Mese: febbraio 2016

Ma chi c’é dietro una donna forte?

Ho trovato una bella riflessione. Mi è piaciuta, la trascrivo qui.

Linda

Dietro ogni uomo forte c’è una donna forte. Ma chi c’è dietro una donna forte? Nessuno lo sa.. perché la donna forte non ti permette di guardare dentro di lei..
Lei prende vita tutte le mattine quando prende la sua maschera e quando nasconde i suoi sogni dentro la sua anima; come una Geisha, disegna il suo sorriso e caccia la tristezza dal suo sguardo. Non si specchia più di cinque minuti per paura  di scoprire le sue debolezze sepolte nel profondo della sua anima. Spesso non piange, le sue lacrime nascono dentro l’anima e muoiono sempre là, non sul suo viso. Cammina sicura di sé lasciando dietro di sé la scia del suo profumo e le tracce dei suoi passi.. E se per caso, crolla.. si rialzerà da sola.

L’anima di una donna prende fuoco in silenzio.. Amala e non chiederle niente perché i suoi occhi ti diranno se ti ama.. La donna forte indossa una maschera ogni giorno e un solo uomo può vederla senza. Quell’ uomo incornicerà il suo viso e amerà il suo sguardo, a volte, confuso, e chiuderà gli occhi per poter mantenere la sua immagine per sempre. La donna forte amerà in silenzio e soffrirà sempre in silenzio, nascondendo la sua tristezza sotto una maschera con un bel sorriso.

La donna forte ha il coraggio di aprire una porta vietata. Non negozierà mai con la vita e non regalerà l’anima ferita in cambio del potere, ma continuerà a disegnare sorrisi sul suo viso fino a quando troverà la medicina perfetta. Le donne forti, amale senza maschere, condivideranno con te la loro forza.

(Ionela Craciun, “La donna forte”)

Chi è Eva…

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Eva sono io. E’ ognuna di noi. E’ mia madre, irraggiungibile, anche se vicina e discreta come ogni madre dovrebbe essere.

Eva è l’idea che ogni donna si crea di se stessa… nel bene e nel male vivendo coraggiosamente.

E’ la mia dedica personale a ogni donna che lotta giorno dopo giorno in nome dell’amore, perché questo conoscono le donne.

Ciò contro l’ostinazione di ogni sopruso di cui sono vittime e di ogni altra forma di retorica morale.

L’altro frutto di Eva sono le emozioni e le parole di madri, figlie, sorelle, amiche che affrontano l’esistenza, intimamente più forti.

Sonia Tri

 

 

 

Joyce Lussu, grande scrittrice e grande donna

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(Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti), più nota con il nome da sposata di Joyce Lussu.

Moglie di Emilio Lussu (Firenze, 8 maggio 1912 – Roma, 4 novembre 1998) è stata una scrittrice, traduttrice e partigiana italiana, medaglia d’argento al valor militare.

“Mi sono innestata alla Sardegna e da allora siamo cresciuti insieme” .

La Lussu arrivò in Sardegna nel 1944 e nel suo spostarsi nell’isola incontra donne che, pur vissute in totale isolamento da ogni cultura e prive di strumenti moderni, “avevano maturità, saggezza e un forte senso di identità … una robusta dignità personale e una laicità che escludeva l’assuefazione al servilismo”.

Nel suo lavoro politico aveva occhio soprattutto al mondo delle donne , che bisognava far uscire dalle loro cucine, dal ruolo di casalinghe .

Durante gli incontri, quando Joyce andava per paese e paese, nelle sezioni dei partiti, chiedeva: “Dove sono le vostre mogli? Andate a casa e fate venire anche loro”.

Dedicherà una parte fondamentale della sua forte carica vitale al rapporto con i giovani, nell’ipotesi di un futuro di pace, da costruire con impegno costante e conoscenze adeguate del passato, degli errori, delle violenze e delle ingiustizie che non dovevano ripetersi.

Conserverà una certa diffidenza nei confronti delle istituzioni e delle persone che le rappresentano, riporrà però fiducia ed apertura verso le nuove generazioni.

Matilde Serao e il suo amore per il giornalismo

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Quando ancora Lilly Gruber o la  Milena Gabanelli erano ben lungi dal comparire sulla scena del giornalismo italiano, all’epoca in cui le redazioni erano luoghi per soli maschi, una donna dal piglio sicuro si faceva strada tra i fiumi di inchiostro grazie alla sua passione per la scrittura e l’informazione.

Mentre le sue colleghe imperversavano su riviste femministe e discutevano animatamente sul futuro della donna, lei, semplicemente, metteva in pratica.

Matilde Serao non era mai stata una femminista e, anzi, criticava le idee di indipendenza delle sue colleghe scrittrici, prima fra tutte la amata poetessa Sibilla Aleramo. Paradossalmente, lei contraria, diverrà un’icona di femminismo per le generazioni a venire.

Matilde intraprese la sua carriera sin da  bambina, quando, dopo  la scuola, correva a fare i compiti nella redazione giornalistica del padre: l’odore delle idee si mescolava a quello della carta, giorno dopo giorno entrando nel piccolo mondo della Serao in miniatura.

Il colpo di penna che la rese famosa fu la creazione e la conduzione della rubrica Api, Mosconi e Vespe diventata Mosconi su il Mattino, che trattava storie di vita mondana e non, tratteggiando bozzetti sferzanti sulla vita cittadina.

Collaborò a il Giornaleil Corriere del MattinoCapitan Fracassail Fanfulla della Domenica e la Domenica Letteraria, ma la vera svolta venne nella redazione del Corriere di Roma.

Qui, Matilde conobbe Edoardo Scarfoglio, che precedentemente denigrando il lavoro letterario della Serao, fatto di novelle e racconti, e la sua personalità giornalistica, che tentava di tenere il passo di una redazione di soli uomini, pensò bene di sposarla. La vecchia storia del chi disprezza compra.

I due ebbero quattro figli, tutti futuri giornalisti, e fondarono insieme il Mattino.

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Purtroppo il matrimonio finì a causa dei continui viaggi per reportage e scappatelle di Scarfoglio. Era il 1904 e la Serao, estromessa ormai anche dal Mattino per questioni pubbliche oltre che private, decise di riprendersi la sua vita. Era il 1904 e, prima donna a farlo, fondò una testata giornalistica di cui divenne direttrice. Si trattava de Il Giorno, che diede sempre filo da torcere alla testata giornalistica dell’ex marito. Altro che poesiole e lacrime!

Complice l’amato padre e la sua vita in redazione, la Serao passò il resto dei suoi giorni con penna e calamaio, riuscendo comunque a ritrovare l’amore.

Ma la Serao non fu solo giornalismo: da buona intellettuale qual era, la sua penna vergò molte opere, tra cui il famosissimo Ventre di Napoli, 1884, in cui descrisse per la prima volta le condizioni reali della popolazione napoletana, allora vittima dell’epidemia di colera.

Candidata al Nobel per la letteratura, per problemi con il regime fascista non l’ottenne, mentre fu dato alla scrittrice Grazia Deledda.

La storia di una donna in evoluzione che cresce grazie e con la scrittura, tramite la ricerca della verità e l’informazione.

Un esempio per chiunque, non solo donne.

Morì intenta a scrivere il suo ultimo pezzo, leggenda dice. Noi ci crediamo: fa sempre bene credere in qualcosa di positivo e la Serao è ormai simbolo di quella forza che dimostra quanto una vita a rincorrere le passioni, sebbene gli ostacoli siano molti e di diversa entità, paghi sempre.

Le Suffragette…e la storia di Edith Garrud!

Il 3 marzo prossimo uscirà al cinema Suffragette. Un film che racconta le imprese delle donne inglesi che, a inizio secolo scorso, hanno lottato e fatto la storia perché fossero riconosciuti i loro diritti, in campo economico, civile, giuridico e soprattutto politico, in primis il diritto al voto.

Da un punto di vista diverso però, non come la storia ce l’ha fino ad ora raccontato, e cioè di  donne pacifiche, manifestanti, e sfilate di cartelli. No, le suffragette hanno fatto ben altro e se consideriamo l’epoca in cui si sono svolti i fatti, tutto ciò assume un aspetto straordinario.

Suffragette Il film

Ma d’altronde la censura al giornalismo non permetteva la trasmissione dei fatti così come avvenivano, anzi ne sminuiva le azioni fino a distorcere completamente la realtà. Ci si è affidati agli archivi, alle lettere, ai diari privati. E sono così giunte a noi storie di lotta dura, lotta vera. Di donne che per la causa hanno sacrificato la loro vita privata o perdendola, come Emily Davison che si lanciò verso il cavallo di re Giorgio V per attaccare alle briglie il vessillo delle suffragette, ma ne morì travolta. Donne spiate, picchiate, imprigionate, costrette con la forza a mangiare durante gli scioperi della fame.

Sì, perché dopo quarant’anni di campagne pacifiche, dove nessuna promessa fu mantenuta, le suffragette decisero di abbandonare il loro  garbo e iniziarono ad agire con azioni radicali e violente. Tutto ciò per attirare l’attenzione sulla loro causa.

Edith Garrud è un nome che a leggerlo non dice nulla. Eppure Edith è stata una donna di quelle che la storia dovrebbe ricordare. Una delle prime a imparare e a insegnare l’arte marziale dello jujitsu, si prodigò per la causa delle suffragette e insegnò loro a difendersi e a combattere contro gli attacchi violenti della polizia.

Organizzava corsi segreti, insegnava l’uso della clava e la lotta corpo a corpo. Tanto che la stampa coniò il termine “Suffrajitsu” per descrivere le loro tecniche, quasi sempre di successo, nell’autodifesa, nei sabotaggi e nelle fughe.

Edith Garrud
Edith Garrud

La Garrud non è una delle protagoniste del film, ma a lei è ispirato uno dei personaggi principali. Perché è un esempio di forza, coraggio, astuzia, antesignana sotto tanti punti di vista.

Ma oserei dire che potrebbe essere un’ispirazione anche per noi. Oggi parliamo troppo spesso di mancanza di ideali, di solidarietà, e in effetti se ci rapportiamo a quanto la storia “vera” ci racconta, non possiamo che esserne d’accordo.

Troppe volte vogliamo, pretendiamo, critichiamo, lamentiamo… ma la rivoluzione non si fa seduti in poltrona. Mi capita spesso di vedere  passare per le strade manifestanti, che per quanto giusta sia la causa, sono sempre pochi. Mai una bella manifestazione di massa, seria.

É come se venisse meno la voglia di lottare, perché non si crede più a nulla. E non ci accorgiamo che diventiamo sempre più schiavi del sistema.

Edith Garrud insegnava autodifesa centocinque anni fa, queste donne lottavano per la libertà un secolo fa! Sono loro che dovrebbero ispirarci, non i politicanti di turno!

E la loro lotta non fu vana, nel 1918 il parlamento del Regno Unito approvò la proposta del diritto di voto limitato alle mogli dei capifamiglia, e in seguito con la legge del 2 luglio 1928, il suffragio fu esteso a tutte le donne del Regno Unito.

In Italia invece le donne dovettero aspettare di più, solo nel 1946 fu finalmente riconosciuto questo diritto. E su questo ho già scritto in un mio precedente articolo

Per la cronaca, nel 1966 al suo 94 ° compleanno, Edith Garrud fu la protagonista di un ampio articolo di approfondimento pubblicato sulla rivista Woman. Grande fino alla fine!

Anche la pittura parla di donne…

Le due Frida: Il dolore di una donna

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Le due Frida

Un quadro  che non solo rappresenta una donna, ma fu anche dipinto da una donna. La tela è “Le due Frida”, realizzata da Frida Kahlo, tra le pittrici più interessanti del secolo scorso.

Anche in questo caso, la fama del quadro e dell’artista sono in parte dovute a un film del 2002 interpretato da Salma Hayek  e dal titolo “Frida”.

Ma la vita della Kahlo, il suo difficile rapporto con la malattia e in parte le sue tormentate storie d’amore emergono benissimo anche dai suoi stessi quadri, che hanno una forte carica autobiografica.

Le due Frida, conservato oggi al Museo d’Arte Moderna di Città del Messico, è datato 1939 e risale a uno dei periodi più dolorosi della vita della pittrice.

La Kahlo si era infatti da poco recata in Europa, dove aveva incontrato i surrealisti, che dicevano di ammirarla ma dai quali si sentiva lontana. E, tornata in Messico, si era separata dal marito Diego Rivera, che la tradiva regolarmente.

Così le due Frida sono, a sinistra, una vestita in abiti europei, il cui cuore è spezzato e sanguinante, e una, a destra, in abiti tradizionali messicani, col cuore ancora visibile ma con in mano una foto di Rivera. Foto da cui parte una vena che si innesta sui due cuori.

Sullo sfondo, le nubi non lasciano presagire nulla di buono.

La vita di Frida, insomma, non viveva uno dei suoi momenti più sereni, anche se è difficile trovare felicità in quell’esistenza così martoriata. Il rapporto con Rivera si sarebbe riallacciato pochi mesi dopo, anche se sarebbe rimasto complicato e carico di dolore.

Frida, sofferente anche per la colonna vertebrale, avrebbe così continuato ad esternare nei suoi quadri la propria sofferenza, fino alla prematura scomparsa nel 1954.

 

Donne e politica… perché è così difficile parteciparvi!

“La crescente influenza delle donne é l’unica cosa rassicurante nella nostra vita politica”.  (Oscar Wilde)

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Così diceva Oscar Wilde a proposito delle donne e del loro contributo nella vita politica… non sono una fan di Wilde, ma certe sue frasi sono memorabili. E partendo da questa frase mi piace esprimere in questo articolo il mio pensiero su un argomento abbastanza dibattuto in questi ultimi tempi cercando di spiegare come mai l’universo femminile e quello politico non sempre s’incontrino.
Certamente viviamo una situazione palesemente contraddittoria… le donne oramai manifestano nella società un’identità adulta: sono cresciute, studiano, lavorano,
esprimono competenze, sanno scegliere e decidere, si appassionano e si impegnano su molteplici fronti, dalle associazioni, ai movimenti di pensiero, dal mondo della cultura, a quello dell’arte e a molto ancora.
 Eppure, malgrado ciò, fanno fatica a farsi notare – salvo per singole personalità che proprio con la loro presenza evidenziano l’eccezione – sulla scena della politica; avviene così che si lascino rappresentare con uno sguardo maschile, che sembra abbiano fatto proprio, se non addirittura introiettato… attente a piacere, piuttosto che a essere gradevoli, soddisfatte e realizzate non per le proprie capacità, quanto per effetto riflesso degli uomini che le hanno scelte, con il culto di una bellezza stereotipata dimenticando i pregi dell’autenticità del vuoto di relazioni autentiche e profonde, in questa “monotonia” di temi che si fa sordità, io noto uno dei motivi alla base dell’estraneità delle donne alla politica.
 Peraltro scorgo una profonda difficoltà della politica nostrana a rappresentare e dare prospettive autentiche al germogliare di nuove identità sociali. Una politica dove sembra sia scomparso il senso della “polis”, inteso come spazio comune dove si confrontano e si costruiscono strategie per il futuro.
Si assiste, invece, quotidianamente a un imbarbarimento della dialettica, dove i “barbari” sono gli estranei alla “polis”, coloro che non ne comprendono il linguaggio e che si alimenta della dialettica tra le posizioni. La politica non sa più parlare, perchè le sue parole – spesso “urlate” per coprirne la vacuità – non sanno palesare i bisogni profondi, non sanno esprimere le preoccupazioni più autentiche dei cittadini, alimentare il discorso e il confronto, e quindi nemmeno dare corpo ad eventuali possibili speranze. Soprattutto non riescono a far intravedere una prospettiva di futuro per la quale mobilitare le energie.
La rigenerazione della politica potrebbe passare anche per l’autonoma capacità delle donne di usare parole di “senso”, a partire dalla concretezza della propria condizione, parole che sappiano esprimere la propria identità e le proprie aspirazioni e al tempo stesso prefigurare le proposte di cambiamento possibili. D’altra parte il fatto che ci siano così poche donne nei luoghi che contano è una delle ragioni che non fanno esprimere qualità e competenze femminili, di cui tanto i nostri tempi e la poltica necessiterebbero.
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Ma di quali competenze e qualità la politica oggi, necessita. Senza dubbio…
– Dell‘ascolto, non un generico prestare orecchio, ma farsi toccare dalle richieste dell’altro in maniera autentica, alla ricerca di una risposta che risuoni confacente
– Dell’accoglienza, non formale accettazione, ma l’aprirsi, al fare spazio perché  possa stabilirsi quello che arriva da fuori, così che possa “contagiarci” e dare origine al nuovo;
– Della cura, ovverosia l’ attenzione scrupolosa, rispettosa e amorosa al crescere e al rafforzarsi dell’altro;
– Della creatività, intesa come la straordinaria capacità generativa che a partire dal sé, attraverso l’incontro prolifico con l’altro, dia il nuovo e alimenti il cambiamento e il divenire.
E’ di ciò che ha bisogno la politica perchè cittadini e cittadine, originari e nuovi arrivati, possano comunicare tra di loro; la polis è oggi aperta, i ritmi sono veloci e i cambiamenti continui, proprio per questo il “discorso politico” necessita di una grande capacità ricettiva, unita alla costante cura delle relazioni… In questo spazio della poltica, mutevole e dinamico, sempre più complesso, il contributo delle donne potrebbe essere in grado di
ri -fondarla e insieme ri- generarla.
 Si assiste, ahimé, a un processo inverso. Da qui nasce con urgenza la domanda: “Perché la straordinaria potenza delle donne non si fa potere?”
Non ho la risposta…
 Però per me é diventata una domanda assillante che ripropongo un po’ in giro, alla ricerca di risposte possibili, di risposte plurali da parte di donne e uomini, che non rinunciano a interrogarsi, a dialogare, a coltivare la speranza. Una domanda che apre una riflessione tenace sul potere, che sottende ogni ragionamento sulla politica.
Quale potere?
Tante forme di potere… quello che ha che vedere con l’agire, che le donne amano perché rimanda alla concretezza delle risposte da dare, all’espressione della creatività, all’impegno per vedere e comprendere meglio l’ambiente circostante.
 Quello che scaturisce dall’energia che si può sprigionare grazie alla capacità di mettere in relazione e far reagire persone diverse, orientandola verso traguardi condivisi.
 Quello che sorge dalla posizione che si ricopre e dalla responsabilità del ruolo!
E’ quest’ultima, a mio avviso, una forma di potere che è più estranea a noi donne, dalla
 quale vorremmo rifuggire, temendo la solitudine connessa all’esercizio del potere e il rischio che, assumendolo fino in fondo, potremmo trasformarci e perdere il nostro femminile.
Nella nostra difficile relazione con la politica, non possiamo schivare questa assunzione colma di responsabilità, anche se dobbiamo cercare forme nuove per esercitarla, trovando la voce per manifestare il nostro disagio e le nostre difficoltà costruendo forme di relazione che favoriscano la condivisione rendendo così più gioioso il gioco dei poteri.
 Io penso che potremo essere una straordinaria risorsa per la politica in una società come quella attuale se saremo centrate sulla nostra più autentica fiducia, responsabili verso noi stesse e verso gli altri, aperte al nuovo e al domani.
Non dimentichiamo, poi, che questa nostra società caratterizzata dall’incertezza e dalla precarietà, ha bisogno di presenze femminili che abbiano appreso di stare nel flusso della vita, riprogettando di continuo il proprio modo di essere, vivendo il cambiamento come momento di crescita, re-inventando l’esistenza e aprendo così nuove prospettive di speranza.