“Una donna”: un romanzo che ci riporta al presente e al coraggio di scegliere liberamente del proprio destino.

Ho letto e riletto Una donna di Sibilla Aleramo con lo stesso entusiasmo e curiosità della prima volta.

Io, una giovane donna alle prime letture femministe che da poco aveva cominciato a nutrirsi di libri e non erano tanti quelli da consultare. Mi sentivo chiamata in causa dalla protagonista, mi riconoscevo nel suo bisogno di emancipazione. Parlava anche di me, di noi!


Maria Feliciana Faccio, detta Rina, in arte Sibilla Aleramo nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876. Scrive Una donna nel 1901. Il libro uscirà qualche anno dopo nel 1906, con la casa editrice Sten. Sarà tradotto in molte lingue. Nel 1908 sarà tradotto in francese, poi in tedesco e in altre ancora. Per il suo contenuto rivoluzionario fu rifiutato in un primo momento sia dall’editore Treves che da Baldini e Castoldi. È riconosciuto da tutti come il primo libro femminista in Italia e la vita di Sibilla Aleramo ha segnato una tappa fondamentale nel processo di emancipazione femminile. 

Siamo ai primi del Novecento, con lei nasce l’immagine di una donna nuova, non più solo moglie o madre. Il libro ebbe molta fortuna. Dopo la prima edizione del 1906, ci fu l’edizione Feltrinelli del 1950, del 1973 e da ultimo quella del 1982 con la rilettura di Maria Conti. La letteratura straniera aveva già pubblicato libri femministi, Virginia Woolf per tutti. In un certo senso Sibilla Aleramo ha anticipato Virginia Woolf, Sibilla e Virginia vengono a trovarsi vicine entrambe prototipo della donna indipendente e autonoma. Se Virginia Woolf anelava a una stanza tutta per sé e all’indipendenza economica, vediamo che Sibilla seguirà le stesse indicazioni di rotta. L’importante è avere un foglio bianco su cui scrivere e disporre di denaro per sentirsi libere.

Una donna è un libro autobiografico, ma insieme un romanzo. La giovane protagonista si vede costretta a trasferirsi con la famiglia nella provincia marchigiana di fine Ottocento. Avrà una vita difficile in un contesto culturale molto arretrato. Molto amata dal padre, con una madre malata psichica, si adatta a trovare un posto nella famiglia e nella piccola cittadina di provincia. Ancora giovanissima, aveva appena quindici anni, si innamora di un giovane impiegato nella fabbrica di famiglia. Un amore infelice da cui nascerà un figlio. Per il bisogno di esprimere sé stessa però fuggirà appena possibile anche dall’amato figlio Walter. Complice proprio una piccola somma di denaro, 25 mila lire, ricevuta in eredità, potrà finalmente partire. 

L’indipendenza economica le era utile per sottrarsi all’autorità del marito, ecco un’altra similitudine con Virginia Woolf e la storia delle tre ghinee. In assenza di divorzio, aspettò molti anni prima di poter uscire dal contratto matrimoniale. La prima parte del libro ha una prosa ottocentesca ma nella seconda parte, invece, come se seguisse l’evoluzione del personaggio, la voce narrante sembra prendere il via e scorre fino alla fine intensa e moderna.

L’emancipazione femminile era già entrata nel nostro dibattito politico e culturale e il romanzo dell’Aleramo piombò sulla scena con la forza spudorata di un’autobiografia. Senza mai fare nomi (i personaggi sono sempre chiamati con il loro ruolo: marito, madre, figlio…) denunciava la condizione delle donne e rivendicava la parità tra i sessi. Venne definito il primo libro femminista in Italia, anche se non sempre le femministe amarono la sua autrice.

Nonostante tutto scriverà libri, sarà un punto di riferimento del movimento femminista italiano e straniero. Durante tutto il racconto delle sue vicende però ci accompagna il dolore di quella porta che si chiude alle sue spalle e lascia dietro il figlio. Non sarà stato facile percorrere quella strada nuova. E proprio a Walter dedicherà il libro.

In una puntata del programma di letteratura di Rai Cultura L’altro ’900 del 2019 così Sibilla Aleramo si racconta: «Non penso di aver fatto un’opera sublime, penso però di aver consegnato qualcosa di importante, una verità profonda che riguarda uno dei più importanti sentimenti umani che è l’amore, averlo consegnato sia pure in frammenti alle generazioni future». Le sue carte sono conservate presso la Fondazione Gramsci di Roma. Il libro diede anche lo spunto per un film dal titolo: Un viaggio chiamato amore di Michele Placido (2002), incentrato sulla relazione tra Sibilla Aleramo e Dino Campana (Laura Morante e Stefano Accorsi).

http://trovacinema.repubblica.it/film/un-viaggio-chiamato-amore/122512/

Ed ora, a distanza di un secolo, cosa è cambiato nel destino delle donne? Potremmo dire molto o poco e argomentare per ore. Una sola osservazione. Gli uomini non sono cresciuti abbastanza per condividere e comprendere il lavoro di cura e dare valore e riconoscimento alle donne.

Se i dati che ci arrivano sull’argomento non sono sempre positivi, sappiamo comunque che tanta strada è stata fatta dalle donne nel processo di emancipazione. A questo primo libro ne sono seguiti molti altri. Il Novecento, il secolo appena passato, è stato il secolo delle lotte per i diritti, da qualcuno definito il secolo delle donne. Forse ci aspettavamo qualcosa di più ma le generazioni future sapranno far tesoro del passato. Una Donna è un’opera letteraria che ha più di cent’anni e se li porta bene.

Sono tornata bella
e forse è questo l’ultimo mio autunno.
Bella più di quando gli piacqui nel sole,
bella, e vana ai suoi assenti occhi,
come una foglia d’ombra…
Ma certe notti,
nel silenzio che più non turba il pianto,
invocata mi sento
con disperata sete
dalla sua bocca lontana.


Sibilla Aleramo

Sibilla in un ritratto di Guttuso del 1951

Susana Chavez: Prima vittima di femminicidio a Ciudad Juárez del 2011.

Ni una màs…

Mai sentito parlare di Ciudad Juárez? Basta farsi un giro tra le classifiche delle città con più alto tasso di criminalità al mondo per trovarla tra le prime posizioni.
Da donna non mi sono mai sentita al sicuro a camminare per strada, visto ciò che si sente in giro… Figuriamoci qui!
Mi si accosta una macchina affianco e dopo qualche secondo di terrore mi rendo conto che dietro il finestrino c’è Susana Chávez: ci saremmo dovute incontrare direttamente in un bar, poche centinaia di metri più avanti, ma a questo punto un passaggio lo accetto volentieri.

Grazie, andiamo al bar di cui mi ha parlato al telefono?
“Ti prego, non darmi del Lei. Va bene, allora!

Sedute davanti a una birra gelata, in una delle poche vie tranquille di Ciudad Juárez, nasce subito un’intesa tra di noi. Sarà l’età, sarà che abbiamo due personalità affini, ma subito mi sembra di parlare con una vecchia amica…
“Quando hai cominciato a scrivere poesie?”
“Ero molto piccola, avevo undici anni. Ovviamente crescendo ho trascinato con me la mia poesia, è cresciuta anche lei”.

C’è un tema che attraversa la tua scrittura?”
“Sicuramente il protagonismo della natura, del simbolismo naturale. Da grande, ho trovato grande ispirazione anche nel mondo femminile, nelle mille sfaccettature che esistono nell’approccio delle donne alla propria corporeità. Credo che questo senso di vergogna che ci viene istillato fin da bambine abbia generato una cappa di silenzio, ma è proprio nel silenzio che una voce fa più rumore”.

“Che cosa intendi dire?”
“Che si può, si deve, partire dal proprio silenzio, dalla propria marginalità per ritagliarsi uno spazio di libertà, di autonomia. In poche parole: non è mai troppo tardi!”

“Secondo te la poesia ha il potere di cambiare il mondo?”
“A questo non so risponderti. Sono convinta che possa risvegliare le coscienze e magari, aiutare a far alzare la voce. Questo è sempre stato il mio scopo, sia come attivista sia come poetessa”.

“Cos’è che rende così grave la situazione in questa regione del Chihuahua?”
“Dal 1993 in questa zona viene portato avanti un genocidio di genere senza fine, che cresce ogni anno che passa, tanto che siamo arrivati a una media di tre donne uccise ogni due giorni. È difficile individuare i fattori che hanno contribuito a creare questa orrenda condizione in Messico, sicuramente c’è un problema culturale, c’è la criminalità organizzata e ci sono le maquiladoras…”

“Scusa l’ignoranza, ma cosa sono le maquiladoras?”
“Qui in Messico sono stabilimenti industriali controllati dagli Stati Uniti dove vengono assemblati prodotti che poi tornano al paese d’origine. I diritti umani nelle maquiladoras praticamente non esistono e ci lavorano moltissime ragazze per pochi dollari al giorno. Molte delle vittime di femminicidio in Messico sono operaie delle maquiladoras, che vengono rapite, violentate e uccise lungo il percorso che fanno tutti i giorni per andare e tornare dalle periferie e dalle zone rurali di questa regione”.



Ciudad Juàrez: la mattanza delle donne

Tu che ne hai viste veramente tante, pensi ci sia ancora una speranza per Ciudad Juárez?”
“Finché il governo non si deciderà ad aprire gli occhi, a interrompere il suo silenzio complice, continueremo ad essere decimate e potrà solo andare peggio. Ora come ora provo una sensazione di vuoto, abbandono e impotenza, come molti altri suppongo. Immaginare un miglioramento per quanto mi riguarda è difficile, ma nutro ancora delle speranze perché sono una donna di fede!”

Una Ciudad Juárez diversa Susana non l’ha potuta vedere. Il 6 gennaio del 2011 l’hanno ritrovata morta sul ciglio della strada, abbandonata come un sacco di spazzatura.
Aveva 36 anni.
Dopo il ritrovamento, il cadavere è stato trattenuto dalle autorità per cinque giorni e si è fatto di tutto per slegare l’omicidio di Susana dal suo attivismo politico.
“Era ubriaca…Ha incontrato tre ragazzi fuori controllo al bar, la situazione è sfuggita di mano…” hanno detto gli inquirenti, che, in parole povere, suona come il solito, vergognoso “se l’è andata a cercare…”

L’assassinio di Susana Chávez si iscrive invariabilmente nell’ambito dei femminicidi, un crimine che si aggiunge a quello di migliaia di donne assassinate per ragioni violente. È la radiografia della mascolinità più primitiva, quella che lacera, offende, ferisce, aggredisce, insulta e dilania la società. Abbiamo bisogno di costruire tra tutti una mascolinità senza violenza, attacchi e impunità.

Una chitarra le dà il commiato al cimitero. Sua madre mette un foglio nella bara. È la poesia che Susana Chávez scrisse in onore a una morta di Ciudad Juárez: “Sangue mio, sangue di alba, sangue di luna tagliata a metà, sangue del silenzio”.


SUSANA CHAVEZ: nata a Ciudad Juárez nel 1974 è stata una giornalista, poetessa e attivista per i diritti umani messicana. Iniziò a scrivere poesie a 11 anni, partecipando a molti dei festival letterari e forum culturali Messicani, offrendo anche letture delle sue poesie durante le manifestazioni per le donne scomparse e assassinate. Laureata in psicologia alla Universidad Autónoma de Ciudad Juárez, al momento della morte stava lavorando a un libro di poemi e scriveva inoltre sul suo blog Primera Tormenta.
È conosciuta come l’autrice dello slogan “ni una mujer menos, ni una muerta más” (“non una donna di meno, non una morta in più”), usato dagli attivisti per manifestare contro il massacro delle donne di Juàrez.

L’amor cortese, come elevazione dello spirito umano.

C’è stato un periodo nella storia in cui era costume innamorarsi della moglie di un potente, dichiararsi suo fedele servitore e, talvolta divenirne amante, non solo platonico. É quello che convenzionalmente si chiama “amor cortese” ed è stato celebrato dalla poesia dei trovatori prima e poi degli stilnovisti. Nemmeno il sommo poeta Dante è passato immune da questa prassi: chi ricorda mai la noiosa moglie legittima Gemma e chi invece non ricorda l’amore imperituro per Beatrice, anche e soprattutto dopo la morte della divina fanciulla?

Pare che tutto tragga spunto dai poeti arabi dell’anno 1000, che avrebbero influenzato la corte di Aquitania e poi la Francia e l’Italia. Alla base di tutto c’è, come sempre, l’amore e il suo concetto. Nel periodo  cavalleresco per amore di una donna, quasi sempre sposata, di cui ci si dichiarava paladini e vassalli si facevano grandi imprese, se si era artisti si componevano poemi o si dipingeva in modo sublime.

L’innamorato poteva essere anche un cavaliere povero e diseredato, ma rendendosi schiavo d’amore per la sua bella, si innalzava a un rango di nobiltà del cuore. Solo chi amava poteva essere considerato veramente nobile.

L’importante era soffrire. Infatti non si poteva concepire l’amore se non era accompagnato dalla sofferenza. Una sofferenza, che come nella religione, portava all’estasi.

È evidente che nel matrimonio, dove il patto tra i coniugi dà stabilità al rapporto, non vi può essere una sofferenza tale da rendere l’amore “eroico”, quindi, agli occhi del periodo trobadorico, un “vero amore”.

È anche vero che all’epoca tutti i matrimoni erano combinati e mirati alla procreazione o alle alleanze patrimoniali e sociali, quindi l’amore poteva svilupparsi solo nella libertà consentita dalla clandestinità.

All’innamorato non era mai permesso di pronunciare il nome della donna amata, per evitare il disonore.  Quasi tutte le poesie trobadoriche erano dedicate infatti a dame senza nome, o dissimulate da nomignoli.

In teoria l’ideale di amor cortese, teorizzato da Andrea Cappellano, scrittore del “De amore”, prevedeva che l’oggetto amoroso, ovvero la donna sposata, fosse sempre irraggiungibile, un ideale sempre inappagato, lontano, in definitiva platonico, anche per non incorrere nelle scomuniche ecclesiastiche.

Nella realtà si consumavano carnalmente molti adulteri, anche se il silenzio e la discrezione erano obbligatori.

Un altro requisito necessario perché si potesse parlare di amore, a quell’epoca, era la sottomissione totale dell’uomo alla donna prescelta, quasi un rapporto sadomaso ante litteram, oppure una forma di culto divino alternativo. L’amore dell’uomo, inoltre, non pretendeva nessuna ricompensa, nessun ritorno, era gratuito. Non esisteva violenza nei confronti di chi non ricambiava il sentimento, questo non era nell’ideale cavalleresco ( e potrebbe essere un valido insegnamento nel presente), anzi un rifiuto acuiva anzi la nobiltà di un amore che di per sé e gratuito e non chiede niente.

Lancillotto e Ginevra, gli amanti celebri, citati anche nella Divina Commedia nel galeotto canto di Paolo e Francesca, ne sono un esempio mirabile. La storia è nota. Lei è la bellissima moglie di Re Artù, il mitico condottiero di Camelot, in Inghilterra, alla perenne ricerca del Santo Graal assieme ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Lui è di origine reale, è francese (e non poteva essere altrimenti) e si chiama Lancillotto del Lago, e ben presto diventa il più valente dei cavalieri di Camelot.

In una missione per liberare Ginevra, Lancillotto se ne innamora e si vota a lei, dedicandole le insegne e qualsivoglia impresa. Nasce l’amore, clandestino, pieno di sensi di colpa ma anche di ebbrezze estatiche. Artù, dopo qualche tempo, scopre la liason e da quel momento tutto crolla: il regno, Camelot, lui stesso muore in battaglia. I due amanti, per penitenza (o forse perché senza Artù non potrebbero più essere amanti e basta?), si ritirano in due conventi separati, senza mai più vedersi, continuando ad amarsi nei loro pensieri.

L’amor cortese è un periodo importantissimo per i rapporti uomo-donna e per l’idea di amore erotico: l’amore non è più considerato come follia  – tesi che si ripresenta ciclicamente nel tempo – , ma come saggezza e strumento di elevazione dello spirito umano.

pc

“Berthe Morisot. Le luci, gli abissi” di Adriana Assini.

Parigi 1868, Berthe Morisot posa per Édouard Manet, l’artista più discusso e affascinante del momento .

Sono gli anni in cui la modernità entra prepotentemente nei caffè e nei salotti parigini, sono gli anni della prima corsa ciclistica nel parco di Saint-Cloud e del brevetto per la fotografia a colori di Ducos du Hauron.

Sulla scia di questo fermento socioculturale un gruppo di pittori lancia una sfida al conservatorismo delle accademie. I loro nomi sono Renoir, Degas, Monet, Manet, Cézanne solo per citare i più famosi; passeranno alla storia con il nome di Impressionisti.

Berthe Morisot, terzogenita di un funzionario della Corte dei conti, desidera fare della pittura la sua professionetraguardo quasi impossibile in un mondo dove l’arte è esclusivo appannaggio maschile. Nulla riesce però a distrarre Berthe dalle sue tele e dai suoi pennelli eccetto il misterioso e seducente Édouard Manet.

Bijou, come viene chiamata in famiglia, non esita ad accantonare i suoi strumenti per posare per il pittore che ha conquistato la sua anima e il suo cuore fin dal loro primo incontro. Tutto accade sotto lo sguardo vigile e attento della madre di lei Marie-Cornélie che disapprova questa infatuazione della figlia e la vorrebbe quanto prima accasata come si converrebbe ad una donna del suo ceto.

Adriana Assini è maestra assoluta nel saper ricreare le atmosfere dei periodi storici nei quali si muovono i suoi personaggi; i suoi sono romanzi corali e questo lo è forse anche più degli altri. Ad affiancare la protagonista Berthe Morisot non c’è solo Manet ma tutti coloro che fecero parte del loro circolo; una confraternita che non si componeva di soli pittori ma anche di scrittori del calibro di Émile Zola o di poeti quali Stéphane Mallarmé.

Adriana Assini ci presenta Berthe Morisot come una donna forte e volitiva che non arretra di fronte a nulla pur di ottenere quei riconoscimenti che sa di meritare e che vuole ottenere senza dover rinunciare al suo essere donna. La Morisot, infatti, non acconsentì mai a cambiare il proprio nome con un nome maschile né ad abbigliarsi con abiti da uomo per ottenere quanto le spettava di diritto per i suoi meriti. Pagina dopo pagina prende vita davanti ai nostri occhi una galleria di personaggi vividi e reali con le loro manie e le loro peculiarità caratteriali: la passione di Manet per gli abiti sartoriali di alta moda, i modi scostanti di Degas, la meticolosità di Monet e così via.

Berthe Morisot, Eugène Manet sull’isola di Wight, 1875

La vita artistica, e non solo, di Berthe Morisot  fu profondamente segnata dal suo rapporto con il carismatico Édouard Manet, uomo sposato e seduttore impenitente. Fu infatti un amore totalizzante e platonico quello che legò la Morisot al pittore anche dopo la morte di questi. Se Manet fu per lei amico e maestro, lei per lui fu la sua musa nonché l’unica donna in grado di comprenderlo davvero e sapergli tenere testa, lei così selvaggia eppure allo stesso tempo così per bene. 

Berthe Morisot era una perfezionista, mai veramente soddisfatta dei risultati raggiunti anche nella vita privata. Eppure, dalle sue opere traspariva tutt’altro. Le sue tele erano luminose ed eternavano a volte scene di intimità familiare; esprimevano quella luce e quella pace interiore alle quali la pittrice tanto aveva aspirato, ma che mai riuscì davvero a raggiungere. Al termine del romanzo, però, il lettore non può che immaginarla in pace accanto al suo Édouard, finalmente insieme e uniti per l’eternità.

Adriana Assini è riuscita a rendere in modo eccellente le luci e gli abissi, per citare il titolo stesso del romanzo, propri dell’animo di quell’affascinante artista tanto caparbia e umbratile da essere, a torto, spesso accusata di freddezza e anaffettività.

Un viaggio malinconico e inquieto attraverso i sentimenti e le profondità dell’animo umano quello in cui ci conduce Adriana Assini in questo suo ultimo romanzo, ricco di citazioni che spaziano dal pensiero di Eraclito ai versi di Shakespeare; un viaggio rischiarato però dai vivaci colori dei lussureggianti giardini, dalle sfumature azzurre dell’oceano e dagli infiniti tentativi di Monet di riuscire a fermare sulla tela i riverberi della luce.

Adriana Assini

Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente e con quel che vede ci costruisce un romanzo, una piccola finestra aperta sul mondo di ieri. Dipinge. Soltanto acquarelli. E anche quando scrive si ha l’impressione che dalla sua penna, oltre alle parole, escano le ocre rosse, gli azzurri oltremare, i luccicanti vermigli in cui intinge i suoi pennelli. Ha pubblicato diversi libri, tutti a sfondo storico, tra cui, i romanzi  Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici (2019), La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli (2019), Agnese, una Visconti, Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017), Un caffè con Robespierre (2016), La Riva verde (2014) e Le rose di Cordova che dalla sua prima edizione del 2007 ha visto la fortuna di due edizioni successive e tre ristampe.

Gli Hotel delle donne di New York, dove gli uomini non potevano entrare.

Fino a non tanti anni fa le donne sole non potevano accedere agli Hotel di NYC, fino a quando si crearono gli alberghi dove a esser vietati furono i maschi.

The Martha Washington Hotel.

Dietro ogni grande città ci sono sempre delle grandi donne. New York City, come la più grande delle città, ha conosciuto le più grandi donne del mondo ma il mondo non si è sempre rivelato altrettanto grande, né riconoscente, né gentile nei loro confronti.

In un tempo non lontano e fino al 1965, una donna sola, se non era accompagnata da un uomo che garantisse per lei, non poteva soggiornare in un hotel o cenare nel suo ristorante. La signora Harriet Stanton Blatch nel 1908 citò a giudizio la Hoffman House che si rifiutò di consentire l’accesso al suo rooftop dopo le 18 senza un uomo che la accompagnasse. La corte le diede torto poiché “la condizione necessaria per consumare un pasto o una bevanda era di avere un accompagnatore maschio”. Anche donne colte e brillanti dovevano lottare per non essere viste solo come la moglie, la madre, la figlia o l’amante di… un uomo. Questa lotta contro gli stereotipi, la religione, la cultura e la morale può essere osservata attraverso la storia unica degli hotel di New York.

Park Avenue Hotel Courtyard

Ancora una volta, è quindi naturale che New York sia stato il luogo di nascita del primo hotel per donne. Dall’inizio alla metà del XIX secolo un numero molto elevato di donne single si trasferì a New York sia per sfuggire alla povertà ma anche per esplorare la possibilità di una vita indipendente. Gli “Angeli della casa” (come venivano spesso descritte dagli uomini) erano stanchi di essere in realtà gli “Angeli delle pulizie di casa”.  Probabilmente provavano quello che, nel 1973 ancora provava Betty Friedan quando scrisse: “Io pensavo, come le altre donne, che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché non provavo nessun orgasmo passando la cera sul pavimento della cucina”. 

Spinte dall’aumento della richiesta di lavoro femminile e sebbene venissero pagate molto meno degli uomini (niente di nuovo), furono comunque finalmente in grado di assicurarsi un lavoro a pieno titolo.  Nel 1840 solo il 10% delle donne aveva un lavoro, e nel 1920 si raggiunse il 24% (43% nel 1970 e 61% nel 2000), il che creò un serio problema per le donne lavoratrici e per la città: l’alloggio.

Senza alberghi o abitazioni che permettessero alle donne di alloggiare in sicurezza, esse finivano spesso in dimore molto pericolose e squallide. A differenza degli uomini, delle donne non ci si poteva fidare e non si poteva lasciarle “senza supervisione”, la loro morale, purezza e castità dovevano essere preservate; da qui l’apertura di “Case Morali”, spesso gestite da entità religiose, con regole molto rigide e ferree restrizioni che erano concepite per far rispettare “una sana condotta”, come le preghiere del mattino, visitatori solo nel parlatorio e nessun uomo. La matrona della casa era chiamata “madre” e le ospiti, “figlie”.  La YWCA aprì nel 1891 al civico 14-16 della 16esima strada, l’affitto era da pagare in anticipo, niente cucina, lavanderia e l’elettricità veniva staccata alle undici di sera.

Il palazzo sede dello Stewart Hotel, poi del New York Sun (courtesy of museum of the city of New York)

Nel 1878 sulla Fourth Avenue (Park Avenue) tra la 32esima e la 33esima strada aprì lo Stewart Hotel, il primo “Hotel delle donne lavoratrici” a pieno servizio. Venne commissionato dall’immigrato Irlandese e uomo d’affari Alex Turney Stewart che era diventato uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti e aveva fondato il primo grande magazzino di New York City al 280 di Broadway, (che è ancora in esistenza, ed è conosciuto per essere stata la sede del giornale New York Sun).

Il Sig. Stewart dichiarò che l’hotel era stato realizzato per “giovani donne industriose… per promuovere la loro individualità e indipendenza”. Potendo ospitare 1.500 donne lavoratrici, era il più grande hotel dei suoi tempi. Lo Stewart Hotel esibiva in tutto l’edificio una magnifica struttura in ghisa con colonne e lunette e un elegante cortile; per sette dollari a settimana si poteva affittare una stanza privata mentre per sei dollari si condivideva la stanza. Purtroppo questo esperimento innovativo durò solo quarantacinque giorni: quando ci si rese conto che non era un investimento redditizio, fu rapidamente riadattato a hotel di lusso e ribattezzato il Park Avenue Hotel, il quale venne tragicamente demolito nel 1927, rendendolo uno dei tesori perduti di New York.

Park Avenue Hotel

Occorrerà attendere fino al 1903 per la realizzazione di un altro hotel per donne. Il Redbury Hotel, come si chiama attualmente, venne realizzato in un elegante stile Renaissance Revival sulla 29esima strada tra Madison e Park Avenue. Aveva un nome tanto generico quanto inequivocabile: “Women’s Hotel” per poi passare a “uno, nessuno e centomila” nomi: The Martha Washington, Thirty Thirty, Lola, King & Grove e di nuovo Martha Washington e ora il Redbury. L’importanza del Martha Washington Hotel nella storia di Gotham è innegabile, era il concetto di femminismo applicato a un hotel, tanto che divenne anche la sede di un gruppo femminista: l’Interurban Women Suffrage Council. L’hotel riscosse un successo immediato con una lunga lista d’attesa.

Era infatti concepito per donne d’affari indipendenti come insegnanti, musicisti, scrittrici, medici, infermiere… tutti i servizi erano orientati per il loro benessere, una farmacia, una manicure, una sartoria e anche molte delle partecipazioni azionarie erano possedute da donne, sebbene vi fossero investitori famosi come John D. Rockefeller, Helen Gould e Olivia Sage. L’impatto dell’hotel fu tale che nel 1904 il New York Times parlò di tour organizzati davanti all’hotel. “Le guide turistiche l’hanno ora incluso (l’hotel) tra i luoghi d’interesse da indicare ai turisti provenienti da fuori città, facendo supporre che le residenti fossero un nuovo tipo di fenomeno da baraccone che non era ancora stato classificato in un museo o in uno zoo”.

Matilde diventa maggiorenne e va a votare!

Luciana sogna di andare all’università e di diventare una scienziata. Matilde, la sorella maggiore, ha fatto solo le elementari ed è operaia in un maglificio ma, sperando in un futuro diverso, sta preparando l’esame della terza media perché non ci si vede “una vita a fare i maglioni e ad accudire bambini”.

Questo importantissimo appuntamento è concomitante con un avvenimento storico: il referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946.  Le donne italiane possono votare per la prima volta e Matilde, che ha appena compiuto 21 anni, è emozionata e sente la responsabilità della scelta che può fare. 

Con “Il primo voto di Matilde” (ed Settenove), Fulvia Degl’Innocenti ha immaginato una famiglia contadina toscana dopo la guerra, nei mesi in cui è chiamata al voto. Prima per le amministrative, a marzo, e poi per il referendum e l’elezione dell’Assemblea Costituente. 
L’ordinaria vita nei campi e la storia d’amore di Matilde con Lorenzo si intreccia con l’esercizio di un diritto di cittadinanza dimenticato poiché era il 1934 quando l’Italia aveva potuto esprimersi, tra l’altro, per un plebiscito: infatti “si poteva votare solo un sì o un no ai candidati dell’unico partito, quello fascista”. 
 

Il giorno del voto è una festa e la famiglia si prepara con cura organizzandosi per la lunga fila che la attende ai seggi. Le notizie dello spoglio arrivano lentamente e solo il 5 giugno si ha la certezza che la repubblica ha battuto la monarchia con quasi due milioni di voti in più. Matilde ha votato per la repubblica e per Bianca Bianchi, un’insegnante, “la persona giusta per affrontare i problemi della scuola e il diritto all’istruzione”. 

Questo delicato racconto, corredato con le illustrazioni di Gioia Marchegiani, si rivolge alle giovani generazioni per dare informazioni su un momento costitutivo della nostra democrazia e, attraverso la protagonista, delinea il ritratto di una donna capace di scegliere autonomamente il suo futuro e la società in cui vuole vivere. 
Matilde che diventa maggiorenne diventa la metafora di una giovane nazione consapevole dell’impegno che ha assunto e che è fieramente convinta di volerlo sostenere.

Fonte: Noidonne.it

“Viva la vida” di Frida Kahlo, inno all’amore e alla gioia per la vita.

“Viva la vida” di Frida Kahlo viene realizzato otto giorni prima di morire, il 13 luglio del 1954, a 47 anni in Città del Messico. L’ultimo saluto gioioso di una persona che nella vita ha conosciuto molto presto la malattia e la sofferenza fisica.

Ha appena sei anni quando si ammala di poliomielite, guarisce, ma la gamba destra resterà meno sviluppata e rimarrà claudicante. A 18 anni un terribile incidente tra l’autobus e un tram quasi la uccide. Sarà costretta a indossare busti ortopedici e a sottoporsi ad una trentina di interventi chirurgici. La pittura rimarrà per lei l’unica consolazione e valvola di sfogo, ma anche forte dichiarazione di amore per la vita e resistenza. Dipinge essenzialmente autoritratti dolenti, contribuendo al filone autobiografico in arte.

“Viva la vida” è una natura morta che rappresenta angurie succose, rosse e appetitose. Un grido di colore, il desiderio infinito di gioia di vivere. È un estremo omaggio alla vita. I cocomeri si stagliano verdi e rossi su un cielo azzurro. Sulla polpa succosa e sensuale delle fette è scritto “Viva la Vida – Coyoacán 1954 Mexico”. Le angurie del dipinto vengono rese in tutta la loro fecondità e pienezza, come ricca è stata percepita la vita dall’artista nonostante tutto. Queste le ultime parole che Frida scrive nel suo diario. Un testamento commovente ed energico.

«Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più»

Frida ha vissuto intensamente attraversando, anzi, tuffandosi nelle gioie dell’amore e nell’impegno politico. Donna emancipata e indipendente, passionale e sanguigna che non pose mai limiti alla sua coraggiosa indole. “Viva la vida” è il suo lascito, il messaggio ultimo per se stessa e per chi ancora vive:  la vita malgrado tutto merita di essere vissuta.

La simbologia dell’anguria e l’omaggio dei Coldplay

L’anguria è per eccellenza il frutto dell’estate, fresco e dissetante, simbolo di passione e amore. Rappresenta anche l’intelletto, il lavoro e il benessere. Nelle credenze egizie torna questo frutto come simbolo. Si riteneva provenisse dal seme del dio Seth, divinità del deserto e della siccità, della bufera e dei morti. Proprio per questo veniva spesso posto nelle tombe come forma di nutrimento per l’aldilà, a rimpolpare una vita metafisica altrimenti destinata alla desolazione.

“Viva la vida” di Frida Kahlo è stata fonte di ispirazione per molti artisti, tra cui in musica i Coldplay. Era il 2007 quando Chris Martin in tour con i Coldplay giunse a Città del Messico. Tra un’esibizione e l’altra ebbe modo di visitare la Casa Azul, il museo ufficiale di Frida Kahlo.

Fu così che il frontman del gruppo britannico scoprì questo dipinto. Chris si segnò subito il titolo e rese omaggio all’opera intitolando così il suo album e il singolo principale. 

Viva la vida” dei Coldplay è uno dei brani pop barocco/pop rock più amati del nuovo millennio, un testo ricco di riferimenti biblici, artistici e letterari, sopra una strumentazione e un arrangiamento altrettanto ricercati.

 

A colloquio con Patrizia Cavalli, la poeta.

Roma, Campo de’ Fiori, l’afa di un agosto deserto di persone, la casa all’ultimo piano, senza ascensore, Patrizia Cavalli affondata sul divano che cerca da dieci minuti una posizione comoda appoggiando i piedi sul tavolino di fronte. Fogli, quadretti, piccole sculture sottili appese alle pareti, oggetti inutili e medicine sono il paesaggio di questo incontro, che sarà pieno di pause, sospiri, immaginari salti temporali per riacchiappare ora questo ora quel ricordo. Patrizia Cavalli è la nostra maggior poeta vivente.

Possiamo darci del tu?

Certamente, risponde Patrizia.

Ho letto da qualche parte che… Non provi più amore. Ma da quanto?

Da anni.

E come si sta senza amore? 
Male, tristi. Con una specie di sapienza a posteriori che non consola. Però sono troppo narcisista per azzardare un sentimento che potrebbe non essere ricambiato.

Ma la felicità non è un rischio? Non sta forse nel «fecondo coraggio», come diceva Natalia Ginzburg, il segreto dell’andare avanti? 
Boh

Perché ti fai chiamare «poeta» e non «poetessa»? 
Perché poetessa fa ridere, dai. Non mi è mai passato per la testa l’idea di farmi chiamare poetessa. Sembra quasi una presa in giro.

La stessa Elsa Morante, quando decise di sostenerti, ti disse: «Patrizia, sei poeta, sono felice». 
A lei devo tutto, avevamo un rapporto complesso, umorale, esattamente come la sua natura. Ma ricordo un episodio. Una volta eravamo a tavola io, lei e Sandro Penna. Penna c’aveva quella vocetta gne gne e diceva: “Elsa, Elsa, sei contenta di stare a pranzo con due poeti?”. Morante lo gelò: “Io sono più poeta di voi”. 

“Con passi giapponesi” è un libro di prose. Com’è nato?
Non c’è stata una vera intenzione. La prosa fa parte di me, io ho sempre scritto molto, ho uno stanzino pieno di note e appunti. I testi qui raccolti sono brevi, almeno per la maggior parte, indago il linguaggio.

Nata a Todi nel ‘47. In Umbria l’adolescenza. Poi Roma, alla fine degli anni ‘60 per studiare filosofia. Come sono stati i primi anni romani? 
Disperati. 

Perché? 
Difficili anche sul piano topografico: mi perdevo nelle strade e siccome mi vergognavo a chiedere informazioni capitava che vagassi da sola per ore o che rimanessi fissa in un posto come un baccalà. 

Poi questa casa, dove abiti dal 1972. 
Prima occupavo un piano della casa di un tizio sposato ma gay. La moglie piangeva sempre e la capivo: aveva scoperto di stare con uno che amava i maschi. Gli innamorati si somigliano tutti. 

Non sei mai stata attratta dai maschi? 
Solo da ragazzina, sui dodici o tredici anni. Mi piaceva il mio vicino di casa a Todi, ma non era un’attrazione erotica. Era un’altra cosa. Più conformista, direi. Era come se stessi sperimentando qualcosa che non capivo bene. 

A Kim Novak hai dedicato la tua prima poesia. 
Avrò avuto sì e no dieci anni. Quella donna mi faceva impazzire, mi sembrava un angelo. La poesia — la ricordo benissimo — faceva così: 
Chi sei tu dunque 
Kim, Kim, Kim Novak? 
Sei forse l’angelo che appar di tratto? 
Sei forse luce, calore e sogno? 
Sì vedo, in te vedo il bene, la luce e la speranza. 
Credo, in te credo con l’anima mi’ intera
»

«Con l’anima mi’ intera», addirittura un’elisione. 
Evidentemente quello mi sembrava vera poesia, quell’attenzione alla lingua.

Stai scrivendo in questo periodo? 
No, non scrivo da almeno quattro mesi. La malattia, dicono, al momento s’è ritirata ma queste maledette cure che ho fatto mi hanno portato via l’energia e la memoria. Come si fa a fare poesia senza memoria? La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere. Le parole devono avere una potenza intrinseca, il lavoro del poeta è sceglierle tra tante altre. Ma io non ci riesco sempre ora.  

Che cosa provi in quei momenti?
Una sensazione di impotenza. Il corpo che cede, la stanchezza, la sensazione di non esserci. Perché il corpo è tutto. Il corpo è il teatro delle nostre cose , senza il corpo non ci siamo. La memoria è poi anche conforto, con la memoria ci sentiamo interi. Io invece adesso non sempre sento la vita davanti. Qualche volta risorge, a tratti e all’improvviso e allora corro a catturarla, a fissarla. Con immagini o con parole.

Il “corpo è tutto”? 
E certo, e di che cosa vuoi parlare, dell’anima? Ma dai. Il corpo è dove sperimentiamo la conquista e la perdita. 

In “Con passi giapponesi” uno dei brani più belli è quello in cui si racconta lo sguardo delle donne sulle altre donne: chirurgico, spietato. 
Vero. Uno sguardo che ho sentito più volte su di me e che ho visto spesso da donna a donna. Come uno sguardo unico, che mai sarà rivolto agli uomini. 

Una delle poche cose che nessun uomo riuscirà mai a prenderci? 
Forse. 

Hai trascorso molto tempo senza pubblicare. 
Non sono una che apre la bocca per dargli fiato. Ho scritto cinque libri di poesie, è tanto. Non mi pesa stare senza scrivere. 

Ma a settembre è uscita una nuova raccolta, «Vita meravigliosa». 
È fuori dal tempo, un libro dove ho messo tante cose. Compreso un poemetto dal titolo “Con Elsa in paradiso”. 

Dolores Ibárruri Gómez, la Pasionaria Spagnola, che insegnò a non arrendersi mai!

Che Dolores Ibàrruri fosse una donna piena di passione, è evidenza storica. Però il soprannome di Pasionaria veniva, come lei stessa rivelò, da tutt’altro: il suo primo articolo, scritto per un piccolo giornale della sinistra, fu pubblicato proprio la settimana prima di Pasqua, la settimana della Passione, e da ciò trasse lo pseudonimo. Dolores veniva da una famiglia basca molto religiosa e lei stessa aveva pensato di farsi monaca; in effetti la sua vita è stata interamente consacrata all’antifascismo e al comunismo.

Nata nel 1895 a Gallarta, nella zona mineraria di Somorrostro, a ovest di Bilbao sul golfo di Biscaglia, era l’ottava di undici figli. Il padre, minatore nelle miniere di ferro a cielo aperto, lavorava dall’alba al tramonto per una paga da fame. La madre era una donna rigida, dura per indole o necessità. Vivevano in una baracca e il paesaggio doveva essere simile all’inferno, fra i fumi delle miniere e quelli delle vicine fabbriche di Bilbao.

Dolores era sveglia e ribelle e invano la madre cercava di domarla a suon di ceffoni. Avrebbe voluto studiare, ma giovanissima dovette andare a servizio in città presso famiglie facoltose. A vent’anni non ne poteva più. Per uscire da quella vita grama e senza speranza sposò nel 1916 un operaio socialista militante del PSOE (Partido Socialista Obrero Español) e, come tale, sempre dentro e fuori dal carcere. Juliàn Ruiz, così si chiamava, non era certo un genio, ma fisicamente non male: Dolores era piuttosto alta e lui altrettanto, così non sfigurava e non la metteva in imbarazzo.

Ebbero sei figli, dei quali sopravvissero agli stenti dell’infanzia soltanto due, Rubén e Amaya. Non fu un matrimonio particolarmente felice, durò una quindicina d’anni e finì per consunzione quando nel 1931 Dolores si trasferì a Madrid. Juliàn fu sempre molto signorile: non si sentì surclassato dalla moglie che in breve fece una carriera politica più brillante della sua, anzi quando si separarono affermò nobilmente: “Io perdo una moglie, il partito guadagna un dirigente”. Forse era anche stanco di avere in casa un dirigente del partito. Che, nel frattempo, era diventato quello comunista, nato da una scissione del PSOE.

Sulla scia del marito Dolores aveva intrapreso la strada della militanza politica, strada molto ardua soprattutto per una donna. Lei poteva contare su un grande fascino, non però nel senso in cui lo intendiamo noi oggi.

Vestiva infatti sempre di nero e in modo castigato, come nella tradizione basca, ma era di una eleganza naturale, semplice e senza fronzoli, e riusciva a contagiare con la sua passione politica, a infiammare la folla con i suoi discorsi. Trasparivano in essi non astratti ideali ma una vita vissuta con affanni e dolori, nonché una assoluta determinazione al riscatto. Dolores non fu mai una femminista vera e propria, come altre contemporanee che militarono nel movimento anarchico. In quanto comunista era molto severa nella morale sessuale e si sentì grandemente in colpa per la relazione con Francisco Antòn, parecchio più giovane di lei; fu l’unica, pare, di tutta la sua vita oltre a quella col marito.

L’ impegno nei confronti delle donne era piuttosto rivolto ad emanciparle, liberandole dalla miseria e dal peso di dover tirar su da sole i figli mentre i compagni erano tutti presi dalla lotta di classe o passavano anni in galera. I tempi erano durissimi. Non solo la Spagna viveva in un terribile stato di arretratezza, ma le classi dirigenti erano tanto inette quanto sfruttatrici. Le pessime condizioni dei braccianti e degli operai sfociavano spesso in rivolte spontanee e irrazionali regolarmente soffocate nel sangue dalla Guardia Civil, come la Semàna Tragica di Barcellona del 1909 e la rivolta delle Asturie del 1934. Nel febbraio del 1936, finalmente, libere elezioni mandarono al governo la sinistra: si attendeva un periodo di pace sociale e grandi riforme, senonché, in luglio, l’alzamiento, la rivolta militare guidata dal generale Francisco Franco, dette il via alla guerra civile.

Dolores si buttò in una strenua attività a sostegno della Repubblica. Non potendosene occupare e per loro sicurezza spedì i figli adolescenti a studiare a Mosca. Visitò i numerosi fronti, entrò coraggiosamente nelle caserme per convincere i soldati a non seguire gli ufficiali ribelli, tenne comizi di massa, viaggiò per cercare l’appoggio della Francia e dell’Inghilterra alla causa della Repubblica. Appoggio vilmente negato, com’è noto.

La giacca rossa di Ursula e la maglia rossa del piccolo Aylan.

Il 6 aprile 2021 l’Europa è stata sconfitta come nel 2015, quando ha raccolto il corpo del piccolo Aylan Kurdi.

Era l’ottobre del 2015 quando sulla costa della città turca di Bodrum la foto di un bimbo siriano, Aylan Kurdi, riverso sulla riva come se dormisse divenne l’immagine potente della tragedia dell’emigrazione per migliaia di creature innocenti in fuga  con le loro famiglie da guerre, fame, e violenze d’ogni genere. Foto di una tenerezza struggente. 
Quel bambino con la maglietta rossa e i pantaloncini scuri fu per giorni sui giornali a parlarci della tragedia dell’emigrazione e poi, per sempre, depositata nell’archivio della storia da dove periodicamente viene riproposta per la simbologia che evoca e le infinite vite sacrificate, che impersona per sempre. 

Il 2015, casualmente lo stesso anno in cui, sempre facendo parlare una foto uscita dagli archivi quale testimone di comportamenti sperimentati, è stato possibile capire (ovviamente per chi vuole capire) che quanto è capitato il 6 aprile a Ursula von der Leyen ….. è stato pensato e deciso per offendere,  attraverso lei, l’Europa e le donne tutte, iniziando da quelle turche.  Infatti in quel 2015 lo stesso Erdogan incontrò, a margine del G20 ad Antalya in Turchia, Jean Claude Juncker e Donald Tusk, rispettivamente Presidente della Commissione come Ursula von der Leyen e del Consiglio come Charles Michel. Immortalati in una foto mostrano la precisa collocazione di quelle tre poltrone con cui Erdogan all’epoca decise di dare pari dignità e potere ai due rappresentanti dell’Unione, nel rispetto del protocollo che evidentemente conosce bene.

Passano sei anni e, sorvolando su quanto avvenuto in questo periodo, è peraltro difficile non sottolineare oggi, nonostante il virus e le difficoltà che comporta in ogni campo, come sia stato importante concretizzare un nuovo incontro fra Erdogan, come nel 2015, e i due politici più rappresentativi d’Europa: Ursula von der Leyen Presidente della Commissione (recatasi in Turchia per discutere non a caso dell’emigrazione!) voce dell’Europa e istanza comunitaria per eccellenza e Charles Michel Presidente del Consiglio Europeo, dimensione intergovernativa dell’Unione.

Due ruoli e funzioni politiche formalmente di pari grado ma che non è difficile comprendere che a seconda delle situazioni e degli incontri l’uno di fatto simbolicamente prevalga sull’altro. Ed è deducibile per le questioni che erano in discussione il 6 aprile, compreso il tema degli emigranti, che forse fosse proprio Ursula von der Leyen l’interlocutrice più significativa. 

Era l’Europa in primis più che la somma degli stati europei che incontravano il premier turco. 
Questa riflessione, che non è di lana caprina, rende ancor più grave il comportamento di Michel che in nome della politica, e non del semplice galateo, avrebbe dovuto aspettare a sedersi.

Lo sgarbo avvenuto ad Ankara che ha visto Michel incapace di reagire a Erdogan è stato dunque il subire uno sgarbo all’Europa, usando una donna e negandole il ruolo e la funzione che rappresenta.