Mese: novembre 2020

Donna

MULHER

Na tua existencia, o incanto de ser,
a vida, sua estoria,
marcada do desejo de ser
simplismente mulher!
no teu corpo levas
como ninguem mais,
o segredo da vida!
Na sua estoria,
a marca da indiferença,
da discriminaçao, da opressao…
em ti o amor mais bonito,
a beleza transparente,
o carinho mais puro
que me faz homem!

§

Nel tuo esserci l’incanto dell’essere,
La vita, tua storia,
segnata dal desiderio d’essere
semplicemente donna!
Nel tuo corpo ti porti,
come nessun altro,
il segreto della vita!
Nella tua storia
la macchia dell’indifferenza,
della discriminazione, dell’oppressione…
in te l’amore più bello,
la bellezza più trasparente,
l’affetto più puro
che mi fa uomo!

ELIOMAR RIBEIRO DE SOUZA

Il primo “Black Friday” della storia!

Se sapessimo quale è stato il primo Black Friday della storia, forse ci sentiremmo un po’ a disagio nell’utilizzare questo nome per indicare il trionfo del consumismo, la corsa agli sconti e al regalo, ennesima abitudine importata insieme a tante altre (forse non troppo necessarie) dagli Stati Uniti.

Il primo Black Friday della storia è stato a Londra, il 18 novembre 1910. Sì, ci furono anche in quell’occasione delle corse ma non per comprare regali, bensì per salvarsi dalla violenza.

Il parlamento inglese aveva promesso di promulgare una legge per accontentare (almeno in parte) le istanze delle suffragette che, riunitesi nella Women’s Social and Political Union, da tempo chiedevano a gran voce maggiori diritti alle donne, in particolare il diritto al voto. Ma il 18 novembre 1910 fu chiaro che per motivi politici questa legge non sarebbe mai passata.

Allora le suffragette scesero in piazza per una pacifica manifestazione di protesta: erano 300 e guidate da Emmeline Pankhurst, marciarono decise verso Westminster per presentare una petizione al parlamento.Al parlamento però non riuscirono ad arrivarci, perché furono bloccate dalla polizia e iniziarono sei ore di incubo. Invece di essere immediatamente arrestate, come capitava normalmente, subirono percosse, manganellate, spinte, botte. E anche palpeggiamenti, offese, umiliazioni e molestie sessuali.

Rosa May Billinnghurst, soprannominata la “suffragetta storpia”, per una sua grave disabilità che la costringeva su una sedia a rotelle, fu aggredita e umiliata da alcuni poliziotti che la trascinarono lontana dalla folla, la buttarono per terra e le rubarono le valvole delle ruote. Solo per il gusto di lasciarla sola, indifesa e immobile.

Furono picchiate signore anziane e giovani, senza distinzioni. Colpevoli semplicemente di essere donne e di non accettare quel ruolo di cittadine di serie B.

Due manifestanti morirono in seguito alle lesioni riportate. Altre 200 furono gravemente ferite. 115 suffragette furono arrestate, ma rilasciate l’indomani grazie all’intervento di Churchill, all’epoca ministro dell’interno.

Tuttavia il livello di violenza degli scontri si era ormai talmente alzato che le suffragette avevano paura, e dopo il Black Friday molte rinunciarono a scendere in piazza. Altre invece non si persero d’animo e continuarono a protestare. Organizzarono un servizio di guardie del corpo composto da 25 donne guidate da Edith Garrud, una suffragetta che aveva studiato arti marziali e aveva insegnato le tecniche di autodifesa alle altre attiviste.

In questo modo le “suffragette amazzoni”, così le ribattezzò la stampa, proteggevano le manifestanti dagli attacchi della polizia.

Ecco, quando parliamo di Black Friday, io vorrei pensare a queste donne coraggiose, alle suffragette e alle amazzoni, non ad Amazon…🦋

“Le grandi donne del cinema” di Marta Perego

Di donne (e non di femmine) nel mondo del cinema si è iniziato a parlare davvero solo l’anno scorso, come conseguenza dello scandalo delle molestie sessuali che ha visto al centro il più potente dei produttori di HollywoodHarvey Weinstein, e dell’esplosione del fenomeno #MeToo.

Poi, con il passare del tempo, come pretende la crudele legge del sistema mediatico, la questione è passata di moda, ora non è più d’attualità, e dunque l’interesse è scemato, non ne parla più nessuno, come se qualche post su Twitter e una manciata di discorsi strappalacrime alla notte degli Oscar fossero bastati a risolvere il problema.

Così, come di tutta evidenza, non è. Le donne, anche nel mondo del cinema, continuano ad essere discriminate: non tanto (o non solo) come oggetti di malinteso e del tutto indesiderato desiderio fisico, quanto piuttosto perché sono del tutto assenti praticamente da qualsiasi posizione di comando.

Questo, beninteso, accade in tutti i settori della vita pubblica: dalla politica all’economia, passando per la religione. Ma ciò non toglie che proprio nel contesto dell’arte, dove la sensibilità, la trascendenza, l’umanità dovrebbero regnare sovrane, uno status quo del genere assume una gravità ancora maggiore.

Questa è la brutta notizia.

Quella buona è che il mondo, dopotutto, sta cambiando. Nonostante la resistenza, la paura, addirittura l’aperta ostilità delle istituzioni e del potere costituito, le rivoluzioni epocali della società hanno la forza di un vento che non si può certo fermare con le mani (nemmeno se sono le mani del presidente del più grande studio di produzione).

E capita così che le donne, come già accadeva eccezionalmente un tempo, ma oggi con ancora maggior dirompenza, si stanno prendendo, dal basso, i posti che a loro spettano. Stanno lasciando un segno nella storia. Anche in quella piccola del mondo del cinema.

Ben venga, dunque, il tentativo riuscito di Marta Perego, che nel suo “Le grandi donne del cinema”raccoglie, racconta ed esalta le storie di trenta straordinarie star cinematografiche al femminile, da Audrey Hepburn ad Anna Magnani, da Kate Winslet a Jennifer Lawrence. Illuminandone non solo i ruoli che le hanno rese indimenticabili sul grande schermo ma anche gli aspetti meno conosciuti delle loro vite private: la loro grinta, il coraggio di esporsi, la forza di imporre la propria affermazione, il dolore di fronte alle avversità e la perseveranza nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Quello che ne esce è una favolosa collezione di ritratti, appunto, di donne e non di femmine, di vite a cui ispirarsi e non solo di sterili modelli di bellezza estetica. E, insieme, una fonte di speranza in un rinnovamento che sta già avvenendo, anche se fa meno rumore di un’inchiesta per molestie.

Come disse una volta Cate Blanchett all’autrice Perego“Sono felice che oggi ci siano così tante storie con protagoniste donne, quando ero io bambina i protagonisti erano tutti maschi. Chissà cosa sarei diventata se le storie fossero state diverse”.

E chissà cosa potranno diventare le attrici e le registe di domani!

Io e Simone, un incontro immaginario.

Seduta a un tavolino di legno scuro, Simone de Beauvoir mi aspetta dentro al Cafè de Flore, nel cuore del quartiere parigino di Saint Germain des Prés. È distratta da chissà quali pensieri, ma appena mi scorge sul marciapiede fuori dal locale, sfoggia un ampio sorriso da dietro la vetrata.


“Prendi un espresso anche tu? Ci porta due caffè, per favore”?
Dopo una stretta di mano molto calorosa, si risiede sulla panca di pelle rossa e comincia a seguire delicatamente con un dito la trama ruvida del legno. Entriamo subito in confidenza, come se ci conoscessimo da molti anni.
“Non sai quanti delle mie carte sono state scritti qui, io e Jean Paul eravamo clienti abituali di questo caffè. Oltre a offrirmi un porto sicuro dove scrivere è sempre stato una grande fonte di ispirazione per me: nulla ha mai stimolato di più la mia creatività che osservare le persone mentre non sanno di essere guardate”.

Anche le carte de ‘Il Secondo Sesso ”sono passate da qui?”
“Certo che sì. In questo bar, come in ogni luogo che ho attraversato, ho ritrovato il riflesso di una società profondamente misogina”.

“Ha avuto modo di scontrarsi con qualche figura che l’ha particolarmente ispirata a scrivere?”
“Guarda, ho scrutato, a volte di nascosto, a volte più esplicitamente, tantissime donne diverse e, ai miei occhi, nessuna era meno donna di altre. Diverse sì, ma non sono stata in grado d’istituire una gerarchia in quel senso. Mi sono invece resa conto, mi creda, con infinita amarezza, che nella concezione comune una donna che non fosse moglie, o ancor di più, che non fosse madre, era vista come una specie di femmina snaturata”.

“A cosa imputa questa situazione”?
“Credo sia dovuta al fatto che si è instaurata sotto la nostra pelle questo apparentemente inscalfibile determinismo biologico applicato ai ruoli sociali. Io non nego che esistano differenze tra i due sessi nella società in cui viviamo, ma le cause della condizione femminile nel mondo di oggi credo vadano ricercate nella nostra cultura; la natura c’entra ben poco”.

Ha un’eleganza nel mettere le parole una dietro l’altra che farebbe rimanere a bocca aperta chiunque: cura e spontaneità così perfettamente calibrate da non lasciare spazio ad alcuna replica.

“Oltre ad aver scritto dei romanzi indimenticabili, so che è stata in prima linea nella lotta per la parità di genere. Guardando la società attuale, quanto a suo parere è stato fatto e quanto ancora c’è da fare”?
“Sarebbe sciocco negare che si sono fatti dei passi avanti, basti pensare che fino agli anni ’70 del secolo scorso, nella stragrande maggioranza dei Paesi europei, l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale e perseguibile penalmente. Fondando ‘Choisir: la cause des femmes’ puntavamo a sopprimere le leggi anti-aborto e anti-contraccezioni e, nel frattempo, a difendere e assistere gratuitamente tutte le donne trascinate in tribunale con l’accusa di aborto o complicità con esso. Dal punto di vista giuridico c’è ancora da fare, ma abbiamo vinto tantissime battaglie”.