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L’amor cortese, come elevazione dello spirito umano.

C’è stato un periodo nella storia in cui era costume innamorarsi della moglie di un potente, dichiararsi suo fedele servitore e, talvolta divenirne amante, non solo platonico. É quello che convenzionalmente si chiama “amor cortese” ed è stato celebrato dalla poesia dei trovatori prima e poi degli stilnovisti. Nemmeno il sommo poeta Dante è passato immune da questa prassi: chi ricorda mai la noiosa moglie legittima Gemma e chi invece non ricorda l’amore imperituro per Beatrice, anche e soprattutto dopo la morte della divina fanciulla?

Pare che tutto tragga spunto dai poeti arabi dell’anno 1000, che avrebbero influenzato la corte di Aquitania e poi la Francia e l’Italia. Alla base di tutto c’è, come sempre, l’amore e il suo concetto. Nel periodo  cavalleresco per amore di una donna, quasi sempre sposata, di cui ci si dichiarava paladini e vassalli si facevano grandi imprese, se si era artisti si componevano poemi o si dipingeva in modo sublime.

L’innamorato poteva essere anche un cavaliere povero e diseredato, ma rendendosi schiavo d’amore per la sua bella, si innalzava a un rango di nobiltà del cuore. Solo chi amava poteva essere considerato veramente nobile.

L’importante era soffrire. Infatti non si poteva concepire l’amore se non era accompagnato dalla sofferenza. Una sofferenza, che come nella religione, portava all’estasi.

È evidente che nel matrimonio, dove il patto tra i coniugi dà stabilità al rapporto, non vi può essere una sofferenza tale da rendere l’amore “eroico”, quindi, agli occhi del periodo trobadorico, un “vero amore”.

È anche vero che all’epoca tutti i matrimoni erano combinati e mirati alla procreazione o alle alleanze patrimoniali e sociali, quindi l’amore poteva svilupparsi solo nella libertà consentita dalla clandestinità.

All’innamorato non era mai permesso di pronunciare il nome della donna amata, per evitare il disonore.  Quasi tutte le poesie trobadoriche erano dedicate infatti a dame senza nome, o dissimulate da nomignoli.

In teoria l’ideale di amor cortese, teorizzato da Andrea Cappellano, scrittore del “De amore”, prevedeva che l’oggetto amoroso, ovvero la donna sposata, fosse sempre irraggiungibile, un ideale sempre inappagato, lontano, in definitiva platonico, anche per non incorrere nelle scomuniche ecclesiastiche.

Nella realtà si consumavano carnalmente molti adulteri, anche se il silenzio e la discrezione erano obbligatori.

Un altro requisito necessario perché si potesse parlare di amore, a quell’epoca, era la sottomissione totale dell’uomo alla donna prescelta, quasi un rapporto sadomaso ante litteram, oppure una forma di culto divino alternativo. L’amore dell’uomo, inoltre, non pretendeva nessuna ricompensa, nessun ritorno, era gratuito. Non esisteva violenza nei confronti di chi non ricambiava il sentimento, questo non era nell’ideale cavalleresco ( e potrebbe essere un valido insegnamento nel presente), anzi un rifiuto acuiva anzi la nobiltà di un amore che di per sé e gratuito e non chiede niente.

Lancillotto e Ginevra, gli amanti celebri, citati anche nella Divina Commedia nel galeotto canto di Paolo e Francesca, ne sono un esempio mirabile. La storia è nota. Lei è la bellissima moglie di Re Artù, il mitico condottiero di Camelot, in Inghilterra, alla perenne ricerca del Santo Graal assieme ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Lui è di origine reale, è francese (e non poteva essere altrimenti) e si chiama Lancillotto del Lago, e ben presto diventa il più valente dei cavalieri di Camelot.

In una missione per liberare Ginevra, Lancillotto se ne innamora e si vota a lei, dedicandole le insegne e qualsivoglia impresa. Nasce l’amore, clandestino, pieno di sensi di colpa ma anche di ebbrezze estatiche. Artù, dopo qualche tempo, scopre la liason e da quel momento tutto crolla: il regno, Camelot, lui stesso muore in battaglia. I due amanti, per penitenza (o forse perché senza Artù non potrebbero più essere amanti e basta?), si ritirano in due conventi separati, senza mai più vedersi, continuando ad amarsi nei loro pensieri.

L’amor cortese è un periodo importantissimo per i rapporti uomo-donna e per l’idea di amore erotico: l’amore non è più considerato come follia  – tesi che si ripresenta ciclicamente nel tempo – , ma come saggezza e strumento di elevazione dello spirito umano.

pc

Giornata della Poesia 2021, diamo voce anche ai poeti!

Due poesie brasiliane per celebrare la Giornata Mondiale della Poesia, stabilita dall’UNESCO nel 1999 e quindi giunta alla sua ventiduesima celebrazione. Ho scelto testi metapoetici: quello brevissimo ma pregno di significati di José Paulo Paes e i versi di rivendicazione dell’orgoglio poetico di Manoel de Barros.

José Paulo Paes

ALIBI

Se i poeti non cantassero
cosa avrebbero i filosofi da spiegare?

(da La poesia è morta ma giuro che non sono stato io, 1988)

Manoel De Barros

LA POESIA È CUSTODITA NELLE PAROLE

La poesia è custodita nelle parole –
è tutto ciò che so.
Il mio destino è non capire quasi nulla.
Sul nulla ho conoscenze profonde.
Non coltivo connessioni con il reale.
Per me potente non è chi scopre l’oro.
Potente per me è chi scopre cose insignificanti:
del mondo e nostre.
Per questa piccola frase mi hanno eletto imbecille.
Mi sono emozionato e ho pianto.
Ho un debole per gli elogi.

(da Trattato generale delle grandezze del trascurabile, 2001)


José Paulo Paes (Taquaritinga, 22 luglio 1926 — San Paolo, 9 ottobre 1998), poeta, traduttore, critico letterario e saggista brasiliano. Modernista della Generazione del’45, e precisamente dei “Novissimos”, si dedicò anche alla “poesia concreta”, avanguardista e visuale, che struttura il testo poetico a partire dal suo supporto.


Manoel Wenceslau Leite de Barros (Cuiabá, 19 dicembre 1916 – Campo Grande, 13 novembre 2014), poeta brasiliano. Modernista, ma vicino alle avanguardie europee di inizio secolo e al primitivismo: i suoi testi spaziano nella natura del “pantanal” alla ricerca delle piccole cose, del “nulla da raccontare”.

@paola

Storia di Vivienne Westwood, una donna con una missione che va oltre la moda.

Il mondo è pieno di stilisti che hanno creato qualcosa, una collezione, una rivisitazione di un culto, di uno stile, ma c’è solo un grande marchio britannico, amato, controverso, famoso per aver raccolto intorno a sé un genere musicale, quello del punk. Stiamo parlando di un brand che per tutto il mondo è più di una semplice visione di stile, è l’incarnazione della moda britannica, è l’emblema per chi vuole distinguersi dalla folla e parlare davvero di qualcosa. E la donna dietro questa etichetta è la più ribelle e anticonformista delle passerelle: la regina del punk, Vivienne Westwood.

A cinque anni realizzava scarpe, a dodici creava i suoi abiti e adesso, a 80 anni, portati alla grande, gira in bici per Londra e vuole (ancora) salvare il mondo. Sapeva di essere dotata di un’intelligenza fuori dal comune, una mente creativa, brillante. Sono queste le persone che possono davvero fare la differenza, soprattutto in tempi non proprio rosei come i nostri. Parlare di chi, come lei, ha creato il proprio impero dal nulla, è confortante.

Probabilmente questo aspetto avrà spinto la giovane regista, Lorna Tuckerex modella che prova una stima fortissima per la Westwood, a voler girare un documentario su di lei.

Il film si intitola Westwood. Punk, icona, attivista ed è uscito al cinema lo scorso anno in Gran Bretagna, nelle sale italiane il 20 febbraio, in occasione della settimana della moda.

Non aspettatevi “solo” una pellicola sulla moda: la vita e la carriera della Westwood vengono ripercorse enfatizzando tutti i momenti salienti, mostrandola così com’è, una vera e propria self-made woman, incline ad annoiarsi presto di mode e persone, sempre alla costante ricerca del cambiamento e dell’evoluzione. Ribelle davvero e non per strategia, ogni cosa che ha fatto è fedele ai suoi principi, non si è mai tradita, a costo di andare contro la sua stessa azienda.

Il lavoro per realizzare il docu-film è durato circa quattro anni, in cui la regista ha seguito la famosa designer in giro per il mondo, da dietro le quinte delle sfilate, alla creazione delle sue incredibili collezioni, passando da un “mare” di stoffa, ai ghiacci del Circolo Polare Artico, per combattere contro i cambiamenti climatici. Ma prima dell’icona e dell’attivista, come nasce il fenomeno dietro la donna più punk del Regno Unito?

Vi siete mai chiesti cosa vuol dire essere punk? È un modo di vedere la vita, è incoraggiare la propria libertà di espressione, la libertà di essere se stessi senza temere il giudizio degli altri. È tutto ciò che va contro l’immobilità sociale e del pensiero, e andare oltre le mode del momento e le convenzione sociali che ci etichettano o ci impongono cosa fare e chi essere è ciò che la società si aspetta da noi. È un grido puro e semplice di vita, di libertà in un mondo che ci vuole in silenzio. E la nostra Vivienne ci insegna questo da anni. E allora “Fallo punk!”.

Nata in Inghilterra, nel Derbyshire nel 1941, si trasferisce a Londra, dove  studia moda e oreficeria, ma lascia presto l’università, trova lavoro e studia per diventare insegnante. Si sposa con Derek Westwood, da cui prende il cognome, realizzando da sola il vestito per la cerimonia. Comincia a creare dei gioielli, che poi vende sulle bancarelle di Portobello Road. La mattina lavora, la notte crea i suoi abiti sul tavolo della cucina, ma le soddisfazioni sembrano non arrivare mai. Nessuno la prende sul serio. Ma la sua passione e la sua grinta non accettano rifiuti, si lascia alle spalle un divorzio e una vita da insegnante di scuola elementare, per seguire i suoi sogni. Ha praticamente creato la sua moda dal niente.

Tutto cambia con l’incontro di Malcolm McLaren, futuro manager dei Sex Pistols. I due, prima soci in affari e poi amanti, nel 1971, aprono il loro primo negozio d’abbigliamento, Let it Rock, al 430 di King’s Road di Londra. Il negozio si è reinventato più volte nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica di Vivienne: nel 1972 Too fast to live too young to die, nel 1974 Sex. Durante questo periodo, il negozio era un punto di riferimento per gli amanti del rock. Il nome definitivo era, ed è tutt’ora,  World’s End. 

La giovane coppia ha ideato un revival stilistico della musica rockabilly e uno spiccato interesse per la moda Teddy boy, inventando un nuovo modo di vestire fatto di magliette stracciate con stampe provocatorie, reggiseni in bella vista, borchie, spille e look stravaganti, enfatizzati da colori forti, a partire dai capelli, tinti, spettinati all’insù e con grandi creste. Un successo tra i giovani londinesi. I due ragazzi non passano di certo inosservati. Le aspirazioni rivoluzionarie di Vivienne si riversano nella moda, un ambiente in cui può esprimere liberamente la sua riluttanza verso la società chiusa e immobile dell’Inghilterra di quegli anni.

Evita, una vita di amore e passione.

Come accade a tutti coloro che muoiono giovani, la sua morte a soli 33 anni contribuì a crearne il mito, alimentato sia da quello che fece, sia da quello che avrebbe potuto fare.

Figlia illegittima, non dimenticò mai le sue umili origini; a sedici anni giunse a Buenos Aires, determinata a trovare il suo posto nel mondo: prima come mediocre attrice, poi come moglie del futuro presidente. E, in quest’ultimo ruolo, diede la sua performance migliore. Attivista politica appassionata, si batté per i lavoratori, i poveri, le donne – fu grazie a lei che nel 1947 le donne ottennero il diritto di voto – creò una Fondazione a suo nome che si occupò della costruzione di ospedali, di orfanotrofi, di scuole; insieme al marito, in pochi anni, rese l’Argentina uno dei Paesi più democratici del Sudamerica. Ma, soprattutto, riuscì a entrare nel cuore del suo popolo, perché ne parlava lo stesso linguaggio, perché era una di loro.

Eva conobbe Juan Domingo Perón il 22 gennaio del 1944 ad un festival di beneficenza organizzato per raccogliere fondi per i terremotati di San Juan. Nelle sue memorie – La ragione della mia vita – confessa di essersi innamorata di Perón ancora prima di vederlo, per le cose che faceva. Negli ultimi mesi aveva seguito tutti i suoi passi sui giornali, non lo aveva mai visto di persona, tuttavia sentiva che qualcosa li predestinava a “trovarsi”.

Ma quel loro primo incontro fu per lei “un’epifania”, paragonò la sua esperienza personale alla conversione di San Paolo sulla via di Damasco. Perché parlò di “epifania?”. In che modo il “divino” le si era manifestato?. Possiamo provare a rintracciarne la motivazione attraverso una piccola digressione storica.

L’Argentina era in ginocchio da tempo, affossata dalla corruzione politica e dal malessere economico e sociale. Perón, circa sei mesi prima dell’incontro con Eva, avrebbe contribuito al golpe militare che destituì il potere di Castillo e acquistò velocemente credito, soprattutto tra i lavoratori. La speranza in un futuro migliore aveva acceso focolai spontanei di gruppi in stato nascente, che confluivano sempre più numerosi a manifestare per le vie di Buenos Aires.

Anche Evita, da sempre vicina ai poveri, agli oppressi, sentiva prepotente dentro di sé la trasformazione sociale in atto. Doveva solo identificare il grande progetto in cui convogliare e concretizzare la sua sconfinata energia. E lo trovò la sera in cui incontrò Perón. Eva avvertì con tutto il suo essere un’affinità profonda, sentì che lui era il suo “destino”. Lui era la sua svolta e Perón sarebbe stato l’uomo della sua vita, ma anche il capo carismatico che avrebbe saputo guidare l’Argentina verso un futuro più equo e democratico.

Che cosa porterà il vento?

Prima di capodanno…

Che cosa porterà il vento stanotte?
La pioggia, la neve o una lettera?
Una lettera di chi? Una lettera buona o cattiva?
Tutto, anche il silenzio stesso
ha qualcosa da tacere.
Però tutto, anche l’inesprimibile,
finirà per dire la gelosia.

Vladimìr Holan

È sempre così tra Santo Stefano e Capodanno: proviamo il sentimento espresso dal poeta ceco Vladimír Holan (1905 -1980).

In questi giorni, come sospesi tra una festa e l’altra, ci si domanda cosa porterà l’anno nuovo, e questo 2021 che sta per arrivare incarna tutte le nostre speranze.

Mi auguro che cancelli l’orribile 2020 della pandemia, che porti la prosperità che nella storia, generalmente, è sopravvenuta dopo le grandi pestilenze.

Che sia per tutti noi un Anno di rinascita e di speranza e che si possa ritornare nuovamente a vivere senza timore… un Anno colmo di calorosi e delicati abbracci .

Buon 2021!

paola

Un Natale diverso… ma da festeggiare lo stesso!

Il 2020 è stato un anno difficile per tutti e al tempo stesso duro da dimenticare. Ma noi, sebbene le ristrettezze a cui siamo costretti, non possiamo non festeggiare il Natale, anche se in lontananza.

Il Natale è per sempre, non soltanto per un giorno, l’amare, il condividere, il dare, non sono da mettere da parte come i campanellini, le luci e i fili d’argento in qualche scatola su uno scaffale.

Il bene che fai per gli altri è bene che fai a te stesso.

Auguro a coloro che seguono il mio blog serenità e soprattutto tanta salute…

Buon Natale!

Paola

Valori femminili da riconquistare…

Non c’è bisogno di dati, studi, statistiche: basta che ciascuna di noi immagini quale sarebbe stata la sua condizione se – con la stessa situazione familiare, lo stesso luogo geografico di nascita, le stesse caratteristiche di censo, aspetto, salute – fosse nata centocinquanta o anche cento anni fa, per capire che il Novecento è stato davvero il secolo della svolta femminile.

In Italia in modo particolare. Partite in ritardo rispetto alle sorelle del Nord Europa, in questo non lungo lasso di tempo le donne italiane hanno impresso un cambiamento significativo alle loro esistenze e insieme alla storia del paese. Con un’accelerazione sorprendente quando, dopo la Seconda guerra, le protagoniste della prima generazione femminile della scolarizzazione di massa, quelle ragazze combattive e colorate che ormai sono nonne, hanno dato vita a un movimento multiforme e variegato capace di smuovere ruoli sociali, posizioni economiche, leggi scritte e regole non scritte.

Ma la battaglia era vinta definitivamente, la necessità di lotta soltanto una continuazione del cammino intrapreso? Il Ventunesimo secolo, prima discretamente poi sempre più violentemente, ha dimostrato che le cose non stavano davvero così. 

Vecchi fantasmi, vecchie figure di un’iconografia tratta dal feuilleton di ricordi sgradevoli e confusi – les filles de joie, le cortigiane, le donne del capo – hanno occupato l’immaginario italiano oscurando la silhouette svelta fattiva e imperfetta della donna comune, la working girl – sempre working, anche sul fronte domestico – che tutti i giorni si alza mescolando il suo carico di preoccupazioni al suo impegno di dignità e autonomia.

Colpisce la riflessione che una giovane e significativa scrittrice italiana, Michela Murgia, affida alle pagine di «Parola di donna», un lessico di cento lemmi declinati al femminile da altrettante autrici raccolti da Ritanna Armeni. « Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era più raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni Ottanta l’eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era già attenuata, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore; la mia generazione intanto cresceva altrove, in un’altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. Da un lato beneficiavo di cose ottenute da altre, ma quella mediazione non aveva trasportato il suo senso fino a me».

È vero: le cose sono andate più o meno così. Con quella smemoratezza storica insita nel corso delle generazioni molte ragazze dell’epoca del wonderbra hanno guardato con distaccata ironia, come a relitti di una preistoria folcloristica, le ragazze che un tempo bruciavano i reggiseni, nell’illusione che quella condizione di opportunità sociali e esistenziali e di rispetto della quale ormai godevano fosse un dato di natura e non il risultato di complicate e faticose contrattazioni. E senza rendersi conto che la fioritura di valore femminile nata negli anni Settanta ha continuato a infondere energia e a dinamizzare la società e la storia contemporanea. 
Ma le donne in piazza oggi – e anche chi ha dissentito, chi ha consapevolmente opposto un altro pensiero e un’altra scelta – non sono né possono essere una riedizione, un remake, una icona di nostalgia, quel movimento guerriero di quarant’anni fa non può che essere un riferimento storico.

“Gli Inganni di Pandora” di Eva Cantarella: le origini delle discriminazioni femminile nell’antica Grecia.

Un incontro con la scrittrice

Ripetiamo spesso che all’ antica Grecia, di cui amiamo definirci eredi, dobbiamo tutto. La cultura, l’ idea di democrazia, la storiografia, la filosofia, la scienza, il teatro Lungo elenco a cui Eva Cantarella – grecista e giurista – aggiunge anche alcuni aspetti, “legati al loro modo di intendere il rapporto tra generi”.

Eva Cantarella

Professoressa, il libro s’ intitola “Gli inganni di Pandora”. Era la Eva dei greci?

In realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.n realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.

Socrate

Il risultato è la prima donna.

Che era “un male così bello” – kalon kakon, come la definisce Esiodo – da renderla inevitabilmente “un inganno al quale non si sfugge”. E infatti gli uomini cominciano a conoscere l’infelicità, perché Pandora – spinta dalla curiosità che da allora “è femmina” – apre il famoso vaso che contiene tutte le calamità del mondo. Sul fondo rimane solo Elpis, la speranza. Dopo l’arrivo di Pandora, all’umanità non resta che quella.

Il libro parte dal racconto mitico ma poi passa al pensiero logico, che però è ugualmente scoraggiante.

Pandora e il vaso

Quindi si basano sul sangue mestruale. C’è chi dice che ne hanno troppo, dato che lo espellono con le mestruazioni, e chi pensa invece che proprio per questo ne abbiano meno degli uomini. La cosa su cui tutti erano d’accordo è che nei corpi femminili il sangue iniziava ad accumularsi nell’utero con la pubertà, all’arrivo della quale le ragazze dovevano assolutamente sposarsi. Se non lo facevano il sangue, non trovando una via di uscita, provocava sintomi simili a quelli dell’epilessia.

Platone

Platone, nel Timeo , parla dell’utero come di un organo “vagante”. Ce lo spiega?

Lo dicono in molti, e ci crede anche Platone. Ma Platone aveva un rapporto speciale con le donne. Per gli uomini greci era abituale avere rapporti amorosi e sessuali anche con altri uomini: il rapporto “pederastico”, con un ragazzo tra i 13 ei 17 anni circa, era parte integrante della formazione del cittadino greco. Nel corso della loro vita quindi essi avevano sia rapporti che noi chiameremmo omosessuali sia rapporti etero (parole che peraltro contestualizzate in Grecia non hanno alcun senso).

Eva Cantarella

Ma a Platone le donne non interessavano minimamente e a dir la verità ne aveva un’opinione tutt’ altro che lusinghiera. Come dimostra, ad esempio, la sua celebre teoria sulla reincarnazione, secondo la quale al momento della morte, coloro che avevano vissuto bene, sarebbero tornati all’ astro dal quale erano discesi. Ma quelli che avevano vissuto male “sarebbero trapassati in natura di donna; e se neppure allora avesse smesso la loro malvagità, si sarebbero tramutati ogni volta in qualche natura ferina, a seconda delle cattive inclinazioni che si fossero ingenerate in lui” (Timeo, 42, b-c).

Ma torniamo all’utero vagante, da cui eravamo partiti . Secondo gli ippocratici se il sangue restava troppo a lungo nell’utero senza poter raggiungere la vagina (nelle giovani vedove, ad esempio, o per lontananza dei mariti) poteva accadere che andasse alla ricerca di organi più umidi, in altre parti del corpo come il cuore o i polmoni.

Oreste viene processato per l’uccisione della madre.

Ma viene assolto. Nell’Orestea di Eschilo (la tragedia che vieta la vendetta, segnando la nascita del diritto), il primo tribunale ateniese, creato da Atena per giudicare Oreste, lo assolve perché “non è la madre la genitrice, ma il padre”. Un’opinione evidentemente condivisa dalla maggioranza degli ateniesi.

Eschilo

I greci avevano perfino dubbi sul fatto che le donne contribuissero a fare i figli!

Aristotele però ammetteva che avessero un ruolo. Secondo lui il sangue era il cibo che, se non espulso dall’ organismo, veniva elaborato dal calore corporeo. Ma la donna, avendo un calore corporeo minore, non poteva compiere l’ultima trasformazione, grazie alla quale, negli uomini, il sangue diventava sperma. E dato che la riproduzione aveva luogo quando il seme maschile “cuoceva” il residuo femminile, il contributo femminile era quello passivo della materia.

Viviamo il tempo della fluidità: la Mattel mette sul mercato una Barbie che può essere maschio o femmina. Che ne pensa?

Intanto voglio dire che esistono anche le situazioni intermedie, che sono naturali e non mostruosità. Però trovo pericoloso responsabilizzare bambini piccoli rispetto a questioni esistenziali così importanti.

Sono passati millenni, ma certi retaggi restano: qual è il peggiore?

Quelli legati alla cura e alla maternità, il concetto di proprietà della donna che sta alla base dei femminicidi. E poi il fatto che le donne che non vogliono figli si devono giustificare: è uno stigma sociale che trovo insopportabile.

Leggendo Gli inganni di Pandora si ha spesso l’impressione che, in parte, la società contemporanea sia uno stampo quasi fedele di quella classica, in cui il mito di allora fa eco ai moderni pregiudizi e populismi che attraversano il cosiddetto mondo civile odierno contro cui l’opposizione del sapere è l’unica arma possibile.

Donna

MULHER

Na tua existencia, o incanto de ser,
a vida, sua estoria,
marcada do desejo de ser
simplismente mulher!
no teu corpo levas
como ninguem mais,
o segredo da vida!
Na sua estoria,
a marca da indiferença,
da discriminaçao, da opressao…
em ti o amor mais bonito,
a beleza transparente,
o carinho mais puro
que me faz homem!

§

Nel tuo esserci l’incanto dell’essere,
La vita, tua storia,
segnata dal desiderio d’essere
semplicemente donna!
Nel tuo corpo ti porti,
come nessun altro,
il segreto della vita!
Nella tua storia
la macchia dell’indifferenza,
della discriminazione, dell’oppressione…
in te l’amore più bello,
la bellezza più trasparente,
l’affetto più puro
che mi fa uomo!

ELIOMAR RIBEIRO DE SOUZA

Il primo “Black Friday” della storia!

Se sapessimo quale è stato il primo Black Friday della storia, forse ci sentiremmo un po’ a disagio nell’utilizzare questo nome per indicare il trionfo del consumismo, la corsa agli sconti e al regalo, ennesima abitudine importata insieme a tante altre (forse non troppo necessarie) dagli Stati Uniti.

Il primo Black Friday della storia è stato a Londra, il 18 novembre 1910. Sì, ci furono anche in quell’occasione delle corse ma non per comprare regali, bensì per salvarsi dalla violenza.

Il parlamento inglese aveva promesso di promulgare una legge per accontentare (almeno in parte) le istanze delle suffragette che, riunitesi nella Women’s Social and Political Union, da tempo chiedevano a gran voce maggiori diritti alle donne, in particolare il diritto al voto. Ma il 18 novembre 1910 fu chiaro che per motivi politici questa legge non sarebbe mai passata.

Allora le suffragette scesero in piazza per una pacifica manifestazione di protesta: erano 300 e guidate da Emmeline Pankhurst, marciarono decise verso Westminster per presentare una petizione al parlamento.Al parlamento però non riuscirono ad arrivarci, perché furono bloccate dalla polizia e iniziarono sei ore di incubo. Invece di essere immediatamente arrestate, come capitava normalmente, subirono percosse, manganellate, spinte, botte. E anche palpeggiamenti, offese, umiliazioni e molestie sessuali.

Rosa May Billinnghurst, soprannominata la “suffragetta storpia”, per una sua grave disabilità che la costringeva su una sedia a rotelle, fu aggredita e umiliata da alcuni poliziotti che la trascinarono lontana dalla folla, la buttarono per terra e le rubarono le valvole delle ruote. Solo per il gusto di lasciarla sola, indifesa e immobile.

Furono picchiate signore anziane e giovani, senza distinzioni. Colpevoli semplicemente di essere donne e di non accettare quel ruolo di cittadine di serie B.

Due manifestanti morirono in seguito alle lesioni riportate. Altre 200 furono gravemente ferite. 115 suffragette furono arrestate, ma rilasciate l’indomani grazie all’intervento di Churchill, all’epoca ministro dell’interno.

Tuttavia il livello di violenza degli scontri si era ormai talmente alzato che le suffragette avevano paura, e dopo il Black Friday molte rinunciarono a scendere in piazza. Altre invece non si persero d’animo e continuarono a protestare. Organizzarono un servizio di guardie del corpo composto da 25 donne guidate da Edith Garrud, una suffragetta che aveva studiato arti marziali e aveva insegnato le tecniche di autodifesa alle altre attiviste.

In questo modo le “suffragette amazzoni”, così le ribattezzò la stampa, proteggevano le manifestanti dagli attacchi della polizia.

Ecco, quando parliamo di Black Friday, io vorrei pensare a queste donne coraggiose, alle suffragette e alle amazzoni, non ad Amazon…🦋