Cerchiamo l’estate…

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«Sai che dice il Rig-Veda?
La bellezza sorprende ogni giudizio;
e l’amore non sa contare i giorni».

-=o*o=-

Amici 
mi prendo del tempo
prima che l’estate trascorra
vorrei
(dovrei)…
sorridere ai giorni
leggere camminare
… e avere cura

Buona estate a tutti, ci rivedremo ai primi di settembre!

Paola

 

Jeanne Baret, la prima donna che circumnavigò la Terra

Nacque 280 anni fa e il 27 u.s. è stata celebrata dal doodle di Google

Barbara Pym, una penna sommessa e ironica

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Nacque il 2 giugno 1913 a Owestry, nello Shropshire, una contea al confine con il Galles. Il padre era avvocato e la madre di origine alto-borghese, e fu proprio lei a spronarla a scrivere, fin dai suoi dieci anni. Barbara studiò a Liverpool e si laureò in Lingua e Letteratura inglese a Oxford nel 1934. Durante la guerra prestò servizio all’Ufficio censura di Bristol e nelle fila del Wrens (Women’s royal naval service). Al termine del conflitto trovò lavoro come ricercatrice all’Istituto internazionale di cultura africana, a Londra, e redattrice della rivista “Africa”.


Da tutte le esperienze trasse ispirazione per i suoi romanzi, il primo pubblicato fu Some Tame Gazelle, nel 1950 (Qualcuno da amare, La Tartaruga, 1994). Seguirono Excellent Women(1952), Jane and Prudence (1953), Less than Angels (1955), A glass of Blessing (1958), poi, inspiegabilmente, il suo editore Jonathan Cape, e come lui molti altri, si rifiutò di pubblicare  An Unsuitable Attachment, uscito postumo nel 1982, come anche An Accademic Question, nel 1986.

Erano gli anni Sessanta e la sua prosa, priva di ribellismo e passioni forti, ritenuta anacronistica per quei tempi, non attraeva più. Per l’autrice cominciò un lungo silenzio, un vero e proprio oblio, in cui, nonostante l’amarezza, continuò a scrivere e a dedicarsi al suo lavoro londinese, fino alla pensione, che arrivò nel 1974, allorché decise di  andare a vivere, con la sorella Hilary e gli amati gatti, a Barn Cottage, nel villaggio di Finstock, Oxfordshire.

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Ma cosa le veniva rimproverato? Barbara Pym scriveva di amenità come camere d’affitto in edifici condivisi, ristrettezze normali del dopoguerra, pesche di beneficienza, lavoro e rapporti tra colleghe e colleghi, traslochi, garden party in quartieri non completamente ricostruiti, cura dei fiori in chiesa, razionamento del cibo, infinite tazze di tè offerte, ricevute e desiderate.

Poco importanti le trame, che vedevano in azione pensionati, impiegate, bibliotecarie, antropologi, curati anglicani da sposare, tipi e tipe eccentriche, persone non particolarmente belle, eppure affascinanti, donne incuranti del loro aspetto, che magari indossavano vestiti smessi da altre, molto attive in parrocchia.

Scriveva di zitelle sicure di sé, quando ancora la parola single non le designava, che sapevano vivere senza un uomo, un amore, dignitosamente sole, o che anelavano ad affetti pacati con uomini apparentemente noiosi e coltivavano molti interessi, attive nella comunità accademica, o in campagna, o in parrocchia. Insomma “donne eccellenti”, come il titolo del suo più celebre romanzo (La Tartaruga, 1985, il primo tradotto in italiano).

Raccontava una vita apparentemente tranquilla che nascondeva nevrosi e rimpianti, sublimati nella devozione, o nell’impegno personale, nelle buone maniere o nel pettegolezzo appena accennato. Un mondo molto british dove non scoppia la tragedia e la quotidianità, semplicemente banale, è pur sempre un’opportunità di vita.

 

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“Becoming. La mia storia”, Michelle Obama

Michelle Robinson, ragazza del South Side di Chicago è tipo da “spuntare le cartelle”, affronta con determinazione i problemi che le si presentano, è meticolosa e cura molto i dettagli.

Nata  in una famiglia modesta che vive in affitto nella casa di una zia, personaggio centrale nella vita di Michelle, incarna la fermezza e il rigore e le insegna a suonare il pianoforte,  il padre è operaio municipale, la madre si occupa della famiglia e della casa. Michelle cresce in una cerchia parentale articolata e affettuosa, incoraggiata a proseguire gli studi, anche se rappresentano un problema economico per i suoi genitori.

Determinata, anche se non sempre brillante negli esiti scolastici, diventa avvocata in uno studio importante e, dopo alcuni legami sentimentali,  incontra un uomo con una storia familiare frammentata ma non meno ricca di affetti, ottimista, intelligente, con uno spiccato senso della comunità e un forte desiderio di cambiare il corso della vita a chi gode di meno diritti. Michelle diventa la signora Obama e dopo qualche anno sarà sotto i riflettori di tutto il mondo come la prima First lady nera.

È un libro utile da leggere? Non saprei, in alcune parti, soprattutto dopo la prima e seconda elezione a Presidente di Barack Obama,  ho dovuto trattenere l’irritazione perché infastidita dai lunghi elenchi di persone e fatti, per tacere delle modalità di scelta degli abiti di Michelle,  la sottolineatura sulla presenza di consulente di immagine, parrucchiere e truccatore, e poi gli elogi reiterati allo staff, la costante e ribadita esternazione  dell’attenzione per le figlie, in ogni momento, in ogni situazione, insomma qualche ridondanza di troppo.

Come tanti libri di questo tipo, più che un autentico memoir è un’operazione editoriale curata da un numero imprecisato di addetti, basta controllare l’elenco corposo dei “ringraziamenti”, e non si intuisce quale parte abbia realmente avuto “l’autrice” nella scrittura.

Tuttavia posso capire che la popolarità di cui ha goduto la signora Obama sia stata tale da suscitare molto interesse fino alla curiosità di conoscere i particolari della sua infanzia e della sua vita alla Casa Bianca, e il successo di vendita del libro sembra provare tale ipotesi.

La lettura è stata comunque piacevole nelle parti in cui Michelle racconta i progetti e gli sforzi compiuti, come First lady, senza tracimare nell’azione politica.

Il potere di una first lady è uno strumento curioso, inafferrabile e indefinito come il ruolo in sé. Eppure stavo imparando a utilizzarlo. Non disponevo di un’autorità di tipo esecutivo. Non comandavo truppe e non dovevo svolgere compiti formali di diplomazia. La tradizione voleva che dispensassi una luce delicata, lusingando il presidente con la mia devozione, lusingando la nazione in primo luogo senza sfidarla. Cominciavo a capire, tuttavia, che se usata con attenzione quella luce era potente.

 

 

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Che cosa pensa il dott. Burioni delle donne “brutte”

 

 

 

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Il Dott. Burioni è un medico diventato noto per il suo lavoro divulgativo sui vaccini e, ultimamente, sul coronavirus.

Burioni quindi si occupa di salute e di scienza, non è di certo un presentatore di Miss Italia?!

E queste sono le sue esternazioni: “Quando in giro vedo una donna brutta, la guardo sempre con attenzione. Nel 99.9% dei casi, mi rendo conto che se si curasse, se dimagrisse e via dicendo, non diventerebbe bella, ma certo di aspetto non sgradevole. Una volta che si è non sgradevoli, la partita è aperta. Fidatevi.”

C’è talmente tanto di sbagliato in questa frase, che non so nemmeno da che parte incominciare.

Proverò da qui:

1. Tutti, sia uomini, ma anche troppo spesso le donne, si sentono legittimati, per non dire in dovere, di esprimere il proprio parere sul corpo delle donne: bello, brutto, magro, grasso, vecchio, giovane, come se fosse un oggetto in mostra al mercato. “Il corpo delle donne è di dominio pubblico” ha detto Michela Murgia e così, purtroppo, è: se sei donna, il tuo corpo non appartiene a te, ma è a disposizione per le critiche e i commenti di tutti.

2. Cosa vuol dire, esattamente, essere una donna “brutta”? Non essere conforme ai canoni estetici imposti, per caso? Ma sbaglio o la bellezza dovrebbe rientrare nei gusti ed i gusti dovrebbero essere soggettivi, quindi non dovrebbero esserci donne “brutte” in senso assoluto, ma solo donne che possono rientrare o meno nei gusti di qualcuno?

3. Il termine “sgradevole” – la Treccani riporta questo significato: [di persona che provoca fastidio, noia, molestia ≈ antipatico, fastidioso, importuno, molesto, noioso, scocciante, seccante, spiacevole, detestabile, insopportabile, odioso.] Non vedo il termine brutto rientrare nel significato di sgradevole, anzi, vedo tutti attributi relativi al comportamento della persona, non al suo aspetto. Forse Burioni pensa che essere “brutti” fuori, voglia dire essere brutti anche dentro?

4 Una donna, per essere ritenuta “gradevole” deve essere solo “bella”? Essere simpatica, intelligente, interessante, colta, altruista, gentile, ecc., non serve a niente se non si è belle fuori? E io che pensavo che la cosa più importante fosse la personalità…

5. Quella “partita aperta”, di cosa parla? Di briscola, non credo. Parla forse di “essere considerate dagli uomini”? Eh certo, una donna se non è considerata dagli uomini non vale niente, anzi, non è niente, non esiste, non ha senso di essere su questa Terra, perché si sa, le donne sono state create per il diletto degli uomini, solo così possono esistere, altrimenti niente.

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Ma le donne che cosa scrivono?

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La tua nostalgia è un mare che puoi navigare,
la tua nostalgia è un terreno su cui puoi camminare,
perché te ne stai allora inerte e scorata
fissando il vuoto?
Verrà un mattino con un orizzonte più rosso
di tutti gli altri,
verrà un vento a porgerti la mano: mettiti in cammino!

Edith Södergran

*

L’abitudine è la più infame delle malattie
perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia,
qualsiasi dolore, qualsiasi morte.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose,
si impara a portar le catene, a subir ingiustizie,
a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.
L’abitudine è il più spietato dei veleni
perché entra in noi lentamente, silenziosamente,
cresce a poco a poco
nutrendosi della nostra inconsapevolezza
e quando scopriamo di averla addosso
ogni fibra di noi s’è adeguata,
ogni gesto s’è condizionato,
non esiste più medicina che possa guarirci.

Oriana Fallaci

*

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

Goliarda Sapienza

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*

Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso tempo in cui mi sento io.
Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me.
Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.

Frida Kahlo

*

Code

Non mi dispiace fare le code,
c’è tempo per pensare,
per guardare dentro la borsa,
dentro la tasca dell’auto,
tempo per programmare i giorni a venire
domani dopodomani,
per guardare negli occhi di quell’extra gentile
(che vetro scintillante mi ha fatto,
gli ho chiesto il sinistro domani il destro,
ogni giorno un pezzetto diverso)
tempo per guardare quel bel geranio al quarto piano,
sta bagnandolo una vecchina pulita, bellina,
tempo per leggere i titoli, il nome di una via,
tempo per cominciare questa poesia.

Vivian Lamarque

*

Apro questa scatola del giorno
sperando di trovarti in offerta
forse non è il prezzo che mi spaventa
ma la data di scadenza

Anna Maria Guerrieri

*

Donna

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di fotografie ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!!!

Madre Teresa di Calcutta

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*

Buongiorno

Superficialità! – Caro peccato,
Compagna mia e nemica mia carissima!
Tu versasti il sorriso nei miei occhi, E la mazurka in tutte le mie vene.
Da te ho imparato a non tener l’anello,
Non m’avrebbe la vita presa in sposa!
A cominciare a caso, dalla fine,
E a finire però sempre daccapo.
A essere fuscello, e essere acciaio,
In questa vita, in cui si può sì poco…
A scioglier la tristezza con la cioccolata,
E a sorridere in viso a chiunque passa!

Marina Cvetaeva

*
Essere donna, l’ho sempre
considerato un fatto positivo,
un vantaggio,
una sfida gioiosa e aggressiva.
Qualcuno dice che le donne
sono inferiori agli uomini,
che non possono fare
questo e quello.
Ah si? Vi faccio vedere io!
Che cosa c’è da invidiare agli uomini?
Tutto quello che fanno, lo posso fare anch’io.
E in più,
so fare anche un figlio.

Joyce Lussu

Remedios Varo, la vita di una sognatrice…

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Il nome della pittrice Remedios Varo è legato al movimento surrealista, l’avanguardia ispirata da André Bretón suo maestro e amico, che dopo il suo soggiorno a Parigi portò in Messico, traducendolo con la sua sensibilità e genialità artistica.

La sua tarda ma intensa attività, durante l’esilio nel paese ispano-americano, permise al surrealismo, la cui prospettiva includeva dimensioni psicologiche freudiane, di distinguersi fra le opere plastiche dell’epoca.

Questo consentì a Remedios Varo di raggiungere il prestigio internazionale e alla sua visione surrealista di essere inconfondibile nel panorama artistico degli anni ’50.

Nel secondo decennio del secolo scorso, una ragazza dagli occhi a mandorla come un gatto e uno sguardo curioso ammirava un manoscritto con immagini.

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L’affascinavano in particolare delle immagini del medioevo le visioni di Hildegarda de Bingen (artista ed erudita dell’XI secolo), come i disegni di Ende (sul Beato de Gerona) la prima donna artista, probabilmente una monaca, che firmò delle miniature nella storia dell’Europa occidentale. È così, forse, che una ragazza sognò il suo futuro d’artista.

Il suo nome era Remedios Varo ed era nata per caso in Catalogna (Anglés, Gerona), il 16 Dicembre 1908, mentre i suoi genitori (padre andaluso, Rodrigo Varo e Zejalvo, e di una madre basca Ignacia Uranga e Bergareche) vi si trovavano per motivi di lavoro.

Molto presto la piccola Remedios sogna e disegna. Pensa ai viaggi e agli andirivieni di una casa governata dai trasferimenti richiesti dalla professione del padre. La famiglia si trasferisce ad Algeciras, nel sud della Spagna, poi a Larache (Marocco) ed infine sono a Madrid.

Sono gli stessi viaggi che Varo farà fare ai personaggi che dipinge, percorsi che hanno il sapore profetico. Però deve essere questo il destino dei visionari, quelli capaci di trasformare l’ordinario, un viaggio di lavoro, nello straordinario di un’opera.

Remedios disegna fin dall’infanzia mentre riceve un’educazione liberale.Impara a disegnare tessuti e vestiti con un padre capace di infonderle anche una passione per la natura, la scienza e la fotografia, con il regalo molto amato di una macchina fotografica.

A metà degli anni venti entrò nell’Accademia di San Fernando a Madrid (una delle prime donne ad accedervi), dove conobbe Gerardo Lizárraga, uomo dal forte impegno per la Repubblica.

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Lì, fra tertulias y vivencias, conobbe nella residenza studentesca artisti come García Lorca e Salvador Dalí. Sposò Gerardo Lizárraga nel 1930 era la libertà che avveniva, paradossalmente, con un matrimonio: così doveva essere allora anche per una giovane donna di una famiglia liberale. Insieme a Lizárraga andò a Parigi, incontrando e facendo suoi gli ideali d’avanguardia del surrealismo di André Bretón.

Tornata in Spagna si stabilì nella città più surrealista della penisola iberica, a Barcellona, dove iniziò una relazione d’amore con l’artista Esteban Francés: la sua prima rottura con i severi codici morali del tempo.

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In quegli anni, e insieme a Frances e al canario Óscar Domínguez, Varo intraprese un percorso apertamente surrealista. I cadaveri squisiti sono un gioco in cui ogni giocatore scrive o disegna una parte del testo o della figura senza tener conto dell’esecuzione per il resto dei partecipanti. Il risultato è una composizione che conserva il carattere collettivo e casuale del lavoro. Il nome deriva da quella che si ritiene la prima composizione fatta dai surrealisti: il cadavere squisito berrà il vino nuovo(Le cadavre exquis boira le vin nouveau).

Lo scrittore e artista Marcel Jean avrebbe descritto Remedios Varo, nel 1935, così: “Appena dipingeva, disegnavamo un po’ e passavamo molto tempo a fare cadaveri squisiti insieme“.

Condivideva lo studio con il pittore surrealista Esteban Francés con il quale aveva frequentato il circolo surrealista di André Breton. A Barcellona, anche con Óscar Domínguez e Marcel Jean, crearono dei preziosi “cadaveri squisiti”, disegni collettivi che come per le parole, erano iniziati da un partecipante al gioco, coperti e continuati dal giocatore successivo: i risultati furono sorprendenti.

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Io sono Ilaria e sono morta il 20 Marzo 1994…

Mi piace raccontare di Ilaria, della morte, della storia giudiziaria, del nulla di fatto, di questa giustizia che spesso è ingiustizia quando ci sono di mezzo i “segreti di Stato”. Quale Stato? non il nostro, non quello in cui vogliamo porre la nostra fiducia. 

 

25 anni fa, il 20 marzo 1994, veniva assassinata a Mogadiscio la giornalista Ilaria Alpi, assieme al suo operatore Miran Hrovatin. Erano in missione in Somalia e indagavano su un traffico internazionale d’armi e rifiuti tossici.

Le responsabilità di quel brutale assassinio non sono mai state chiarite, ma una verità è stata definita dalla magistratura: il fatto che ci sia stato un depistaggio e la creazione di una “verità ufficiale”.

Quella “verità ufficiale” alla quale i genitori di Ilaria non si sono mai rassegnati, chiedendo costantemente di ottenere la verità sui mandanti.

Quella “verità ufficiale” sulla base della quale il cittadino somalo Hashi Omar Hassan ha trascorso in carcere 17 anni, innocente, condannato sulla base di una testimonianza infondata di un connazionale che, rintracciato dopo 17 anni dalla trasmissione “Chi l’ha visto”, ha ammesso di essere stato pagato per accusarlo in maniera del tutto infondata. Ci fu così la revisione del processo e la scarcerazione di Hassan.

Le indagini sono proseguite, ma si parla di archiviazione del processo… ma ora parliamo di Ilaria.

Una laurea in lingue e letteratura araba, conseguita con il massimo dei voti presso l’Istituto di Lingue orientali dell’Università La Sapienza di Roma, è stata il suo passaporto verso il Medio Oriente. Le sue corrispondenze dal Cairo per “Paese Sera” raccontavano l’Egitto, non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche culturale.

Dalla metà degli anni ’80 aveva iniziato le prime collaborazioni per “Paese Sera”, “L’Unità”, “Rinascita”, “Noi Donne”, poi, nel1990 aveva vinto il concorso per i giornalisti Rai. Dalla redazione Esteri del Tg3 è stata inviata a Parigi, Belgrado, in Marocco e per sette volte in Somalia, dal dicembre 1992 al marzo 1994.

Inviata per documentare la missione di pace dell’esercito italiano nell’ambito di Restore Hope, capì che il suo scopo non era stare ad ascoltare le conferenze stampa dei generali, ma fare giornalismo d’inchiesta.

Le sue ricerche la portarono a indagare sulla strada tra Garoe e Bosaso, che attraversava il nulla , una strada apparentemente inutile, ma ottima per seppellire i bidoni di rifiuti tossici. Nel porto di Bolsaso (anonimo villaggio di pescatori del Nord della Somalia), dove Ilaria si recò parecchie volte, avvenivano movimenti molto sospetti.

Navi pirata etichettate come navi da pesca misteriosamente affondate con un carico sospetto a bordo. Ilaria Alpi intervistando i signori della guerra, sultani, uomini dei servizi segreti, forse era arrivata alla verità… aveva scoperto che parte delle armi somale andavano in Jugoslavia per alimentare un altro conflitto.

Stava preparando un servizio con clamorose ammissioni del sultano di Bosaso, ne aveva parlato con il direttore del TG3 Flavio Fusi, quando una misteriosa telefonata le fece lasciare in fretta, assieme a Miran, l’hotel Sahafi, per raggiungere l’Hotel Hamana.

Ilaria non riuscì a trasmettere quel servizio per il TG3 delle 14,20. Invece, andò in onda un’edizione speciale del Tg per annunciare in Italia la morte dei due giornalisti: “Flavio Fusi entrò piangendo nelle case degli italiani (…) Annunciando la morte della collega”.

I genitori, Luciana Riccardi e Giorgio (lui scomparso nel 2010, lei nel 2018) hanno combattuto in questi anni per arrivare alla verità e alla giustizia sulla morte della loro unica figlia. “Non credo più nella giustizia di questo paese”, aveva affermato la madre Luciana.

Nell’ottobre 2008 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito loro la Medaglia d’oro al Merito civile ( molto consueta nel nostro paese!). Nel nome di Ilaria Alpi sono fiorite tante iniziative legate al giornalismo e alla solidarietà.

Ilaria Alpi era una giovane donna forte e determinata, coraggiosa ma non aggressiva. Faceva il suo lavoro di giornalista con serietà professionale, amore e senza mai tirarsi indietro.

                              ilaria alpi e miran hrovatin.

Micol Fontana, la “grande dame” della moda italiana.

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Micol Fontana era e rimarrà, nell’immaginario collettivo, la signora della moda italiana lasciando dietro di sé un capitolo fondamentale della storia italiana, quella che ha messo insieme, durante anni gloriosi, creatività, artigianalità, economia e prestigio internazionale.

Tutto cominciò con lei, con loro: Micol, Zoe e Giovanna Fontana, tre sorelle cresciute nella sartoria della mamma, a Traversetolo, in provincia di Parma, e a un certo punto fuggite via, per tentare la fortuna, nel cuore di un’Italia dilaniata dalla guerra, poverissima e desiderosa di riscatto.

Era il 1943 quanto le tre giovani sartine salirono su un treno, giocandosi il loro colpo di dadi. Direzione: Roma. Milano no. “Troppo businesslike”, diceva Micol. A Roma si respirava un’aria diversa, intrisa d’arte, storia, qualità manifatturiera. Iniziarono con niente: un piccolo spazio in affitto, mobilio sgangherato, un salvadanaio per gli spiccioli e in principio solo riparazioni: rammendare, pazientemente, nell’attesa di conquistarsi sufficiente fiducia e di poter investire nell’acquisto dei tessuti.

 

Le tre sorelle Fontana: da sx Zoe, Micol, Giovanna

                             Le tre sorelle Fontana: da sx Zoe, Micol, Giovanna

La prima cliente importante fu Gioia Marconi, la figlia di Guglielmo Marconi. E poi via via, grazie al passaparola e a un innegabile talento, divennero delle habituè le dame dell’aristocrazia romana, le attrici di Cinecittà, le dive e le signore dell’alta società internazionale: da Jacqueline Kennedy a Grace di Monaco, da Elizabeth Taylor a Audrey Hepburn, da Ursula Andress a Ava Gardner, fino a una giovanissima Linda Christian, promessa sposa di Tyrone Power, a cui l’atelier Fontana confezionò l’abito di nozze nel 1949. Un successo esploso all’improvviso, dal nulla, come la più bella delle favole, tra la provincia minuta e il grande palcoscenico della Capitale.

Micol Fontana con Ava Gardener

Micol Fontana con Ava Gardner

Nel giro di pochi anni le sorelle Fontana incarnarono il mito del made in Italy, costruendone carattere e narrazione nel circuito della haute coture: nel loro atelier d’avanguardia ogni cosa nasceva dal lavoro manuale. Perizia tecnica, tessuti italiani di pregio, stile, maestria dei tagli e minuzia nel ricamo, classicità e sperimentazione.

Negli anni Cinquanta, quando il prêt-à-porter aveva già trovato terreno fertile fra le piazze francesi e americane, anche l’Italia si adeguava al nuovo trend: accanto all’alta moda, che sfornava confezioni di altissimo valore, rigorosamente su misura e indubbiamente costose, nascevano la Moda boutique e l’Alta Moda pronta.
Nulla, certamente, che potesse lasciare presagire il futuro boom industriale, le grandi catene fashion e i mercati globali: la dimensione era ancora quella della sartoria di classe, ma riuscendo a ridurre costi e tempi grazie a produzioni più veloci, piccole serie ispirate a pezzi unici, dettagli semplificati, tessuti più economici.

La moda usciva dai salotti dell’high society e conquistava anche la piccola e media borghesia. Le sorelle Fontana, manco a dirlo, in Italia, furono a capo di questa straordinaria rivoluzione.

1952 - Bozzetto per l’abito da sposa Donna Gioia Marconi Braga - courtesy Fondazione Micol Fontana, Roma

1952 – Bozzetto per l’abito da sposa Donna Gioia Marconi Braga – Fondazione Micol Fontana, Roma

Io credo che noi Italiani non sappiamo dare il valore che abbiamo nelle nostre mani”, diceva Micol in una video-intervista. “Il valore dell’artigianato italiano è unico”.

Lei, che nel 1994 aveva istituto la Fondazione che porta il suo nome, conservandovi cimeli, abiti, accessori d’epoca, e usandola come strumento di formazione per le nuove generazioni, difese per tutta la vita la meraviglia e la semplicità di una vocazione: ripartire dal talento, dalla spinta intuitiva, dalla misura dello stile, dal guizzo generoso che accende l’occhio e orienta le mani; ripartire dalla manifattura come radice nobile e orizzonte umile, alimentando l’urgenza d’innovazione. Ma sempre all’ombra di una tradizione monumentale, custodita con rispetto.

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Jacqueline Kennedy, 1966

Così, Micol Fontana e le sue sorelle hanno conquistato il mondo, trasformando il proprio nome nel simbolo di un’eccellenza nazionale. Identità, internazionalità, sapienza artigianale e ricerca: una ricetta preziosa, un patrimonio immenso. Le fondamenta del made in Italy, per sempre incise nel volto luminoso e fiero della signora Micol.

L‘eleganza fatta di raffinatezza e di qualcosa di indefinibile, ma che si vede, si nota, si ammira, e che rende le donne più belle e più sicure. (Micol Fontana)

 

Invisibili. Come vivere da donne in un mondo a misura d’uomo.

“Gli uomini si danno per scontati. Delle donne non si parla nemmeno”.

La scrittrice e attivista Caroline Criado Perez lo scrive in un libro che in UK, dove è uscito, ha già venduto 250 mila copie, è in traduzione in 23 lingue e in Italia è uscito per Einaudi.

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Si intitola, guarda caso, Invisibili. Perché è così che le donne sono in una lunghissima serie di casi. Le donne guadagnano meno degli uomini a parità di lavoro, e questo lo sappiamo. Ma perché le file ai bagni delle donne sono sempre più lunghe? Perché in caso di incidente stradale le cinture di sicurezza hanno più probabilità di salvare un uomo rispetto a una donna?

Perché, sostiene Criado Perez, il mondo è pensato dagli uomini e per gli uomini. Le donne non vengono nemmeno prese in considerazione in una infinita serie di casi. Nonostante siano la maggioranza degli esseri viventi.

Il mondo in cui viviamo è un mondo ‘al maschile ove non altrimenti indicato‘. E vederlo spiegato così, nero su bianco, e corroborato da una serie di dati fa una certa impressione. E la parola uomo comprende troppo spesso – e a torto – anche le donne.

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Per cambiare le cose bisogna combattere e, talvolta, esporsi al pubblico ludibrio. Come fece nel 2017 Dany Cotton, la prima comandante donna dei pompieri di Londra, che suggerì di cambiare la parola fireman con firefighter. La povera Cotton fu sbeffeggiata a lungo, ma ora la parola firefighter è diventata di linguaggio comune.
Andando avanti con la lettura si scopre che le strade sono costruite pensando agli uomini (che di solito hanno l’appannaggio dell’auto più grossa o dell’unica auto in famiglia) mentre le donne usano di più i mezzi pubblici in tutti i Paesi presi in considerazione.

Eppure i mezzi pubblici non sono affatto pensati per la sicurezza delle donne. Per non parlare delle toilettes. La quantità di metri quadri destinata ai bagni maschili e femminili è sempre uguale, mentre sappiamo che le donne hanno bisogno di più tempo per espletare le proprie funzioni (fino a 2,3 volte di più) e spesso sono loro che accompagnano un bambino o un disabile.
L’elenco – un elenco lungo, preciso, punteggiato di dati, frutto di una ricerca attentissima – prosegue con i luoghi di lavoro, l’anticamera del medico e molto altro.
Invisibili è una lettura che potrebbe aprire gli occhi a tanti uomini, se avessero la pazienza di leggerlo.

Quanto alle donne, mi auguro che seguano il consiglio che Caroline Criado Perez mette nella dedica del libro: Siate sempre maledettamente difficili.


Informazioni sull’autrice: Femminista, attivista, scrittrice e giornalista britannica nata in Brasile, Caroline Criado Perez ha lanciato come prima campagna nazionale il progetto Women’s Room, che chiedeva una rappresentazione femminile migliore nel mondo dei media. Il suo libro del 2019 Invisible Women: Exposing Data Bias in a World Designed for Men è stato un bestseller per il Sunday Times.