Mese: giugno 2017

Un’altra grande donna se ne é andata… Simone Weil

 

Simone Veil, ex ministro, grande accademica, centralissima figura della politica francese, è morta all’età di 89 anni (ne avrebbe compiuti 90 il 13 luglio). “Mia madre è morta stamattina a casa sua. Avrebbe compiuto 90 anni il 13 luglio”, ha annunciato il figlio Jean Veil. Simone Veil fu tra le prime donne ministro e come responsabile della Famiglia e della Sicurezza Sociale ottenne l’approvazione della legge per la legalizzazione dell’aborto, approvata in Francia nel 1974. Grande figura anche a livello europeo (è stata la prima presidente dell’Europarlamento, eletta a luglio 1979), per la Francia ha incarnato la memoria della Shoah: fu deportata infatti all’età di 16 anni al campo di concentramento di Auschwitz assieme alla famiglia e solo lei e la sorella sopravvissero. Le due giovani furono liberate il 27 gennaio 1945, data che oggi corrisponde al Giorno della memoria nell’Ue. Fu deportata ad Auschwitz Nata a Nizza nel 1927 con il cognome di Jacob, durante la seconda guerra mondiale, all’età di 16 anni, era stata deportata ad Auschwitz-Birkenau: sopravvissuta insieme alle due sorelle ai campi da cui non faranno invece ritorno la madre, il padre e il fratello, Veil si è in seguito sempre schierata in difesa dei diritti delle donne. Nel 1946 aveva sposato Antoine Veil da cui ha avuto tre figli. Dopo aver smesso di esercitare la professione di avvocato nel 1956 inizia la carriera al ministero della Giustizia e quindi al Consiglio superiore della magistratura. Viene nominata una prima volta ministra della salute nel 1974, presidente Valery Giscard d’Estaing. E’ poi stata presidente del Parlamento europeo nel 1979, ministra della salute nel governo di Edouard Balladur (1993-95) e poi nel consiglio costituzionale, dal 1998 al 2007. Il presidente Emmanuel Macron ha espresso le sue più vive condoglianze alla famiglia di Simone Veil auspicando che “il suo esempio possa ispirare i nostri compatrioti che vi troveranno il meglio della Francia”.  – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/morta-simone-veil-sopravvissuta-alla-Shoah-fu-tra-le-prime-donne-ministro-c25382ec-37eb-4eb8-b490-8c82c65b19c1.html

 

 

 

 

 

 

 

 

Donna… personaggio temuto, ma da sempre ammirato!

12919902_10209405110950733_6852183947095957553_n

Nella storia della letteratura, quasi sempre le donne vengono presentate in relazione all’altro sesso; esse sono incastonate, nei romanzi scritti dagli uomini, come pietre preziose da ammirare semplicemente per la loro forma e il loro splendore, in ruoli predefiniti di figlie, madri, mogli, amanti, in cui la loro femminilità è contrapposta ad un’egemonia maschile, ed un’eventuale complicità tra donne è del tutto ignorata . Il “personaggio donna”, così temuto e ammirato, diviene però, forse proprio per la sua complessità, il centro di interesse della letteratura nel corso dei secoli:

Dev’essere stato forse il desiderio di scrivere sulle donne che ha indotto gli uomini ad abbandonare gradualmente il dramma in versi, che con la sua violenza poteva usarle così poco, e ad inventare il romanzo che era il recipiente più adatto. Eppure resta ovvio, perfino quando scrive Proust, che un uomo è terribilmente impedito e parziale nella conoscenza delle donne, così come una donna nella conoscenza degli uomini. – V. Woolf, “Una stanza tutta per sè”

Per rappresentare al meglio la natura femminile risulta necessario un autore-donna capace di addentrarsi nella propria coscienza, per mostrare al mondo la vera essenza della femminilità.
Quando però le donne cominciarono a scrivere, potevano avvalersi solo di riferimenti maschili, dovendosi così adattare a situazioni che si distanziavano dalla loro naturale sensibilità.

Deviando la propria indole e le proprie emozioni su strade impervie e sconosciute, diedero vita ad opere rigide, impersonali ed incerte, proprio per timore di essere catalogate come “donnette sentimentali” . Questo fu però un grave errore, infatti per scrivere un buon romanzo o racconto, è necessario accettare la propria natura, scavare nel proprio passato e narrare argomenti di cui se ne ha piena conoscenza.

Le scrittrici dovettero così imparare a non temere la propria femminilità, bensì scavare nella propria anima per mostrare, a quegli uomini ottusi e beffardi, sempre pronti a deriderle e giudicarle, che la scrittura femminile non è limitante, ma semplicemente un’osservazione del mondo attraverso gli occhi di chi ha sempre vissuto all’ombra di abitudini imposte. Solo così quei ruoli predefiniti riusciranno ad avere una voce e animarsi con gioie e dolori in grado di svelare quell’alone di mistero che limitava ed avvolgeva le eroine letterarie.

Era il 1928 quando un’ormai affermata Virginia Woolf incoraggiava le giovani studentesse dell’università di Cambridge alla scrittura femminile, esortandole all’indipendenza e allo studio di se stesse, per gettare la maschera e le abitudini ereditate dall’egemonia maschile e accettare così la condizione di “essere donna”:

dovrai illuminare la tua anima, con le sue profondità e sue superficialità, le sue vanità e le sue generosità, e dire cosa significa per te la tua bellezza o la tua bruttezza, e qual è la tua relazione con quel mondo sempre cangiante e mutevole dei guanti e delle scarpe e delle stoffe che ondeggiano fra quei lievi profumi sparsi dalle bottiglie dei farmacisti lungo le arcate di tessuti su un pavimento di finto marmo. – V. Woolf, “Una stanza tutta per sè”

Da allora le donne-scrittrici hanno cominciato, sebbene con molta cautela, ad osservare il mondo circostante con il loro punto di vista, lasciandosi trasportare dalle emozioni a loro più congeniali e vicine, rivendicando così quella propensione tutta femminile del tessere trame e tramandare alle generazioni successive storie di vita autentiche.
In Italia, dopo la bruciante “testimonianza di vita” consacrata all’inizio del secolo dal libro scandalo “Una donna” (1906) di Sibilla Aleramo in cui, attraverso la sua triste esperienza di vita, si esorta il cosiddetto “sesso debole” a combattere per i propri diritti e per la libertà del corpo e del pensiero , finalmente la scrittura femminile ha acquistato quella profonda consapevolezza e calma.
Negli anni Trenta videro così la luce testi come “Nessuno torna indietro” di Alba de Céspedes, “Angelici dolori” di Anna Maria Ortese, “Itinerario di Paolina” di Anna Banti o “Lucrezia Borgia” di Maria Bellonci; testi decisamente diversi tra loro, ma che introdussero “silenziosamente” il dialogo sulla questione femminile .

Jessie White Mario, inviata speciale del Risorgimento italiano.

 

 

JessieWhiteMario

Il fascino che si coglie nella figura di Jessie White Mario, donna di origine inglese che seguì Garibaldi nelle sue imprese per oltre vent’anni, apre una singolare finestra sui personaggi femminili del nostro Risorgimento, quasi sempre ignorati dai nostri libri di storia, ma che ricoprirono parte attiva nel corso degli eventi, offrendo un contributo assai generoso alla causa dell’Indipendenza Italiana.

Avrebbe voluto diventare medico, ma divenne giornalista: Jessie White Mario fu onnipresente sulla scena della lotta risorgimentale italiana, e antesignana del “reportage” sociale.

Studentessa a Londra, frequenta Emma Roberts, ricca vedova, amica di famiglia e legata sentimentalmente a Giuseppe Garibaldi. I suoi contatti con gli ambienti colti e democratici della capitale e il fascino esercitato su di lei dal pensiero liberale e nazionalista, la inducono a interessarsi sempre più dell’Italia. Nel settembre del 1854, con Emma a Parigi, su invito di Garibaldi , compie un viaggio a Nizza e in Sardegna, visita Caprera e, fortemente attratta dalla personalità del Generale, decide di restare in Italia e  dedicarsi alle lotte per l’indipendenza di cui scrive come inviata del “Daily News”.

Durante la sua permanenza stringe amicizia con alcuni patrioti, tra i quali Carlo Pisacane e Agostino Bertani. Su incitamento di Mazzini , che incontra e frequenta a Londra, inizia la ricerca di denaro a sostegno delle iniziative patriottiche dell’esule per l’indipendenza dell’Italia, di cui parla nelle conferenze che tiene nelle principali città inglesi. Nel 1857 incontra ancora Mazzini, nascosto in casa del patriota veneto Alberto Mario, che diverrà poi suo marito. Cerca ancora denaro per la Spedizione di Sapri, alla quale partecipa come organizzatrice e anche attivamente nel corso del “dirottamento” della nave “Cagliari” che portò i “Trecento”a Sapri.

La spedizione, come ben si sa, si concluse con un fallimento e la morte di Pisacane, il quale in precedenza aveva consegnato a Jessie il suo diario e il suo testamento politico, quasi simbolico passaggio del testimone. Il 4 luglio 1857 tutti i cospiratori vennero arrestati, compresi la White e Alberto Mario. (altro…)