 15 gennaio 1914 a Middelburg, in Olanda, da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Viveva ad Amsterdam. Il padre, Levie (Louis) Hillesum – un uomo basso, silenzioso, schivo ma ricco di umorismo -, era un insegnante di Lingue classiche, mentre la madre, Riva (Rebecca) Bernstein, era nata a Potsjeb, in Russia. Viene descritta come una donna impegnata, caotica, estroversa e dal carattere dominante. Oltre a Etty, Riva ebbe altri due figli, Yaap e Micha. In casa si respirava un’atmosfera laica e ricca di stimoli. L’ebraismo era presente di sottofondo come sentimento di appartenenza, di fatto gli Hillesum erano fortemente integrati. Il padre lavorava anche di sabato, ma alcuni studiosi ricordano che ebbe una rigida educazione religiosa indirizzata verso il rabbinato; e che la moglie nacque in quell’Europa orientale dove la modernità stentava ancora a farsi largo. L’educazione dei figli era comunque improntata sulla cultura, lo studio e le buone letture, dove l’ebraicità si manifestava probabilmente in quella che può essere definita una “comune appartenenza etica”, una sorta di “inconscio comune collettivo”. Un tema, quello della religiosità di Etty, ancora oggi oggetto di dibattiti più o meno accesi tra teologi e rabbini.

Etty frequentò il Ginnasio di Deventer, dove il padre lavorava come vicepreside. A scuola seguì anche corsi di ebraico e per un certo periodo frequentò le riunioni di un gruppo di giovani sionisti. In seguito, si laureò in Giurisprudenza. Il fratello maggiore, Yaap, studiò Medicina. Intelligentissimo e affascinante, era psichicamente labile, tanto che fu ricoverato diverse volte in istituti psichiatrici. Lo stesso Micha, dotato di uno straordinario talento musicale, fu sottoposto a trattamenti per schizofrenici che segnarono per sempre la sua vita.

«Un tempo la mia pittoresca famiglia mi costava, ogni notte, almeno un litro di lacrime disperate – annotava Etty sul suo diario -. Ancor oggi non so spiegarmi quelle lacrime; arrivano da chissà dove, da un oscuro soggetto collettivo. Adesso non sono più così prodiga con questo prezioso liquido, ma comunque sia non è facile vivere qui».

Con la madre Etty ebbe un rapporto conflittuale, anche se pare che la situazione fosse migliorata durante la permanenza nel campo di Westerbork. «Molto è cambiato nella mia relazione interiore con i miei genitori, molti legami stretti si sono rotti, e con questo si sono liberate molte energie per amarli davvero». Anche il cibo era un problema, a tratti una vera e propria ossessione che le procurava occasionali malesseri psicosomatici: «Ho rinunciato al bicchiere di cioccolata che mi concedevo sempre […]. Dobbiamo imparare ad affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare il nostro corpo a chiederci solo l’indispensabile, soprattutto per quanto riguarda il cibo, perché stiamo andando verso tempi difficili: anzi, ci siamo già».

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Sensibile, luminosa, vitalissima, curiosa, empatica, introspettiva, affamata di conoscenza e di amore verso l’Altro, verso ciò che è esterno da sé, Etty aveva una personalità sfaccettata con una straordinaria (e complessa) vita interiore («Devo disciplinare tutto questo caos»). Studiò lingue slave, letteratura russa, diede lezioni private, si appassionò alla chirologia e non ultima la scrittura: voleva diventare scrittrice, a tutti i costi. Scrivere per lei era terapia, forma e gesto creativo cui si applicò con dedizione e zelo. Ma fu l’incontro con Julius Spier, fondatore della psicochirologia (aveva fatto a Zurigo il training analitico con Carl Gustav Jung), a contribuire al suo sviluppo spirituale e umano. Spier la guidò nella conoscenza e Etty si lasciò guidare. Si immerse nell’amatissimo Rilke, lesse Dostoevskij, Jung, ma anche Sant’Agostino e il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Etty aveva già una relazione con il contabile Han Wegerif, un vedovo che l’aveva impiegata nella gestione domestica: «Han ha una vita semplice e buona, e le prospettive materiali e incerte del futuro lo preoccupano più di quelle interiori – scriveva – . Ma poi mi appare tanto fragile e delicato, e io mi preoccupo, provo un senso di profonda compassione protettiva nei suoi confronti […] L’ho assorbito nella mia vita, lui ne è diventato la parte essenziale che non può più essere cancellata, senza far vacillare l’intero edificio». La liaison con Han non le impedì tuttavia di intrecciare una relazione profonda – e inizialmente ambigua – con Spier, anche lui ebreo e molto più anziano di lei, indicato nel diario quasi sempre come “S.”. Etty si recò da lui quale «oggetto di analisi» e rimase così colpita dalla sua personalità da decidere di entrare in terapia con lui. Il passaggio da paziente ad assistente ad amica intima e complice fu breve. I due – pur essendo profondamente legati – mantennero un certo distacco essendo entrambi impegnati e soprattutto determinati a non volere far soffrire i propri partner. Etty annotò nel diario il testo di una lettera: «Sa, quando ieri – come una scema – non riuscivo a far altro che guardarla, si è poi prodotto in me un tale sconquasso di pensieri e sentimenti contrastanti, che mi sentivo annichilita e mi sarei messa a urlare, se non avessi mantenuto il minimo controllo. Erano forti sentimenti erotici verso di lei, che io credevo di aver superato dentro di me, e al tempo stesso una forte avversione nei suoi confronti, e d’un tratto ci fu anche uno sconfinato senso di solitudine, la percezione che la vita è così terribilmente difficile».

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Intanto il tempo scorreva e per gli ebrei olandesi la realtà cambiava ogni giorno. In peggio. I tedeschi cominciarono i rastrellamenti. Gli arresti, il terrore, i campi di concentramento, i sequestri di padri, sorelle e fratelli si intensificarono. Nei suoi quaderni Etty si interrogava sul senso della vita, si domandava se avesse ancora un senso. Ma per questo bisognava vedersela esclusivamente con se stessi. E con Dio. Già, con Dio, un Dio universale, presenza costante in ogni momento della vita di questa giovane donna ebrea e poco osservante, ma profondamente attratta dal Divino che c’è in ognuno di noi. Forse ogni vita ha il proprio senso, rifletteva, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo. «È un inizio, ma quell’inizio c’è, lo so per certo. Significa raccogliere tutte le possibili forze e vivere la propria vita con Dio e in Dio e avere Dio in se stessi».

Grazie ad alcuni conoscenti, Etty riuscì a trovare un lavoro di impiegata presso il Consiglio Ebraico. Questo le evitò l’internamento a Westerbork, ma a lei non importava nulla. Quanto più il cerchio si stringeva, tanto più si rafforzava la sua anima. Non pensò mai a salvarsi. Rifiutò sempre le offerte di alloggi per nascondersi. Voleva stare con il suo popolo, con la sua gente, condividere un destino comune, in mezzo a coloro che si rifiutavano di pensare per paura di impazzire o per le privazioni subite.

Voleva assistere gli internati nelle ore in cui dovevano prepararsi al trasporto. Era convinta che «un cuore pensante» dovesse sopravvivere al disastro, a qualunque costo.

La sua era una resistenza esistenziale. «Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”».

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La nostra vera madre: Virginia Woolf!

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Perché se la donna comincia a dire la verità, la figura nello specchio rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita.

Per tutti questi secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo. Qualunque sia il loro uso nelle società civilizzate, gli specchi sono essenziali a ogni azione violenta ed eroica. Perciò Napoleone e Mussolini insistono tanto enfaticamente sull’inferiorità delle donne, perché se esse non fossero inferiori cesserebbero di ingrandire loro.

Questo serve in parte a spiegare la necessità che gli uomini spesso sentono delle donne. E servono a spiegare come li fa sentire inquieti la critica femminile; come a lei sia impossibile dir loro che il libro è brutto, il quadro difettoso, o cose del genere, senza provocare assai più dolore e suscitare assai più rabbia di quanta potrebbe suscitarne un uomo con la stessa critica. Perché se la donna comincia a dire la verità, la figura nello specchio rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita”.

Virginia Woolf