“Gli Inganni di Pandora” di Eva Cantarella: le origini delle discriminazioni femminile nell’antica Grecia.

Un incontro con la scrittrice

Ripetiamo spesso che all’ antica Grecia, di cui amiamo definirci eredi, dobbiamo tutto. La cultura, l’ idea di democrazia, la storiografia, la filosofia, la scienza, il teatro Lungo elenco a cui Eva Cantarella – grecista e giurista – aggiunge anche alcuni aspetti, “legati al loro modo di intendere il rapporto tra generi”.

Eva Cantarella

Professoressa, il libro s’ intitola “Gli inganni di Pandora”. Era la Eva dei greci?

In realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.n realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.

Socrate

Il risultato è la prima donna.

Che era “un male così bello” – kalon kakon, come la definisce Esiodo – da renderla inevitabilmente “un inganno al quale non si sfugge”. E infatti gli uomini cominciano a conoscere l’infelicità, perché Pandora – spinta dalla curiosità che da allora “è femmina” – apre il famoso vaso che contiene tutte le calamità del mondo. Sul fondo rimane solo Elpis, la speranza. Dopo l’arrivo di Pandora, all’umanità non resta che quella.

Il libro parte dal racconto mitico ma poi passa al pensiero logico, che però è ugualmente scoraggiante.

Pandora e il vaso

Quindi si basano sul sangue mestruale. C’è chi dice che ne hanno troppo, dato che lo espellono con le mestruazioni, e chi pensa invece che proprio per questo ne abbiano meno degli uomini. La cosa su cui tutti erano d’accordo è che nei corpi femminili il sangue iniziava ad accumularsi nell’utero con la pubertà, all’arrivo della quale le ragazze dovevano assolutamente sposarsi. Se non lo facevano il sangue, non trovando una via di uscita, provocava sintomi simili a quelli dell’epilessia.

Platone

Platone, nel Timeo , parla dell’utero come di un organo “vagante”. Ce lo spiega?

Lo dicono in molti, e ci crede anche Platone. Ma Platone aveva un rapporto speciale con le donne. Per gli uomini greci era abituale avere rapporti amorosi e sessuali anche con altri uomini: il rapporto “pederastico”, con un ragazzo tra i 13 ei 17 anni circa, era parte integrante della formazione del cittadino greco. Nel corso della loro vita quindi essi avevano sia rapporti che noi chiameremmo omosessuali sia rapporti etero (parole che peraltro contestualizzate in Grecia non hanno alcun senso).

Eva Cantarella

Ma a Platone le donne non interessavano minimamente e a dir la verità ne aveva un’opinione tutt’ altro che lusinghiera. Come dimostra, ad esempio, la sua celebre teoria sulla reincarnazione, secondo la quale al momento della morte, coloro che avevano vissuto bene, sarebbero tornati all’ astro dal quale erano discesi. Ma quelli che avevano vissuto male “sarebbero trapassati in natura di donna; e se neppure allora avesse smesso la loro malvagità, si sarebbero tramutati ogni volta in qualche natura ferina, a seconda delle cattive inclinazioni che si fossero ingenerate in lui” (Timeo, 42, b-c).

Ma torniamo all’utero vagante, da cui eravamo partiti . Secondo gli ippocratici se il sangue restava troppo a lungo nell’utero senza poter raggiungere la vagina (nelle giovani vedove, ad esempio, o per lontananza dei mariti) poteva accadere che andasse alla ricerca di organi più umidi, in altre parti del corpo come il cuore o i polmoni.

Oreste viene processato per l’uccisione della madre.

Ma viene assolto. Nell’Orestea di Eschilo (la tragedia che vieta la vendetta, segnando la nascita del diritto), il primo tribunale ateniese, creato da Atena per giudicare Oreste, lo assolve perché “non è la madre la genitrice, ma il padre”. Un’opinione evidentemente condivisa dalla maggioranza degli ateniesi.

Eschilo

I greci avevano perfino dubbi sul fatto che le donne contribuissero a fare i figli!

Aristotele però ammetteva che avessero un ruolo. Secondo lui il sangue era il cibo che, se non espulso dall’ organismo, veniva elaborato dal calore corporeo. Ma la donna, avendo un calore corporeo minore, non poteva compiere l’ultima trasformazione, grazie alla quale, negli uomini, il sangue diventava sperma. E dato che la riproduzione aveva luogo quando il seme maschile “cuoceva” il residuo femminile, il contributo femminile era quello passivo della materia.

Viviamo il tempo della fluidità: la Mattel mette sul mercato una Barbie che può essere maschio o femmina. Che ne pensa?

Intanto voglio dire che esistono anche le situazioni intermedie, che sono naturali e non mostruosità. Però trovo pericoloso responsabilizzare bambini piccoli rispetto a questioni esistenziali così importanti.

Sono passati millenni, ma certi retaggi restano: qual è il peggiore?

Quelli legati alla cura e alla maternità, il concetto di proprietà della donna che sta alla base dei femminicidi. E poi il fatto che le donne che non vogliono figli si devono giustificare: è uno stigma sociale che trovo insopportabile.

Leggendo Gli inganni di Pandora si ha spesso l’impressione che, in parte, la società contemporanea sia uno stampo quasi fedele di quella classica, in cui il mito di allora fa eco ai moderni pregiudizi e populismi che attraversano il cosiddetto mondo civile odierno contro cui l’opposizione del sapere è l’unica arma possibile.

Donna

MULHER

Na tua existencia, o incanto de ser,
a vida, sua estoria,
marcada do desejo de ser
simplismente mulher!
no teu corpo levas
como ninguem mais,
o segredo da vida!
Na sua estoria,
a marca da indiferença,
da discriminaçao, da opressao…
em ti o amor mais bonito,
a beleza transparente,
o carinho mais puro
que me faz homem!

§

Nel tuo esserci l’incanto dell’essere,
La vita, tua storia,
segnata dal desiderio d’essere
semplicemente donna!
Nel tuo corpo ti porti,
come nessun altro,
il segreto della vita!
Nella tua storia
la macchia dell’indifferenza,
della discriminazione, dell’oppressione…
in te l’amore più bello,
la bellezza più trasparente,
l’affetto più puro
che mi fa uomo!

ELIOMAR RIBEIRO DE SOUZA

Il primo “Black Friday” della storia!

Se sapessimo quale è stato il primo Black Friday della storia, forse ci sentiremmo un po’ a disagio nell’utilizzare questo nome per indicare il trionfo del consumismo, la corsa agli sconti e al regalo, ennesima abitudine importata insieme a tante altre (forse non troppo necessarie) dagli Stati Uniti.

Il primo Black Friday della storia è stato a Londra, il 18 novembre 1910. Sì, ci furono anche in quell’occasione delle corse ma non per comprare regali, bensì per salvarsi dalla violenza.

Il parlamento inglese aveva promesso di promulgare una legge per accontentare (almeno in parte) le istanze delle suffragette che, riunitesi nella Women’s Social and Political Union, da tempo chiedevano a gran voce maggiori diritti alle donne, in particolare il diritto al voto. Ma il 18 novembre 1910 fu chiaro che per motivi politici questa legge non sarebbe mai passata.

Allora le suffragette scesero in piazza per una pacifica manifestazione di protesta: erano 300 e guidate da Emmeline Pankhurst, marciarono decise verso Westminster per presentare una petizione al parlamento.Al parlamento però non riuscirono ad arrivarci, perché furono bloccate dalla polizia e iniziarono sei ore di incubo. Invece di essere immediatamente arrestate, come capitava normalmente, subirono percosse, manganellate, spinte, botte. E anche palpeggiamenti, offese, umiliazioni e molestie sessuali.

Rosa May Billinnghurst, soprannominata la “suffragetta storpia”, per una sua grave disabilità che la costringeva su una sedia a rotelle, fu aggredita e umiliata da alcuni poliziotti che la trascinarono lontana dalla folla, la buttarono per terra e le rubarono le valvole delle ruote. Solo per il gusto di lasciarla sola, indifesa e immobile.

Furono picchiate signore anziane e giovani, senza distinzioni. Colpevoli semplicemente di essere donne e di non accettare quel ruolo di cittadine di serie B.

Due manifestanti morirono in seguito alle lesioni riportate. Altre 200 furono gravemente ferite. 115 suffragette furono arrestate, ma rilasciate l’indomani grazie all’intervento di Churchill, all’epoca ministro dell’interno.

Tuttavia il livello di violenza degli scontri si era ormai talmente alzato che le suffragette avevano paura, e dopo il Black Friday molte rinunciarono a scendere in piazza. Altre invece non si persero d’animo e continuarono a protestare. Organizzarono un servizio di guardie del corpo composto da 25 donne guidate da Edith Garrud, una suffragetta che aveva studiato arti marziali e aveva insegnato le tecniche di autodifesa alle altre attiviste.

In questo modo le “suffragette amazzoni”, così le ribattezzò la stampa, proteggevano le manifestanti dagli attacchi della polizia.

Ecco, quando parliamo di Black Friday, io vorrei pensare a queste donne coraggiose, alle suffragette e alle amazzoni, non ad Amazon…🦋

“Le grandi donne del cinema” di Marta Perego

Di donne (e non di femmine) nel mondo del cinema si è iniziato a parlare davvero solo l’anno scorso, come conseguenza dello scandalo delle molestie sessuali che ha visto al centro il più potente dei produttori di HollywoodHarvey Weinstein, e dell’esplosione del fenomeno #MeToo.

Poi, con il passare del tempo, come pretende la crudele legge del sistema mediatico, la questione è passata di moda, ora non è più d’attualità, e dunque l’interesse è scemato, non ne parla più nessuno, come se qualche post su Twitter e una manciata di discorsi strappalacrime alla notte degli Oscar fossero bastati a risolvere il problema.

Così, come di tutta evidenza, non è. Le donne, anche nel mondo del cinema, continuano ad essere discriminate: non tanto (o non solo) come oggetti di malinteso e del tutto indesiderato desiderio fisico, quanto piuttosto perché sono del tutto assenti praticamente da qualsiasi posizione di comando.

Questo, beninteso, accade in tutti i settori della vita pubblica: dalla politica all’economia, passando per la religione. Ma ciò non toglie che proprio nel contesto dell’arte, dove la sensibilità, la trascendenza, l’umanità dovrebbero regnare sovrane, uno status quo del genere assume una gravità ancora maggiore.

Questa è la brutta notizia.

Quella buona è che il mondo, dopotutto, sta cambiando. Nonostante la resistenza, la paura, addirittura l’aperta ostilità delle istituzioni e del potere costituito, le rivoluzioni epocali della società hanno la forza di un vento che non si può certo fermare con le mani (nemmeno se sono le mani del presidente del più grande studio di produzione).

E capita così che le donne, come già accadeva eccezionalmente un tempo, ma oggi con ancora maggior dirompenza, si stanno prendendo, dal basso, i posti che a loro spettano. Stanno lasciando un segno nella storia. Anche in quella piccola del mondo del cinema.

Ben venga, dunque, il tentativo riuscito di Marta Perego, che nel suo “Le grandi donne del cinema”raccoglie, racconta ed esalta le storie di trenta straordinarie star cinematografiche al femminile, da Audrey Hepburn ad Anna Magnani, da Kate Winslet a Jennifer Lawrence. Illuminandone non solo i ruoli che le hanno rese indimenticabili sul grande schermo ma anche gli aspetti meno conosciuti delle loro vite private: la loro grinta, il coraggio di esporsi, la forza di imporre la propria affermazione, il dolore di fronte alle avversità e la perseveranza nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Quello che ne esce è una favolosa collezione di ritratti, appunto, di donne e non di femmine, di vite a cui ispirarsi e non solo di sterili modelli di bellezza estetica. E, insieme, una fonte di speranza in un rinnovamento che sta già avvenendo, anche se fa meno rumore di un’inchiesta per molestie.

Come disse una volta Cate Blanchett all’autrice Perego“Sono felice che oggi ci siano così tante storie con protagoniste donne, quando ero io bambina i protagonisti erano tutti maschi. Chissà cosa sarei diventata se le storie fossero state diverse”.

E chissà cosa potranno diventare le attrici e le registe di domani!

Io e Simone, un incontro immaginario.

Seduta a un tavolino di legno scuro, Simone de Beauvoir mi aspetta dentro al Cafè de Flore, nel cuore del quartiere parigino di Saint Germain des Prés. È distratta da chissà quali pensieri, ma appena mi scorge sul marciapiede fuori dal locale, sfoggia un ampio sorriso da dietro la vetrata.


“Prendi un espresso anche tu? Ci porta due caffè, per favore”?
Dopo una stretta di mano molto calorosa, si risiede sulla panca di pelle rossa e comincia a seguire delicatamente con un dito la trama ruvida del legno. Entriamo subito in confidenza, come se ci conoscessimo da molti anni.
“Non sai quanti delle mie carte sono state scritti qui, io e Jean Paul eravamo clienti abituali di questo caffè. Oltre a offrirmi un porto sicuro dove scrivere è sempre stato una grande fonte di ispirazione per me: nulla ha mai stimolato di più la mia creatività che osservare le persone mentre non sanno di essere guardate”.

Anche le carte de ‘Il Secondo Sesso ”sono passate da qui?”
“Certo che sì. In questo bar, come in ogni luogo che ho attraversato, ho ritrovato il riflesso di una società profondamente misogina”.

“Ha avuto modo di scontrarsi con qualche figura che l’ha particolarmente ispirata a scrivere?”
“Guarda, ho scrutato, a volte di nascosto, a volte più esplicitamente, tantissime donne diverse e, ai miei occhi, nessuna era meno donna di altre. Diverse sì, ma non sono stata in grado d’istituire una gerarchia in quel senso. Mi sono invece resa conto, mi creda, con infinita amarezza, che nella concezione comune una donna che non fosse moglie, o ancor di più, che non fosse madre, era vista come una specie di femmina snaturata”.

“A cosa imputa questa situazione”?
“Credo sia dovuta al fatto che si è instaurata sotto la nostra pelle questo apparentemente inscalfibile determinismo biologico applicato ai ruoli sociali. Io non nego che esistano differenze tra i due sessi nella società in cui viviamo, ma le cause della condizione femminile nel mondo di oggi credo vadano ricercate nella nostra cultura; la natura c’entra ben poco”.

Ha un’eleganza nel mettere le parole una dietro l’altra che farebbe rimanere a bocca aperta chiunque: cura e spontaneità così perfettamente calibrate da non lasciare spazio ad alcuna replica.

“Oltre ad aver scritto dei romanzi indimenticabili, so che è stata in prima linea nella lotta per la parità di genere. Guardando la società attuale, quanto a suo parere è stato fatto e quanto ancora c’è da fare”?
“Sarebbe sciocco negare che si sono fatti dei passi avanti, basti pensare che fino agli anni ’70 del secolo scorso, nella stragrande maggioranza dei Paesi europei, l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale e perseguibile penalmente. Fondando ‘Choisir: la cause des femmes’ puntavamo a sopprimere le leggi anti-aborto e anti-contraccezioni e, nel frattempo, a difendere e assistere gratuitamente tutte le donne trascinate in tribunale con l’accusa di aborto o complicità con esso. Dal punto di vista giuridico c’è ancora da fare, ma abbiamo vinto tantissime battaglie”.

La letteratura ė sempre più Donna!

Quest’anno, per la sedicesima volta nella Storia, il premio Nobel per la Letteratura è stato assegnato a una donna, Louise Glück. Si tratta senz’altro di un importante riconoscimento al valore dell’opera di questa poetessa, ma è anche un chiaro segnale che le cose stanno cambiando in un mondo storicamente maschilista come quello dell’editoria. La letteratura, oggi, è sempre più donna.

In questo articolo ho voluto rendere omaggio alle preferite fra le protagoniste – reali e immaginarie – del panorama letterario di ieri e oggi: un’occasione per (ri)scoprire donne straordinarie che hanno dato il loro contributo alla letteratura.

Elizabeth Siddal

I suoi lunghi capelli rossi sono passati alla storia, impressi per sempre nelle tele dei più grandi artisti preraffaeliti come Gabriel Dante Rossetti e John Everret Millais. Ma Elizabeth Siddal è stata molto più di un bel volto da dipingere, molto più di una musa ispiratrice. Non tutti sanno infatti che Elizabeth stessa era una pittrice e soprattutto una poetessa sensibile e malinconica e che tenne segreta questa sua predisposizione alla scrittura per molto tempo.

Elizabeth Siddal ritratta da Gabriel Dante Rossetti in Regina Cordium (1860).

Una donna forte di spirito, purtroppo cagionevole di salute, che dedicò tutta la sua breve vita all’Arte, anche se ostacolata dai famigliari, troppo poveri per darle un’educazione scolastica (con l’aggravante che era pure una donna). Ancora più mirabili sono quindi i suoi componenti, dettati da una passione cupa. Poesie impregnate di tristezza, morte, ma anche amore e per questo di vita.

Sally Rooney

Considerata da molti una delle voci più autorevoli della generazione Millennials, l’irlandese Sally Rooney è senz’altro tra le penne più interessanti emerse negli ultimi anni. La scrittrice, nemmeno trentenne, ha già dimostrato la maturità necessaria per tracciare nei suoi romanzi una sorta di “educazione sentimentale” della sua generazione, con uno stile asciutto e solo apparentemente semplice.

Sally Rooney. Da: theguardian.com

Una figura come quella Sally Rooney è una boccata d’ossigeno nel panorama letterario contemporaneo perché ha reso giustizia a due categorie che troppo spesso non hanno ancora la possibilità di far sentire davvero la loro voce: le donne e i giovani.

“Come trionfare da ragazza” di Ada Limón.

Mi piacciono di più le cavalle,

il modo in cui fanno sembrare tutto facile,

come il correre 40 miglia all’ora

fosse divertente quanto fare un sonnellino, o brucare.

Mi piace la spavalderia delle cavalle,

dopo che hanno vinto. Alte le orecchie, ragazze, alte le orecchie!

Ma principalmente, siamo onesti, mi piace

che siano femmine. Come se questo grande

pericoloso animale fosse anche una parte di me,

come se da qualche parte dentro questa delicata

pelle del mio corpo, pompasse

un cuore da cavalla di 8 libbre,

gigante per potere, pesante di sangue.

Non volete crederlo?

Non volete sollevare la mia camicia e vedere

l’enorme macchina geniale che batte

che pensa, no, che sa

che arriverà prima.

Ada Limón

Nata il 28 marzo 1976, Ada Limón è originaria di Sonoma, in California. Da bambina, è stata fortemente influenzata dalle arti visive e dagli artisti, inclusa sua madre, Stacia Brady. Nel 2001 ha ricevuto un MFA dal Creative Writing Program presso la New York University.

Con la sua prima raccolta di poesie,  Lucky Wreck  (Autumn House Press, 2006), è stata la vincitrice del 2005 Autumn House Poetry Prize. È anche autrice di  The Carrying (Milkweed Editions, 2018);  Bright Dead Things  (Milkweed Editions, 2015), finalista al National Book Award;  Sharks in the Rivers  (edizioni Milkweed, 2010); e  This Big Fake World  (Pearl Editions, 2006), vincitrice nel 2005 del Pearl Poetry Prize. Del lavoro di Limón, il poeta  Richard Blanco  scrive: “Sia morbido e tenero, enorme e clamoroso, i suoi gesti poetici entrano e trafiggono”.

Borsista nel 2001-2002 presso il Provincetown Fine Arts Work Center e un Guggenheim Fellow, ha anche ricevuto una borsa di studio dalla New York Foundation for the Arts e ha vinto il Chicago Literary Award for Poetry.  Si divide tra Lexington, Kentucky, e Sonoma, California.

Diana Russell, colei che coniò il concetto di femminicidio.

Una parola nuova può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Può persino modificare il corso della storia. È quel che è successo con la parola femminicidio: in ogni Paese in cui è stata adottata, ha segnato un nuovo inizio nella lotta alla violenza di genere, risvegliando coscienze, stimolando pensatori, riunendo attivisti e infine portando all’istituzione di nuove leggi. Lo ha raccontato nel 2011, in un intervento all’Università di San Diego, la professoressa Diana E. H. Russell , studiosa e attivista che ha il merito di aver ridefinito e reso popolare il termine femicide per indicare l’uccisione di una donna “in quanto donna”. È da lei che l’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde ha preso e tradotto il neologismo spagnolo feminicidio, da cui deriva la parola italiana.

Russell, una delle voci più autorevoli sul tema della violenza contro le donne, ha dedicato tutta la sua vita a combattere i crimini basati sulla discriminazione di genere e la misoginia. Ha lottato per più di 40 anni come attivista, finendo arrestata ben cinque volte. Ha scritto circa 17 saggi, molti dei quali sono tuttora fonti imprescindibili per approfondire argomenti come lo stupro (anche coniugale e incestuoso), le molestie sessuali sui minori, la violenza domestica e la pornografia. Il suo lavoro è stato indispensabile per il movimento delle donne nel secolo scorso: come riportato da Katharine Q. Seelye sul New York Times, secondo la famosa giornalista e attivista statunitense Gloria Steinem, Russell ha avuto un’influenza enorme sul femminismo globale. 

La sociologa e criminologa è morta in California il 28 luglio scorso, all’età di 81 anni. Questa è la sua storia, perché presto sia celebrata come merita all’interno del mondo accademico e non solo.

Diana Elizabeth Hamilton Russell nasce il 6 Novembre 1938 a Città del Capo, in Sudafrica. Figlia di padre sudafricano e madre britannica, è la quarta di sei fratelli e ha un gemello, David. Come racconta nel saggio Politicizing Sexual Violence: A Voice in the Wilderness del 1995, sia durante l’infanzia che l’adolescenza subisce abusi sessuali: sono proprio quelle esperienze traumatiche a indirizzare la sua ricerca e ad accendere la sua vocazione per l’attivismo politico.
Nel 1945 suo padre, James Hamilton Russell, un amministratore delegato dell’agenzia pubblicitaria J. Walter Thompson, diventa membro del Parlamento. Sua madre, Kathleen Mary (Gibson) Russell, che si è trasferita in Sudafrica per insegnare dizione e teatro, rinuncia a lavorare per fare la moglie, ma milita nel movimento anti-apartheid Black Sash – era la nipote di Violet Gibson, che aveva tentato di assassinare Mussolini nel 1926.

Diana frequenta un collegio anglicano elitario per ragazze, poi, contro il volere di sua madre, si laurea in psicologia all’Università di Città del Capo e a 19 anni parte per il Regno Unito.  All’inizio del 1957, si trasferisce a Londra e, dopo due anni di lavoro, decide di intraprendere una carriera nei servizi sociali. Nel 1961 si diploma col massimo dei voti in scienze sociali alla London School of Economics and Political Science. Riceve anche un premio come migliore studentessa del programma, riconoscimento che la spinge a tentare la carriera accademica.

Nel frattempo, consapevole del proprio white privilege, si avvicina all’attivismo radicale e prende parte anche lei al movimento anti-apartheid. Nel 1963 si iscrive al Liberal Party sudafricano fondato da Alan Paton e partecipa a una protesta pacifica a Città del Capo, per la quale però viene arrestata. Si rende conto che i metodi pacifici sono inutili contro la violenza brutale della polizia afrikaner (ossia bianca di discendenza europea), e decide di unirsi a un’organizzazione rivoluzionaria clandestina chiamata African Resistance Movement(ARM), che bombarda e sabota le proprietà del governo per scoraggiare gli investimenti stranieri. Diana milita nell’ARM come elemento periferico per qualche mese; poi però, parte alla volta degli USA.

Studia ad Harvard, dove si specializza in psicologia sociale nel 1967. Quindi viene assunta come ricercatrice associata a Princeton, dove nel 1970 consegue un dottorato interdisciplinare con una tesi sui moti rivoluzionari. Ma, come ha raccontato lei stessa, l’estrema misoginia di queste istituzioni la instrada verso il femminismo: in quel periodo, inizia a seguire il movimento statunitense e a interessarsi di crimini sessuali commessi contro le donne. Intanto, nel 1968 sposa Paul Ekman, psicologo americano che insegna e lavora come ricercatore a San Francisco, all’Università della California. Per stargli vicino, nel 1969 Diana accetta di insegnare sociologia al Mills College, una scuola privata per ragazze nella vicina Oakland. Tre anni dopo divorzia, mentre resta al Mills College per ben 22 anni. Da quel momento dedica tutta se stessa ai gender studies e alla lotta contro la violenza sessista.

Nel 1975 pubblica il saggio The Politics of Rape, in cui definisce lo stupro non un comportamento deviante ma il risultato diretto della nozione di mascolinità nella società patriarcale, e denuncia la pratica del victim blaming. Quindi, dopo due anni di insistenza, nel 1976 Diana avvia una campagna e istituisce l’International Tribunal on Crimes against Women, un evento di quattro giorni a Bruxelles, in Belgio, cui partecipano più di duemila donne da più di 40 Paesi. Vi prende parte anche Simone De Beauvoir, che definisce la manifestazione “l’inizio della decolonizzazione radicale delle donne”In quell’occasione, Diana Russell usa la parola femicide e ne dà l’attuale definizione.

Teresa Sarti Strada e la sua Emergency

La guerra è scandalo, e dunque intollerabile. Ogni vittima ci riguarda, tutti, sempre.

“Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano –
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena –
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.”

Emily Dickinson, Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi (n. 919)

Questi i versi a firma di Emily Dickinson, signora della poesia che per lungo tempo è stata (s)oggetto di mistificazioni e che ancora oggi ritrae la poeta come «un essere incorporeo, lontano, irraggiungibile», e ancora «una donna tutta spirito, eterea, diafana, vergine, che vestita di bianco attraversa il pianerottolo della casa di famiglia di Amherst, in Massachusetts, per rinchiudersi nella sua camera, con lo scrittoio di ciliegio e la cassapanca in cui nasconde le poesie». In casa ci si chiude veramente: nel 1867, all’età di trentasette anni, decide di allentare i suoi contatti con il mondo e di ricevere gli ospiti di là da una porta socchiusa. Non si trattava di rifiuto degli altri, né di mistica sottrazione al mondo, quanto una solitudine legata e necessaria all’atto stesso del pensare o ri-pensare il mondo attraverso una prospettiva altra e diversa, privata, eppure così universale, perché obliqua nel tenere insieme felicità e dolore, vita e morte. Se Dickinson ha tradotto in parola il comune sentire dell’essere umano nel miracolo che è la sua poesia, secondo una scelta uguale e contraria, la straordinaria donna protagonista di questo racconto ha fatto dell’impegno umanitario il fulcro della propria esistenza. In entrambi i casi (ci) hanno salvato, con le parole e con i gesti. 

Undici lunghe primavere sono passate da quando Teresa Sarti Strada è venuta a mancare al nostro amore e a quello del marito, Luigi Strada, detto “Gino”, con il quale ha dato vita a Emergency, oltre che alla loro creatura Cecilia. Chi l’ha conosciuta, la ricorda come una donna che fra le tante cose, era soprattutto una donna di pace. Non a caso il centro di cardiochirurgia inaugurato assieme al marito nel maggio del 2007 in Sudan si chiama “Salam”, ossia pace in arabo. Un concetto di pace molto concreto che si colloca e si sostiene su un posizionamento, uno sguardo e ancora un progetto visionario in nome di diritti che dovrebbero essere fondamentali e che ancora oggi rimarcano il confine tra la civiltà e la barbarie: il diritto alla salute, in primis, per ogni singolo essere umano al mondo, senza discriminazione alcuna.

Nata a Sesto San Giovanni il 28 marzo 1946, laureata in Lettere Moderne all’Università Cattolica di Milano, con una tesi sulla didattica della storia, inizia a insegnare nella scuola media statale Giolli, nel quartiere Bicocca di Milano, periferia in cui vive un sottoproletariato costituito in buona parte da immigrati provenienti dal sud del Paese, luogo in cui inizia a familiarizzare con le discriminazioni e le ingiustizie sociali, economiche e culturali. Nel 1979 sposa Gino Strada, studente di medicina e militante del movimento studentesco, il quale dopo la laurea inizierà a lavorare per la Croce Rossa. Ed è proprio al marito che Teresa manifesta la volontà di creare un presidio medico in zone di guerra. Da quell’idea nel 1994 nasce Emergency, di cui Teresa è la prima presidente. 

Continua a insegnare nelle scuole medie superiori, per poi trovarsi costretta ad andare in pensione perché il ruolo che ricopre è molto impegnativo. Tuttavia non smette mai di insegnare attraverso il suo esempio: dapprima si fa promotrice della campagna per la messa al bando delle mine anti-persona, di cui l’Italia è produttrice ed esportatrice nel mondo, poi organizza esposizioni di lastre e fotografie scattate da medici e paramedici nei luoghi di guerra per accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sugli orrori della guerra, e le diffonde nelle scuole, luogo che ella ritiene essere il punto di partenza per migliorare il mondo. Alla stregua di questo progetto si inserisce il fumetto, protagonista Lupo Alberto, il cui motto significativo è «Sopra la guerra c’è chi campa, sotto la guerra c’è chi crepa». Poi ancora, firma le campagne volte a diffondere una cultura della pace in “Uno straccio di Pace” (2001) e “Fuori l’Italia dalla guerra” (2002), sostenendo l’idea che la pace non si costruisca solo manifestando contro la guerra, ma fornendo prospettive reali alle persone, garantendo a tutti in primo luogo un tetto sicuro e un lavoro, e con essi il diritto alla salute. E questo si può attuare, portando la sanità di eccellenza nei luoghi più remoti del mondo, quelli più vessati dalla povertà e dalle guerre.

L’eleganza del riccio.

Ho letto ‘L’eleganza del riccio’ di Muriel Barbery qualche tempo fa, ma ho deciso di leggerlo una seconda volta, perché molte persone lo hanno accostato a ‘Cambiare l’acqua ai fiori’ di Valérie Perrin e, sinceramente, è un parallelismo che mi convinceva poco prima e mi convince ancora meno adesso, dopo questa lettura.
Comincio dalla descrizione che le protagoniste fanno di se stesse. La prima è Renée:

Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante.


La seconda è Paloma che dice di sé:

Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi. I miei genitori sono ricchi, la mia famiglia è ricca, e di conseguenza mia sorella e io siamo virtualmente ricche. 

eleganza del riccio

Renée e Paloma sono i due cardini attorno ai quali ruota l’intera trama del libro e rappresentano anche la chiave di interpretazione della vicenda narrata. Due donne che, attraverso le loro esistenze, rappresentano i concetti fondamentali di apparenza ed essenza. Due persone, nella accezione etimologica del termine: in latino, il termine persōna indicava la maschera che gli attori di teatro indossavano per assumere le sembianze del personaggio che interpretavano. Entrambe scelgono di indossare una maschera per apparire agli altri non come realmente sono, ma come vogliono che le persone le percepiscano. Abitano nello stesso palazzo, ma non si conoscono e questa scelta, apparentemente, rappresenta l’unico punto di contatto tra loro, almeno fino all’arrivo di Monsieur Kakuro Ozu.


Paloma e Renée vivono agli antipodi della società: la prima giovanissima, ricca e fin troppo intelligente, ultra cinquantenne la seconda, povera, che ha imparato tutto quello che sa da autodidatta. In realtà sono anime gemelle e non è un caso che scelgano di indossare lo stesso travestimento per difendersi da una realtà che non condividono, non apprezzano e dalla quale non sono apprezzate.

Vivono all’interno di stereotipi  fin troppo scontati, ma che nessun personaggio con cui interagiscono nella quotidianità raccontata dall’autrice del romanzo, ha la curiosità di indagare per cercare di ‘andare oltre’. 

Apparenza ed essenza, esteriorità e interiorità. ‘L’eleganza del riccio’ riflette su queste tematiche che, da sempre, caratterizzano le relazioni umane. La maggior parte delle persone si accontenta di apparenza ed esteriorità su cui basa i propri pregiudizi e, cosa peggiore, i propri giudizi.

Muriel Barbery lo fa capire in modo inequivocabile attraverso indizi che dovrebbero spingere ad andare oltre o, quanto meno, a porsi delle domande: un esempio è il gatto della portinaia, che si chiama Lev in onore di Tolstoj. Se Renée fosse davvero semplicemente una portinaia, mediocre ed insignificante, mai e poi mai avrebbe scelto proprio quel nome per il suo animale.
Questo romanzo è un invito a riflettere su tematiche importanti della vita e sulle dinamiche che spesso governano, purtroppo, le relazioni interpersonali. Qual è il senso della vita? Vale la pena di viverla? Qual è il valore delle relazioni umane? Ha senso nascondere la propria natura per paura di non essere capiti e apprezzati? 

Paloma e Renée, le due voci narranti del romanzo ci guidano in questo percorso. Partendo ognuna dalla sua esperienza, prendono per mano il lettore e lo coinvolgono in ragionamenti profondi che impongono una visione e un approccio diversi alla vita e agli altri.

Pagina dopo pagina ‘L’eleganza del riccio’ risponde alle domande attraverso una analisi magistrale dell’interiorità delle due protagoniste in primis, e di tutti i personaggi che danno vita alla storia poi.
Due vite completamente diverse, due stili narrativi altrettanto differenti, ma un unico grande desiderio: dare al mondo e alle altre persone la fiducia che fino a questo momento non erano state capaci di accordare. Una lettura mai banale, a tratti non facile, ma che vale la pena affrontare soprattutto adesso, nell’era dei social e dei selfie.