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Inanna e la nascita dell’epica

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Chi ha scritto il Poema più antico del mondo occidentale? Ebbene sì, è stato scritto verso il 3000 A.C. da una donna. Una sacerdotessa molto importante della città di Ur chiamata Enkheduanna che ha dedicato questo bellissimo e lunghissimo poema alla…

Jane Austen e la sua battaglia per il diritto di voto alle donne

1908 NUWSS march, Jane Austen banner

Nell’eterno, acceso dibattito su Jane Austen e il femminismo, pochi ricordano un fatto di primaria importanza per verificare l’accoglienza di questa autrice da parte delle donne che scelsero di organizzarsi in un movimento politico per l’ottenimento del diritto di voto.

Pochi, infatti, sanno che Jane Austen partecipò alla grande marcia di Londra delle sostenitrici del suffragio femminile il 13 giugno del 1908. Ovviamente, non di persona ma come una delle donne eroiche del passato a cui le donne del tempo si ispiravano per le loro lotte di emancipazione dagli schemi antichi e ormai troppo inadeguati della società patriarcale in cui vivevano, a cominciare da quella per l’ottenimento del diritto di voto, il suffragio femminile appunto (e attraverso di esso, più in generale, il diritto di essere considerate persone, esseri senzienti e cittadine con lo stesso valore e le stesse opportunità degli uomini).

La marcia di protesta di quel giorno è rimasta scolpita nella storia mondiale come una delle pietre miliari della lunga lotta per i diritti umani sul nostro pianeta. E Jane Austen vi prese parte, insieme ad altre grandi madri della letteratura inglese, sfidando la repressione dei poliziotti e della società patriarcale dall’alto di uno splendido stendardo di seta disegnato e ricamato con il suo nome dalle mani devote e grate delle militanti per il suffragio.

Tutto ciò accadde a  quasi 110 anni da quell’evento e a poco più di 200 dalla morte di Jane Austen, questa storia di donne, diritti civili e letteratura, come Jane e le sue eroine, e come le donne che si riconobbero nei suoi scritti e marciarono quel giorno innalzandola a nume tutelare della lotta per il riconoscimento della dignità umana delle donne.


NUWSS pin

La National Union of Women’s Suffrage Societies (NUWSS) era un’organizzazione fondata nel 1897 che raggruppava le diverse associazioni sostenitrici del suffragio delle donne nel Regno Unito. Da essa, nel 1903, un gruppo di militanti che sosteneva la necessità di azioni più incisive si staccò per fondare la Women’s Social and Political Union (WSPU), capitanate da Emmeline Pankhurst.

A differenza di questa seconda associazione, la NUWSS seguì sempre una linea di protesta pacifica e aperta anche al sostegno militante di molti uomini. Il termine suffragettes per identificare le militanti di questi movimenti fu coniato all’epoca da un giornalista del Daily Mail che intendeva così deriderne le attiviste, puntando soprattutto contro le socie della WSPU.

La prima grande dimostrazione pubblica della NUWSS fu organizzata il 9 febbraio del 1907: si trattava di una grandiosa marcia di protesta a cui presero parte oltre tremila donne, che si tenne  sotto una pioggia incessante e lungo le strade di Londra invase dal fango – tanto che, tra le stesse partecipanti venne in seguito chiamata Mud March, la marcia nel fango, ed è così che è passata alla storia.

I colori bianco e rosso (che, con il verde, erano distintivi della NUWSS) erano ricorrenti nell’abbigliamento delle partecipanti e sugli alti stendardi di seta bianca ricamati a lettere rosse che si stagliavano sul grigio del cielo e delle strade londinesi.

Ad organizzare questo importante aspetto della comunicazione fu un’associazione, la Artists’ Suffrage League (ASL), la lega delle artiste per il suffragio, fondata da Mary Lowndes (una grande artista del vetro colorato) appositamente per produrre gli stendardi, le decorazioni per gli abiti, i volantini e le locandine da usare durante la manifestazione.
Il pessimo tempo non fermò nemmeno gli spettatori, che assiepavano le strade assistendo a quello strano, inedito, coloratissimo spettacolo di educazione civica.
L’obiettivo di portare l’attenzione dei politici, della stampa e di conseguenza dell’opinione pubblica sul tema e sulla quantità di persone che ne sostenevano la bontà fu raggiunto.

Nell’aprile dell’anno successivo, 1908, il nuovo primo ministro, il liberale Asquith, aveva di fatto bloccato l’ennesimo tentativo di far passare una legge a favore del voto alle donne dichiarando di aver bisogno di una prova inconfutabile che il movimento per il suffragio femminile era sostenuto da un vasto numero di donne in tutto il regno.
La risposta dei movimenti non si fece attendere. La WSPU scelse il 21 giugno per organizzare una protesta a Hyde Park (che sarebbe passata alla storia come il Woman’s Sunday), mentre la NUWSS mise in cantiere un’altra grande marcia per il sabato precedente, il 13.
Accanto all’intensa mobilitazione di tutti i circoli sparsi per il regno, per i quali si sarebbero organizzati treni speciali per portare le donne a Londra, anche la ASL si mise all’opera per creare i mezzi più idonei a sostenere il messaggio a favore del suffragio femminile durante la manifestazione. Tra le tante opere (manifesti, cartoline, volantini, coccarde, ecc.), Mary Lowndes diede impulso alla produzione di nuovi, numerosi, eclatanti stendardi, originali e sempre rigorosamente eseguiti dalle abili mani delle militanti.

La testa del corteo della NUWSS

Alla testa del corteo, sarebbe stato issato lo stendardo della NUWSS. E poiché era necessario dare un colpo d’occhio immediato della massiccia presenza di donne da ogni parte del regno, furono disegnati e creati stendardi per ogni circolo ed ogni contea di provenienza delle partecipanti ma anche per chi proveniva dall’Irlanda, la Scozia, e persino da altri paesi europei, dall’America e dall’Australia. Non solo.

L’8 maggio uscì un annuncio sul Times che chiamava a raccolta tutte le donne che, per il loro lavoro, avrebbero potuto marciare in gruppi distinti sotto gli stendardi rappresentativi della loro professione: insegnanti, accademiche, artiste, musiciste, scrittrici, donne d’affari (women in business), infermiere, dottoresse, politiche, sindacaliste… Questo folto gruppo di donne avrebbe costituito il secondo distaccamento della manifestazione. Tra loro, il gruppo considerato più attivo nella battaglia per il diritto di voto era quello delle scrittrici, organizzate nella Women Writers’ Suffrage League. Il loro bellissimo, sontuoso stendardo era di velluto nero e crema, e raffigurava un’aquila.

Women Writers' Suffrage League banner

Questo gruppo espose altri stendardi che fecero scalpore tra gli spettatori e i giornalisti: vi erano indicati i nomi di grandi autrici del passato, evidentemente considerate pioniere dell’emancipazione femminile attraverso le loro opere letterarie e portate in “battaglia” come protettrici e condottiere. Tra queste, Maria Edgeworth, Fanny Burney, Charlotte ed Emily Bronte, e e Jane Austen.

Burney Bronte, Edgeworth NUWSS banner

 

1908 NUWSS march, Jane Austen banner

A loro, seguiva il gruppo delle Great Women of the Past, le grandi donne del passato, tra cui la regina guerriera Boadicea, Giovanna d’Arco, Santa Caterina da Siena (ritenuta una delle prime donne ad occuparsi di politica), Mary Wollstonecraft e le regine inglesi Elisabetta I e Vittoria. In totale, pare che gli stendardi creati e usati quel giorno fossero quasi un migliaio.

Il 13 giugno del 1908, dunque, a partire dal primo pomeriggio, una foresta ondeggiante di svettanti stendardi colorati e sontuosi si mosse come un fiume placido ma irrefrenabile dall’Embankment alla meta finale, la Royal Albert Hall. Un giornalista definì la sfilata delle oltre 10.000 attiviste come un “festival medievale di antica bellezza e grandezza”, in cui gli stendardi ebbero un ruolo determinante nel colpire l’attenzione in modo durevole ed efficace.

La strada , però,verso il riconoscimento del diritto di voto alle donne sarebbe stata ancora lunga e costellata di lotte e sacrifici. Sarà solo dieci anni dopo la Mud March che sarà ottenuto un primo grande risultato, anche se molto parziale: nel 1918, infatti, una legge diede il diritto di voto alle donne oltre i 30 anni (e oltre i 21 se proprietarie della casa di famiglia o mogli di proprietari di case), che nel 1928 sarà esteso a tutte le donne oltre i 21 anni, e con gli stessi termini riconosciuti agli uomini.

Quando ho letto questa storia per la prima volta, ho pensato al pregiudizio che vuole Jane Austen anti-femminista, paladina del ruolo gregario delle donne, condannate alla sola carriera del matrimonio (possibilmente di grande convenienza), e addirittura autrice di romanzi rosa: la scelta delle sostenitrici del diritto di voto alle donne del 1908 dimostra ancora una volta e in modo inconfutabile come questa grande autrice fosse già all’epoca considerata un nume tutelare della battaglia per il diritto di voto e, più in generale, per l’emancipazione delle donne dagli schemi rigidi della società patriarcale in nome dell’affermazione del proprio valore come persona.

Quindi, possiamo non sapere se abbia letto Rivendicazione dei diritti della donna di Mary Wollstonecraft, pubblicato nel 1792 quando Jane è una giovane donna di diciassette anni, e che cosa ne pensasse. Ma sappiamo per certo che era abituata a leggere di tutto, dai libri ai giornali, e a prestare attenzione al dibattito culturale e politico, e che nella ricca biblioteca di suo padre, a cui aveva libero accesso, era venuta in contatto con quelle tesi poiché c’era una copia di Hermsprong di Robert Bage, un romanzo filosofico del 1796 che riprendeva le idee di Mary Wollstonecraft.E soprattutto sappiamo che nelle sue opere Jane Austen racconta la propria realtà in modo diretto ma obliquo, appunto, e splendidamente concreto, attraverso le situazioni o le dichiarazioni delle sue eroine.

In un’epoca, la sua, in cui i ruoli sociali dell’uomo e della donna erano definiti da schemi intoccabili e a compartimenti stagni, e contrapposti, ben più rigidi di quanto non lo siano ancora oggi, ecco una donna antitetica al modello femminile predefinito e approvato – fuori età massima, nubile, di classe media, assai meno che benestante, per di più scrittrice (anche se anonima) con la fissazione di mantenersi da sola – che non teme di lasciare le briglie sciolte alla sua intelligenza e sensibilità per raccontare la condizione femminile e rivendicare il diritto di essere riconosciuta come creatura senziente, per le sue donne, per sé, per noi. Questo avevano visto le sostenitrici del suffragio femminile che la scelsero come compagna di strada nella marcia verso l’autodeterminazione in quel pomeriggio di giugno del 1908.

Jane Austen era, allora come oggi, “più moderna dei moderni“, così lungimirante da essere più avanti, assai più avanti di noi che abbiamo ancora bisogno di un 8 marzo per riflettere sul ruolo e il destino delle donne nella società patriarcale moderna.

by Cassandra Austen, pencil and watercolour, circa 1810

“In me c’è un’ostinazione che non sopporterà mai di essere intimorita dalla volontà degli altri.  Il mio coraggio cresce sempre, a ogni tentativo di intimidirmi.”
Jane Austen, Orgoglio e Pregiudizio


Fonte:
La maggior parte delle notizie e delle immagini riportate in questo articolo vengono dal dettagliato e illuminante articolo di Elizabeth Crawford (un nome molto austeniano!), pubblicato sul suo sito Woman and her Sphere: Suffrage stories: An army of banners – Designed for the NUWSS Suffrage Procession 13 June 1908 (in inglese).

Dove si trovano gli stendardi oggi:
L’importante archivio della Artists’ Suffrage League, con quanto creato da Mary Lowndes, è conservato alla Women’s Library della London School of Economics, mentre alcuni stendardi sono di recente entrati a far parte della collezione del meraviglioso Museum of London, dove un settore importante è dedicato alla storia delle Donne che fecero l’impresa. Fino al prossimo gennaio 2019, è in corso una mostra tematica sul tema Votes for Women.

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In Italia, noi donne abbiamo atteso molti decenni, comprese due guerre mondiali con tanto di dittatura tra l’una e l’altra, per avere lo stesso diritto di contare. In un periodo, il nostro, in cui votare è un diritto disdegnato da tante persone, può essere utile ricordare che le donne italiane hanno ottenuto il diritto di voto nel 1945, esercitato per le amministrative, e su scala nazionale abbiamo votato per la prima volta nel 1946.

Emozioni…

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Emozioni,

che possono

essere belle

o brutte.

Ma in entrambi

i casi ci fanno

pensare su noi

stessi.

Facendoci crescere

oppure renderci felici

ma sempre con molta

riflessione sulla

nostra vita.

Giovanna Maria Giovenale


Che cosa é un’emozione? Un’ emozione è qualcosa che altera il nostro stato abituale…. è un’onda che ci attraversa, che ci scuote dalla nostra condizione. É ciò che ci rende vivi, che ci fa intraprendere strade, che ci permette di stupirci e scoprire ogni cosa. Insomma l’emozione ci fa vivere senza dar niente per scontato. É, inoltre, il termometro della nostra anima e l’unico strumento che ci dice come e dove siamo in un preciso momento.

Un’ emozione è qualcosa che altera il nostro stato abituale…. è un’onda che ci attraversa, che ci scuote dalla nostra condizione. É ciò che ci rende vivi, che ci fa intraprendere strade, che ci permette di stupirci e scoprire ogni cosa. Insomma l’emozione ci fa vivere senza dar niente per scontato. É, inoltre, il termometro della nostra anima e l’unico strumento che ci dice come e dove siamo in un preciso momento.

paola

 

Teresa Forcades, monaca femminista e teologa queer

 

Se non avete ancora sentito parlare di Teresa Forcades è ora di rimediare. La 52enne catalana è infatti un personaggio davvero eccezionale: monaca benedettina di clausura e teologa femminista queer, è da tempo impegnata inbattaglie contro la lobby delle industrie farmaceutiche, ma anche per l’emancipazione della donna dentro e fuori la Chiesa, per la difesa dell’aborto, dei diritti civili e del mondo LGBT. Inoltre è anche una militante politica anticapitalista.

Fa vita di clausura, ma nel 2015 ha ottenuto un permesso di esclaustrazione, ovvero la possibilità di uscire dal monastero per tre anni per impegnarsi nella lotta politica per l’indipendenza della Catalogna.

Nata a Barcellona il 10 maggio 1966, dopo una specializzazione in medicina interna a Buffalo, negli Stati Uniti, e un master in teologia ad Harvard, a metà degli anni ’90 abbandona la carriera di medico per entrare nel monastero benedettino di Montserrat. Si definisce lei stessa una femminista queer:

Siamo chiamati da Dio a essere originali, siamo tutti diversi, pensateci. Una persona può davvero rientrare in una categoria prestabilita? Ecco io credo che ogni essere umano sia in questo senso “queer”.

E ancora:

“Queer” è un termine che cominciò a circolare negli anni Novanta. Può voler dire “attraversamento”, “passaggio”, “transizione”. Poi ha preso il significato di bizzarro, strano, stravagante. Quello che intendo è affrontare una teologia fuori dagli schemi precostituiti.

Professoressa di teologia e gender studies alla Università Humboldt di Berlino, ai suoi studenti parla del legame tra Dio e la parità di genere, queerness, diritti gay, medicina riproduttiva e fertilità. È cattolica e parla di queste cose da una prospettiva cattolica, ma assolutamente progressista e inclusiva:

Nella Chiesa c’è l’idea che la cosiddetta ‘teoria del gender’ sia qualcosa che deve essere combattuto. Non la si vede come qualcosa di positivo. Ma io penso che i tempi stiano cambiando. Oggi quello che dobbiamo fare come credenti e come teologi non è ignorarla, discriminarla. Forse dobbiamo sviluppare una teologia non discriminatoria verso queste diversità che esistono.

Teresa ha deciso di abitare la contraddizione, di stare dentro l’istituzione  della Chiesa, ma col coraggio di denunciare e prendere posizione in modo anche radicale, in controtendenza rispetto al pensiero dominante delle gerarchie.

Legge il Vangelo per la prima volta a 15 anni e ne rimane folgorata: in quell’occasione organizza da sola una specie di messa sotto un ulivo vicino casa, usando come croce dei pezzi di legno più grandi di lei. La famiglia la osserva dar vita alla Via Crucis da sola, tutti credono sia impazzita: “Per me invece è stato del tutto naturale, spontaneo”.

Il suo impegno politico inizia già durante gli anni del liceo, soprattutto con le lotte ecologiste. Poi arriva la laurea in medicina e inizia il dottorato negli Stati Uniti. Nello stesso tempo avverte un forte interesse per la teologia e ottiene un Master of Divinity ad Harvard (seguito da un dottorato in teologia a Barcellona).

Nel 1995torna per un breve periodo in Spagna e, prima di tornare negli Usa, decide di trascorrere alcune settimane di studio – deve preparare un importante esame per medicina – presso il monastero di San Benedetto a Montserrat, vicino Barcellona. È lì che capisce di volersi fare suora. La famiglia all’inizio non accetta di buon grado, la madre continua a ripetere: “Se si fa suora la diseredo”, ma la sua vocazione non vacilla. In ogni caso le viene proposto un periodo di attesa: la madre badessa le suggerisce di aspettare prima di terminare gli studi. Teresa termina gli studi, e torna dopo due anni, decisa a prendere i voti.

Quando parla del suo rapporto col divino Teresa lo fa in modo molto onesto:

Che significa che Dio ti chiama? Come si può non solo avere un’idea di Dio ma una vita che si orienta in modo così radicale, assoluto, a un rapporto personale con Dio, quando Lui forse neanche c’è? Come si fa? È solamente fidandosi. Nel monastero si pensa entrino donne e uomini che hanno trovato Dio, ma nel monastero invece si entra perché si desidera trovarlo.

Dopo il periodo iniziale, prima di prendere i voti, Teresa si rende conto che la vita di clausura non è così facile. La gioia è intervallata dai momenti di sconforto: dimagrisce, è sempre più pallida e triste, eppure resiste. Come le dicono le sue consorelle, “il monaco sperimenta come un cambio di pelle”.

All’inizio è stranita dal fatto che non possa pregare quando desidera farlo: il monastero tutto è ritmato dalle regole e dai rintocchi della campana. Quando è da sola nella cella e potrebbe pregare, fatica a farlo: Non si può pregare a comando, così come non si può amare a comando, dice. Ma Teresa fa una specie di scoperta: concentrandosi sul suo corpo associa le sensazioni fisiche a forme e colori (ad esempio, immagina il desiderio di pregare come una tensione quadrata e rossa nella pancia) e così riscopre la dimensione  intima e corporea della devozione, e la preghiera torna ad essere per lei una cosa viva e interessante.

Ma le difficoltà non sono finite: poiché in convento le mancano gli stimoli intellettuali, propone di diventare insegnante per le novizie. Le viene risposto che le regole del monastero non lo prevedono, al che Teresa risponde: Io vedo due possibilità: che Dio cambi me, oppure che Dio cambi voi, ovvero che cambi il monastero”Insomma propone di rendere il suo monastero più simile ai monasteri maschili: Perché non poteva essere così anche per noi suore?”.

Mentre è in convento, poco prima di prendere i voti, Teresa tra l’altro si innamora di un uomo (un medico): a quel punto si trova a un bivio e arriva a prendere in considerazione la possibilità di uscire dal monastero e condurre una vita laica. È un momento importante, in cui ha modo anche di esplorare la sessualità, dimensione negata nella vita religiosa. Ma alla fine rimane delle sue idee: diventa monaca di clausura..

Decide poi di non abbandonare la medicina: da monaca di clausura ovviamente non ha modo di seguire i pazienti, ma si dedica alla  ricerca  e alla riflessione su etica e bioetica. Nel 2006 scrive ad esempio un libro sui crimini delle grandi compagnie farmaceutiche, un lavoro che porta a termine dopo una lunga ricerca e una lunga fase di raccolta dati. La sua grande passione è la giustizia sociale: in tutti i suoi lavori Teresa applica il suo spirito critico e la sua attenzione per i meccanismi subdoli che generano sopraffazione di un gruppo su un altro, al fine di aiutare a scardinarli.

Riflette e scrive molto anche sulla perversa medicalizzazione della nostra società capitalista e sulla sessualità: ad esempio denuncia la pratica della labioplastica, un intervento chirurgico sempre più in voga che si effettua per rendere le labbra della vulva uguali. Con questo intervento le donne vengono trattate come delle Barbie, come se dovessero adattarsi a un modello ideale di donna, di corpo. E questo viene imposto loro dal mercato”.

Anche se è diventata monaca, Teresa non dimentica il suo impegno politico: a novembre del 2011 viene invitata da un piccolo partito anticapitalista catalano a fare una conferenza e, visto il grande successo, i militanti la stimolano a dar vita ad un movimento politico popolare per l’indipendenza della Catalogna.

Ispirandosi a pensatori e pensatrici, come ad esempio Hannah Arendt, Teresa ritiene importante che le persone desiderino un posto da chiamare “casa” e in cui si sentano radicate. Tutto ciò per lei è necessario per la libertà.

Oltre alle questioni mediche e politiche, Teresa è anche una pensatrice teologica, è la sua teologia queer è incentrata soprattutto su una particolare interpretazione dell’idea di Trinità. La Trinità per lei è infatti un’idea intimamente costituita dalla diversità, un dispositivo concettuale che ci fa capire che per avere autentica unità serve vera diversità.

Il pensiero trinitario è fondamentale per comprendere molti dei suoi punti di vista, come ad esempio l’uso che lei fa di un termine antico: “pericoresi”. Le persone nella Trinità, dice Teresa, stanno in un rapporto di identità per il quale, nel loro avvicinarsi e nel loro costituirsi, si “inorbitano” tra di loro (“peri” vuol dire “attorno”, mentre “coreo” deriva dal vergo verbo greco “fare spazio”).

Quando mi sento amata? Quando la persona che è accanto a me mi fa sentire che il mio spazio personale attorno a me si fa più grande. E questo non è uno spazio di distanza dall’altro, ma in cui posso trovarmi con l’altro.

Questa idea della pericoresi le permette di pensare, da teologa, che sia possibile accettare il matrimonio omosessuale come un sacramento:

Perché, ciò che c’è in Dio che anche un matrimonio può vivere, è l’amore pericoretico. Quando una coppia prova ad amarsi così, con questo amore, e richiedendo l’aiuto della Chiesa, penso che la Chiesa possa riconoscere che si tratta della testimonianza di una capacità umana che solo in Dio trova la sua realizzazione piena.

Teresa ha insomma una sua visione molto nobile del termine “queer”: “In Cristo c’è questa diversità, questa volontà di vedere in noi sempre un pezzo unico. Per questa ragione io uso la parola “queer” in teologia. Mi sembra una buona maniera per far capire cosa desidera Dio per noi”.

Del suo pensiero fa parte anche il concetto di Co-creazione con Dio, una nozione non nuova nella storia della teologia, perché già usata da Ildegarda di Bingen. La Creazione è qualcosa che Dio ha iniziato, ma che non può portare a termine senza di noi.

Fonte: Freedamedia.it

Qua qua qua

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by Patrizia Argentino Le papere di Levanto si sono levate per fare un giro nel paese. Avrebbero voluto fare spese, divertirsi come pazze imitando le ragazze. Un paio di pinne nuove magari un sandaletto … Ma chi l’ha detto che non…

Tanto assurdo e fugace…

 

frida_kahlo_pNon rinnego la mia natura, non rinnego le mie scelte, comunque la si guardi sono stata fortunata nella vita. Molte volte nel dolore si trovano i piaceri più profondi, le verità più complesse, la felicità più vera. Tanto assurdo e fugace è il nostro passaggio per questo mondo, che l’unica cosa che mi rasserena è la consapevolezza di essere stata autentica, di essere la persona più somigliante a me stessa che avrei potuto immaginare.

No reniego de mi naturaleza, no reniego de mis elecciones, de todos modos he sido una afortunada. Muchas veces en el dolor se encuentran los placeres más profundos, las verdades más complejas, la felicidad mas certera. Tan absurdo y fugaz es nuestro paso por el mundo, que solo me deja tranquila el saber que he sido auténtica, que he logrado ser lo mas parecido a mi misma que he podido.

Frida Kahlo


Riuscire ad accettarsi per quello che si è, con i pregi e i difetti, con le aspettative che non sempre vanno a buon fine, con l’ego che a volte è forte e luminoso e altre è buio e vacillante, non è semplice. L’emotività sempre sul filo del collasso, l’empatia che aiuta e distrugge se orientata male, i sensi di colpa che non sai neanche perché li hai, l’ idea che credi gli altri abbiano di te e che spesso non corrisponde alla tua. Riuscire ad accettarsi veramente nella nostra meravigliosa e terrificante unicità è un lavoro che richiede tempo e pazienza. A volte essere unici somiglia drammaticamente a essere soli.

paola