Una danza di pensieri!

Nebila, etiope, si definisce una “cantastorie femminista che usa creatività e arte per parlare di pace, affrontare diseguaglianza e oppressione, archiviare le storie del vivere quotidiano a beneficio delle generazioni a venire”.

Oltre a essere scrittrice, poeta, editrice e fotografa, Nebila è assai nota ed efficace come attivista: solo per fare un esempio, la sua campagna #JusticeForLiz, relativa all’ottenere giustizia per una donna vittima di stupro, raggiunse quasi 2 milioni di firme.

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Ero solita pensare fosse l’oscurità

a darti gli incubi

Solo ora arrivo a capire

come le luci che inondano la tua esistenza

sembrino perseguitarti

Non appena arrivano

tu cerchi i punti che la luce non raggiunge

per poterci strisciare dentro, coperta dal calore e dal rifugio del buio

Nel mentre quasi tutti bramano movimento e suono,

tu sei saziata dal vuoto e dalla pienezza dei silenzi

Da sola, negozi fra le differenti donne che ti compongono

Indisturbata,

filtri l’orchestra di pensieri

in mutevoli ottave

permettendo a ciascuna di esse di cantare la propria canzone

*****

Mia madre dice che ci sono stanze chiuse all’interno di tutte le donne. Che le donne diverse che le abitano sono le sole a poter schiudere quelle porte. Tu devi essere paziente. Devi sederti con ognuna di esse, una alla volta. Parlare le loro lingue. Ascoltare le loro storie. Intrecciare i loro capelli. Percepire il loro tipo di pelle – ruvida, liscia, grezza. Fasciare le loro ferite. Ridere con loro. Capire le loro lacrime. Massaggiare i loro piedi. Conversare con loro. Dar loro riconoscimento. Essere presente per le loro paure. Essere presente per loro. Stare con loro.

Mia madre dice che alcune le evochi tu e altre evocano te. Che una porta con sé la propria rabbia, un’altra il delirio. Che non devi mai ignorare la più silenziosa, quella che non bussa mai. Lei è la più potente. Devi cercarla, persuaderla a uscire dalla stanza con gentilezza.

Mia madre dice che non devi pensare a come soddisfare quella che bussa sino a che le sanguinano le nocche e le mani le dolgono. Lei non è una di cui dovresti preoccuparti perché indossa tutte le proprie emozioni e tu saprai subito se ci sono guai in arrivo.

Una ha buttato giù la porta l’altro giorno – mamma dice che è perché era soffocata dalla propria angoscia – e si è succhiata via tutta l’aria nella stanza, lasciandola annaspare in cerca d’aria che non poteva fabbricare. Lei è quella a cui non sottoponi problemi. Lei li nutrirà sino a farli crescere come erbacce, senza lasciare spazio alcuno alla bellezza. O al respiro.

Ognuna ha il suo posto e il suo scopo. Tutte creano te. Senza di esse, saresti vuota. Un guscio. Loro ti danno colore, carattere, stile. Persino quella furibonda ti dà acume. Lascia che siano.

Mia madre dice che è solo quando ti danno le chiavi, solo allora sarai in grado di aprire tutte le porte e fare pace, di riunirle insieme così che possano cantare i loro sogni e narrare i loro ricordi l’una all’altra. E a te.

Solo allora, quando le loro sofferenze saranno intessute nelle storie che raccontano, i sogni che osano e i segreti che sussurrano saranno liberati e libereranno il tuo respiro.

I segreti fanno parte di noi stesse e come tali saremo noi a decidere quando liberarcene insieme alle nostre sofferenze!

Jessie Burton e il segreto di una coppia tormentata.

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Dopo il successo mondiale del Miniaturista e della Musa , tradotti un quaranta lingue e con oltre un milione di copie vendute, l’autrice inglese Jessie Burton, classe 1982, ci consegna un maestoso volume sull’enigma, la malinconia e la riemersione dei sentimenti al di là del tempo.

La Confessione” é un’opera che brilla grazie a un elettrizzante marchingegno narrativo fondato su un dettaglio che apre tutta la storia: un incontro fortuito, ad Hampstead Heath, nel 1980, a Londra, tra Elise e Constance e la nascita tra loro, di un amore tormentato e atemporale.

La prima é una giovane e affascinante modella disorientata dalla morte della madre, l’altra una scrittrice di successo matura e carismatica, ma immersa tra le ombre egocentriche di un mestiere che lascia sempre meno spazio al sentimento.

Il loro complicato legame resiste e si dipana superando gli anni fino a precipitare, nel 2017, nel cuore della figlia trentenne di Elise, Rose, che, per conoscere il passato nebuloso della madre scomparsa nel nulla, si finge un’altra  e  si addentra, come assistente, nell’esistenza di un’ormai anziana Constance che vive reclusa dopo essersi ritirata dalla vita pubblica al picco della sua fama, e da cui  Rose è determinata a ottenere una confessione

Battendone a macchina  il nuovo manoscritto, Rose ricade in un vortice di persuasione, quasi a rivivere ció che la madre aveva sepolto nella nuova vita che aveva dovuto abbracciare una volta perduto il grande amore.

La Confessione é il romanzo di una narratrice di talento che con una lingua secca e nuda che non lascia spazio a giochi e rivoli barocchi, sa come raccontare spietatamente la potenza inclusiva ed espansiva dell’amore. Di coloro che sicuri ne pagano il prezzo quando l’accettano, e di coloro che decidono di rinunciarvi a costo di ritornare alla propria terribile realtà.

Proprio su questo punto, fondamentale per la vita delle protagoniste, e per l’essere umano in generale, dirà Rose a Constance: “È stato terrificante. Pensavo di impazzire. Ma questa cosa non l’avevo mai provata. Come ci si sente quando l’amore che provi per qualcuno… Ti cola via. Come se ti ritrovassi a poco a poco rinsecchita e non sai se è giusto o sbagliato, se è qualcosa che vuoi o no. Se vuoi davvero chiudere il contratto, dire che non ti basta”.

 

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Jessie Burton è nata nel 1982 e vive a Londra. Ha studiato presso l’Università di Oxford e alla Royal Central School of Speech and Drama; ha lavorato per nove anni come attrice, prima di scrivere il suo romanzo d’esordio, Il miniaturista, divenuto in breve tempo uno dei casi editoriali più straordinari degli ultimi anni, con più di un milione di copie vendute nel mondo. Ha scritto inoltre La musa (2016) e Ragazze scatenate (2018), il suo primo racconto per ragazzi, pubblicati in Italia da La Nave di Teseo.

Ipazia vista da uno scrittore egiziano

 

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Una cella di due metri per lato. Una fragile porta di legno sconnessa. Una tavola, con sopra tre pezze di lana e lino, e un tavolino con un calamaio e una vecchia lampada con lo stoppino logoro e la fiamma danzante. A Ipa, il monaco egiziano, non serve altro per vivere nel monastero sulla vecchia strada che collega Aleppo e Antiochia, due città la cui storia ha inizio nella notte dei tempi.  È il V secolo, un momento decisivo nella storia della Cristianità. Sono anni di violenza religiosa, di lotte e contrasti feroci, e la fede nel Cristo vuol dire scegliere una fazione, abbattere i propri nemici, e così decidere del proprio stesso destino.  Nestorio, l’abba che ha preso Ipa sotto la sua protezione, il venerabile padre con cui a Gerusalemme e Antiochia il monaco ha discusso liberamente dei libri proibiti di Plotino, Ario e degli gnostici, è nella tempesta. Nel 428 d.C. è stato ordinato Vescovo di Costantinopoli e ora, due anni dopo, è accusato di apostasia, la più terribile delle accuse, l’abbandono e il tradimento della fede nel Cristo. Il Patriarca Cirillo, l’Arcivescovo di Alessandria, ha scritto dodici anatemi contro l’«apostata», colpevole ai suoi occhi di non riconoscere che «il Cristo è Dio nella sostanza e che la Vergine è Madre di Dio». 
Che Chiesa è mai quella che scomunica un saggio dal volto radioso, un uomo santo e illuminato che ha il solo torto di ritenere assurdo che «Dio sia stato generato da una donna»? Che Chiesa è quella rappresentata dal Patriarca Cirillo, capo di una diocesi dove i cristiani al grido di «Gloria a Gesù Cristo, morte ai nemici del Signore!» hanno scorticata la pelle e lacerate le membra della filosofa Ipazia, «la maestra di tutti i tempi»? 
È un tempo infausto per il monaco Ipa, poiché a tremare non sono soltanto i pilastri della religione, ma anche quelli del suo cuore. Da quando il sole cocente della bella Marta è spuntato per lui ad Aleppo, Ipa ha conosciuto i sussulti dell’angoscia e i fremiti della passione. E gli orrori si sono impadroniti a tal punto della sua anima che gli sembra a volte di parlare con Azazel, il diavolo in persona. 
Affascinante racconto delle peripezie umane, sentimentali e religiose di un monaco, sullo sfondo degli appassionanti conflitti dottrinali tra i Padri della Chiesa e dello scontro tra i nuovi credenti e i tradizionali sostenitori del paganesimo, Azazel è una di quelle rare opere letterarie capaci di gettare uno sguardo profondo e originale sulla Cristianità e l’Occidente, e di raccontare un’epoca in cui le pagine della storia avrebbero potuto essere scritte diversamente.

 

Youssef Ziedan, nato nel 1958, è un celebre studioso prima che uno scrittore: è stato professore di filosofia islamica e sufismo e oggi dirige il Centro dei Manoscritti e il Museo della Biblioteca di Alessandria. Il romanzo in cui compare Ipazia, Azazel, vincitore del premio internazionale per il miglior romanzo in lingua araba del 2008 […]

via Ipazia vista da uno scrittore egiziano — Bambole Spettinate Diavole del Focolare

Christine de Pizan, antesignana del femminismo!

La prima femminista della storia è vissuta nel Quattrocento e si chiamava Christine de Pizan. In un’epoca in cui la donna rappresentava il simbolo del vizio e della corruzione morale, Christine de Pizan  si schierò con forza contro la misoginia e la violenza di genere immaginando una città utopica abitata esclusivamente da donne.

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“Christine de Pizan”, miniatura tratta dal manoscritto “Libro della Città delle Dame”,  1401-1500, Bibliothèque nationale de France, Parigi.

“Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatto nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere”: l’ironia pungente di questa frase non proviene da un saggio femminista degli anni Settanta. È tratta, invece, da un testo risalente ai primi anni del Quattrocento: a scriverla è Christine de Pizan, la prima donna scrittrice d’Europa e la prima, fra tutte, che con le sue opere ha denunciato la disparità e le violenze di genere.

Molto prima di Madame de Staël riuscì ad affermarsi nell’ambiente intellettuale dell’epoca con una scrittura e una capacità critica fuori dal comune. E secoli prima di Mary Wollestonecraft o di Simone de Beauvoir, le sue opere portarono per la prima volta alla luce le contraddizioni di una società patriarcale e profondamente misogina: Christine de Pizan fu poetessa, filosofa, editrice di se stessa e la prima scrittrice di professione di Francia, pur essendo, di fatto, nata in Italia.
Questa straordinaria donna oggi pressoché sconosciuta era giunta alla corte di Carlo V al seguito del padre, famoso e rinomato medico e astronomo. In pochissimo tempo riesce a guadagnarsi la stima dello stesso sovrano, tanto da arrivare a dirigere uno scriptorium e ad essere sempre presente in tutte le discussioni e le questioni di corte. E fu proprio qui che la sua curiosità, mista ad una vena critica di certo eccezionale, fece nascere in lei i germogli della sua riflessione filosofica “femminista”.

La donna è per natura un essere vizioso: è questa l’idea che gran parte della letteratura dell’epoca, dai romanzi fino ai saggi filosofici, difendevano. Malinconia e intemperanza erano le caratteristiche più spiccate dell’essere femminile che, per natura inferiore, per sopravvivere aveva come unica arma quella della seduzione; diffidare da loro, conquistarle, renderle affabili e mansuete e difenderle dai pericoli era l’invito che la maggior parte degli uomini di cultura facevano ai lettori.

A Christine tutto ciò non era mai piaciuto: è così, da un’aspra critica alla società cavalleresca che aveva sempre contrapposto la “dama in pericolo” al “cavaliere valoroso”, che nasce la sua opera più famosa. Da questo, e dalle sue tristi vicende biografiche.

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 “Christine de Pizan presenta il suo libro alla regina Isabella di Bavaria”, miniatura tratta dal “Libro della Regina”,  c1410-1414 circa, British Library, Londra.

Christine era rimasta vedova all’età di soli venticinque anni. Poco dopo la morte di suo marito anche il padre era venuto a mancare, lasciandola con tre figli e l’anziana madre: restare sole nella società dell’epoca voleva dire non essere più ritenute in grado di provvedere a se stesse, in quanto la vita autonoma e indipendente era considerata prerogativa esclusiva del maschio.

Il rifiuto a risposarsi o ad entrare in convento, poi, aveva attirato negli anni numerosi sospetti sulla sua natura “lussuriosa”: ma Christine non si piegò mai, e divenne con il duro lavoro la prima donna a riuscire a guadagnare autonomamente con la propria attività intellettuale e letteraria.

Christine fu anche la prima a scrivere dal punto di vista delle donne. E lo fece in un modo del tutto nuovo, componendo un’opera che non soltanto ha avuto la forza, agli albori del XV secolo, di denunciare la misoginia e le discriminazioni nei confronti della donna, ma lo ha fatto tramite un genere molto particolare. Decenni prima che Tommaso Moro o Campanella scrivessero delle loro città ideali, Christine de Pizan scriverà una vera e propria utopia tutta al femminile dal titolo “La città delle Dame”.

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“Christine riceve Dama Giustizia”, miniatura tratta dal manoscritto “Libro della Città delle Dame”, seconda metà del XV secolo, Biblioteca di Ginevra.

“Sembrano tutti parlare con la stessa bocca, tutti d’accordo nella medesima conclusione, che il comportamento delle donne è incline ad ogni tipo di vizio”: l’opera si apre con la scrittrice, mentre è nella sua stanza, intenta a scrivere.

Improvvisamente le appaiono tre bellissime dame, personificazioni di Ragione, Rettitudine e Giustizia: in un mondo costruito interamente sui pregiudizi, dicono le donne, è necessario edificare una città fortificata in cui siano le “dame” a regnare. In questa città ideale non esiste alcuna distinzione di ceto: dama, spiega Christine, è qualunque donna di spirito nobile.

Si tratta di un’opera estremamente innovativa sotto moltissimi punti di vista: Christine de Pizan è la prima a parlare di disparità culturale, di diritto all’istruzione, di violenza sessuale e di genere, in un’epoca in cui tutti i più grandi letterati dell’epoca avevano contribuito a costruire l’immagine della donna come corrotta dal vizio, dall’inettitudine e dalla debolezza fisica ed emotiva.

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Miniatura tratta dal “Libro della Regina”, 1410-1414 circa, British Library, Londra.

La scrittrice costruisce un’allegoria potentissima in cui è possibile realizzare il sogno di autonomia e libertà che lei stessa aveva difeso durante tutta la sua vita: la Bibbia e la mitologia l’aiutano in questo arduo compito, ma è l’esperienza di discriminazione vissuta e l’esempio storico di tante giovani donne che in passato avevano combattuto per la loro affermazione che dà valore alle sue riflessioni.

Aracne, Didone, Lucrezia e Semiramide compaiono quali esempi alti e indiscutibili di forza e coraggio: ognuna con la propria storia di violenza subita e taciuta, ognuna con il compito di impersonare la necessità, una volta per tutte, di cambiare il mondo.

Quello che noi donne contemporanee ci auspichiamo!

 

Ruth Handler, l’imprenditrice ebrea che inventò la Barbie!

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La storia di Barbie inizia nel 1938, quando due giovani sposi, Ruth ed Elliot Handler, vanno a vivere a Los Angeles. Le varie vicende professionali che coinvolgono la coppia portano, nel 1945, alla nascita del nome “Mattel” dove “Matt” sta per Mattson ed “el” per Elliot.

Hardol Mattson, amico di Elliot, lavora con lui nel garage di casa, trasformato in un vero e proprio laboratorio. Qui producono manufatti di legno e in seguito anche mobili per case di bambole. Ruth collabora attraverso le sue idee, avviando la Mattel verso una produzione rivolta sempre più al mondo dei giocattoli.
Vorrebbe anche iniziare a produrre le bambole. Lei aveva già in mente l’immagine “moderna” della bambola ideale: gambe lunghe, vita sottile, busto florido e tratti del volto dettagliati.
Ma, anche di fronte a tanta precisione, nessuna delle sue idee viene presa in considerazione. Nel 1956, in Svizzera, Ruth Handler vede nella vetrina di un negozio di giocattoli una bambola che corrisponde a quella da lei pensata.
La bambola in questione si chiama Lilli e misura 29,5 cm di altezza; realizzata in plastica, raffigura una donna famosa che ricorda Brigitte Bardot. Lilli ha già una sua storia e gode di un vasto successo quando viene scoperta da Ruth.
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 Original Barbie. 1959. Created by Ruth Handler,
Lilli nasce in Germania prima come personaggio di un fumetto ed era disegnata da O.M. Hausser. Rappresentava una ragazza disinvolta e birichina, poi compare sul mercato tedesco il 12 agosto del 1955, indossando un abito specifico tra i molti del suo guardaroba, ma questi abiti non vengono venduti separatamente.
Questo incontro tra Ruth e Lilli avvia definitivamente il progetto e convince la Mattel a realizzarlo. Ne acquistarono tre esemplari e, una volta tornati in America, rielaborarono la bambola per far nascere pian piano Barbie, cioè l’esatto opposto della originaria Lilli, ma comunque molto somigliante.
La Mattel decide di usare il vinile come materiale di produzione e questo la porta a trovare nel Giappone un ottimo alleato, dove risiedevano numerose industrie specializzate nella lavorazione di questo materiale.
Negli anni che vanno dal 1957 al 1964 la produzione di Barbie si espanderà da Hong Kong alla Corea.
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Il nome è suggerito da quello della figlia degli Handler, Barbara.
Il 9 Marzo del 1959, (questa e’ la data ufficiale della nascita di Barbie) realizzarono la prima Barbara Millicent Roberts (nome completo di Barbie).
Barbie debutta ufficialmente in occasione della fiera del giocattolo di New York. La bambola si preannuncia già come un fenomeno commerciale senza precedenti: durante il 1959 vengono vendute più di 350 mila Barbie al prezzo di 3 dollari ciascuna.
Tale trionfo si deve in gran parte alla geniale intuizione di Ruth Handler, cioè commercializzare una bambola con ampio guardaroba fatto di abiti e accessori venduti separatamente.
Nel 1961 compare Ken, il fidanzato di Barbie (Kenneth è il nome del figlio degli Handler). Alla crescita della famiglia si aggiunge, nel 1963, Midge, l’amica di Barbie.
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Il 1964 è l’anno in cui Barbie approda in Italia. Nel 1964 Barbie cambiò completamente la fisionomia del volto e il tipo di trucco, compaiono le ciglia in fibra sintetica applicate sugli occhi dipinti, più grandi, i capelli cominciano ad allungarsi, sciolti sulle spalle e sono trattenuti da un nastrino alla sommità del capo.
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Un nuovo brevetto permette l’articolazione in senso rotatorio del busto, questa nuova bambola viene battezzata twist ‘n turn. Nel 1968 Barbie inizia a parlare: la nuova talking Barbie stupisce i suoi fan con tre frasi diverse.
Ruth ed Elliot Handler hanno così dato inizio alla storia di Barbie, che è arrivata fino ai giorni nostri.

Perché il 2020 non sia solo un altro anno!

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L’anno nuovo é una tra le invenzioni più felici dell’uomo: un espediente geniale per dividere il tempo, per illudersi che il tempo – come l’uomo – abbia un inizio e una fine, Che si basi sulla religione o sull’astronomia, sulle fasi della luna o sul moto della terra intorno al sole, ogni calendario ha un giorno di passaggio, una data in cui un anno finisce il suo corso e un nuovo anno gli subentra.

Non si tratta solo di un termine convenzionale, ma di una ricorrenza dal forte valore simbolico: é il momento dei bilanci e dei buoni propositi, l’occasione per scrollarsi di dosso il passato e spalancare le porte al futuro. Per questo, ogni volta, il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo anno é scandito da riti e celebrazioni, accompagnato da attese frementi ed esplosioni di gioia incredibile, salutato da discorsi pubblici e solenni messaggi augurali.

Ogni anno, dai saloni lussuosi o scintillanti palcoscenici televisivi, politici e governanti, magnati e capitani d’industria parlano di pace e di benessere, di giustizia e di sicurezza, sbandierano nobili intenzioni e lanciano proclami altisonanti, col tono accorato e la faccia seria di chi sta assumendo un impegno. Poi all’atto pratico, la musica cambia… rubando le parole a una vecchia canzone, gli stessi appassionati oratori del 31 dicembre si convincono che, in fondo, “l’anno che sta arrivando tra un anno passerà”.

Alla fine l’anno nuovo diventa un guado da passare indenni, un tunnel da attraversare in fretta, col minimo incomodo e il massimo della soddisfazione… per ritrovarsi un anno dopo, a ripetere le stesse parole, recitare gli stessi “mea culpa”, vagheggiare le solite utopie.

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Se davvero, a mezzanotte del 31 dicembre, si potesse voltare pagina e inaugurare un “nuovo corso”, forse varrebbe la pena cominciare da qui… riscoprendo il senso e il gusto della vita, recuperando nel marasma di una società allo sbando un po’ di affetto, di meraviglia, di sensibilità, e poi dal fondo di una coscienza nuova, curare i malanni dell’umanità, correggere le ingiustizie, portare in dono la dignità e il rispetto a tutta una parte del mondo che ancora li chiede, e per l’altra parte – quella dell’opulenza e dello spreco – fissare le regole di una libertà sfrenata. Di certo non é compito che si possa esaurire in un anno, ma ogni anno é buono per fare il primo passo.

E con questi pensieri vi auguro un 2020 consapevole, affascinante che scenda nei meandri dell’anima, una sfida per tutte/i, senza distinzioni di razza, colore, religioni e condizioni economiche/sociali.

Auguri e a presto!

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Susan Sontag e i suoi temi scomodi!

 

 

 

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Susan Sontag (1933 – 2004) è stata una intellettuale e scrittrice statunitense.
Nata a New York nel 1933, a cinque anni perse il padre e, quando la madre malata di alcolismo si risposò, venne adottata dal patrigno, Nathan Sontag, da cui prese il cognome.
Ebbe un’infanzia costellata da incertezza e sofferenza. Ragazza intellettualmente vispa, si diplomò anzitempo a quindici anni e si laureò in Filosofia alla Berkeley University a diciotto.
 

Appena diciassettenne, si sposò con il suo professore di sociologia, Philip Rieff, da cui, ad appena diciannove anni, ebbe il figlio David Rieff. Rimase legata al marito fino al 1958, quando divorziò da lui tornando a vivere a New York con il piccolo David. Sontag terminò successivamente i suoi studi ad Harvard, specializzandosi in letteratura inglese, e, nel corso degli anni Cinquanta, frequentò anche le università di Oxford e di Parigi.

Nel corso degli anni Cinquanta l’autrice prese coscienza della propria omosessualità e sull’argomento sviluppò diverse riflessioni, ad esempio: “Il mio desiderio di scrivere è connesso alla mia omosessualità. Ho bisogno di quell’identità come di un’arma, da contrapporre all’arma che la società usa contro di me. Ciò non giustifica la mia omosessualità. Ma mi accorderebbe, lo sento, una certa licenza. Solo adesso mi sto rendendo conto di quanto mi sento in colpa d’essere omosessuale. […] Essere omosessuale mi fa sentire più vulnerabile”.

Diverse riflessioni di Susan Sontag sono rimaste sconosciute al pubblico fino a quando il figlio David Rieff, inviato di guerra e scrittore come la madre, non le raccolse in due volumi che fece pubblicare dopo la sua morte. Purtroppo i volumi dei diari di Susan Sontag non sono ancora mai stati tradotti interamente in italiano, anche se alcuni loro estratti sono stati pubblicati su giornali e riviste.

La produzione letteraria e saggistica di Sontag è sterminata, tenendo conto anche delle sue collaborazioni per riviste come il New Yorker e il Partisan Review.

Docente in diverse università statunitensi, scrisse instancabilmente sugli argomenti più vari: dal cinema alla fotografia, dalla letteratura alla condizione femminile (in particolare su questo argomento pubblicò “Odio sentirmi una vittima: intervista su amore, dolore e scrittura” , che rappresenta una pietra miliare nel suo genere), dalla politica, alla guerra, al concetto del dolore e della malattia nella nostra società.

Per quanto riguarda quest’ultimo tema, il pensiero dell’autrice si sviluppò a metà degli anni Settanta dopo che le fu diagnosticato un cancro: in “Malattia come metafora: aids e cancro“, pubblicato per la prima volta nel 1988, dopo essere stata dichiarata guarita, Susan Sontag non desiderava raccontare la sua esperienza, né portare conforto attraverso il proprio racconto autobiografico ad altri malati o ex-malati come lei; nel suo saggio la scrittrice analizza il tema della malattia in funzione dei significati sociali che l’accompagnano.

Secondo Sontag, la malattia dovrebbe essere epurata di ogni pregiudizio e di ogni metafora legata a un immaginario di colpevolezza, impotenza, ineluttabilità, che inutilmente aggiungono dolore al dolore nella vita quotidiana dei malati.

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