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Maria Bellonci, l’ideatrice del Premio Strega.

Due vite si intrecciano, insidiandosi reciprocamente nella lunga esistenza di Maria Bellonci: quella della scrittrice e quella della patronne del Premio Strega. Maria Villavecchia nasce a Roma all’inizio del secolo da una famiglia piemontese. Per le monache di Trinità dei Monti, è un’alunna brava, ma difficile. Finiti gli studi classici, la ragazza che a scuola si ribellava ai lavori di cucito, si fidanza con Goffredo Bellonci, un giornalista colto, in grado di starle a fianco e di guidarla. Si sposano nel 1928. La sposa in raso bianco ha quattro veli di strascico. «Ero molto carina? Mi pare di sì. Snellissima, bruna, con vitino». Eppure, anche in quelle foto i lineamenti forti di Maria non sembrano mai belli.

Scrittrice di romanzi storici, meticolosa nella ricerca documentaria così come nella costruzione di ogni singola frase, Maria Villavecchia in Bellonci ha concepito nel 1947 uno dei premi letterari più rilevanti del nostro Paese, lo Strega, termometro dell’ambiente culturale e dei gusti dei lettori italiani, nonché motore delle vendite dei libri. E l’ha fatto per promuovere una ricostruzione, personale e collettiva, nell’Italia martoriata dal secondo conflitto mondiale.

Nel 1944, in una Roma appena liberata dall’occupazione, la scrittrice, insieme al marito Goffredo, giornalista e critico letterario, aveva ideato le sue domeniche, “partendo dall’idea di radunarsi come per una festa”. Più che di un salotto letterario, all’inizio si trattava di informali riunioni settimanali nella casa dei coniugi Bellonci in Viale Liegi. Il primo appuntamento si tenne l’11 di giugno. Fu un vero e proprio avvenimento e Maria Bellonci – come racconta nel saggio che ripercorre quell’epoca, Come un racconto. Gli anni del Premio Strega, aveva segnato la data sulle pagine del suo taccuino, accanto alle liste degli invitati, destinati ad aumentare in maniera vertiginosa.

Nelle annotazioni della padrona di casa, che investiva questi incontri di grande valore, i nomi di amici e familiari si mescolavano a quelli di scrittori, artisti e letterati. “[Era] il tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione”, ricorda Bellonci, un’alleanza basata sull’esercizio dell’intelligenza. La domenica pomeriggio si parlava dell’Italia ritrovata, di politica, di letteratura e si mangiavano le torte che la scrittrice preparava all’alba, perché il gas dopo le sette non riscaldava abbastanza il forno.

Nel salotto della casa di Maria e Goffredo Bellonci: Maria Bellonci, Aldo Palazzeschi, Alba de Céspedes, Anna Proclemer, Paola Masino, Libero Bigiaretti e Vitaliano Brancati

Maria Bellonci pensava che in quel “tempo di pericolo”, come aveva battezzato il fragile dopoguerra, la letteratura fosse un luogo riparato e luminoso dove stare e dopo tre anni desiderava sperimentare quella democrazia ancora in nuce nello spazio, per quanto circoscritto, dei libri, creando un premio. Ne discusse con Goffredo che le rispose “con occhi lucenti di approvazione”. “[L’idea] era nata da me, da me a paragone con gli altri, dalla nuova coscienza sorta nei tempi tanto incisivi della Resistenza durante i quali avevo imparato che gli uomini esistono gli uni per gli altri e che gli scrittori non fanno eccezione. Pensavo adesso che ciascuno avesse il dovere di vivere dentro un nucleo sociale e di offrire, potendo, alla comunità, un tributo di azioni quotidiane”. Il premio era un modo per affidare alla cultura il compito di costruire un principio di solidarietà, sulle macerie della guerra.

Fu così che in una domenica di gennaio del 1947 la scrittrice e traduttrice romana annunciò di voler far nascere un riconoscimento nuovo, che “nessuno avesse mai immaginato”, e lo fece fondando una giuria vasta, composta appunto dagli “Amici della domenica”, nome con cui venivano soprannominati gli ospiti che frequentavano il salotto romano. Nelle piccole stanze tappezzate di libri di casa Bellonci c’era anche Guido Alberti, proprietario dell’azienda produttrice del liquore Strega: il sodalizio fu immediato e il Premio trovò il suo fedele finanziatore.

Maria Bellonci alla presentazione del Premio Strega (1952)

La giuria del primo anno, nel 1947, era composta da 170 persone e vinse Ennio Flaiano con il suo romanzo Tempo di uccidere, un’allegoria del conflitto appena trascorso che racconta la storia di un tenente dell’esercito italiano e delle sue disavventure sul suolo africano. Nel 1948, i votanti diventarono 190, l’anno successivo 202 in un continuo crescendo che toccò i 350 quando fu incoronata la prima scrittrice donna, Elsa Morante, nel 1957 con L’Isola di Arturo. Oggi il corpo elettorale, che porta ancora il nome di Amici della domenica, è costituito da quattrocento persone inserite a vario titolo nel mondo culturale italiano che ogni giugno, in casa Bellonci, scelgono la cinquina e poi, i primi di luglio, eleggono il libro vincitore al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma. Si diventa giurati per cooptazione, su segnalazione di un altro membro. 

Elsa Morante riceve il Premio Strega per il libro L’Isola di Arturo (1957)

Niki de Saint Phalle: la vita dell’artista delle “nana”

«Gli uomini sono molto inventivi. Hanno inventato tutte queste macchine e l’era industriale, ma non hanno nessuna idea di come migliorare il mondo».
(Niki de Saint Phalle)

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Niki de Saint Phalle ha tutto per riuscire. Suo padre è un uomo d’affari francese, sua madre è una ereditiera americana dalla bellezza perfetta. Vivono a New York d’inverno e in Francia d’estate, per prendere il meglio dei due mondi. È nel castello dei nonni paterni – pieno di armature, quadri, vecchi zii eccentrici che girano nudi per il parco e vecchie zie suonate che leggono le carte e i tarocchi – che nasce il suo gusto per il meraviglioso e la fiaba. Niki è una bambina bella e piena di fantasia, ama la natura, adora passare il tempo con la servitù e fugge la madre tutta presa dai suoi impegni mondani. Non sa ancora cosa sarà ma sa che non diventerà una bella ragazza da sposare a un uomo ricco. Nel diario scrive: “Corri per salvarti la vita! Dove? Lontano! Molto lontano!”.

Niki  sente presto che il suo futuro è a Parigi.  Appena può passa le vacanze a casa di zia Hélène, ricca e bohémienne, che alleva i suoi nove figli in un allegro disordine. Nell’attesa di scappare oltre Atlantico, Niki posa come modella per Vogue e Harper’s Bazaar e sogna di diventare attrice. Quando trova una testa matta come lei – Harry Mathews, rampollo di genitori ricchi destinato a diventare avvocato, anche se passa il tempo a scrivere poesie – capisce che ha trovato un perfetto compagno di evasione. Ha 17 anni, lui solo uno di più. Lo sposa in municipio, di nascosto dai genitori, e l’anno dopo mette al mondo la sua prima figlia, Laura, che adora ma che non sa neanche tenere in braccio nel modo giusto. Per fortuna Harry mostra uno spiccato senso paterno, che salverà la situazione, per Laura e per Philip, arrivato qualche anno dopo.

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Con i soldi ricevuti in regalo dalla nonna di Harry, nel 1952 si trasferiscono a Parigi. Niki fa servizi fotografici per Vogue ed Elle; Harry scrive poesie e vivono di rendita. Niki combatte sempre contro il suo trauma infantile, che non ha confidato neanche al marito. Quando Harry scopre il suo arsenale nascosto sotto il letto, la convince a farsi curare. Niki resta quasi due mesi in un ospedale, subisce una serie di elettroshock e una cura all’insulina ed è  in questa occasione riemerge la vicenda degli abusi paterni subiti da adolescente.. Per non impazzire, chiusa nell’ospedale psichiatrico, Niki incolla, pasticcia, disegna, fa collage con tutto quello che trova. Quando torna a casa ha trovato la sua strada: sarà un’artista. Non studia, incapace di seguire qualsiasi maestro, ma gira per Parigi guardando: «La mia scuola sono stati i musei e le cattedrali ». Comincia con quadri collage, creando già da allora un’arte originale. La donna è sempre al centro del quadro, prima oggetto poi soggetto. Infine, Nana in corsa per il mondo per diffondere il “Nana Power”.

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Harry è un buon marito, ma non le basta. Niki lo capisce quando incontra Jean Tinguely, un artista svizzero posseduto come lei dal fuoco della creazione. Ha inventato le sculture cinetiche, è un esperto di saldature e meccaniche e fin dal primo sguardo è totalmente innamorato di Niki e convinto del suo genio. Grazie a Jean, Niki scopre la dimensione della scultura. Nel 1957 si separa di comune accordo da Harry, che continua a occuparsi dei figli, e va a vivere con Jean. È il 1960 e l’inizio di una intensa unione sentimentale e artistica. Lei lo chiama “mio amore, mio compagno, mio rivale”. Lui la definisce la più grande scultrice di tutti i tempi: «Niki è un mostro sacro, una calamità naturale. Ha una energia colossale e sa come usarla». Niki  non ha paura di niente.

Un giorno, per liberarsi dall’ossessione per un uomo che l’attira troppo, ruba una sua camicia, la appende in un quadro, mette un bersaglio al posto della testa e si diverte a colpirlo con le freccette. «Era un quadro vudu, un esorcismo», dirà. Chiede a Jean di procurarle un fucile e realizza delle grandi installazioni tra quadro e scultura, con sacchetti di colori e di sostanze diverse (uova, succo di pomodoro, spaghetti), che lei fa esplodere tirando con un fucile.

 

È il 1961 e il mondo dell’arte comincia a capire che quella bella ragazza ha qualcosa da dire. Nessuno sa da dove nasce la violenza che esprime, e neppure il gesto trasgressivo che la salva. Un gallerista di Parigi organizza una mostra dove il pubblico può a sua volta sparare sui quadri. Poi è una galleria di New York a invitarla in America, dove l’energia della scena artistica è perfetta per questa scultrice atipica, che nasconde i suoi demoni dentro un’idea di arte trasgressiva e piena di vita, che è già parte del movimento di liberazione della donna. Anni dopo Niki dirà: «Nel 1961 ho sparato su mio papà, su tutti gli uomini, sui piccoli, sui grandi, sugli importanti, sui grossi, su mio fratello, la società, la chiesa, il convento, la scuola, la mia famiglia, tutti gli uomini, ancora su mio papà, su me stessa».

Quando non sono in viaggio per le loro esposizioni, lei e Jean vivono in un albergo abbandonato nella campagna a sud di Parigi, che Jean ha risistemato da solo in modo creativo, abbattendo muri e allargando finestre in pieno inverno, mentre Niki strillava minacciando di emigrare in America del Sud. Ognuno ha il suo spazio per creare. È qui che Niki, partendo dal profilo della moglie incinta disegnata da un amico artista, che lei vuole assolutamente riempire di immagini colorate, crea le prime delle sue tante Nana, che le danno la fama globale.

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Emma Goldman, una anarchica e una femminista molto speciale!

 

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Nacque figlia indesiderata, Emma Goldman (soprannominata Emma la Rossa), il 27 giugno 1869, nell’impero russo, in una modesta famiglia ebrea. Il padre voleva un erede maschio. La donna che aveva sposato, una vedova con due figlie, non gradì la terza. Emma crebbe con le percosse dei genitori, il  padre aveva “sempre a portata di mano la frusta e lo sgabello, simboli della mia vergogna e della mia tragedia” ricorderà nelle sue memorie (Autobiografia. Vivendo la mia vita, ).

Per l’esperienza della sua infanzia, non volle avere figli. Si sposò più volte, ebbe vari amanti, ai quali si unì con passione, ma subordinò sempre l’amore personale all’amore universale per l’umanità reietta, asservita alle classi dominanti.

Dedicò tutta la sua esistenza  alla lotta per la liberazione del proletariato, per l’emancipazione della donna, per una società senza classi dominanti. Ma osteggiò il fanatismo, disprezzò il conformismo, condannò il terrorismo, anche quando avevano abiti rivoluzionari.

Oltre alla propaganda legata all’ideale anarchico Emma Goldman tenne varie conferenze a sostegno della causa femminista: sull’emancipazione della donna, sulla libertà di pensiero e sulla libertà sessuale, sull’uso dei contraccettivi e il controllo delle nascite.

Sosteneva che le donne dovessero avere pieno controllo del proprio corpo e non solo decidere quanti figli avere, ma anche ritenere se averne o meno, poiché non credeva che lo scopo della donna fosse necessariamente quello di diventare madre.

Scrisse cinque saggi dedicati alla questione femminile: al tema del suffragio, della prostituzione, del matrimonio, della sessualità e dell’amore. Le sue idee femministe apparvero alle autorità più pericolose delle sue convinzioni rivoluzionarie e anarchiche.

Aveva dodici anni quando la famiglia si trasferì a San Pietroburgo. Il padre ostacolò la passione di Emma per lo studio, perché sosteneva che la donna dovesse solo servire il marito e dargli dei figli. Ma un altro modello di donna fu rivelato all’adolescente Emma dal romanzo Che fare? del populista Nikolaj Cernyševskij, dove la protagonista si ribella al matrimonio imposto dalla famiglia, e sposa un giovane rivoluzionario, per votarsi con lui alla liberazione del popolo.

Nello stesso periodo, il romanzo di Cernyševskij impressionò profondamente Vladimir Il’ič Ul’janov, di un anno più giovane di Emma, l’adolescente figlio di un “nobile” nel 1902, con lo pseudonimo di Lenin, Vladimir intitolò Che fare? un opuscolo dove esponeva la concezione, remotissima dall’anarchia, di partito di avanguardia, formato da rivoluzionari di professione, totalmente dediti alla causa della rivoluzione proletaria.

Se singolare fu la comune suggestione del romanzo su un giovane “nobile” e su una derelitta fanciulla ebrea, ancora più singolare fu la simultaneità della loro iniziazione alla militanza rivoluzionaria.

Per Vladimir, cresciuto in una famiglia agiata e devota allo zar, con genitori severi ma amorevoli, studente modello per disciplina e brillanti successi scolastici, la scelta rivoluzionaria avvenne inattesa e improvvisa alla fine del 1887, a diciassette anni, dopo l’impiccagione del fratello Alessandro perché aveva organizzato un attentato alla vita dello zar.

Per Emma, angariata dai genitori, senza adeguata istruzione, cresciuta in un ambiente antisemita, a quindici anni operaia in fabbrica, la vocazione rivoluzionaria avvenne in seguito alla impiccagione di cinque anarchici a Chicago nel novembre 1887.

Dopo aver lavorato in fabbrica a San Pietroburgo, nel gennaio 1886 Emma raggiunse una sorella emigrata negli Stati Uniti. Lavorava come operaia, quando, in quello stesso anno, furono condannati a morte giovani anarchici, accusati di aver assassinato alcuni poliziotti durante una dimostrazione.

La diciassettenne operaia seguì appassionatamente il processo, che definirà «la più gigantesca macchinazione di tutta la storia degli Stati Uniti». Il 15 agosto 1889, si trasferì a New York. Qui avvenne l’incontro con un diciottenne anarchico russo, Aleksandr Berkaman, e con il quarantenne tedesco Johann Most, uno dei maggiori esponenti dell’anarchismo negli Stati Uniti. Fu, scriverà Emma, la sua «vera data di nascita». A vent’ anni divenne rivoluzionaria nel movimento anarchico internazionalista.

Dotata di talento oratorio, iniziò a viaggiare per gli Stati Uniti per fare comizi e conferenze. Cominciò a scrivere articoli su periodici anarchici. Fu arrestata nel 1893 per incitamento alla sommossa, ma gettò un bicchiere d’acqua in faccia al poliziotto che le prometteva la libertà in cambio di informazioni sugli anarchici.

Si immerse nello studio del pensiero anarchico, del socialismo, della filosofia, dell’economia, della questione sociale, della condizione della donna. Dal 1895 fu in Europa, dove incontrò i patriarchi e le matriarche dell’anarchismo, come Pëtr Kropotkin, Errico Malatesta e la comunarda Louise Michel. A Vienna scoprì il pensiero di Nietszche, che divenne una sua passione intellettuale, e seguì le lezioni di Sigmund Freud sulla repressione sessuale.

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Le sorelle Field di Dorothy Whipple

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Di sorellanza ha molto parlato il movimento femminista, nel senso della solidarietà tra donne, per aiutarsi concretamente e affermare, insieme, con più forza, i propri diritti  superando le disparità di genere. I percorsi della sorellanza, sebbene funestati da ripensamenti e inevitabili competizioni, sono ancora attivi e forniscono tuttora elementi per riflettere, essendo probabilmente l’eredità più utile e vivace degli anni Settanta del secolo scorso. Ma il rapporto tra sorelle, unite dal vincolo famigliare, non è meno ricco di implicazioni. Pensiamo alle sorelle celebri della letteratura, le Austen, le Brontȅ, le Woolf, le De Beauvoir e quelle che abbiamo incontrato nei loro libri, come le sorelle March, che una certa critica, ormai superata, identifica pari pari con le Alcott.

Nel romanzo  Le sorelle Field, di Dorothy Whipple, per la prima volta tradotto in italiano da Simona Garavelli, troviamo Lucy, Charlotte e Vera, orfane di madre, con tre fratelli alquanto scapestrati. Pubblicato nel 1943, ma ambientato alla fine degli anni Trenta del Novecento, sorprende per l’attualità dei temi e la scrittura fluida eppure puntuale, il tocco lieve e profondo insieme con cui vengono tratteggiate le protagoniste. La narrazione trascura quasi subito i fratelli, emigrati in Canada o rimasti a Londra, del tutto ininfluenti nella storia e si occupa invece delle sorelle che, con caratteri e temperamenti diversi, approdano a matrimoni altrettanto diversi.  L’abbiamo imparato nei romanzi di Jane Austen e misurato sulla nostra pelle, fino alla metà del secolo scorso, che le donne non potevano sottrarsi al destino di mogli, pena l’invisibilità sociale e la precarietà economica, quindi anche le Field scelgono la loro strada nella vita sulla base delle pressioni ambientali e dell’educazione ricevuta.

Dorothy Whipple, quando rimproverata perché ai suoi romanzi mancava intreccio o lieto fine,  usava dire che non scriveva libri di trama, ma di personaggi e questo romanzo rivela la sua complessità proprio nella definizione dei caratteri delle sorelle e nelle loro  scelte, prospettando anche il tema, tristemente attuale, della violenza psicologica nel matrimonio. Quella lama sottile che taglia di netto l’autostima e fa vacillare la sicurezza, nutrendosi di ambiguità tra il fuori-società e il dentro-famiglia, così da rendere poco fattibile la ribellione a un marito autoritario.

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Il 14 aprile 1986 moriva Simone de Beauvoir, madre del femminismo moderno.

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A volte sono proprio le ricorrenze a riportare a galla alcune figure della storia del genere umano e con esse i loro pensieri, le loro parole e le loro azioni che hanno influenzato o modificato molte sfaccettature di un mondo complesso. Oggi, nell’anniversario della scomparsa (14 aprile 1986) mi piace ricordare una tra le figure più importanti e fondamentali nella storia del femminismo: Simone de Beauvoir.

Simone de Beauvoir, nata a Parigi il 9 gennaio 1908,  è stata una presenza di forte impatto sulla filosofia del XX secolo. Di madre e padre borghesi, studia filosofia alla Sorbona, luogo in cui avviene l’incontro con l’uomo che l’accompagnerà, dal 1929 in poi, per il resto della vita: Jean-Paul Sartre. Tra i due si instaura un legame solido e duraturo, ravvivato e rinsaldato costantemente nella stima reciproca e nel profondo affetto del rapporto (che tuttavia mai li fece convolare a nozze).

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L’amicizia – se così si può intendere – tra i due porta a ritrovare nel pensiero di Simone de Beauvoir un riconosciuto velo sartriano. L’esistenzialismo della filosofa si dirige però, a differenza del compagno, verso un terreno molto più concreto e calato nel reale. Pensatrice molto più pragmatica che astratta, dai molti concetti densi e contestualizzati nel vissuto piuttosto che tendente a teorie e speculazioni indirette. È per questo che il suo nome spicca, con gran luce, sul palcoscenico del femminismo del Novecento, con parole quali:

Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.

Come si può vedere, nessun mezzo termine. Linguaggio che parla senza filtri o artificiosa retorica. Da donna, si schiera con le donne nel dibattito sull’affermazione di un loro ruolo riconosciuto nella società.

Simone de Beauvoir è individuata come irrinunciabile punto di riferimento per una teoria della decostruzione del determinismo biologico, guardando soprattutto alla sua opera Secondo sesso (1949).  Il suo pensiero diventa il principale conforto e punto di riferimento per i movimenti del suo tempo, e oggi è il pilastro degli studi che intendono sottolineare una differenza tra il sesso e il genere.

La donna è un risultato di cultura, una costruzione sociale. Le concezioni della natura femminile sono quindi dei costrutti antropologici, che si basano su motivazioni biologiche: il maschio e la femmina sono distinti anatomicamente, e con il concetto di ‘genere’ si è impostata la società, dando all’uomo e alla donna determinati ruoli prestabiliti.

La donna è stata vittima di preconcetti e acritiche convinzioni sulla propria capacità intellettuale e fisica, e qui si innestano le teorie decostruttiviste che vogliono evidenziare la fallacia di tali impostazioni mentali, individuando e scambiando ciò che appartiene alla natura con qualcosa che invece è prodotto della ‘cultura’. Questo intero discorso è quanto possiamo trovare con evidenza nella legittimazione del sistema patriarcale, ciò che si intende scardinare con i movimenti femministi.

Il poter ricordare oggi Simone de Beauvoir è un’occasione quanto mai ricca di spunti costruttivi per una riflessione di tutto rispetto. Una filosofa, una pensatrice, un’insegnante, un volto deciso e irremovibile nelle sue espressioni – come appare nelle sue fotografie che ci vengono mostrate –, una donna che ha saputo fare storia.

Ma parliamo di un ‘far storia’ alla stregua di un condottiero che lascia impronte profonde sul sentiero che percorre, orme di orientamento per i seguaci e i sostenitori che vogliono imparare e apprendere, almeno in parte, da quel carisma che ha contrassegnato una lotta convinta nel raggiungimento di un obiettivo comune.

 

 

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Florence Nightingale, la borghese che inventò l’infermiera moderna.

La storia di una donna che lottò contro le convenzioni dell’epoca fino ad avere i riconoscimenti maggiori e a creare una professione tuttora fondamentale.

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Lei è un “angelo custode”, senza alcuna esagerazione, in questi ospedali, e, come la sua sagoma snella scivola silenziosamente lungo ogni corridoio, il volto di ogni poveretto si addolcisce di gratitudine alla vista di lei. Quando tutti gli ufficiali medici si sono ritirati per la notte, e il silenzio e l’oscurità sono scesi sulle miglia di malati prostrati, può essere avvistata, con una piccola lampada in mano, compiere i suoi giri solitari.

Florence Nightingale è stata una delle donne più influenti della storia moderna. Ha fondato la professione infermieristica e, applicando le sue conoscenze matematiche in materia di epidemiologia e salute, è stata una pioniera della statistica. Il suo lavoro di assistenza durante la guerra ha ispirato la scrittura delle Convenzioni di Ginevra e la fondazione della Croce Rossa Internazionale. Grazie al suo carattere forte, determinato, ribelle e insieme compassionevole, è riuscita a realizzare la sua vocazione umanitaria al di là di ogni stereotipo. E allora perché non lasciarci spirare dalla sua storia?

Florence nasce il 12 maggio del 1820 a Firenze, mentre i suoi sono in viaggio di nozze in Italia. Viene chiamata così in onore della città, così come a sua sorella maggiore, l’anno prima, viene dato il nome di Parthenope, perché venuta alla luce davanti al golfo di Napoli. La sua è una famiglia facoltosa dell’alta borghesia britannica: suo padre William Edward Shore, è un pioniere dell’epidemiologia, e ha cambiato il cognome in Nightingale (che in italiano significa “usignolo”) per ereditare possedimenti terrieri dal ramo materno della famiglia; sua madre, Frances Smith detta Fanny, nipote dell’abolizionista William Smith, è una donna dai ferrei principi e una fervente cattolica.

“Flo” e sua sorella “Parthe” crescono in Inghilterra, tra la residenza di Embley Park, nel Buckinghamshire, dove Flo si sente prigioniera, la tenuta estiva di Lea Hurst, nel Derbyshire, e gli appartamenti di Londra, dove si recano due volte l’anno per i ricevimenti. Ricevono un’istruzione casalinga: il padre insegna loro storia, filosofia, matematica, greco, latino, italiano, francese e tedesco; mentre una governante dà loro lezioni di musica, ballo e recitazione. La maggiore non ama lo studio, e finisce per legare con la madre; mentre Flo si appassiona alle lezioni paterne e mostra una certa predisposizione per la matematica.

Florence è anche molto credente: a 17 anni sente la chiamata divina ad assistere i poveri e gli infermi. Poi, a 24 anni rifiuta la proposta di matrimonio del suo terzo pretendente, un Primo Barone che la corteggia da sette anni – e che per altro lei ricambia. Subito dopo, nel 1845, dichiara alla famiglia la sua vocazione filantropica, dicendo di voler diventare infermiera. La madre si oppone alla sua decisione, spalleggiata dalla sorella Parthenope: sostengono sia scandaloso che una ragazza di buona famiglia si abbassi a fare un lavoro così umile, allora riservato a donne con una cattiva nomea – sembra lo facessero soprattutto alcoliste ed ex-prostitute. Nonostante ciò, Flo si ribella al volere materno e al destino sociale di moglie e madre, e si dedica a realizzare il suo sogno, con il sostegno del padre.

Inizia ad adoperarsi per le persone indigenti che vivono nei pressi delle tenute di famiglia, poi si rivolge a istituzioni di assistenza dei poveri. Quindi, nel 1847, Flo parte in viaggio in compagnia di due amici: visita l’Italia – dove conosce e stringe rapporti con Sidney Herbert, nobile politico inglese futuro Ministro della Guerra -, la Grecia, l’Egitto e la Germania. Tra il 1850 e il 1851 torna in Germania due volte: soggiorna nell’ospedale di Kaiserswerth (vicino Dusseldorf) gestito da diaconesse luterane, dove apprende come assistere i malati e governare una struttura sanitaria. Quindi rientra in Inghilterra e, grazie ai soldi del padre, che le assicura una rendita annuale di 500 sterline, si trasferisce a Londra e si dedica a rinnovare da cima a fondo e a dirigere un ricovero femminile, l’Istituto per l’assistenza alle donne malate e prive di risorse economiche.

Quindi, nel 1853 scoppia la Guerra di Crimea, cui la Gran Bretagna prende parte al fianco di Turchia, Francia, Regno di Sardegna e contro la Russia. Tramite la cronaca del Times, Florence viene a conoscenza delle condizioni misere in cui si trovano i soldati feriti, che vengono lasciati morire senza assistenza; così, grazie l’appoggio dell’amico Herbert, nel 1854 parte per la Turchia con 38 infermiere sue allieve. Arrivata all’ospedale militare britannico di Scutari, trova una situazione disumana, in cui dominano sporcizia e malattie, perché mancano igiene, acqua, personale medico, rifornimenti e organizzazione. Le truppe sono abbandonate a loro stesse e fiaccate non dalla battaglia ma dal disinteresse degli alti ufficiali. Così, opponendosi coraggiosamente alle autorità militari, assieme alle sue volontarie Florence riporta igiene e razionalità nell’ospedale da campo.

In quel girone dantesco, che lei stessa descrisse con l’epiteto di “Regno dell’Inferno”, Florence si aggirava anche di notte, armata di una lampada e di infinita buona volontà, per confortare, assistere, incoraggiare, dare speranza. Da qui l’imperituro nome di Signora della Lampada.  Le infermiere si prodigavano anche per aiutare gli infermi nella corrispondenza con la famiglia, a ricevere pacchi e notizie e Flo in persona si diede da fare per organizzare una sala di lettura. I graduati capirono che anche i soldati della truppa andavano trattati da cristiani.

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A guerra finita, nel 1856, ha contratto una forma invalidante di brucellosi. Torna a Londra e viene accolta come un’eroina nazionale: nasce una pubblica sottoscrizione in favore della sua opera e una fondazione a suo nome. Intanto, con l’aiuto della giornalista Harriet Martineau e di altri intellettuali, insiste pubblicamente riguardo la necessità di riformare la sanità militare britannica, indagando anche su quella in India.

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Tina Anselmi, colei che creò il nostro Sistema Sanitario Nazionale

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Nella giornata mondiale della salute il mio pensiero va a Tina Anselmi, politica, partigiana, prima donna ad aver ricoperto la carica di ministra della Repubblica in Italia, la persona cui dobbiamo la Sanità pubblica

Tina Anselmi (1927-2016) ha dedicato tutta la vita alla democrazia e ai destini delle donne: nella scuola (laureata in lettere ha insegnato nelle scuole elementari); nel sindacato; nel movimento femminile della Democrazia Cristiana; in Parlamento: deputata per sei legislature, è stata ministra della Sanità, e ministra del Lavoro. Si deve a lei la legge sulle “pari opportunità”.

“Tina Anselmi nasce a Castelfranco Veneto. A diciassette anni entra nella Resistenza come staffetta della Brigata autonoma “Cesare Battisti”; fa poi parte del Comando regionale del Corpo Volontari della Libertà. Si laurea in lettere all’Università Cattolica di Milano e insegna nella scuola elementare.

Dal 1945 al 1948 è dirigente del Sindacato Tessili e dal 1948 al 1955 del Sindacato Maestre. Dal 1958 al 1964 è incaricata nazionale delle giovani della Democrazia Cristiana e in tale veste partecipa ai congressi mondiali dei giovani di tutto il mondo.

Nel congresso di Monaco del 1963 è eletta membro del Comitato direttivo dell’Unione europea femminile, di cui diventa successivamente vicepresidente. È eletta per la prima volta come deputata il 19 maggio 1968 e riconfermata fino al 1992, nel Collegio di Venezia e Treviso. È sottosegretaria al lavoro nel V governo Rumor e nel IV e V governo Moro.

Nel 1976 viene nominata Ministra del Lavoro: è la prima donna, in Italia, a diventare ministra. Nel 1978 è nominata Ministra della Sanità e ha contribuito alla nascita del Sistema Sanitario Nazionale. Nel 1981 è nominata presidente della Commissione di inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985: è un capitolo essenziale della vita della Repubblica, una responsabilità che Anselmi assume pienamente e con forza, firmando l’importante relazione che analizza le gravi relazioni della loggia con apparati dello stato e con frange della criminalità organizzata, messe in campo per condizionare con ogni mezzo la vita democratica del Paese.

Successivamente è nominata Presidente della Commissione nazionale per le pari opportunità. Presiede il Comitato italiano per la FAO. Fa parte della Commissione di inchiesta sull’operato dei soldati italiani in Somalia. Ha presieduto la Commissione nazionale sulle conseguenze delle leggi razziali per la comunità ebraica italiana. La commissione ha terminato i suoi lavori nel mese di aprile 2001. È vicepresidente onoraria dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.

È stata più volte presa in considerazione da politici e società civile per la carica di Presidente della Repubblica: nel 1992 fu il settimanale «Cuore» a sostenerne la candidatura, mentre nel 2006 un gruppo di blogger l’ha sostenuta attraverso un tam tam mediatico che prende le mosse dal blog “Tina Anselmi al Quirinale”. Nel 1998 è stata nominata Cavaliere di Gran Croce, Ordine al merito della Repubblica italiana.”

Come già riferito, a lei dobbiamo la nascita del Sistema Sanitario Nazionale, quello a cui in questo momento stiamo tutti dicendo grazie perchè sta cercando di assicurare salute e coesione nazionale.

Nel 1978 ci fu un dibattito importante, seguito da una legge fondamentale per lo sviluppo umano, sociale e civile del nostro Paese.

Oggi dobbiamo dire grazie a quanti si stanno adoperando nei nostri ospedali.

 

(La biografia è tratta da Francesca Tosi – Enciclopedia delle donne)