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Micol Fontana, la “grande dame” della moda italiana.

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Micol Fontana era e rimarrà, nell’immaginario collettivo, la signora della moda italiana lasciando dietro di sé un capitolo fondamentale della storia italiana, quella che ha messo insieme, durante anni gloriosi, creatività, artigianalità, economia e prestigio internazionale.

Tutto cominciò con lei, con loro: Micol, Zoe e Giovanna Fontana, tre sorelle cresciute nella sartoria della mamma, a Traversetolo, in provincia di Parma, e a un certo punto fuggite via, per tentare la fortuna, nel cuore di un’Italia dilaniata dalla guerra, poverissima e desiderosa di riscatto.

Era il 1943 quanto le tre giovani sartine salirono su un treno, giocandosi il loro colpo di dadi. Direzione: Roma. Milano no. “Troppo businesslike”, diceva Micol. A Roma si respirava un’aria diversa, intrisa d’arte, storia, qualità manifatturiera. Iniziarono con niente: un piccolo spazio in affitto, mobilio sgangherato, un salvadanaio per gli spiccioli e in principio solo riparazioni: rammendare, pazientemente, nell’attesa di conquistarsi sufficiente fiducia e di poter investire nell’acquisto dei tessuti.

 

Le tre sorelle Fontana: da sx Zoe, Micol, Giovanna

                             Le tre sorelle Fontana: da sx Zoe, Micol, Giovanna

La prima cliente importante fu Gioia Marconi, la figlia di Guglielmo Marconi. E poi via via, grazie al passaparola e a un innegabile talento, divennero delle habituè le dame dell’aristocrazia romana, le attrici di Cinecittà, le dive e le signore dell’alta società internazionale: da Jacqueline Kennedy a Grace di Monaco, da Elizabeth Taylor a Audrey Hepburn, da Ursula Andress a Ava Gardner, fino a una giovanissima Linda Christian, promessa sposa di Tyrone Power, a cui l’atelier Fontana confezionò l’abito di nozze nel 1949. Un successo esploso all’improvviso, dal nulla, come la più bella delle favole, tra la provincia minuta e il grande palcoscenico della Capitale.

Micol Fontana con Ava Gardener

Micol Fontana con Ava Gardner

Nel giro di pochi anni le sorelle Fontana incarnarono il mito del made in Italy, costruendone carattere e narrazione nel circuito della haute coture: nel loro atelier d’avanguardia ogni cosa nasceva dal lavoro manuale. Perizia tecnica, tessuti italiani di pregio, stile, maestria dei tagli e minuzia nel ricamo, classicità e sperimentazione.

Negli anni Cinquanta, quando il prêt-à-porter aveva già trovato terreno fertile fra le piazze francesi e americane, anche l’Italia si adeguava al nuovo trend: accanto all’alta moda, che sfornava confezioni di altissimo valore, rigorosamente su misura e indubbiamente costose, nascevano la Moda boutique e l’Alta Moda pronta.
Nulla, certamente, che potesse lasciare presagire il futuro boom industriale, le grandi catene fashion e i mercati globali: la dimensione era ancora quella della sartoria di classe, ma riuscendo a ridurre costi e tempi grazie a produzioni più veloci, piccole serie ispirate a pezzi unici, dettagli semplificati, tessuti più economici.

La moda usciva dai salotti dell’high society e conquistava anche la piccola e media borghesia. Le sorelle Fontana, manco a dirlo, in Italia, furono a capo di questa straordinaria rivoluzione.

1952 - Bozzetto per l’abito da sposa Donna Gioia Marconi Braga - courtesy Fondazione Micol Fontana, Roma

1952 – Bozzetto per l’abito da sposa Donna Gioia Marconi Braga – Fondazione Micol Fontana, Roma

Io credo che noi Italiani non sappiamo dare il valore che abbiamo nelle nostre mani”, diceva Micol in una video-intervista. “Il valore dell’artigianato italiano è unico”.

Lei, che nel 1994 aveva istituto la Fondazione che porta il suo nome, conservandovi cimeli, abiti, accessori d’epoca, e usandola come strumento di formazione per le nuove generazioni, difese per tutta la vita la meraviglia e la semplicità di una vocazione: ripartire dal talento, dalla spinta intuitiva, dalla misura dello stile, dal guizzo generoso che accende l’occhio e orienta le mani; ripartire dalla manifattura come radice nobile e orizzonte umile, alimentando l’urgenza d’innovazione. Ma sempre all’ombra di una tradizione monumentale, custodita con rispetto.

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Jacqueline Kennedy, 1966

Così, Micol Fontana e le sue sorelle hanno conquistato il mondo, trasformando il proprio nome nel simbolo di un’eccellenza nazionale. Identità, internazionalità, sapienza artigianale e ricerca: una ricetta preziosa, un patrimonio immenso. Le fondamenta del made in Italy, per sempre incise nel volto luminoso e fiero della signora Micol.

L‘eleganza fatta di raffinatezza e di qualcosa di indefinibile, ma che si vede, si nota, si ammira, e che rende le donne più belle e più sicure. (Micol Fontana)

 

Emma Goldman, una anarchica e una femminista molto speciale!

 

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Nacque figlia indesiderata, Emma Goldman (soprannominata Emma la Rossa), il 27 giugno 1869, nell’impero russo, in una modesta famiglia ebrea. Il padre voleva un erede maschio. La donna che aveva sposato, una vedova con due figlie, non gradì la terza. Emma crebbe con le percosse dei genitori, il  padre aveva “sempre a portata di mano la frusta e lo sgabello, simboli della mia vergogna e della mia tragedia” ricorderà nelle sue memorie (Autobiografia. Vivendo la mia vita, ).

Per l’esperienza della sua infanzia, non volle avere figli. Si sposò più volte, ebbe vari amanti, ai quali si unì con passione, ma subordinò sempre l’amore personale all’amore universale per l’umanità reietta, asservita alle classi dominanti.

Dedicò tutta la sua esistenza  alla lotta per la liberazione del proletariato, per l’emancipazione della donna, per una società senza classi dominanti. Ma osteggiò il fanatismo, disprezzò il conformismo, condannò il terrorismo, anche quando avevano abiti rivoluzionari.

Oltre alla propaganda legata all’ideale anarchico Emma Goldman tenne varie conferenze a sostegno della causa femminista: sull’emancipazione della donna, sulla libertà di pensiero e sulla libertà sessuale, sull’uso dei contraccettivi e il controllo delle nascite.

Sosteneva che le donne dovessero avere pieno controllo del proprio corpo e non solo decidere quanti figli avere, ma anche ritenere se averne o meno, poiché non credeva che lo scopo della donna fosse necessariamente quello di diventare madre.

Scrisse cinque saggi dedicati alla questione femminile: al tema del suffragio, della prostituzione, del matrimonio, della sessualità e dell’amore. Le sue idee femministe apparvero alle autorità più pericolose delle sue convinzioni rivoluzionarie e anarchiche.

Aveva dodici anni quando la famiglia si trasferì a San Pietroburgo. Il padre ostacolò la passione di Emma per lo studio, perché sosteneva che la donna dovesse solo servire il marito e dargli dei figli. Ma un altro modello di donna fu rivelato all’adolescente Emma dal romanzo Che fare? del populista Nikolaj Cernyševskij, dove la protagonista si ribella al matrimonio imposto dalla famiglia, e sposa un giovane rivoluzionario, per votarsi con lui alla liberazione del popolo.

Nello stesso periodo, il romanzo di Cernyševskij impressionò profondamente Vladimir Il’ič Ul’janov, di un anno più giovane di Emma, l’adolescente figlio di un “nobile” nel 1902, con lo pseudonimo di Lenin, Vladimir intitolò Che fare? un opuscolo dove esponeva la concezione, remotissima dall’anarchia, di partito di avanguardia, formato da rivoluzionari di professione, totalmente dediti alla causa della rivoluzione proletaria.

Se singolare fu la comune suggestione del romanzo su un giovane “nobile” e su una derelitta fanciulla ebrea, ancora più singolare fu la simultaneità della loro iniziazione alla militanza rivoluzionaria.

Per Vladimir, cresciuto in una famiglia agiata e devota allo zar, con genitori severi ma amorevoli, studente modello per disciplina e brillanti successi scolastici, la scelta rivoluzionaria avvenne inattesa e improvvisa alla fine del 1887, a diciassette anni, dopo l’impiccagione del fratello Alessandro perché aveva organizzato un attentato alla vita dello zar.

Per Emma, angariata dai genitori, senza adeguata istruzione, cresciuta in un ambiente antisemita, a quindici anni operaia in fabbrica, la vocazione rivoluzionaria avvenne in seguito alla impiccagione di cinque anarchici a Chicago nel novembre 1887.

Dopo aver lavorato in fabbrica a San Pietroburgo, nel gennaio 1886 Emma raggiunse una sorella emigrata negli Stati Uniti. Lavorava come operaia, quando, in quello stesso anno, furono condannati a morte giovani anarchici, accusati di aver assassinato alcuni poliziotti durante una dimostrazione.

La diciassettenne operaia seguì appassionatamente il processo, che definirà «la più gigantesca macchinazione di tutta la storia degli Stati Uniti». Il 15 agosto 1889, si trasferì a New York. Qui avvenne l’incontro con un diciottenne anarchico russo, Aleksandr Berkaman, e con il quarantenne tedesco Johann Most, uno dei maggiori esponenti dell’anarchismo negli Stati Uniti. Fu, scriverà Emma, la sua «vera data di nascita». A vent’ anni divenne rivoluzionaria nel movimento anarchico internazionalista.

Dotata di talento oratorio, iniziò a viaggiare per gli Stati Uniti per fare comizi e conferenze. Cominciò a scrivere articoli su periodici anarchici. Fu arrestata nel 1893 per incitamento alla sommossa, ma gettò un bicchiere d’acqua in faccia al poliziotto che le prometteva la libertà in cambio di informazioni sugli anarchici.

Si immerse nello studio del pensiero anarchico, del socialismo, della filosofia, dell’economia, della questione sociale, della condizione della donna. Dal 1895 fu in Europa, dove incontrò i patriarchi e le matriarche dell’anarchismo, come Pëtr Kropotkin, Errico Malatesta e la comunarda Louise Michel. A Vienna scoprì il pensiero di Nietszche, che divenne una sua passione intellettuale, e seguì le lezioni di Sigmund Freud sulla repressione sessuale.

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La Disubbidienza…

Oriana Fallaci è stata una giornalista, ma soprattutto una donna, dal carattere fiero e indomito.

95614166_1510021229171344_880126918794412032_nDai suoi scritti traspare un’arguzia sottile e una determinazione che l’hanno sempre caratterizzata.

Lei stessa si definiva una ribelle. “Sono una donna disobbediente, insofferente a qualsiasi imposizione”. E lo dimostrò più volte, nel corso della carriera così come nella vita.

Con il suo occhio straordinariamente critico, Oriana Fallaci è stata una figura di gran rilievo sulla scena culturale italiana. Una persona che non ha mai ritirato la mano dopo aver lanciato il sasso. Ma anche un’osservatrice lucida, a volte implacabile, nella rabbia come negli slanci di passione.

E soprattutto una donna straordinaria che merita di essere ricordata. Per la sua vita, la sua carriera professionale, ma anche per l’impatto che ha avuto (e ha tutt’oggi) sui media e sulla società.

“La paura è un peccato”: citazioni dalle lettere di Oriana Fallaci

Io non sono un venditore di parole. Sono un venditore di idee che paga sempre per le sue idee, giuste o sbagliate. E quando gli stupidi hanno paura di me e non vogliono essere intervistati da me io rispondo: «Non hanno paura di me. Hanno paura della verità». Essere giornalista per me significa essere disubbidiente. Ed essere disubbidiente per me significa, tra l’altro, stare all’opposizione. Per stare all’opposizione bisogna dire la verità E la verità è sempre il contrario di ciò  che ci viene raccontato. La storia si scrive sulla verità e non sulle leggende.

” Il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza “ Oriana Fallaci.

Alla luce degli ultimi avvenimenti politici le parole di Oriana Fallaci sono più che mai veritiere. Per stare all’opposizione bisogna dire la verità, ma non sempre è così! L’abbiamo visto, ieri, al Parlamento… uno spettacolo miserevole!

Emily Dickinson e la sua vita come scelta di isolamento volontario!

Viaggiare sulle ali della parola nonostante le ferite della vita: cosa può insegnarci in questi giorni la poetessa che visse e scrisse in isolamento volontario.emily_dickinson_e_le_sue_lettere_damore_e_damicizia_1

“Ogni vita converge a qualche centro. Dichiarato o taciuto”. Un mèta di cui Emily Dickinson scrisse per se stessa e per il mondo, dall’isolamento volontario in cui scelse di vivere negli ultimi vent’anni della sua vita. Una stella polare che vale la pena seguire, nonostante le nubi portate dalle sofferenze e dagli inciampi.

Viaggiare sulle ali della parola anche se si è feriti, dunque: ecco la lezione della poetessa americana in questi giorni di emergenza. Nata nel 1830 ad Amherst, nel Massachusetts (Stati Uniti), figlia di un benestante avvocato, Emily studiò prima all’Accademia della città natale e poi presso la scuola femminile di Mount Holyoke. Nel 1848 interruppe la sua formazione e rientrò ad Amherst: lì rimase fino alla fine dei suoi giorni, nella casa paterna, fatta eccezione per alcuni brevissimi viaggi. Nel 1860, a trent’anni, ella vide trasferirsi in California il reverendo Charles Wadsworth, uno dei suoi pochi amici col quale aveva intrattenuto un’intensa corrispondenza: l’evento fu l’ennesima frattura di una storia segnata dalla perdita delle persone care. Da quel momento, l’esilio casalingo di Emily Dickinson divenne pressoché totale.

Non puoi far crescere il Ricordo
Quando ha perduto la Radice –
Consolidargli il Suolo intorno
E collocarlo eretto
Inganna forse l’Universo
Ma non recupera la Pianta… (1)

“Non c’è bisogno di essere una camera per venire infestati. Non c’è bisogno di essere una casa. La mente ha corridoi che vanno oltre lo spazio materiale”, scrisse in solitudine la poetessa sempre vestita di bianco, trasformando il suo vissuto in paradigma universale. Un’esistenza vulnerabile ma in grado di riflettere su se stessa grazie alla parola, di sublimare la malinconia attraverso l’arte.

In una missiva dell’estate 1858 indirizzata a Joseph Sweetser, marito della zia paterna Catharine (Kate), Emily dipinse un universo limitato eppure denso di suggestioni.

“Molte cose sono accadute, caro Zio, dall’ultima volta che ti ho scritto, tante, che scrivendo barcollo, per il tagliente ricordo. Fioriture estive, e mesi di freddo, e giorni di campanellini tintinnanti, e sempre questa mano sul nostro focolare. Oggi è stata una giornata così serena fuori, eppure così triste dentro, il sole splendeva lietamente, ora viene furtiva la luna, eppure nessuno è contento. Non sempre riesco a vedere la luce, dimmi, per favore se brilla. Spero che tu sia stato bene, tutti questi giorni, e abbia ogni gioia. Qui v’è una ridente estate, che fa cantare gli uccelli e mette in movimento le api. Strane corolle sorgono su molti steli, e gli alberi ricevono i loro inquilini. Vorrei che tu vedessi quello che vedo io, e assorbissi questa musica. Il sole è tramontato, tanto tempo fa, e ancora un ingenuo coro continua il canto. Non so chi sia a cantare, e anche se lo sapessi, non lo direi!”. (2)

Scrivere come arma per sopravvivere al dolore. Scrivere per se stessi, senza inseguire la fama e l’approvazione altrui (che, peraltro, la poetessa americana raggiunse soltanto in maniera postuma). Scrivere per dare una dimora alle proprie emozioni e debolezze.

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Tina Anselmi, staffetta Gabriella, ci parla ancora!

Nel libro ‘La Gabriella in bicicletta (ed Manni) la testimonianza viva di una ‘Madre della Repubblica’

“La scoperta più grande fatta in quei mesi di lotta durante la guerra è stata l’importanza della partecipazione: per cambiare il mondo bisognava esserci. Questo è stato il motivo che mi ha fatto abbracciare l’impegno politico: la convinzione che esserci è una parte costitutiva della democrazia, senza partecipazione non c’è democrazia e il paese potrebbe andare nuovamente allo sbando. Ecco il motivo per cui non dobbiamo tradire la Resistenza, dobbiamo conoscerla e non tradire i valori su cui si è fondata questa pagina della nostra storia e dobbiamo essere presenti come lo eravamo ieri”. Così Tina Anselmi in un immaginario dialogo spiega alla nipotina il senso e le ragioni dei e delle giovani che scelsero di combattere contro il nazifascismo. L’agile libretto edito da Manni nel marzo 2019 conferma tutta la validità di uno stile divulgativo che tiene insieme l’accuratezza delle informazioni e la profondità dei contenuti. In ‘La Gabriella in bicicletta. La mia Resistenza raccontata ai ragazzi’ le parole di Tina Anselmi sono chiare e dirette, perfette per spiegare le ragioni della coraggiosa scelta dei giovani di allora ai giovani di oggi. “Era necessario prima sconfiggere i tedeschi e i fascisti i quali erano padroni della nostra patria, dei nostri paesi e delle nostre campagne, e sino a quando non ce ne fossimo liberati non avremmo avuto quella pace che era condizione anche per la libertà e la vita democratica. Questo mi portò a diventare partigiana”.  Tutto inizia con un episodio drammatico. Il 26 settembre 1944, nel pieno dell’occupazione nazista, a Bassano del Grappa i tedeschi impiccano 43 giovani partigiani nella piazza del paese; tra questi c’è il fratello di una compagna di classe della giovane Tina. Ha 17 anni e ama la scuola, ma la sua ambizione di diplomarsi e continuare gli studi non le impedisce di fare anche l’altra scelta, che la accompagnerà per tutta la vita: la politica. Diventa staffetta partigiana, un’attività clandestina che persino la sua famiglia ignora: la scoprirà solo alla fine della guerra. Il suo nome di battaglia è “Gabriella” e in bicicletta per molti mesi percorre un centinaio di chilometri al giorno mantenendo i collegamenti tra le formazioni partigiane, trasportando stampa clandestina, armi, messaggi.Tina racconta delle imprese che erano la normalità, i rischi che correva, l’aiuto che riceveva; e racconta cos’è accaduto in Italia in quegli anni, quali fossero le speranze, le idee, le vicende personali e collettive della Resistenza, con semplicità, immediatezza e profondità che riescono a rendere la complessità della Storia. Il libro è corredato di una piccola raccolta di fotografie che raffigurano partigiani e staffette in marcia, nelle pause sui monti o durante gli ingressi festosi nelle città liberate.
Utilissime le sintetiche schede storiche che spiegano l’organizzazione del fascismo e delle organizzazioni giovanili fasciste, le leggi razziali, la censura, la Repubblica di Salò e la Resistenza. Un capitolo è dedicato alle donne nella Resistenza, “che fu uno degli elementi più vitali della guerra di Liberazione”, donne che “inizialmente portavano assieme agli aiuti in viveri e indumenti le notizie da casa e le informazioni sui movimenti del nemico”, un lavoro che viene organizzato arrivando ad far parte di ogni distaccamento, che “creò le proprie staffette che si specializzarono a fare la spola tra i centri abitati e i comandi delle unità partigiane”.  In un capitolo è riportata la testimonianza di Marisa Ombra, staffetta nelle Langhe, tratta dagli atti di un convegno della Uil (Le donne e la Resistenza, Roma, aprile 2007, a cura di Maria Grazia Brinchi e Loredana Ruggini).
Alcune lettere di condannati a morte della Resistenza chiudono il libro con parole che scolpiscono nell’animo di chi legge il senso profondo del prezzo che quelle donne e quegli uomini hanno pagato per conquistare la libertà.
Con questo spirito Laura Boldrini nell’introduzione definisce Tina Anselmi “madre della nostra Repubblica“ sottolineando come “gli ideali della resistenza l’abbiano accompagnata e guidata per tutta la vita”.

Biografia breve
Tina Anselmi nasce a Castelfranco Veneto il 25 marzo 1927 in una famiglia cattolica, con un padre socialista e perseguitato dai fascisti. Tina frequenta il ginnasio e l’Istituto magistrale e diventa staffetta partigiana della brigata Cesare Battisti, passando poi al Comando regionale Veneto del Corpo Volontari della Libertà; contemporaneamente è militante dell’Azione Cattolica e apre una biblioteca ambulante che fornisce libri alle operaie che lavorano in fabbrica al posto dei mariti, impegnati al fronte. Dopo la guerra si laurea in lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed è insegnante elementare, entra nella Cgil e quindi nella Cisl come dirigente sindacale. aderisce alla Democrazia Cristiana e ha incarichi nazionali. Varie volte è Sottosegretaria al Lavoro ed è la prima Ministra della Repubblica al Dicastero del Lavoro e alla Previdenza Sociale nel 1976 e successivamente è stata Ministra alla Sanità. È stata Presidente della Commissione di inchiesta sulla P2, contro le infiltrazioni dei poteri occulti nelle istituzioni e Presidente della Commissione nazionale per le Pari Opportunità. Da Ministra ha promosso la legge sulla parità di trattamento di uomini e donne in materia di lavoro e l’istituzione del servizio sanitario nazionale pubblico universale, ha poi sostenuto la Riforma del Diritto di Famiglia. Muore il 1 novembre 2016 a Castelfranco Veneto.

Fonte: Noidonne.it

“Il suono del tuo addio” di Luis Sepùlveda

                          Edvard Munck, “Les yeux dans les yeux” 1894
 

L’ultimo suono del tuo addio,
mi disse che non sapevo nulla
e che era giunto
il tempo necessario
di imparare i perché della materia.

Così, tra pietra e pietra
seppi che sommare è unire
e che sottrarre ci lascia
soli e vuoti.

Che i colori riflettono
l’ingenua volontà dell’occhio.

Che i solfeggi e i sol
implorano la fame dell’udito.

Che le strade e la polvere
sono la ragione dei passi.

Che la strada più breve
fra due punti
è il cerchio che li unisce
in un abbraccio sorpreso.

Che due più due
può essere un brano di Vivaldi.

Che i geni amabili
abitano le bottiglie del buon vino.

Con tutto questo già appreso
tornai a disfare l’eco del tuo addio
e al suo posto palpitante a scrivere
La Più Bella Storia d’Amore
ma, come dice l’adagio
non si finisce mai
di imparare e di dubitare.

E così, ancora una volta
tanto facilmente come nasce una rosa
o si morde la coda una stella fugace,
seppi che la mia opera era stata scritta
perché La Più Bella Storia d’Amore
è possibile solo
nella serena e inquietante
calligrafia dei tuoi occhi…

 Luis Sépulveda


Che le cose si apprezzino di più quando le si perdono, è una triste, comune, verità…
In genere le donne, quelle con la D maiuscola,  ne hanno contezza anche durante la relazione, si spendono, curano, coltivano, gettano la spugna raramente.
Gli uomini, sempre in genere, si sentono quasi assillati dalla devozione, che pure hanno in principio richiesto, e finiscono più facilmente per sentire il bisogno di liberarsi da un legame, per poi accorgersi, magari troppo tardi, che il posto che li faceva sentire bene lo avevano finalmente trovato in quella donna che hanno lasciato…


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Luis Sepúlveda (Ovalle, 4 ottobre 1949 – Oviedo 16 aprile 2020) è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista ed attivista cileno naturalizzato francese.

Edvard Munch (Løten, 12 dicembre 1863 – Ekely, 23 gennaio 1944) è stato un pittore norvegese. È stato anche simbolista, incisore e un importante precursore dell’arte espressionista. “L’urlo” (1893) è probabilmente la sua opera più conosciuta. Edvard Munch è il pittore dell’angoscia: gli unici temi che lo interessano sono la passione, la vita e la morte.

E quando tutto sarà finita, pensiamo alle cose serie!

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Quando la crisi finirà, ci sarà tanto di quel testosterone da smaltire nell’aria, nella comunicazione politica, nel modo di governare e di intendere l’autorità, che i diritti delle donne rischieranno di essere scacciati via come una spruzzata di lacca molesta.

Se fino a ieri le cose serie si declinavano al maschile, da domani non si tratterà soltanto di quelle serie, ma della nostra sicurezza, dello spirito di sacrificio necessario per risorgere come comunità, della volontà comune di ripartire. E in quella volontà comune, le aspirazioni delle donne e i loro progetti di vita saranno ammennicoli graziosi che possono abbellire gli scaffali in tempo di noia, ma che in caso di emergenza devono essere spazzati via da un braccio possente e muscoloso, senza esitare, per fare spazio a quello che conta.

Nessuno ci dice abbastanza che quello che conta, ora, per salvarci, non sono le misure sempre più autoritarie, non sono i politici che fanno la voce sempre più grossa e neanche i militari o le forze dell’ordine.

Senza nulla togliere al buon senso e alla necessità e all’importanza di restare in casa, in questi giorni a salvarci sono state la fantasia e la creatività e la generosità, di chi crea mascherine in 3D, di chi si reinventa professionalmente in un batter di ciglia, di chi regala il proprio lavoro, crea piattaforme on line, di chi sa che i problemi esigono soluzioni, non solo divieti.

Quando la crisi finirà, sarà facile, fin troppo facile, lasciarsi convincere che non c’è spazio per i sogni di tutti e che quelli delle donne devono essere i primi a cadere, per lasciare posto agli altri.

Allora cominciamo da adesso a ricordarci che non esiste un solo modo di gestire la società, che i sacrifici non hanno genere, che nessuno potrà venire a dirci che il lavoro delle donne conta di meno o è meno utile per ripartire e che tutto questo sfoggio di autorità e potere sulla vita delle persone è un vizietto a cui più d’uno farà fatica a rinunciare, soprattutto in una società in cui i maschi ultracinquantenni si aggrappavano al potere con i cerotti di un ego smarrito, e non è che l’altra faccia dei sorrisi paternalistici con cui hanno guardato al nostro impegno fino a ieri.

Fonte: rosapercaso.wordpress.com

Il 14 aprile 1986 moriva Simone de Beauvoir, madre del femminismo moderno.

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A volte sono proprio le ricorrenze a riportare a galla alcune figure della storia del genere umano e con esse i loro pensieri, le loro parole e le loro azioni che hanno influenzato o modificato molte sfaccettature di un mondo complesso. Oggi, nell’anniversario della scomparsa (14 aprile 1986) mi piace ricordare una tra le figure più importanti e fondamentali nella storia del femminismo: Simone de Beauvoir.

Simone de Beauvoir, nata a Parigi il 9 gennaio 1908,  è stata una presenza di forte impatto sulla filosofia del XX secolo. Di madre e padre borghesi, studia filosofia alla Sorbona, luogo in cui avviene l’incontro con l’uomo che l’accompagnerà, dal 1929 in poi, per il resto della vita: Jean-Paul Sartre. Tra i due si instaura un legame solido e duraturo, ravvivato e rinsaldato costantemente nella stima reciproca e nel profondo affetto del rapporto (che tuttavia mai li fece convolare a nozze).

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L’amicizia – se così si può intendere – tra i due porta a ritrovare nel pensiero di Simone de Beauvoir un riconosciuto velo sartriano. L’esistenzialismo della filosofa si dirige però, a differenza del compagno, verso un terreno molto più concreto e calato nel reale. Pensatrice molto più pragmatica che astratta, dai molti concetti densi e contestualizzati nel vissuto piuttosto che tendente a teorie e speculazioni indirette. È per questo che il suo nome spicca, con gran luce, sul palcoscenico del femminismo del Novecento, con parole quali:

Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.

Come si può vedere, nessun mezzo termine. Linguaggio che parla senza filtri o artificiosa retorica. Da donna, si schiera con le donne nel dibattito sull’affermazione di un loro ruolo riconosciuto nella società.

Simone de Beauvoir è individuata come irrinunciabile punto di riferimento per una teoria della decostruzione del determinismo biologico, guardando soprattutto alla sua opera Secondo sesso (1949).  Il suo pensiero diventa il principale conforto e punto di riferimento per i movimenti del suo tempo, e oggi è il pilastro degli studi che intendono sottolineare una differenza tra il sesso e il genere.

La donna è un risultato di cultura, una costruzione sociale. Le concezioni della natura femminile sono quindi dei costrutti antropologici, che si basano su motivazioni biologiche: il maschio e la femmina sono distinti anatomicamente, e con il concetto di ‘genere’ si è impostata la società, dando all’uomo e alla donna determinati ruoli prestabiliti.

La donna è stata vittima di preconcetti e acritiche convinzioni sulla propria capacità intellettuale e fisica, e qui si innestano le teorie decostruttiviste che vogliono evidenziare la fallacia di tali impostazioni mentali, individuando e scambiando ciò che appartiene alla natura con qualcosa che invece è prodotto della ‘cultura’. Questo intero discorso è quanto possiamo trovare con evidenza nella legittimazione del sistema patriarcale, ciò che si intende scardinare con i movimenti femministi.

Il poter ricordare oggi Simone de Beauvoir è un’occasione quanto mai ricca di spunti costruttivi per una riflessione di tutto rispetto. Una filosofa, una pensatrice, un’insegnante, un volto deciso e irremovibile nelle sue espressioni – come appare nelle sue fotografie che ci vengono mostrate –, una donna che ha saputo fare storia.

Ma parliamo di un ‘far storia’ alla stregua di un condottiero che lascia impronte profonde sul sentiero che percorre, orme di orientamento per i seguaci e i sostenitori che vogliono imparare e apprendere, almeno in parte, da quel carisma che ha contrassegnato una lotta convinta nel raggiungimento di un obiettivo comune.

 

 

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Pasqua 2020

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   William-Adolphe Bouguereau, “Les saintes femmes au tombeau”- 1890

A tutti voi amiche e amici che mi seguite i miei più sinceri auguri per una serena Pasqua.

Una Pasqua che ricorderemo a lungo.

Forse, questa quarantena forzata, questo periodo che ci ha messo tutti di fronte alla nostra fragilità, potrà rendere questo giorno ancora più speciale e denso se ne sapremo cogliere i significati più reconditi e profondi.

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Florence Nightingale, la borghese che inventò l’infermiera moderna.

La storia di una donna che lottò contro le convenzioni dell’epoca fino ad avere i riconoscimenti maggiori e a creare una professione tuttora fondamentale.

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Lei è un “angelo custode”, senza alcuna esagerazione, in questi ospedali, e, come la sua sagoma snella scivola silenziosamente lungo ogni corridoio, il volto di ogni poveretto si addolcisce di gratitudine alla vista di lei. Quando tutti gli ufficiali medici si sono ritirati per la notte, e il silenzio e l’oscurità sono scesi sulle miglia di malati prostrati, può essere avvistata, con una piccola lampada in mano, compiere i suoi giri solitari.

Florence Nightingale è stata una delle donne più influenti della storia moderna. Ha fondato la professione infermieristica e, applicando le sue conoscenze matematiche in materia di epidemiologia e salute, è stata una pioniera della statistica. Il suo lavoro di assistenza durante la guerra ha ispirato la scrittura delle Convenzioni di Ginevra e la fondazione della Croce Rossa Internazionale. Grazie al suo carattere forte, determinato, ribelle e insieme compassionevole, è riuscita a realizzare la sua vocazione umanitaria al di là di ogni stereotipo. E allora perché non lasciarci spirare dalla sua storia?

Florence nasce il 12 maggio del 1820 a Firenze, mentre i suoi sono in viaggio di nozze in Italia. Viene chiamata così in onore della città, così come a sua sorella maggiore, l’anno prima, viene dato il nome di Parthenope, perché venuta alla luce davanti al golfo di Napoli. La sua è una famiglia facoltosa dell’alta borghesia britannica: suo padre William Edward Shore, è un pioniere dell’epidemiologia, e ha cambiato il cognome in Nightingale (che in italiano significa “usignolo”) per ereditare possedimenti terrieri dal ramo materno della famiglia; sua madre, Frances Smith detta Fanny, nipote dell’abolizionista William Smith, è una donna dai ferrei principi e una fervente cattolica.

“Flo” e sua sorella “Parthe” crescono in Inghilterra, tra la residenza di Embley Park, nel Buckinghamshire, dove Flo si sente prigioniera, la tenuta estiva di Lea Hurst, nel Derbyshire, e gli appartamenti di Londra, dove si recano due volte l’anno per i ricevimenti. Ricevono un’istruzione casalinga: il padre insegna loro storia, filosofia, matematica, greco, latino, italiano, francese e tedesco; mentre una governante dà loro lezioni di musica, ballo e recitazione. La maggiore non ama lo studio, e finisce per legare con la madre; mentre Flo si appassiona alle lezioni paterne e mostra una certa predisposizione per la matematica.

Florence è anche molto credente: a 17 anni sente la chiamata divina ad assistere i poveri e gli infermi. Poi, a 24 anni rifiuta la proposta di matrimonio del suo terzo pretendente, un Primo Barone che la corteggia da sette anni – e che per altro lei ricambia. Subito dopo, nel 1845, dichiara alla famiglia la sua vocazione filantropica, dicendo di voler diventare infermiera. La madre si oppone alla sua decisione, spalleggiata dalla sorella Parthenope: sostengono sia scandaloso che una ragazza di buona famiglia si abbassi a fare un lavoro così umile, allora riservato a donne con una cattiva nomea – sembra lo facessero soprattutto alcoliste ed ex-prostitute. Nonostante ciò, Flo si ribella al volere materno e al destino sociale di moglie e madre, e si dedica a realizzare il suo sogno, con il sostegno del padre.

Inizia ad adoperarsi per le persone indigenti che vivono nei pressi delle tenute di famiglia, poi si rivolge a istituzioni di assistenza dei poveri. Quindi, nel 1847, Flo parte in viaggio in compagnia di due amici: visita l’Italia – dove conosce e stringe rapporti con Sidney Herbert, nobile politico inglese futuro Ministro della Guerra -, la Grecia, l’Egitto e la Germania. Tra il 1850 e il 1851 torna in Germania due volte: soggiorna nell’ospedale di Kaiserswerth (vicino Dusseldorf) gestito da diaconesse luterane, dove apprende come assistere i malati e governare una struttura sanitaria. Quindi rientra in Inghilterra e, grazie ai soldi del padre, che le assicura una rendita annuale di 500 sterline, si trasferisce a Londra e si dedica a rinnovare da cima a fondo e a dirigere un ricovero femminile, l’Istituto per l’assistenza alle donne malate e prive di risorse economiche.

Quindi, nel 1853 scoppia la Guerra di Crimea, cui la Gran Bretagna prende parte al fianco di Turchia, Francia, Regno di Sardegna e contro la Russia. Tramite la cronaca del Times, Florence viene a conoscenza delle condizioni misere in cui si trovano i soldati feriti, che vengono lasciati morire senza assistenza; così, grazie l’appoggio dell’amico Herbert, nel 1854 parte per la Turchia con 38 infermiere sue allieve. Arrivata all’ospedale militare britannico di Scutari, trova una situazione disumana, in cui dominano sporcizia e malattie, perché mancano igiene, acqua, personale medico, rifornimenti e organizzazione. Le truppe sono abbandonate a loro stesse e fiaccate non dalla battaglia ma dal disinteresse degli alti ufficiali. Così, opponendosi coraggiosamente alle autorità militari, assieme alle sue volontarie Florence riporta igiene e razionalità nell’ospedale da campo.

In quel girone dantesco, che lei stessa descrisse con l’epiteto di “Regno dell’Inferno”, Florence si aggirava anche di notte, armata di una lampada e di infinita buona volontà, per confortare, assistere, incoraggiare, dare speranza. Da qui l’imperituro nome di Signora della Lampada.  Le infermiere si prodigavano anche per aiutare gli infermi nella corrispondenza con la famiglia, a ricevere pacchi e notizie e Flo in persona si diede da fare per organizzare una sala di lettura. I graduati capirono che anche i soldati della truppa andavano trattati da cristiani.

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A guerra finita, nel 1856, ha contratto una forma invalidante di brucellosi. Torna a Londra e viene accolta come un’eroina nazionale: nasce una pubblica sottoscrizione in favore della sua opera e una fondazione a suo nome. Intanto, con l’aiuto della giornalista Harriet Martineau e di altri intellettuali, insiste pubblicamente riguardo la necessità di riformare la sanità militare britannica, indagando anche su quella in India.

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