Mese: ottobre 2020

La letteratura è sempre più Donna!

Quest’anno, per la sedicesima volta nella Storia, il premio Nobel per la Letteratura è stato assegnato a una donna, Louise Glück. Si tratta senz’altro di un importante riconoscimento al valore dell’opera di questa poetessa, ma è anche un chiaro segnale che le cose stanno cambiando in un mondo storicamente maschilista come quello dell’editoria. La letteratura, oggi, è sempre più donna.

In questo articolo ho voluto rendere omaggio alle preferite fra le protagoniste – reali e immaginarie – del panorama letterario di ieri e oggi: un’occasione per (ri)scoprire donne straordinarie che hanno dato il loro contributo alla letteratura.

Elizabeth Siddal

I suoi lunghi capelli rossi sono passati alla storia, impressi per sempre nelle tele dei più grandi artisti preraffaeliti come Gabriel Dante Rossetti e John Everret Millais. Ma Elizabeth Siddal è stata molto più di un bel volto da dipingere, molto più di una musa ispiratrice. Non tutti sanno infatti che Elizabeth stessa era una pittrice e soprattutto una poetessa sensibile e malinconica e che tenne segreta questa sua predisposizione alla scrittura per molto tempo.

Elizabeth Siddal ritratta da Gabriel Dante Rossetti in Regina Cordium (1860).

Una donna forte di spirito, purtroppo cagionevole di salute, che dedicò tutta la sua breve vita all’Arte, anche se ostacolata dai famigliari, troppo poveri per darle un’educazione scolastica (con l’aggravante che era pure una donna). Ancora più mirabili sono quindi i suoi componenti, dettati da una passione cupa. Poesie impregnate di tristezza, morte, ma anche amore e per questo di vita.

Sally Rooney

Considerata da molti una delle voci più autorevoli della generazione Millennials, l’irlandese Sally Rooney è senz’altro tra le penne più interessanti emerse negli ultimi anni. La scrittrice, nemmeno trentenne, ha già dimostrato la maturità necessaria per tracciare nei suoi romanzi una sorta di “educazione sentimentale” della sua generazione, con uno stile asciutto e solo apparentemente semplice.

Sally Rooney. Da: theguardian.com

Una figura come quella Sally Rooney è una boccata d’ossigeno nel panorama letterario contemporaneo perché ha reso giustizia a due categorie che troppo spesso non hanno ancora la possibilità di far sentire davvero la loro voce: le donne e i giovani.

“Come trionfare da ragazza” di Ada Limón.

Mi piacciono di più le cavalle,

il modo in cui fanno sembrare tutto facile,

come il correre 40 miglia all’ora

fosse divertente quanto fare un sonnellino, o brucare.

Mi piace la spavalderia delle cavalle,

dopo che hanno vinto. Alte le orecchie, ragazze, alte le orecchie!

Ma principalmente, siamo onesti, mi piace

che siano femmine. Come se questo grande

pericoloso animale fosse anche una parte di me,

come se da qualche parte dentro questa delicata

pelle del mio corpo, pompasse

un cuore da cavalla di 8 libbre,

gigante per potere, pesante di sangue.

Non volete crederlo?

Non volete sollevare la mia camicia e vedere

l’enorme macchina geniale che batte

che pensa, no, che sa

che arriverà prima.

Ada Limón

Nata il 28 marzo 1976, Ada Limón è originaria di Sonoma, in California. Da bambina, è stata fortemente influenzata dalle arti visive e dagli artisti, inclusa sua madre, Stacia Brady. Nel 2001 ha ricevuto un MFA dal Creative Writing Program presso la New York University.

Con la sua prima raccolta di poesie,  Lucky Wreck  (Autumn House Press, 2006), è stata la vincitrice del 2005 Autumn House Poetry Prize. È anche autrice di  The Carrying (Milkweed Editions, 2018);  Bright Dead Things  (Milkweed Editions, 2015), finalista al National Book Award;  Sharks in the Rivers  (edizioni Milkweed, 2010); e  This Big Fake World  (Pearl Editions, 2006), vincitrice nel 2005 del Pearl Poetry Prize. Del lavoro di Limón, il poeta  Richard Blanco  scrive: “Sia morbido e tenero, enorme e clamoroso, i suoi gesti poetici entrano e trafiggono”.

Borsista nel 2001-2002 presso il Provincetown Fine Arts Work Center e un Guggenheim Fellow, ha anche ricevuto una borsa di studio dalla New York Foundation for the Arts e ha vinto il Chicago Literary Award for Poetry.  Si divide tra Lexington, Kentucky, e Sonoma, California.

Diana Russell, colei che coniò il concetto di femminicidio.

Una parola nuova può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Può persino modificare il corso della storia. È quel che è successo con la parola femminicidio: in ogni Paese in cui è stata adottata, ha segnato un nuovo inizio nella lotta alla violenza di genere, risvegliando coscienze, stimolando pensatori, riunendo attivisti e infine portando all’istituzione di nuove leggi. Lo ha raccontato nel 2011, in un intervento all’Università di San Diego, la professoressa Diana E. H. Russell , studiosa e attivista che ha il merito di aver ridefinito e reso popolare il termine femicide per indicare l’uccisione di una donna “in quanto donna”. È da lei che l’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde ha preso e tradotto il neologismo spagnolo feminicidio, da cui deriva la parola italiana.

Russell, una delle voci più autorevoli sul tema della violenza contro le donne, ha dedicato tutta la sua vita a combattere i crimini basati sulla discriminazione di genere e la misoginia. Ha lottato per più di 40 anni come attivista, finendo arrestata ben cinque volte. Ha scritto circa 17 saggi, molti dei quali sono tuttora fonti imprescindibili per approfondire argomenti come lo stupro (anche coniugale e incestuoso), le molestie sessuali sui minori, la violenza domestica e la pornografia. Il suo lavoro è stato indispensabile per il movimento delle donne nel secolo scorso: come riportato da Katharine Q. Seelye sul New York Times, secondo la famosa giornalista e attivista statunitense Gloria Steinem, Russell ha avuto un’influenza enorme sul femminismo globale. 

La sociologa e criminologa è morta in California il 28 luglio scorso, all’età di 81 anni. Questa è la sua storia, perché presto sia celebrata come merita all’interno del mondo accademico e non solo.

Diana Elizabeth Hamilton Russell nasce il 6 Novembre 1938 a Città del Capo, in Sudafrica. Figlia di padre sudafricano e madre britannica, è la quarta di sei fratelli e ha un gemello, David. Come racconta nel saggio Politicizing Sexual Violence: A Voice in the Wilderness del 1995, sia durante l’infanzia che l’adolescenza subisce abusi sessuali: sono proprio quelle esperienze traumatiche a indirizzare la sua ricerca e ad accendere la sua vocazione per l’attivismo politico.
Nel 1945 suo padre, James Hamilton Russell, un amministratore delegato dell’agenzia pubblicitaria J. Walter Thompson, diventa membro del Parlamento. Sua madre, Kathleen Mary (Gibson) Russell, che si è trasferita in Sudafrica per insegnare dizione e teatro, rinuncia a lavorare per fare la moglie, ma milita nel movimento anti-apartheid Black Sash – era la nipote di Violet Gibson, che aveva tentato di assassinare Mussolini nel 1926.

Diana frequenta un collegio anglicano elitario per ragazze, poi, contro il volere di sua madre, si laurea in psicologia all’Università di Città del Capo e a 19 anni parte per il Regno Unito.  All’inizio del 1957, si trasferisce a Londra e, dopo due anni di lavoro, decide di intraprendere una carriera nei servizi sociali. Nel 1961 si diploma col massimo dei voti in scienze sociali alla London School of Economics and Political Science. Riceve anche un premio come migliore studentessa del programma, riconoscimento che la spinge a tentare la carriera accademica.

Nel frattempo, consapevole del proprio white privilege, si avvicina all’attivismo radicale e prende parte anche lei al movimento anti-apartheid. Nel 1963 si iscrive al Liberal Party sudafricano fondato da Alan Paton e partecipa a una protesta pacifica a Città del Capo, per la quale però viene arrestata. Si rende conto che i metodi pacifici sono inutili contro la violenza brutale della polizia afrikaner (ossia bianca di discendenza europea), e decide di unirsi a un’organizzazione rivoluzionaria clandestina chiamata African Resistance Movement(ARM), che bombarda e sabota le proprietà del governo per scoraggiare gli investimenti stranieri. Diana milita nell’ARM come elemento periferico per qualche mese; poi però, parte alla volta degli USA.

Studia ad Harvard, dove si specializza in psicologia sociale nel 1967. Quindi viene assunta come ricercatrice associata a Princeton, dove nel 1970 consegue un dottorato interdisciplinare con una tesi sui moti rivoluzionari. Ma, come ha raccontato lei stessa, l’estrema misoginia di queste istituzioni la instrada verso il femminismo: in quel periodo, inizia a seguire il movimento statunitense e a interessarsi di crimini sessuali commessi contro le donne. Intanto, nel 1968 sposa Paul Ekman, psicologo americano che insegna e lavora come ricercatore a San Francisco, all’Università della California. Per stargli vicino, nel 1969 Diana accetta di insegnare sociologia al Mills College, una scuola privata per ragazze nella vicina Oakland. Tre anni dopo divorzia, mentre resta al Mills College per ben 22 anni. Da quel momento dedica tutta se stessa ai gender studies e alla lotta contro la violenza sessista.

Nel 1975 pubblica il saggio The Politics of Rape, in cui definisce lo stupro non un comportamento deviante ma il risultato diretto della nozione di mascolinità nella società patriarcale, e denuncia la pratica del victim blaming. Quindi, dopo due anni di insistenza, nel 1976 Diana avvia una campagna e istituisce l’International Tribunal on Crimes against Women, un evento di quattro giorni a Bruxelles, in Belgio, cui partecipano più di duemila donne da più di 40 Paesi. Vi prende parte anche Simone De Beauvoir, che definisce la manifestazione “l’inizio della decolonizzazione radicale delle donne”In quell’occasione, Diana Russell usa la parola femicide e ne dà l’attuale definizione.

Teresa Sarti Strada e la sua Emergency

La guerra è scandalo, e dunque intollerabile. Ogni vittima ci riguarda, tutti, sempre.

“Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano –
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena –
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.”

Emily Dickinson, Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi (n. 919)

Questi i versi a firma di Emily Dickinson, signora della poesia che per lungo tempo è stata (s)oggetto di mistificazioni e che ancora oggi ritrae la poeta come «un essere incorporeo, lontano, irraggiungibile», e ancora «una donna tutta spirito, eterea, diafana, vergine, che vestita di bianco attraversa il pianerottolo della casa di famiglia di Amherst, in Massachusetts, per rinchiudersi nella sua camera, con lo scrittoio di ciliegio e la cassapanca in cui nasconde le poesie». In casa ci si chiude veramente: nel 1867, all’età di trentasette anni, decide di allentare i suoi contatti con il mondo e di ricevere gli ospiti di là da una porta socchiusa. Non si trattava di rifiuto degli altri, né di mistica sottrazione al mondo, quanto una solitudine legata e necessaria all’atto stesso del pensare o ri-pensare il mondo attraverso una prospettiva altra e diversa, privata, eppure così universale, perché obliqua nel tenere insieme felicità e dolore, vita e morte. Se Dickinson ha tradotto in parola il comune sentire dell’essere umano nel miracolo che è la sua poesia, secondo una scelta uguale e contraria, la straordinaria donna protagonista di questo racconto ha fatto dell’impegno umanitario il fulcro della propria esistenza. In entrambi i casi (ci) hanno salvato, con le parole e con i gesti. 

Undici lunghe primavere sono passate da quando Teresa Sarti Strada è venuta a mancare al nostro amore e a quello del marito, Luigi Strada, detto “Gino”, con il quale ha dato vita a Emergency, oltre che alla loro creatura Cecilia. Chi l’ha conosciuta, la ricorda come una donna che fra le tante cose, era soprattutto una donna di pace. Non a caso il centro di cardiochirurgia inaugurato assieme al marito nel maggio del 2007 in Sudan si chiama “Salam”, ossia pace in arabo. Un concetto di pace molto concreto che si colloca e si sostiene su un posizionamento, uno sguardo e ancora un progetto visionario in nome di diritti che dovrebbero essere fondamentali e che ancora oggi rimarcano il confine tra la civiltà e la barbarie: il diritto alla salute, in primis, per ogni singolo essere umano al mondo, senza discriminazione alcuna.

Nata a Sesto San Giovanni il 28 marzo 1946, laureata in Lettere Moderne all’Università Cattolica di Milano, con una tesi sulla didattica della storia, inizia a insegnare nella scuola media statale Giolli, nel quartiere Bicocca di Milano, periferia in cui vive un sottoproletariato costituito in buona parte da immigrati provenienti dal sud del Paese, luogo in cui inizia a familiarizzare con le discriminazioni e le ingiustizie sociali, economiche e culturali. Nel 1979 sposa Gino Strada, studente di medicina e militante del movimento studentesco, il quale dopo la laurea inizierà a lavorare per la Croce Rossa. Ed è proprio al marito che Teresa manifesta la volontà di creare un presidio medico in zone di guerra. Da quell’idea nel 1994 nasce Emergency, di cui Teresa è la prima presidente. 

Continua a insegnare nelle scuole medie superiori, per poi trovarsi costretta ad andare in pensione perché il ruolo che ricopre è molto impegnativo. Tuttavia non smette mai di insegnare attraverso il suo esempio: dapprima si fa promotrice della campagna per la messa al bando delle mine anti-persona, di cui l’Italia è produttrice ed esportatrice nel mondo, poi organizza esposizioni di lastre e fotografie scattate da medici e paramedici nei luoghi di guerra per accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sugli orrori della guerra, e le diffonde nelle scuole, luogo che ella ritiene essere il punto di partenza per migliorare il mondo. Alla stregua di questo progetto si inserisce il fumetto, protagonista Lupo Alberto, il cui motto significativo è «Sopra la guerra c’è chi campa, sotto la guerra c’è chi crepa». Poi ancora, firma le campagne volte a diffondere una cultura della pace in “Uno straccio di Pace” (2001) e “Fuori l’Italia dalla guerra” (2002), sostenendo l’idea che la pace non si costruisca solo manifestando contro la guerra, ma fornendo prospettive reali alle persone, garantendo a tutti in primo luogo un tetto sicuro e un lavoro, e con essi il diritto alla salute. E questo si può attuare, portando la sanità di eccellenza nei luoghi più remoti del mondo, quelli più vessati dalla povertà e dalle guerre.