Gli Hotel delle donne di New York, dove gli uomini non potevano entrare.

Fino a non tanti anni fa le donne sole non potevano accedere agli Hotel di NYC, fino a quando si crearono gli alberghi dove a esser vietati furono i maschi.

The Martha Washington Hotel.

Dietro ogni grande città ci sono sempre delle grandi donne. New York City, come la più grande delle città, ha conosciuto le più grandi donne del mondo ma il mondo non si è sempre rivelato altrettanto grande, né riconoscente, né gentile nei loro confronti.

In un tempo non lontano e fino al 1965, una donna sola, se non era accompagnata da un uomo che garantisse per lei, non poteva soggiornare in un hotel o cenare nel suo ristorante. La signora Harriet Stanton Blatch nel 1908 citò a giudizio la Hoffman House che si rifiutò di consentire l’accesso al suo rooftop dopo le 18 senza un uomo che la accompagnasse. La corte le diede torto poiché “la condizione necessaria per consumare un pasto o una bevanda era di avere un accompagnatore maschio”. Anche donne colte e brillanti dovevano lottare per non essere viste solo come la moglie, la madre, la figlia o l’amante di… un uomo. Questa lotta contro gli stereotipi, la religione, la cultura e la morale può essere osservata attraverso la storia unica degli hotel di New York.

Park Avenue Hotel Courtyard

Ancora una volta, è quindi naturale che New York sia stato il luogo di nascita del primo hotel per donne. Dall’inizio alla metà del XIX secolo un numero molto elevato di donne single si trasferì a New York sia per sfuggire alla povertà ma anche per esplorare la possibilità di una vita indipendente. Gli “Angeli della casa” (come venivano spesso descritte dagli uomini) erano stanchi di essere in realtà gli “Angeli delle pulizie di casa”.  Probabilmente provavano quello che, nel 1973 ancora provava Betty Friedan quando scrisse: “Io pensavo, come le altre donne, che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché non provavo nessun orgasmo passando la cera sul pavimento della cucina”. 

Spinte dall’aumento della richiesta di lavoro femminile e sebbene venissero pagate molto meno degli uomini (niente di nuovo), furono comunque finalmente in grado di assicurarsi un lavoro a pieno titolo.  Nel 1840 solo il 10% delle donne aveva un lavoro, e nel 1920 si raggiunse il 24% (43% nel 1970 e 61% nel 2000), il che creò un serio problema per le donne lavoratrici e per la città: l’alloggio.

Senza alberghi o abitazioni che permettessero alle donne di alloggiare in sicurezza, esse finivano spesso in dimore molto pericolose e squallide. A differenza degli uomini, delle donne non ci si poteva fidare e non si poteva lasciarle “senza supervisione”, la loro morale, purezza e castità dovevano essere preservate; da qui l’apertura di “Case Morali”, spesso gestite da entità religiose, con regole molto rigide e ferree restrizioni che erano concepite per far rispettare “una sana condotta”, come le preghiere del mattino, visitatori solo nel parlatorio e nessun uomo. La matrona della casa era chiamata “madre” e le ospiti, “figlie”.  La YWCA aprì nel 1891 al civico 14-16 della 16esima strada, l’affitto era da pagare in anticipo, niente cucina, lavanderia e l’elettricità veniva staccata alle undici di sera.

Il palazzo sede dello Stewart Hotel, poi del New York Sun (courtesy of museum of the city of New York)

Nel 1878 sulla Fourth Avenue (Park Avenue) tra la 32esima e la 33esima strada aprì lo Stewart Hotel, il primo “Hotel delle donne lavoratrici” a pieno servizio. Venne commissionato dall’immigrato Irlandese e uomo d’affari Alex Turney Stewart che era diventato uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti e aveva fondato il primo grande magazzino di New York City al 280 di Broadway, (che è ancora in esistenza, ed è conosciuto per essere stata la sede del giornale New York Sun).

Il Sig. Stewart dichiarò che l’hotel era stato realizzato per “giovani donne industriose… per promuovere la loro individualità e indipendenza”. Potendo ospitare 1.500 donne lavoratrici, era il più grande hotel dei suoi tempi. Lo Stewart Hotel esibiva in tutto l’edificio una magnifica struttura in ghisa con colonne e lunette e un elegante cortile; per sette dollari a settimana si poteva affittare una stanza privata mentre per sei dollari si condivideva la stanza. Purtroppo questo esperimento innovativo durò solo quarantacinque giorni: quando ci si rese conto che non era un investimento redditizio, fu rapidamente riadattato a hotel di lusso e ribattezzato il Park Avenue Hotel, il quale venne tragicamente demolito nel 1927, rendendolo uno dei tesori perduti di New York.

Park Avenue Hotel

Occorrerà attendere fino al 1903 per la realizzazione di un altro hotel per donne. Il Redbury Hotel, come si chiama attualmente, venne realizzato in un elegante stile Renaissance Revival sulla 29esima strada tra Madison e Park Avenue. Aveva un nome tanto generico quanto inequivocabile: “Women’s Hotel” per poi passare a “uno, nessuno e centomila” nomi: The Martha Washington, Thirty Thirty, Lola, King & Grove e di nuovo Martha Washington e ora il Redbury. L’importanza del Martha Washington Hotel nella storia di Gotham è innegabile, era il concetto di femminismo applicato a un hotel, tanto che divenne anche la sede di un gruppo femminista: l’Interurban Women Suffrage Council. L’hotel riscosse un successo immediato con una lunga lista d’attesa.

Era infatti concepito per donne d’affari indipendenti come insegnanti, musicisti, scrittrici, medici, infermiere… tutti i servizi erano orientati per il loro benessere, una farmacia, una manicure, una sartoria e anche molte delle partecipazioni azionarie erano possedute da donne, sebbene vi fossero investitori famosi come John D. Rockefeller, Helen Gould e Olivia Sage. L’impatto dell’hotel fu tale che nel 1904 il New York Times parlò di tour organizzati davanti all’hotel. “Le guide turistiche l’hanno ora incluso (l’hotel) tra i luoghi d’interesse da indicare ai turisti provenienti da fuori città, facendo supporre che le residenti fossero un nuovo tipo di fenomeno da baraccone che non era ancora stato classificato in un museo o in uno zoo”.

Matilde diventa maggiorenne e va a votare!

Luciana sogna di andare all’università e di diventare una scienziata. Matilde, la sorella maggiore, ha fatto solo le elementari ed è operaia in un maglificio ma, sperando in un futuro diverso, sta preparando l’esame della terza media perché non ci si vede “una vita a fare i maglioni e ad accudire bambini”.

Questo importantissimo appuntamento è concomitante con un avvenimento storico: il referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946.  Le donne italiane possono votare per la prima volta e Matilde, che ha appena compiuto 21 anni, è emozionata e sente la responsabilità della scelta che può fare. 

Con “Il primo voto di Matilde” (ed Settenove), Fulvia Degl’Innocenti ha immaginato una famiglia contadina toscana dopo la guerra, nei mesi in cui è chiamata al voto. Prima per le amministrative, a marzo, e poi per il referendum e l’elezione dell’Assemblea Costituente. 
L’ordinaria vita nei campi e la storia d’amore di Matilde con Lorenzo si intreccia con l’esercizio di un diritto di cittadinanza dimenticato poiché era il 1934 quando l’Italia aveva potuto esprimersi, tra l’altro, per un plebiscito: infatti “si poteva votare solo un sì o un no ai candidati dell’unico partito, quello fascista”. 
 

Il giorno del voto è una festa e la famiglia si prepara con cura organizzandosi per la lunga fila che la attende ai seggi. Le notizie dello spoglio arrivano lentamente e solo il 5 giugno si ha la certezza che la repubblica ha battuto la monarchia con quasi due milioni di voti in più. Matilde ha votato per la repubblica e per Bianca Bianchi, un’insegnante, “la persona giusta per affrontare i problemi della scuola e il diritto all’istruzione”. 

Questo delicato racconto, corredato con le illustrazioni di Gioia Marchegiani, si rivolge alle giovani generazioni per dare informazioni su un momento costitutivo della nostra democrazia e, attraverso la protagonista, delinea il ritratto di una donna capace di scegliere autonomamente il suo futuro e la società in cui vuole vivere. 
Matilde che diventa maggiorenne diventa la metafora di una giovane nazione consapevole dell’impegno che ha assunto e che è fieramente convinta di volerlo sostenere.

Fonte: Noidonne.it

“Viva la vida” di Frida Kahlo, inno all’amore e alla gioia per la vita.

“Viva la vida” di Frida Kahlo viene realizzato otto giorni prima di morire, il 13 luglio del 1954, a 47 anni in Città del Messico. L’ultimo saluto gioioso di una persona che nella vita ha conosciuto molto presto la malattia e la sofferenza fisica.

Ha appena sei anni quando si ammala di poliomielite, guarisce, ma la gamba destra resterà meno sviluppata e rimarrà claudicante. A 18 anni un terribile incidente tra l’autobus e un tram quasi la uccide. Sarà costretta a indossare busti ortopedici e a sottoporsi ad una trentina di interventi chirurgici. La pittura rimarrà per lei l’unica consolazione e valvola di sfogo, ma anche forte dichiarazione di amore per la vita e resistenza. Dipinge essenzialmente autoritratti dolenti, contribuendo al filone autobiografico in arte.

“Viva la vida” è una natura morta che rappresenta angurie succose, rosse e appetitose. Un grido di colore, il desiderio infinito di gioia di vivere. È un estremo omaggio alla vita. I cocomeri si stagliano verdi e rossi su un cielo azzurro. Sulla polpa succosa e sensuale delle fette è scritto “Viva la Vida – Coyoacán 1954 Mexico”. Le angurie del dipinto vengono rese in tutta la loro fecondità e pienezza, come ricca è stata percepita la vita dall’artista nonostante tutto. Queste le ultime parole che Frida scrive nel suo diario. Un testamento commovente ed energico.

«Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più»

Frida ha vissuto intensamente attraversando, anzi, tuffandosi nelle gioie dell’amore e nell’impegno politico. Donna emancipata e indipendente, passionale e sanguigna che non pose mai limiti alla sua coraggiosa indole. “Viva la vida” è il suo lascito, il messaggio ultimo per se stessa e per chi ancora vive:  la vita malgrado tutto merita di essere vissuta.

La simbologia dell’anguria e l’omaggio dei Coldplay

L’anguria è per eccellenza il frutto dell’estate, fresco e dissetante, simbolo di passione e amore. Rappresenta anche l’intelletto, il lavoro e il benessere. Nelle credenze egizie torna questo frutto come simbolo. Si riteneva provenisse dal seme del dio Seth, divinità del deserto e della siccità, della bufera e dei morti. Proprio per questo veniva spesso posto nelle tombe come forma di nutrimento per l’aldilà, a rimpolpare una vita metafisica altrimenti destinata alla desolazione.

“Viva la vida” di Frida Kahlo è stata fonte di ispirazione per molti artisti, tra cui in musica i Coldplay. Era il 2007 quando Chris Martin in tour con i Coldplay giunse a Città del Messico. Tra un’esibizione e l’altra ebbe modo di visitare la Casa Azul, il museo ufficiale di Frida Kahlo.

Fu così che il frontman del gruppo britannico scoprì questo dipinto. Chris si segnò subito il titolo e rese omaggio all’opera intitolando così il suo album e il singolo principale. 

Viva la vida” dei Coldplay è uno dei brani pop barocco/pop rock più amati del nuovo millennio, un testo ricco di riferimenti biblici, artistici e letterari, sopra una strumentazione e un arrangiamento altrettanto ricercati.

 

A colloquio con Patrizia Cavalli, la poeta.

Roma, Campo de’ Fiori, l’afa di un agosto deserto di persone, la casa all’ultimo piano, senza ascensore, Patrizia Cavalli affondata sul divano che cerca da dieci minuti una posizione comoda appoggiando i piedi sul tavolino di fronte. Fogli, quadretti, piccole sculture sottili appese alle pareti, oggetti inutili e medicine sono il paesaggio di questo incontro, che sarà pieno di pause, sospiri, immaginari salti temporali per riacchiappare ora questo ora quel ricordo. Patrizia Cavalli è la nostra maggior poeta vivente.

Possiamo darci del tu?

Certamente, risponde Patrizia.

Ho letto da qualche parte che… Non provi più amore. Ma da quanto?

Da anni.

E come si sta senza amore? 
Male, tristi. Con una specie di sapienza a posteriori che non consola. Però sono troppo narcisista per azzardare un sentimento che potrebbe non essere ricambiato.

Ma la felicità non è un rischio? Non sta forse nel «fecondo coraggio», come diceva Natalia Ginzburg, il segreto dell’andare avanti? 
Boh

Perché ti fai chiamare «poeta» e non «poetessa»? 
Perché poetessa fa ridere, dai. Non mi è mai passato per la testa l’idea di farmi chiamare poetessa. Sembra quasi una presa in giro.

La stessa Elsa Morante, quando decise di sostenerti, ti disse: «Patrizia, sei poeta, sono felice». 
A lei devo tutto, avevamo un rapporto complesso, umorale, esattamente come la sua natura. Ma ricordo un episodio. Una volta eravamo a tavola io, lei e Sandro Penna. Penna c’aveva quella vocetta gne gne e diceva: “Elsa, Elsa, sei contenta di stare a pranzo con due poeti?”. Morante lo gelò: “Io sono più poeta di voi”. 

“Con passi giapponesi” è un libro di prose. Com’è nato?
Non c’è stata una vera intenzione. La prosa fa parte di me, io ho sempre scritto molto, ho uno stanzino pieno di note e appunti. I testi qui raccolti sono brevi, almeno per la maggior parte, indago il linguaggio.

Nata a Todi nel ‘47. In Umbria l’adolescenza. Poi Roma, alla fine degli anni ‘60 per studiare filosofia. Come sono stati i primi anni romani? 
Disperati. 

Perché? 
Difficili anche sul piano topografico: mi perdevo nelle strade e siccome mi vergognavo a chiedere informazioni capitava che vagassi da sola per ore o che rimanessi fissa in un posto come un baccalà. 

Poi questa casa, dove abiti dal 1972. 
Prima occupavo un piano della casa di un tizio sposato ma gay. La moglie piangeva sempre e la capivo: aveva scoperto di stare con uno che amava i maschi. Gli innamorati si somigliano tutti. 

Non sei mai stata attratta dai maschi? 
Solo da ragazzina, sui dodici o tredici anni. Mi piaceva il mio vicino di casa a Todi, ma non era un’attrazione erotica. Era un’altra cosa. Più conformista, direi. Era come se stessi sperimentando qualcosa che non capivo bene. 

A Kim Novak hai dedicato la tua prima poesia. 
Avrò avuto sì e no dieci anni. Quella donna mi faceva impazzire, mi sembrava un angelo. La poesia — la ricordo benissimo — faceva così: 
Chi sei tu dunque 
Kim, Kim, Kim Novak? 
Sei forse l’angelo che appar di tratto? 
Sei forse luce, calore e sogno? 
Sì vedo, in te vedo il bene, la luce e la speranza. 
Credo, in te credo con l’anima mi’ intera
»

«Con l’anima mi’ intera», addirittura un’elisione. 
Evidentemente quello mi sembrava vera poesia, quell’attenzione alla lingua.

Stai scrivendo in questo periodo? 
No, non scrivo da almeno quattro mesi. La malattia, dicono, al momento s’è ritirata ma queste maledette cure che ho fatto mi hanno portato via l’energia e la memoria. Come si fa a fare poesia senza memoria? La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere. Le parole devono avere una potenza intrinseca, il lavoro del poeta è sceglierle tra tante altre. Ma io non ci riesco sempre ora.  

Che cosa provi in quei momenti?
Una sensazione di impotenza. Il corpo che cede, la stanchezza, la sensazione di non esserci. Perché il corpo è tutto. Il corpo è il teatro delle nostre cose , senza il corpo non ci siamo. La memoria è poi anche conforto, con la memoria ci sentiamo interi. Io invece adesso non sempre sento la vita davanti. Qualche volta risorge, a tratti e all’improvviso e allora corro a catturarla, a fissarla. Con immagini o con parole.

Il “corpo è tutto”? 
E certo, e di che cosa vuoi parlare, dell’anima? Ma dai. Il corpo è dove sperimentiamo la conquista e la perdita. 

In “Con passi giapponesi” uno dei brani più belli è quello in cui si racconta lo sguardo delle donne sulle altre donne: chirurgico, spietato. 
Vero. Uno sguardo che ho sentito più volte su di me e che ho visto spesso da donna a donna. Come uno sguardo unico, che mai sarà rivolto agli uomini. 

Una delle poche cose che nessun uomo riuscirà mai a prenderci? 
Forse. 

Hai trascorso molto tempo senza pubblicare. 
Non sono una che apre la bocca per dargli fiato. Ho scritto cinque libri di poesie, è tanto. Non mi pesa stare senza scrivere. 

Ma a settembre è uscita una nuova raccolta, «Vita meravigliosa». 
È fuori dal tempo, un libro dove ho messo tante cose. Compreso un poemetto dal titolo “Con Elsa in paradiso”. 

Dolores Ibárruri Gómez, la Pasionaria Spagnola, che insegnò a non arrendersi mai!

Che Dolores Ibàrruri fosse una donna piena di passione, è evidenza storica. Però il soprannome di Pasionaria veniva, come lei stessa rivelò, da tutt’altro: il suo primo articolo, scritto per un piccolo giornale della sinistra, fu pubblicato proprio la settimana prima di Pasqua, la settimana della Passione, e da ciò trasse lo pseudonimo. Dolores veniva da una famiglia basca molto religiosa e lei stessa aveva pensato di farsi monaca; in effetti la sua vita è stata interamente consacrata all’antifascismo e al comunismo.

Nata nel 1895 a Gallarta, nella zona mineraria di Somorrostro, a ovest di Bilbao sul golfo di Biscaglia, era l’ottava di undici figli. Il padre, minatore nelle miniere di ferro a cielo aperto, lavorava dall’alba al tramonto per una paga da fame. La madre era una donna rigida, dura per indole o necessità. Vivevano in una baracca e il paesaggio doveva essere simile all’inferno, fra i fumi delle miniere e quelli delle vicine fabbriche di Bilbao.

Dolores era sveglia e ribelle e invano la madre cercava di domarla a suon di ceffoni. Avrebbe voluto studiare, ma giovanissima dovette andare a servizio in città presso famiglie facoltose. A vent’anni non ne poteva più. Per uscire da quella vita grama e senza speranza sposò nel 1916 un operaio socialista militante del PSOE (Partido Socialista Obrero Español) e, come tale, sempre dentro e fuori dal carcere. Juliàn Ruiz, così si chiamava, non era certo un genio, ma fisicamente non male: Dolores era piuttosto alta e lui altrettanto, così non sfigurava e non la metteva in imbarazzo.

Ebbero sei figli, dei quali sopravvissero agli stenti dell’infanzia soltanto due, Rubén e Amaya. Non fu un matrimonio particolarmente felice, durò una quindicina d’anni e finì per consunzione quando nel 1931 Dolores si trasferì a Madrid. Juliàn fu sempre molto signorile: non si sentì surclassato dalla moglie che in breve fece una carriera politica più brillante della sua, anzi quando si separarono affermò nobilmente: “Io perdo una moglie, il partito guadagna un dirigente”. Forse era anche stanco di avere in casa un dirigente del partito. Che, nel frattempo, era diventato quello comunista, nato da una scissione del PSOE.

Sulla scia del marito Dolores aveva intrapreso la strada della militanza politica, strada molto ardua soprattutto per una donna. Lei poteva contare su un grande fascino, non però nel senso in cui lo intendiamo noi oggi.

Vestiva infatti sempre di nero e in modo castigato, come nella tradizione basca, ma era di una eleganza naturale, semplice e senza fronzoli, e riusciva a contagiare con la sua passione politica, a infiammare la folla con i suoi discorsi. Trasparivano in essi non astratti ideali ma una vita vissuta con affanni e dolori, nonché una assoluta determinazione al riscatto. Dolores non fu mai una femminista vera e propria, come altre contemporanee che militarono nel movimento anarchico. In quanto comunista era molto severa nella morale sessuale e si sentì grandemente in colpa per la relazione con Francisco Antòn, parecchio più giovane di lei; fu l’unica, pare, di tutta la sua vita oltre a quella col marito.

L’ impegno nei confronti delle donne era piuttosto rivolto ad emanciparle, liberandole dalla miseria e dal peso di dover tirar su da sole i figli mentre i compagni erano tutti presi dalla lotta di classe o passavano anni in galera. I tempi erano durissimi. Non solo la Spagna viveva in un terribile stato di arretratezza, ma le classi dirigenti erano tanto inette quanto sfruttatrici. Le pessime condizioni dei braccianti e degli operai sfociavano spesso in rivolte spontanee e irrazionali regolarmente soffocate nel sangue dalla Guardia Civil, come la Semàna Tragica di Barcellona del 1909 e la rivolta delle Asturie del 1934. Nel febbraio del 1936, finalmente, libere elezioni mandarono al governo la sinistra: si attendeva un periodo di pace sociale e grandi riforme, senonché, in luglio, l’alzamiento, la rivolta militare guidata dal generale Francisco Franco, dette il via alla guerra civile.

Dolores si buttò in una strenua attività a sostegno della Repubblica. Non potendosene occupare e per loro sicurezza spedì i figli adolescenti a studiare a Mosca. Visitò i numerosi fronti, entrò coraggiosamente nelle caserme per convincere i soldati a non seguire gli ufficiali ribelli, tenne comizi di massa, viaggiò per cercare l’appoggio della Francia e dell’Inghilterra alla causa della Repubblica. Appoggio vilmente negato, com’è noto.

La giacca rossa di Ursula e la maglia rossa del piccolo Aylan.

Il 6 aprile 2021 l’Europa è stata sconfitta come nel 2015, quando ha raccolto il corpo del piccolo Aylan Kurdi.

Era l’ottobre del 2015 quando sulla costa della città turca di Bodrum la foto di un bimbo siriano, Aylan Kurdi, riverso sulla riva come se dormisse divenne l’immagine potente della tragedia dell’emigrazione per migliaia di creature innocenti in fuga  con le loro famiglie da guerre, fame, e violenze d’ogni genere. Foto di una tenerezza struggente. 
Quel bambino con la maglietta rossa e i pantaloncini scuri fu per giorni sui giornali a parlarci della tragedia dell’emigrazione e poi, per sempre, depositata nell’archivio della storia da dove periodicamente viene riproposta per la simbologia che evoca e le infinite vite sacrificate, che impersona per sempre. 

Il 2015, casualmente lo stesso anno in cui, sempre facendo parlare una foto uscita dagli archivi quale testimone di comportamenti sperimentati, è stato possibile capire (ovviamente per chi vuole capire) che quanto è capitato il 6 aprile a Ursula von der Leyen ….. è stato pensato e deciso per offendere,  attraverso lei, l’Europa e le donne tutte, iniziando da quelle turche.  Infatti in quel 2015 lo stesso Erdogan incontrò, a margine del G20 ad Antalya in Turchia, Jean Claude Juncker e Donald Tusk, rispettivamente Presidente della Commissione come Ursula von der Leyen e del Consiglio come Charles Michel. Immortalati in una foto mostrano la precisa collocazione di quelle tre poltrone con cui Erdogan all’epoca decise di dare pari dignità e potere ai due rappresentanti dell’Unione, nel rispetto del protocollo che evidentemente conosce bene.

Passano sei anni e, sorvolando su quanto avvenuto in questo periodo, è peraltro difficile non sottolineare oggi, nonostante il virus e le difficoltà che comporta in ogni campo, come sia stato importante concretizzare un nuovo incontro fra Erdogan, come nel 2015, e i due politici più rappresentativi d’Europa: Ursula von der Leyen Presidente della Commissione (recatasi in Turchia per discutere non a caso dell’emigrazione!) voce dell’Europa e istanza comunitaria per eccellenza e Charles Michel Presidente del Consiglio Europeo, dimensione intergovernativa dell’Unione.

Due ruoli e funzioni politiche formalmente di pari grado ma che non è difficile comprendere che a seconda delle situazioni e degli incontri l’uno di fatto simbolicamente prevalga sull’altro. Ed è deducibile per le questioni che erano in discussione il 6 aprile, compreso il tema degli emigranti, che forse fosse proprio Ursula von der Leyen l’interlocutrice più significativa. 

Era l’Europa in primis più che la somma degli stati europei che incontravano il premier turco. 
Questa riflessione, che non è di lana caprina, rende ancor più grave il comportamento di Michel che in nome della politica, e non del semplice galateo, avrebbe dovuto aspettare a sedersi.

Lo sgarbo avvenuto ad Ankara che ha visto Michel incapace di reagire a Erdogan è stato dunque il subire uno sgarbo all’Europa, usando una donna e negandole il ruolo e la funzione che rappresenta. 

Marguerite Guggenheim, per gli amici Peggy… la dogaressa dell’arte.

Peggy Guggenheim alla Biennale di Venezia, 1948

L’arte è una componente fondamentale per noi italiani, abituati a passeggiare nelle nostre città che sono dei veri e propri musei a cielo aperto. Forse non è vero che l’arte salverà il mondo, ma sicuramente risolleva il morale grazie alla sua bellezza e maestosità. Nel corso della storia tanti personaggi si sono innamorati del nostro Paese e hanno contribuito a renderlo la culla dell’arte non solo antica, ma anche e soprattutto moderna: tra questi Peggy Guggenheim che ha svolto un ruolo di grande prestigio.

Nata a New York nel 1898, in un finale di secolo effervescente e complesso, in un mondo che sta cambiando a velocità abbastanza sostenuta e si sta avviando all’incendio della Grande Guerra. È una nata con la camicia, si direbbe: suo nonno Solomon R. Guggenheim aveva fondato l’omonima fondazione per la creazione di musei in giro per il mondo, suo padre, Benjamin Guggenheim, si era arricchito con l’estrazione del rame, dell’argento e con l’acciaio, invece sua madre, Florette Seligman, apparteneva ad una delle più importanti famiglie di banchieri americani.

Il padre muore sul transatlantico più tristemente famoso della storia, il Titanic, in modo eroico a discapito della sua presenza, abbastanza clandestina, sulla nave, in compagnia dell’ennesima amante: dopo aver ceduto il suo posto in scialuppa a donne e bambini, ritorna a bordo e attende la fine del naufragio bevendo champagne in smoking, scena ricostruita fedelmente anche nel film Titanic di James Cameron.

Lei ha tredici anni ed è destinataria di un’eredità di 2,5 milioni di dollari. Un futuro brillante e ricco già praticamente spianato per Peggy. Ma alla ragazza non interessava la vita dorata che la sua appartenenza familiare le avrebbe garantito e compie, nel 1922, il primo atto di ribellione: sposa un artista squattrinato, un dadaista di nome Laurence Vail. È l’epoca delle avanguardie storiche e artistiche, Peggy è attratta moltissimo da questo mondo: durante gli anni del matrimonio con Vail conosce personalità come Man Ray, per cui poserà, Jean Cocteau, Kiki de Montparnasse, Ezra Pound, con cui giocava a tennis, Gertrude Stein e James Joyce, Constantin Brâncuși e Marcel Duchamp. 

Il matrimonio con Vail fallisce nel 1928 e lei si trasferisce in Europa vagando tra Londra e Parigi con i suoi due figli, Sinbad e Pegeen. Nello stesso anno conosce a Saint Tropez uno scrittore raffinato ma alcolizzato, John Holms, che diventa uno dei suoi grandi amori, morto nel 1934 a soli trentasei anni per una banale operazione al polso. Nel gennaio del 1938 è a Londra e insieme a Jean Cocteau inaugura la galleria Guggenheim Jeune: è il suo battesimo da mecenate dell’arte, la prima di una lunga serie di collezioni che la consacrano a più importante sostenitrice dell’arte contemporanea.

Nella galleria espone opere di Picasso, Jean Arp, Max Ernst, Tanguy (con il quale nel frattempo ha intrecciato una relazione), Kandinskij, Brâncuși, Braque, un tripudio di artisti di avanguardia, corrente artistica a cui l’avevano avvicinata in particolare gli amici Samuel Beckett e Marcel Duchamp. L’anno successivo Peggy decide di far diventare la galleria un vero e proprio museo, ma sopraggiunge la guerra e nel 1941 è costretta a lasciare l’Europa (anche per le sue origini ebree) e ritornare negli Stati Uniti, dove però non si arrende nemmeno di fronte alle crescenti difficoltà generali dovute allo scoppio del conflitto mondiale: nel 1942, infatti, inaugura la galleria Art of this century. Probabilmente senza il mecenatismo lungimirante e istintivo di Peggy Guggenheim, non avremmo conosciuto e apprezzato Jackson Pollock, che finanzia sopportandone i capricci e l’alcolismo e che per prima considera il più grande artista del secolo dopo Picasso

L’arpa, icona dell’esecuzione femminile nei secoli.

Gherardo Stamina, “Two Musician Angels”, Boymans Von Beuningen, Rotterdam (particolare)

Qualsiasi cosa facciano le donne devono farla due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è una cosa difficile!  (Charlotte Witton, sindaco di Ottawa)

Chi sono gli angeli dell’arpa? Sono le strumentiste che la fanno cantare e sanno tirarne fuori le più impercettibili e vibratili sfumature. L’arpa col suo timbro evanescente, impalpabile, ultraterreno, evoca da sempre angeliche, celestiali visioni. Ascoltiamo l’arpa e si delinea nella nostra fantasia l’immagine eterea di un angelo che vola nel cielo terso e cristallino. Del resto c’è una ricca iconografia di angeli musicanti con l’arpa. Nell’antico Egitto come presso gli antichi Ebrei e nel Medioevo l’arpa era suonata anche dagli uomini. Tele e affreschi rappresentano il biblico re David intento a suonare l’arpa.

Dal Salterio Alfonso (a sinistra), iniziale istoriata ‘B’ del re Davide che suona l’arpa. Dal Salterio di Westminster (a destra), miniatura del re Davide che suona l’arpa all’inizio dei Salmi

E tuttavia l’arpa si è fissata nell’immaginario collettivo come lo strumento femminile per eccellenza, come lo strumento che più di tutti incarna l’eterno femminino. Tutto è accaduto quando alla fine del Seicento abili artigiani portarono con loro a Parigi piccole arpe e le trasformarono in autentici gioielli, riccamente decorate e ricoperte d’oro.

Le dame se ne innamorarono e così l’arpa divenne lo strumento prediletto delle donne aristocratiche che nei loro salotti sfoggiavano sontuosi modelli sulle cui corde scivolavano le loro delicatissime, diafane dita.

Rose Adélaïde Ducreux (1791), Autoritratto con arpa, Metropolitan Museum, New York

Pensiamo a Maria Antonietta regina di Francia, a una delle più grandi pittrici del tempo, Adélaide Ducreux, e sempre oltralpe, a cavallo tra Settecento e Ottocento, a Madame Récamier, la più famosa salottiera all’epoca del Direttorio e del Primo Impero, e alla raffinata scrittrice Madame de Genlis, solo per citare i personaggi più conosciuti, tutte raffinatissime arpiste, esaltate come angeli musicisti.

L’etichetta non permette loro di esibirsi in pubblico, ma solo nei loro sfarzosi saloni tappezzati di seta damasco. Ci sembra di vederle mentre suonano uno dei pezzi più conosciuti del repertorio barocco, la Passacaglia di Haendel. Scoperto e trascritto da Marcel Grandjany, il Concerto per arpa e orchestra dello stesso Haendel, datato 1736, è un caposaldo della letteratura arpistica. Né è da meno il Concerto per flauto, arpa e orchestra di Mozart, del 1778.

Floraleda Sacchi, Sophia Giustina Corri, Works for solo Harp, Album, 2013

Vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento, l’arpista e compositore gallese John Parry scrive pregevoli pezzi per arpa e pianoforte. Nello stesso periodo, Sophia Giustina Corri, conosciuta anche col solo cognome del marito, Dussek, suona alla corte di Maria Antonietta di Francia e di Caterina II di Russia, e dedica la maggior parte del suo repertorio all’arpa. Tra le sue composizioni più notevoli spicca la Sonata in Do minore. 

Il Romanticismo con la sua idea dell’armonia universale associa indissolubilmente l’arpa alla donna: l’arpa con la sua lunga e morbida risonanza è archetipo di bellezza, armonia e serenità (si pensi alla moderna arpaterapia), la donna è armonia con la perfetta euritmia e proporzione delle sue forme. «La donna è armonia, poesia, bellezza: senza la donna non c’è armonia». Rubo le parole di papa Francesco nell’omelia della messa mattutina a Santa Marta del 9 febbraio 2017.

Nel clima romantico trova la sua maggiore diffusione l’arpa eolica, uno strumento musicale unico nel suo genere con le corde fatte vibrare dal vento. Fino alla metà dell’Ottocento è impossibile per una donna varcare il golfo mistico di molte orchestre con qualunque strumento, soprattutto nell’area tedesca. Ma nel clima propizio creato dal Romanticismo le prime donne ad essere ammesse a far parte di un’orchestra sono proprio le arpiste.

Durante il XIX secolo, in Francia c’è una straordinaria fioritura di compositori per arpa. Oltralpe lo strumento trova il suo terreno più fertile e gode di una diffusione e di un successo senza pari. Nel 1801 François-Adrien Boieldieu dedica all’arpa un magnifico concerto. Nicolas Bochsa, prolifico compositore di lavori e studi per arpa, si rivela uno dei più grandi virtuosi del XIX secolo. Alphonse Hasselmans scrive numerosi assoli originali per lo strumento, e Camille Saint-Saëns le due Fantasie.

Le perle musicali si susseguono l’una dietro l’altra: due Danses per arpa cromatica e orchestra d’archi di Claude Debussy, del 1904, Introduzione e Allegro di Ravel, del 1905, Improvviso e Une châtelaine en sa tour di Gabriel Fauré, nel 1918; il Petit livre de harpe de Madame Tardieu, scritto dalla poliedrica Germaine Tailleferre tra il 1913 e il 1917 e il Concertino per arpa del 1927. Marcel Tournier, il poeta dell’arpa, insegna lo strumento al Conservatorio di Parigi per trentasei anni dal 1912 al 1948 e compone moltissimi pezzi per arpa sola.

Germaine Tailleferre e la targa posta sulla sua abitazione parigina, al numero 87 di Rue d’Assa

E ancora due statunitensi di origine francese: Carlos Salzedo, autore di un valido metodo didattico e di concerti e pezzi vari per una o più arpe, e Marcel Grandjany, che lega il suo nome a un ricchissimo catalogo di brani originali e indovinate trascrizioni. Ma è una donna, la parigina Henriette Renié (1875-1956), la più grande virtuosa dell’arpa di tutti i tempi, a valorizzare al massimo lo strumento.

Allieva di Hasselmans, a dodici anni si laurea in arpa al conservatorio di Parigi e insegna giovanissima a studenti provenienti da tutta la capitale. Nel 1914 promuove il primo concorso internazionale per arpa al mondo, il Concours Renié. Trascrive inoltre per arpa numerosi brani originariamente pensati per il pianoforte o per l’orchestra. Con i suoi dodici volumi di trascrizioni amplia smisuratamente gli angusti confini della letteratura arpistica. Nel 1946 Renié codifica un metodo didattico per arpa in due volumi ampiamente utilizzato ancora oggi in molti conservatori.

Stai zitta, e perché?

Le parole sono importanti. 

Le parole contro le donne hanno il potere di costruire muri per innalzare prigioni, di ferire sensibilità, di istigare alla violenza, di creare stereotipi in cui ingabbiarle. 

Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (Torino, Einaudi) di Michela Murgia analizza le frasi presenti nel nostro vissuto quotidiano e che abbiamo, più o meno, sentito rivolgerci. 

È un libro di piacevole e scorrevole lettura che, per chi si occupa da tempo di queste tematiche, può apparire scontato ma un “ripasso veloce e sintetico” fa sempre bene a tutte. Per chi invece è ai primi approcci o per le giovani generazioni, questo libro ha un grande pregio: conoscenza, analisi, riflessione e acquisizione di consapevolezza. E non è poco. 

Nella seconda di copertina è ben riassunto lo scopo del lavoro: «Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti, dalle notizie… per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica…» 

C’è un profondo legame tra la discriminazione di genere e le parole che ci vengono rivolte. Frasi fatte e ripetute e spesso amplificate dai media o dai social che ci piombano addosso. 

Quelle di noi che hanno già una corazza riescono a schivare i colpi, per le altre, quelle parole diventano pietre… Pietre pesanti. 

Per le donne, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, potersi esprimere è sempre stata una libertà ostacolata, spesso ridicolizzata se non addirittura punita. Già, perché una donna che parla è sempre considerata un po’ “sovversiva”. 

La prima frase analizzata è proprio quella che dà il titolo al libro: “Stai zitta”. Lo dicono quasi sempre gli uomini infastiditi, a volte anche inconsciamente, dall’idea che una donna possa avere un’opinione e osare contrapporla alla loro. 

Recentemente abbiamo assistito alle prese di posizioni di alcune donne famose su tematiche spinose nel nostro Paese. Le reazioni sono state sotto gli occhi di tutte e di tutti: “Sei cantante e dici la tua sui migranti? Continua a cantare e stai zitta. Sei scrittrice e fai un commento su come il governo gestisce l’emergenza pandemica? Scrivi i tuoi libri e per il resto stai zitta. Fai l’attrice e rilasci una dichiarazione sulle scelte collettive per fermare il cambiamento climatico? Era molto meglio quando facevi i film e stavi zitta”. 

Voci di donne giovani: galline 
Voci di donne anziane: cornacchie.

Un’altra frase che ci sentiamo spesso dire quando reclamiamo più presenza femminile nei posti apicali è quella: «Ormai siete dappertutto». E appena ribattiamo che non è vero e che la statistica lo conferma, ecco altre parole, altre frasi: «È offensivo coinvolgere le donne solo in quanto donne» oppure «Contano le idee e non chi le porta», o ancora «Non ci sono nomi di donne prestigiosi come quelli degli uomini». Tutti ciechi di fronte al dislivello di presenza e di rappresentanza.  

Giornata della Poesia 2021, diamo voce anche ai poeti!

Due poesie brasiliane per celebrare la Giornata Mondiale della Poesia, stabilita dall’UNESCO nel 1999 e quindi giunta alla sua ventiduesima celebrazione. Ho scelto testi metapoetici: quello brevissimo ma pregno di significati di José Paulo Paes e i versi di rivendicazione dell’orgoglio poetico di Manoel de Barros.

José Paulo Paes

ALIBI

Se i poeti non cantassero
cosa avrebbero i filosofi da spiegare?

(da La poesia è morta ma giuro che non sono stato io, 1988)

Manoel De Barros

LA POESIA È CUSTODITA NELLE PAROLE

La poesia è custodita nelle parole –
è tutto ciò che so.
Il mio destino è non capire quasi nulla.
Sul nulla ho conoscenze profonde.
Non coltivo connessioni con il reale.
Per me potente non è chi scopre l’oro.
Potente per me è chi scopre cose insignificanti:
del mondo e nostre.
Per questa piccola frase mi hanno eletto imbecille.
Mi sono emozionato e ho pianto.
Ho un debole per gli elogi.

(da Trattato generale delle grandezze del trascurabile, 2001)


José Paulo Paes (Taquaritinga, 22 luglio 1926 — San Paolo, 9 ottobre 1998), poeta, traduttore, critico letterario e saggista brasiliano. Modernista della Generazione del’45, e precisamente dei “Novissimos”, si dedicò anche alla “poesia concreta”, avanguardista e visuale, che struttura il testo poetico a partire dal suo supporto.


Manoel Wenceslau Leite de Barros (Cuiabá, 19 dicembre 1916 – Campo Grande, 13 novembre 2014), poeta brasiliano. Modernista, ma vicino alle avanguardie europee di inizio secolo e al primitivismo: i suoi testi spaziano nella natura del “pantanal” alla ricerca delle piccole cose, del “nulla da raccontare”.

@paola