Christine de Pizan, antesignana del femminismo!

La prima femminista della storia è vissuta nel Quattrocento e si chiamava Christine de Pizan. In un’epoca in cui la donna rappresentava il simbolo del vizio e della corruzione morale, Christine de Pizan  si schierò con forza contro la misoginia e la violenza di genere immaginando una città utopica abitata esclusivamente da donne.

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“Christine de Pizan”, miniatura tratta dal manoscritto “Libro della Città delle Dame”,  1401-1500, Bibliothèque nationale de France, Parigi.

“Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatto nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere”: l’ironia pungente di questa frase non proviene da un saggio femminista degli anni Settanta. È tratta, invece, da un testo risalente ai primi anni del Quattrocento: a scriverla è Christine de Pizan, la prima donna scrittrice d’Europa e la prima, fra tutte, che con le sue opere ha denunciato la disparità e le violenze di genere.

Molto prima di Madame de Staël riuscì ad affermarsi nell’ambiente intellettuale dell’epoca con una scrittura e una capacità critica fuori dal comune. E secoli prima di Mary Wollestonecraft o di Simone de Beauvoir, le sue opere portarono per la prima volta alla luce le contraddizioni di una società patriarcale e profondamente misogina: Christine de Pizan fu poetessa, filosofa, editrice di se stessa e la prima scrittrice di professione di Francia, pur essendo, di fatto, nata in Italia.
Questa straordinaria donna oggi pressoché sconosciuta era giunta alla corte di Carlo V al seguito del padre, famoso e rinomato medico e astronomo. In pochissimo tempo riesce a guadagnarsi la stima dello stesso sovrano, tanto da arrivare a dirigere uno scriptorium e ad essere sempre presente in tutte le discussioni e le questioni di corte. E fu proprio qui che la sua curiosità, mista ad una vena critica di certo eccezionale, fece nascere in lei i germogli della sua riflessione filosofica “femminista”.

La donna è per natura un essere vizioso: è questa l’idea che gran parte della letteratura dell’epoca, dai romanzi fino ai saggi filosofici, difendevano. Malinconia e intemperanza erano le caratteristiche più spiccate dell’essere femminile che, per natura inferiore, per sopravvivere aveva come unica arma quella della seduzione; diffidare da loro, conquistarle, renderle affabili e mansuete e difenderle dai pericoli era l’invito che la maggior parte degli uomini di cultura facevano ai lettori.

A Christine tutto ciò non era mai piaciuto: è così, da un’aspra critica alla società cavalleresca che aveva sempre contrapposto la “dama in pericolo” al “cavaliere valoroso”, che nasce la sua opera più famosa. Da questo, e dalle sue tristi vicende biografiche.

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 “Christine de Pizan presenta il suo libro alla regina Isabella di Bavaria”, miniatura tratta dal “Libro della Regina”,  c1410-1414 circa, British Library, Londra.

Christine era rimasta vedova all’età di soli venticinque anni. Poco dopo la morte di suo marito anche il padre era venuto a mancare, lasciandola con tre figli e l’anziana madre: restare sole nella società dell’epoca voleva dire non essere più ritenute in grado di provvedere a se stesse, in quanto la vita autonoma e indipendente era considerata prerogativa esclusiva del maschio.

Il rifiuto a risposarsi o ad entrare in convento, poi, aveva attirato negli anni numerosi sospetti sulla sua natura “lussuriosa”: ma Christine non si piegò mai, e divenne con il duro lavoro la prima donna a riuscire a guadagnare autonomamente con la propria attività intellettuale e letteraria.

Christine fu anche la prima a scrivere dal punto di vista delle donne. E lo fece in un modo del tutto nuovo, componendo un’opera che non soltanto ha avuto la forza, agli albori del XV secolo, di denunciare la misoginia e le discriminazioni nei confronti della donna, ma lo ha fatto tramite un genere molto particolare. Decenni prima che Tommaso Moro o Campanella scrivessero delle loro città ideali, Christine de Pizan scriverà una vera e propria utopia tutta al femminile dal titolo “La città delle Dame”.

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“Christine riceve Dama Giustizia”, miniatura tratta dal manoscritto “Libro della Città delle Dame”, seconda metà del XV secolo, Biblioteca di Ginevra.

“Sembrano tutti parlare con la stessa bocca, tutti d’accordo nella medesima conclusione, che il comportamento delle donne è incline ad ogni tipo di vizio”: l’opera si apre con la scrittrice, mentre è nella sua stanza, intenta a scrivere.

Improvvisamente le appaiono tre bellissime dame, personificazioni di Ragione, Rettitudine e Giustizia: in un mondo costruito interamente sui pregiudizi, dicono le donne, è necessario edificare una città fortificata in cui siano le “dame” a regnare. In questa città ideale non esiste alcuna distinzione di ceto: dama, spiega Christine, è qualunque donna di spirito nobile.

Si tratta di un’opera estremamente innovativa sotto moltissimi punti di vista: Christine de Pizan è la prima a parlare di disparità culturale, di diritto all’istruzione, di violenza sessuale e di genere, in un’epoca in cui tutti i più grandi letterati dell’epoca avevano contribuito a costruire l’immagine della donna come corrotta dal vizio, dall’inettitudine e dalla debolezza fisica ed emotiva.

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Miniatura tratta dal “Libro della Regina”, 1410-1414 circa, British Library, Londra.

La scrittrice costruisce un’allegoria potentissima in cui è possibile realizzare il sogno di autonomia e libertà che lei stessa aveva difeso durante tutta la sua vita: la Bibbia e la mitologia l’aiutano in questo arduo compito, ma è l’esperienza di discriminazione vissuta e l’esempio storico di tante giovani donne che in passato avevano combattuto per la loro affermazione che dà valore alle sue riflessioni.

Aracne, Didone, Lucrezia e Semiramide compaiono quali esempi alti e indiscutibili di forza e coraggio: ognuna con la propria storia di violenza subita e taciuta, ognuna con il compito di impersonare la necessità, una volta per tutte, di cambiare il mondo.

Quello che noi donne contemporanee ci auspichiamo!

 

Ruth Handler, l’imprenditrice ebrea che inventò la Barbie!

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La storia di Barbie inizia nel 1938, quando due giovani sposi, Ruth ed Elliot Handler, vanno a vivere a Los Angeles. Le varie vicende professionali che coinvolgono la coppia portano, nel 1945, alla nascita del nome “Mattel” dove “Matt” sta per Mattson ed “el” per Elliot.

Hardol Mattson, amico di Elliot, lavora con lui nel garage di casa, trasformato in un vero e proprio laboratorio. Qui producono manufatti di legno e in seguito anche mobili per case di bambole. Ruth collabora attraverso le sue idee, avviando la Mattel verso una produzione rivolta sempre più al mondo dei giocattoli.
Vorrebbe anche iniziare a produrre le bambole. Lei aveva già in mente l’immagine “moderna” della bambola ideale: gambe lunghe, vita sottile, busto florido e tratti del volto dettagliati.
Ma, anche di fronte a tanta precisione, nessuna delle sue idee viene presa in considerazione. Nel 1956, in Svizzera, Ruth Handler vede nella vetrina di un negozio di giocattoli una bambola che corrisponde a quella da lei pensata.
La bambola in questione si chiama Lilli e misura 29,5 cm di altezza; realizzata in plastica, raffigura una donna famosa che ricorda Brigitte Bardot. Lilli ha già una sua storia e gode di un vasto successo quando viene scoperta da Ruth.
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 Original Barbie. 1959. Created by Ruth Handler,
Lilli nasce in Germania prima come personaggio di un fumetto ed era disegnata da O.M. Hausser. Rappresentava una ragazza disinvolta e birichina, poi compare sul mercato tedesco il 12 agosto del 1955, indossando un abito specifico tra i molti del suo guardaroba, ma questi abiti non vengono venduti separatamente.
Questo incontro tra Ruth e Lilli avvia definitivamente il progetto e convince la Mattel a realizzarlo. Ne acquistarono tre esemplari e, una volta tornati in America, rielaborarono la bambola per far nascere pian piano Barbie, cioè l’esatto opposto della originaria Lilli, ma comunque molto somigliante.
La Mattel decide di usare il vinile come materiale di produzione e questo la porta a trovare nel Giappone un ottimo alleato, dove risiedevano numerose industrie specializzate nella lavorazione di questo materiale.
Negli anni che vanno dal 1957 al 1964 la produzione di Barbie si espanderà da Hong Kong alla Corea.
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Il nome è suggerito da quello della figlia degli Handler, Barbara.
Il 9 Marzo del 1959, (questa e’ la data ufficiale della nascita di Barbie) realizzarono la prima Barbara Millicent Roberts (nome completo di Barbie).
Barbie debutta ufficialmente in occasione della fiera del giocattolo di New York. La bambola si preannuncia già come un fenomeno commerciale senza precedenti: durante il 1959 vengono vendute più di 350 mila Barbie al prezzo di 3 dollari ciascuna.
Tale trionfo si deve in gran parte alla geniale intuizione di Ruth Handler, cioè commercializzare una bambola con ampio guardaroba fatto di abiti e accessori venduti separatamente.
Nel 1961 compare Ken, il fidanzato di Barbie (Kenneth è il nome del figlio degli Handler). Alla crescita della famiglia si aggiunge, nel 1963, Midge, l’amica di Barbie.
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Il 1964 è l’anno in cui Barbie approda in Italia. Nel 1964 Barbie cambiò completamente la fisionomia del volto e il tipo di trucco, compaiono le ciglia in fibra sintetica applicate sugli occhi dipinti, più grandi, i capelli cominciano ad allungarsi, sciolti sulle spalle e sono trattenuti da un nastrino alla sommità del capo.
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Un nuovo brevetto permette l’articolazione in senso rotatorio del busto, questa nuova bambola viene battezzata twist ‘n turn. Nel 1968 Barbie inizia a parlare: la nuova talking Barbie stupisce i suoi fan con tre frasi diverse.
Ruth ed Elliot Handler hanno così dato inizio alla storia di Barbie, che è arrivata fino ai giorni nostri.

Perché il 2020 non sia solo un altro anno!

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L’anno nuovo é una tra le invenzioni più felici dell’uomo: un espediente geniale per dividere il tempo, per illudersi che il tempo – come l’uomo – abbia un inizio e una fine, Che si basi sulla religione o sull’astronomia, sulle fasi della luna o sul moto della terra intorno al sole, ogni calendario ha un giorno di passaggio, una data in cui un anno finisce il suo corso e un nuovo anno gli subentra.

Non si tratta solo di un termine convenzionale, ma di una ricorrenza dal forte valore simbolico: é il momento dei bilanci e dei buoni propositi, l’occasione per scrollarsi di dosso il passato e spalancare le porte al futuro. Per questo, ogni volta, il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo anno é scandito da riti e celebrazioni, accompagnato da attese frementi ed esplosioni di gioia incredibile, salutato da discorsi pubblici e solenni messaggi augurali.

Ogni anno, dai saloni lussuosi o scintillanti palcoscenici televisivi, politici e governanti, magnati e capitani d’industria parlano di pace e di benessere, di giustizia e di sicurezza, sbandierano nobili intenzioni e lanciano proclami altisonanti, col tono accorato e la faccia seria di chi sta assumendo un impegno. Poi all’atto pratico, la musica cambia… rubando le parole a una vecchia canzone, gli stessi appassionati oratori del 31 dicembre si convincono che, in fondo, “l’anno che sta arrivando tra un anno passerà”.

Alla fine l’anno nuovo diventa un guado da passare indenni, un tunnel da attraversare in fretta, col minimo incomodo e il massimo della soddisfazione… per ritrovarsi un anno dopo, a ripetere le stesse parole, recitare gli stessi “mea culpa”, vagheggiare le solite utopie.

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Se davvero, a mezzanotte del 31 dicembre, si potesse voltare pagina e inaugurare un “nuovo corso”, forse varrebbe la pena cominciare da qui… riscoprendo il senso e il gusto della vita, recuperando nel marasma di una società allo sbando un po’ di affetto, di meraviglia, di sensibilità, e poi dal fondo di una coscienza nuova, curare i malanni dell’umanità, correggere le ingiustizie, portare in dono la dignità e il rispetto a tutta una parte del mondo che ancora li chiede, e per l’altra parte – quella dell’opulenza e dello spreco – fissare le regole di una libertà sfrenata. Di certo non é compito che si possa esaurire in un anno, ma ogni anno é buono per fare il primo passo.

E con questi pensieri vi auguro un 2020 consapevole, affascinante che scenda nei meandri dell’anima, una sfida per tutte/i, senza distinzioni di razza, colore, religioni e condizioni economiche/sociali.

Auguri e a presto!

paola

 

 

Susan Sontag e i suoi temi scomodi!

 

 

 

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Susan Sontag (1933 – 2004) è stata una intellettuale e scrittrice statunitense.
Nata a New York nel 1933, a cinque anni perse il padre e, quando la madre malata di alcolismo si risposò, venne adottata dal patrigno, Nathan Sontag, da cui prese il cognome.
Ebbe un’infanzia costellata da incertezza e sofferenza. Ragazza intellettualmente vispa, si diplomò anzitempo a quindici anni e si laureò in Filosofia alla Berkeley University a diciotto.
 

Appena diciassettenne, si sposò con il suo professore di sociologia, Philip Rieff, da cui, ad appena diciannove anni, ebbe il figlio David Rieff. Rimase legata al marito fino al 1958, quando divorziò da lui tornando a vivere a New York con il piccolo David. Sontag terminò successivamente i suoi studi ad Harvard, specializzandosi in letteratura inglese, e, nel corso degli anni Cinquanta, frequentò anche le università di Oxford e di Parigi.

Nel corso degli anni Cinquanta l’autrice prese coscienza della propria omosessualità e sull’argomento sviluppò diverse riflessioni, ad esempio: “Il mio desiderio di scrivere è connesso alla mia omosessualità. Ho bisogno di quell’identità come di un’arma, da contrapporre all’arma che la società usa contro di me. Ciò non giustifica la mia omosessualità. Ma mi accorderebbe, lo sento, una certa licenza. Solo adesso mi sto rendendo conto di quanto mi sento in colpa d’essere omosessuale. […] Essere omosessuale mi fa sentire più vulnerabile”.

Diverse riflessioni di Susan Sontag sono rimaste sconosciute al pubblico fino a quando il figlio David Rieff, inviato di guerra e scrittore come la madre, non le raccolse in due volumi che fece pubblicare dopo la sua morte. Purtroppo i volumi dei diari di Susan Sontag non sono ancora mai stati tradotti interamente in italiano, anche se alcuni loro estratti sono stati pubblicati su giornali e riviste.

La produzione letteraria e saggistica di Sontag è sterminata, tenendo conto anche delle sue collaborazioni per riviste come il New Yorker e il Partisan Review.

Docente in diverse università statunitensi, scrisse instancabilmente sugli argomenti più vari: dal cinema alla fotografia, dalla letteratura alla condizione femminile (in particolare su questo argomento pubblicò “Odio sentirmi una vittima: intervista su amore, dolore e scrittura” , che rappresenta una pietra miliare nel suo genere), dalla politica, alla guerra, al concetto del dolore e della malattia nella nostra società.

Per quanto riguarda quest’ultimo tema, il pensiero dell’autrice si sviluppò a metà degli anni Settanta dopo che le fu diagnosticato un cancro: in “Malattia come metafora: aids e cancro“, pubblicato per la prima volta nel 1988, dopo essere stata dichiarata guarita, Susan Sontag non desiderava raccontare la sua esperienza, né portare conforto attraverso il proprio racconto autobiografico ad altri malati o ex-malati come lei; nel suo saggio la scrittrice analizza il tema della malattia in funzione dei significati sociali che l’accompagnano.

Secondo Sontag, la malattia dovrebbe essere epurata di ogni pregiudizio e di ogni metafora legata a un immaginario di colpevolezza, impotenza, ineluttabilità, che inutilmente aggiungono dolore al dolore nella vita quotidiana dei malati.

(altro…)

Buon Natale…

 

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“Non importa cosa trovi sotto l’albero, ma chi trovi intorno”.
(Stephen Littleword)

Ed io ho trovato persone bellissime!
Grazie a tutte/i voi

paola

Cinema: “Via col vento” e la sua eroina “femminista”.

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Il 15 dicembre del 1939, 80 anni orsono, debuttava nei cinema americani il colossal rimasto imbattuto negli incassi di tutti i tempi, quel Gone with the wind che nell’edizione italiana non ha perso nulla del suo fascino.
Via col vento è uno di quei filmoni che non si possono perdere, un evento, un capolavoro costruito con maestranze e cast perfetti.  Nessuno dei grandi colossal – si pensi a Ben-Hur, I Dieci comandamenti, e più recenti Avatar o Titanic – è riuscito a eguagliare la portata di coinvolgimento del pubblico che da sempre vanta questo film.
Se molti storcono il naso etichettandolo come un film a carattere romantico, che devia al rosa, trascurano il vero nucleo di questa lunga narrazione: la sua protagonista. Se spostiamo il focus su Scarlett O’Hara, per noi Rossella, il nostro metro di giudizio deve calibrarsi sull’aspetto del femminismo ante litteram di questa indomita ragazza del sud.
Rossella non si rende simpatica proprio a tutti. Ha carisma, un certo potere seduttivo, dialettica, riesce anche a manipolare innocenti giovanotti travolti dal suo fascino.
Ecco, qui c’è da fare una precisazione.
Margaret Mitchell, autrice dell’unico romanzo scritto in vita sua, non delinea i tratti di una protagonista dotata di bellezza, anzi. Il suo incipit, infatti, recita così:

Rossella O’Hara non era una bellezza, ma raramente gli uomini se ne accorgevano quando, come i gemelli Tarleton, subivano il suo fascino. Nel suo volto si fondevano in modo troppo evidente i lineamenti delicati della madre – un’aristocratica della Costa, oriunda francese – con quelli rudi del padre, un florido irlandese. Ma era un viso che, col suo mento aguzzo e le mascelle quadrate, non passava inosservato. 

Quando si tenne il casting del film, furono passate al vaglio più di 1400 attrici che potessero rispondere a questa descrizione, fino a quando la produzione si rivolse alle maggiori interpreti dell’epoca, e rimasero in lizza Paulette Goddard e Vivien Leigh. Sappiamo chi la spuntò.
Chi scrisse la storia di Rossella?
Curiosa la storia di questa autrice, che pare abbia avuto l’idea di scrivere un romanzo ambientato negli anni della Guerra di Secessione mentre era costretta a stare immobilizzata per una brutta caduta.
Margaret Mitchell scrisse questo solo romanzo, che curò per una decina d’anni, un best seller da 180.000 copie vendute solo nel primo mese dalla pubblicazione.
Ecco, i denigratori del filmone sappiano che la vera storia di Rossella è lì dentro, in questo mirabile romanzo di quasi 1000 pagine, per il quale l’autrice vinse il Premio Pulitzer e fu candidata al Nobel per la Letteratura.
Ciò che ci viene raccontato nel film è una riduzione, fatta di tanti tagli e soprattutto di alcune modifiche significative alla trama.
Chi ha letto il romanzo sa.
Margaret e la sua protagonista sono molto affini. L’autrice sceglie di descrivere una realtà che ben conosce, quella del sud degli Stati Uniti, tuttora coacervo di territori in cui imperversa il più convinto imperialismo, un certo acuto maschilismo – sono i maggiori elettori di Trump – e arretratezza.  La Mitchell si fece strada a fatica in quella realtà, fino a diventare una giornalista stimata. 
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Margaret Mitchell (1900 – 1949)
Voleva raccontare le contraddizioni di una realtà troppo ambiziosa e orgogliosa, fomentatrice di  una guerra piena di errori e orrori,  ma attraverso una giovane donna che si ritrova suo malgrado a guadagnarsi la sopravvivenza, che cerca dentro di sé quelle risorse necessarie per reagire.
Rossella non è una “brava ragazza”, anzi. Il suo egoismo e narcisismo la portano a esigere considerazione, non sopporta le persone prive di carattere, non tollera che una  qualunque distolga l’attenzione di Ashley da lei, è disposta a mentire, rubare e uccidere, come lei stessa afferma per sfangarla dinanzi alla tragedia umana che è la guerra.
Eppure, Rossella possiede anche altro. A ben guardare, è intelligente e ha spirito di iniziativa, salva la vita alla sua rivale e al suo bambino, sa commuoversi dinanzi alla sofferenza del migliore dei servi della sua casa, e possiede il senso delle sue radici.
Possiamo ritenerla in certo senso una “femminista ante litteram”, una “donna alfa”, perché no? Rapportando il suo agire all’epoca, potrebbe incarnare questo ideale.
Scendea patti con le convenzioni dell’epoca, ma riesce a governare gli eventi, portando a termine l’obiettivo della salvezza propria e altrui.  Usa il matrimonio a proprio favore, punta a una posizione sociale elevata, riesce a risollevare le sorti della propria famiglia, pur ricevendone il disprezzo delle sorelle.
 
Poi, pero, c’è lo scotto: non riesce a trionfare su tutti i fronti, sul finale è sconfitta perché viene travolta dalle conseguenze di quelle scelte sbagliate, perde l’amore del solo uomo che l’ha capita perfettamente fin dall’inizio – come ha fatto da sempre Mamie.
Rhett, che l’ha compresa e sostenuta, se ne va perché Rossella è di fatto imperdonabile.
Sia dinanzi alle ultime pagine del romanzo che assistendo all’ultima sequenza del film, chi ama questa storia viene colto da quella malinconia tipica. Manca il lieto fine, com’è possibile? 
Come tutte le buone storie, questa non poteva concludersi con un prevedibile “e vissero felici e contenti”: il nucleo della narrazione non è l’amore coronato. Rossella ha lottato strenuamente, seguendo il proprio istinto, commettendo molti errori, lasciandosi dietro le macerie di ogni conseguenza.
È destinata a restare sola, con una prerogativa, quella di ricostruire Tara, la residenza degli O’Hara in cui ancora affondano le proprie radici. È il suo successivo obiettivo e non dubitiamo che Rossella lo porti a termine.
Rossella è un archetipo, il principio di ogni determinazione, l’eroina imperfetta e pertanto umana.  Bisognerebbe leggerne la storia per capirne tutte le angolazioni.
Non resta che lasciarvi alla scena più famosa di un film che ha vinto 10 Oscar e ancora oggi emana un certo fascino. Dopotutto, domani è un altro giorno.
Mi piacerebbe sapere se fra voi c’è qualche estimatore di questa epopea e se qualcuno ha letto il romanzo.  Parola anche ai detrattori, cosa non piace di questa storia? 
Fonte: Luana Petrucci, drammaturga, regia, attrice presso Il teatro di Rumori in Scena

Francesca Morvillo, la prima e unica magistrata uccisa dalla mafia

Non è facile parlare di Francesca Morvillo, da sempre descritta dai media come “la moglie di” Giovanni Falcone, la donna sulla cui esistenza c’è sempre stato un grande riserbo, anche da parte del magistrato antimafia, probabilmente come forma di protezione nei confronti della persona amata. Oggi però voglio farlo, soffermandomi sulla storia di una donna […]

via Francesca Morvillo, la prima e unica magistrata uccisa dalla mafia —