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Evita, una vita di amore e passione.

Come accade a tutti coloro che muoiono giovani, la sua morte a soli 33 anni contribuì a crearne il mito, alimentato sia da quello che fece, sia da quello che avrebbe potuto fare.

Figlia illegittima, non dimenticò mai le sue umili origini; a sedici anni giunse a Buenos Aires, determinata a trovare il suo posto nel mondo: prima come mediocre attrice, poi come moglie del futuro presidente. E, in quest’ultimo ruolo, diede la sua performance migliore. Attivista politica appassionata, si batté per i lavoratori, i poveri, le donne – fu grazie a lei che nel 1947 le donne ottennero il diritto di voto – creò una Fondazione a suo nome che si occupò della costruzione di ospedali, di orfanotrofi, di scuole; insieme al marito, in pochi anni, rese l’Argentina uno dei Paesi più democratici del Sudamerica. Ma, soprattutto, riuscì a entrare nel cuore del suo popolo, perché ne parlava lo stesso linguaggio, perché era una di loro.

Eva conobbe Juan Domingo Perón il 22 gennaio del 1944 ad un festival di beneficenza organizzato per raccogliere fondi per i terremotati di San Juan. Nelle sue memorie – La ragione della mia vita – confessa di essersi innamorata di Perón ancora prima di vederlo, per le cose che faceva. Negli ultimi mesi aveva seguito tutti i suoi passi sui giornali, non lo aveva mai visto di persona, tuttavia sentiva che qualcosa li predestinava a “trovarsi”.

Ma quel loro primo incontro fu per lei “un’epifania”, paragonò la sua esperienza personale alla conversione di San Paolo sulla via di Damasco. Perché parlò di “epifania?”. In che modo il “divino” le si era manifestato?. Possiamo provare a rintracciarne la motivazione attraverso una piccola digressione storica.

L’Argentina era in ginocchio da tempo, affossata dalla corruzione politica e dal malessere economico e sociale. Perón, circa sei mesi prima dell’incontro con Eva, avrebbe contribuito al golpe militare che destituì il potere di Castillo e acquistò velocemente credito, soprattutto tra i lavoratori. La speranza in un futuro migliore aveva acceso focolai spontanei di gruppi in stato nascente, che confluivano sempre più numerosi a manifestare per le vie di Buenos Aires.

Anche Evita, da sempre vicina ai poveri, agli oppressi, sentiva prepotente dentro di sé la trasformazione sociale in atto. Doveva solo identificare il grande progetto in cui convogliare e concretizzare la sua sconfinata energia. E lo trovò la sera in cui incontrò Perón. Eva avvertì con tutto il suo essere un’affinità profonda, sentì che lui era il suo “destino”. Lui era la sua svolta e Perón sarebbe stato l’uomo della sua vita, ma anche il capo carismatico che avrebbe saputo guidare l’Argentina verso un futuro più equo e democratico.

Che cosa porterà il vento?

Prima di capodanno…

Che cosa porterà il vento stanotte?
La pioggia, la neve o una lettera?
Una lettera di chi? Una lettera buona o cattiva?
Tutto, anche il silenzio stesso
ha qualcosa da tacere.
Però tutto, anche l’inesprimibile,
finirà per dire la gelosia.

Vladimìr Holan

È sempre così tra Santo Stefano e Capodanno: proviamo il sentimento espresso dal poeta ceco Vladimír Holan (1905 -1980).

In questi giorni, come sospesi tra una festa e l’altra, ci si domanda cosa porterà l’anno nuovo, e questo 2021 che sta per arrivare incarna tutte le nostre speranze.

Mi auguro che cancelli l’orribile 2020 della pandemia, che porti la prosperità che nella storia, generalmente, è sopravvenuta dopo le grandi pestilenze.

Che sia per tutti noi un Anno di rinascita e di speranza e che si possa ritornare nuovamente a vivere senza timore… un Anno colmo di calorosi e delicati abbracci .

Buon 2021!

paola

Un Natale diverso… ma da festeggiare lo stesso!

Il 2020 è stato un anno difficile per tutti e al tempo stesso duro da dimenticare. Ma noi, sebbene le ristrettezze a cui siamo costretti, non possiamo non festeggiare il Natale, anche se in lontananza.

Il Natale è per sempre, non soltanto per un giorno, l’amare, il condividere, il dare, non sono da mettere da parte come i campanellini, le luci e i fili d’argento in qualche scatola su uno scaffale.

Il bene che fai per gli altri è bene che fai a te stesso.

Auguro a coloro che seguono il mio blog serenità e soprattutto tanta salute…

Buon Natale!

Paola

Valori femminili da riconquistare…

Non c’è bisogno di dati, studi, statistiche: basta che ciascuna di noi immagini quale sarebbe stata la sua condizione se – con la stessa situazione familiare, lo stesso luogo geografico di nascita, le stesse caratteristiche di censo, aspetto, salute – fosse nata centocinquanta o anche cento anni fa, per capire che il Novecento è stato davvero il secolo della svolta femminile.

In Italia in modo particolare. Partite in ritardo rispetto alle sorelle del Nord Europa, in questo non lungo lasso di tempo le donne italiane hanno impresso un cambiamento significativo alle loro esistenze e insieme alla storia del paese. Con un’accelerazione sorprendente quando, dopo la Seconda guerra, le protagoniste della prima generazione femminile della scolarizzazione di massa, quelle ragazze combattive e colorate che ormai sono nonne, hanno dato vita a un movimento multiforme e variegato capace di smuovere ruoli sociali, posizioni economiche, leggi scritte e regole non scritte.

Ma la battaglia era vinta definitivamente, la necessità di lotta soltanto una continuazione del cammino intrapreso? Il Ventunesimo secolo, prima discretamente poi sempre più violentemente, ha dimostrato che le cose non stavano davvero così. 

Vecchi fantasmi, vecchie figure di un’iconografia tratta dal feuilleton di ricordi sgradevoli e confusi – les filles de joie, le cortigiane, le donne del capo – hanno occupato l’immaginario italiano oscurando la silhouette svelta fattiva e imperfetta della donna comune, la working girl – sempre working, anche sul fronte domestico – che tutti i giorni si alza mescolando il suo carico di preoccupazioni al suo impegno di dignità e autonomia.

Colpisce la riflessione che una giovane e significativa scrittrice italiana, Michela Murgia, affida alle pagine di «Parola di donna», un lessico di cento lemmi declinati al femminile da altrettante autrici raccolti da Ritanna Armeni. « Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era più raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni Ottanta l’eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era già attenuata, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore; la mia generazione intanto cresceva altrove, in un’altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. Da un lato beneficiavo di cose ottenute da altre, ma quella mediazione non aveva trasportato il suo senso fino a me».

È vero: le cose sono andate più o meno così. Con quella smemoratezza storica insita nel corso delle generazioni molte ragazze dell’epoca del wonderbra hanno guardato con distaccata ironia, come a relitti di una preistoria folcloristica, le ragazze che un tempo bruciavano i reggiseni, nell’illusione che quella condizione di opportunità sociali e esistenziali e di rispetto della quale ormai godevano fosse un dato di natura e non il risultato di complicate e faticose contrattazioni. E senza rendersi conto che la fioritura di valore femminile nata negli anni Settanta ha continuato a infondere energia e a dinamizzare la società e la storia contemporanea. 
Ma le donne in piazza oggi – e anche chi ha dissentito, chi ha consapevolmente opposto un altro pensiero e un’altra scelta – non sono né possono essere una riedizione, un remake, una icona di nostalgia, quel movimento guerriero di quarant’anni fa non può che essere un riferimento storico.

“Gli Inganni di Pandora” di Eva Cantarella: le origini delle discriminazioni femminile nell’antica Grecia.

Un incontro con la scrittrice

Ripetiamo spesso che all’ antica Grecia, di cui amiamo definirci eredi, dobbiamo tutto. La cultura, l’ idea di democrazia, la storiografia, la filosofia, la scienza, il teatro Lungo elenco a cui Eva Cantarella – grecista e giurista – aggiunge anche alcuni aspetti, “legati al loro modo di intendere il rapporto tra generi”.

Eva Cantarella

Professoressa, il libro s’ intitola “Gli inganni di Pandora”. Era la Eva dei greci?

In realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.n realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.

Socrate

Il risultato è la prima donna.

Che era “un male così bello” – kalon kakon, come la definisce Esiodo – da renderla inevitabilmente “un inganno al quale non si sfugge”. E infatti gli uomini cominciano a conoscere l’infelicità, perché Pandora – spinta dalla curiosità che da allora “è femmina” – apre il famoso vaso che contiene tutte le calamità del mondo. Sul fondo rimane solo Elpis, la speranza. Dopo l’arrivo di Pandora, all’umanità non resta che quella.

Il libro parte dal racconto mitico ma poi passa al pensiero logico, che però è ugualmente scoraggiante.

Pandora e il vaso

Quindi si basano sul sangue mestruale. C’è chi dice che ne hanno troppo, dato che lo espellono con le mestruazioni, e chi pensa invece che proprio per questo ne abbiano meno degli uomini. La cosa su cui tutti erano d’accordo è che nei corpi femminili il sangue iniziava ad accumularsi nell’utero con la pubertà, all’arrivo della quale le ragazze dovevano assolutamente sposarsi. Se non lo facevano il sangue, non trovando una via di uscita, provocava sintomi simili a quelli dell’epilessia.

Platone

Platone, nel Timeo , parla dell’utero come di un organo “vagante”. Ce lo spiega?

Lo dicono in molti, e ci crede anche Platone. Ma Platone aveva un rapporto speciale con le donne. Per gli uomini greci era abituale avere rapporti amorosi e sessuali anche con altri uomini: il rapporto “pederastico”, con un ragazzo tra i 13 ei 17 anni circa, era parte integrante della formazione del cittadino greco. Nel corso della loro vita quindi essi avevano sia rapporti che noi chiameremmo omosessuali sia rapporti etero (parole che peraltro contestualizzate in Grecia non hanno alcun senso).

Eva Cantarella

Ma a Platone le donne non interessavano minimamente e a dir la verità ne aveva un’opinione tutt’ altro che lusinghiera. Come dimostra, ad esempio, la sua celebre teoria sulla reincarnazione, secondo la quale al momento della morte, coloro che avevano vissuto bene, sarebbero tornati all’ astro dal quale erano discesi. Ma quelli che avevano vissuto male “sarebbero trapassati in natura di donna; e se neppure allora avesse smesso la loro malvagità, si sarebbero tramutati ogni volta in qualche natura ferina, a seconda delle cattive inclinazioni che si fossero ingenerate in lui” (Timeo, 42, b-c).

Ma torniamo all’utero vagante, da cui eravamo partiti . Secondo gli ippocratici se il sangue restava troppo a lungo nell’utero senza poter raggiungere la vagina (nelle giovani vedove, ad esempio, o per lontananza dei mariti) poteva accadere che andasse alla ricerca di organi più umidi, in altre parti del corpo come il cuore o i polmoni.

Oreste viene processato per l’uccisione della madre.

Ma viene assolto. Nell’Orestea di Eschilo (la tragedia che vieta la vendetta, segnando la nascita del diritto), il primo tribunale ateniese, creato da Atena per giudicare Oreste, lo assolve perché “non è la madre la genitrice, ma il padre”. Un’opinione evidentemente condivisa dalla maggioranza degli ateniesi.

Eschilo

I greci avevano perfino dubbi sul fatto che le donne contribuissero a fare i figli!

Aristotele però ammetteva che avessero un ruolo. Secondo lui il sangue era il cibo che, se non espulso dall’ organismo, veniva elaborato dal calore corporeo. Ma la donna, avendo un calore corporeo minore, non poteva compiere l’ultima trasformazione, grazie alla quale, negli uomini, il sangue diventava sperma. E dato che la riproduzione aveva luogo quando il seme maschile “cuoceva” il residuo femminile, il contributo femminile era quello passivo della materia.

Viviamo il tempo della fluidità: la Mattel mette sul mercato una Barbie che può essere maschio o femmina. Che ne pensa?

Intanto voglio dire che esistono anche le situazioni intermedie, che sono naturali e non mostruosità. Però trovo pericoloso responsabilizzare bambini piccoli rispetto a questioni esistenziali così importanti.

Sono passati millenni, ma certi retaggi restano: qual è il peggiore?

Quelli legati alla cura e alla maternità, il concetto di proprietà della donna che sta alla base dei femminicidi. E poi il fatto che le donne che non vogliono figli si devono giustificare: è uno stigma sociale che trovo insopportabile.

Leggendo Gli inganni di Pandora si ha spesso l’impressione che, in parte, la società contemporanea sia uno stampo quasi fedele di quella classica, in cui il mito di allora fa eco ai moderni pregiudizi e populismi che attraversano il cosiddetto mondo civile odierno contro cui l’opposizione del sapere è l’unica arma possibile.

Donna

MULHER

Na tua existencia, o incanto de ser,
a vida, sua estoria,
marcada do desejo de ser
simplismente mulher!
no teu corpo levas
como ninguem mais,
o segredo da vida!
Na sua estoria,
a marca da indiferença,
da discriminaçao, da opressao…
em ti o amor mais bonito,
a beleza transparente,
o carinho mais puro
que me faz homem!

§

Nel tuo esserci l’incanto dell’essere,
La vita, tua storia,
segnata dal desiderio d’essere
semplicemente donna!
Nel tuo corpo ti porti,
come nessun altro,
il segreto della vita!
Nella tua storia
la macchia dell’indifferenza,
della discriminazione, dell’oppressione…
in te l’amore più bello,
la bellezza più trasparente,
l’affetto più puro
che mi fa uomo!

ELIOMAR RIBEIRO DE SOUZA

Il primo “Black Friday” della storia!

Se sapessimo quale è stato il primo Black Friday della storia, forse ci sentiremmo un po’ a disagio nell’utilizzare questo nome per indicare il trionfo del consumismo, la corsa agli sconti e al regalo, ennesima abitudine importata insieme a tante altre (forse non troppo necessarie) dagli Stati Uniti.

Il primo Black Friday della storia è stato a Londra, il 18 novembre 1910. Sì, ci furono anche in quell’occasione delle corse ma non per comprare regali, bensì per salvarsi dalla violenza.

Il parlamento inglese aveva promesso di promulgare una legge per accontentare (almeno in parte) le istanze delle suffragette che, riunitesi nella Women’s Social and Political Union, da tempo chiedevano a gran voce maggiori diritti alle donne, in particolare il diritto al voto. Ma il 18 novembre 1910 fu chiaro che per motivi politici questa legge non sarebbe mai passata.

Allora le suffragette scesero in piazza per una pacifica manifestazione di protesta: erano 300 e guidate da Emmeline Pankhurst, marciarono decise verso Westminster per presentare una petizione al parlamento.Al parlamento però non riuscirono ad arrivarci, perché furono bloccate dalla polizia e iniziarono sei ore di incubo. Invece di essere immediatamente arrestate, come capitava normalmente, subirono percosse, manganellate, spinte, botte. E anche palpeggiamenti, offese, umiliazioni e molestie sessuali.

Rosa May Billinnghurst, soprannominata la “suffragetta storpia”, per una sua grave disabilità che la costringeva su una sedia a rotelle, fu aggredita e umiliata da alcuni poliziotti che la trascinarono lontana dalla folla, la buttarono per terra e le rubarono le valvole delle ruote. Solo per il gusto di lasciarla sola, indifesa e immobile.

Furono picchiate signore anziane e giovani, senza distinzioni. Colpevoli semplicemente di essere donne e di non accettare quel ruolo di cittadine di serie B.

Due manifestanti morirono in seguito alle lesioni riportate. Altre 200 furono gravemente ferite. 115 suffragette furono arrestate, ma rilasciate l’indomani grazie all’intervento di Churchill, all’epoca ministro dell’interno.

Tuttavia il livello di violenza degli scontri si era ormai talmente alzato che le suffragette avevano paura, e dopo il Black Friday molte rinunciarono a scendere in piazza. Altre invece non si persero d’animo e continuarono a protestare. Organizzarono un servizio di guardie del corpo composto da 25 donne guidate da Edith Garrud, una suffragetta che aveva studiato arti marziali e aveva insegnato le tecniche di autodifesa alle altre attiviste.

In questo modo le “suffragette amazzoni”, così le ribattezzò la stampa, proteggevano le manifestanti dagli attacchi della polizia.

Ecco, quando parliamo di Black Friday, io vorrei pensare a queste donne coraggiose, alle suffragette e alle amazzoni, non ad Amazon…🦋

“Le grandi donne del cinema” di Marta Perego

Di donne (e non di femmine) nel mondo del cinema si è iniziato a parlare davvero solo l’anno scorso, come conseguenza dello scandalo delle molestie sessuali che ha visto al centro il più potente dei produttori di HollywoodHarvey Weinstein, e dell’esplosione del fenomeno #MeToo.

Poi, con il passare del tempo, come pretende la crudele legge del sistema mediatico, la questione è passata di moda, ora non è più d’attualità, e dunque l’interesse è scemato, non ne parla più nessuno, come se qualche post su Twitter e una manciata di discorsi strappalacrime alla notte degli Oscar fossero bastati a risolvere il problema.

Così, come di tutta evidenza, non è. Le donne, anche nel mondo del cinema, continuano ad essere discriminate: non tanto (o non solo) come oggetti di malinteso e del tutto indesiderato desiderio fisico, quanto piuttosto perché sono del tutto assenti praticamente da qualsiasi posizione di comando.

Questo, beninteso, accade in tutti i settori della vita pubblica: dalla politica all’economia, passando per la religione. Ma ciò non toglie che proprio nel contesto dell’arte, dove la sensibilità, la trascendenza, l’umanità dovrebbero regnare sovrane, uno status quo del genere assume una gravità ancora maggiore.

Questa è la brutta notizia.

Quella buona è che il mondo, dopotutto, sta cambiando. Nonostante la resistenza, la paura, addirittura l’aperta ostilità delle istituzioni e del potere costituito, le rivoluzioni epocali della società hanno la forza di un vento che non si può certo fermare con le mani (nemmeno se sono le mani del presidente del più grande studio di produzione).

E capita così che le donne, come già accadeva eccezionalmente un tempo, ma oggi con ancora maggior dirompenza, si stanno prendendo, dal basso, i posti che a loro spettano. Stanno lasciando un segno nella storia. Anche in quella piccola del mondo del cinema.

Ben venga, dunque, il tentativo riuscito di Marta Perego, che nel suo “Le grandi donne del cinema”raccoglie, racconta ed esalta le storie di trenta straordinarie star cinematografiche al femminile, da Audrey Hepburn ad Anna Magnani, da Kate Winslet a Jennifer Lawrence. Illuminandone non solo i ruoli che le hanno rese indimenticabili sul grande schermo ma anche gli aspetti meno conosciuti delle loro vite private: la loro grinta, il coraggio di esporsi, la forza di imporre la propria affermazione, il dolore di fronte alle avversità e la perseveranza nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Quello che ne esce è una favolosa collezione di ritratti, appunto, di donne e non di femmine, di vite a cui ispirarsi e non solo di sterili modelli di bellezza estetica. E, insieme, una fonte di speranza in un rinnovamento che sta già avvenendo, anche se fa meno rumore di un’inchiesta per molestie.

Come disse una volta Cate Blanchett all’autrice Perego“Sono felice che oggi ci siano così tante storie con protagoniste donne, quando ero io bambina i protagonisti erano tutti maschi. Chissà cosa sarei diventata se le storie fossero state diverse”.

E chissà cosa potranno diventare le attrici e le registe di domani!

Io e Simone, un incontro immaginario.

Seduta a un tavolino di legno scuro, Simone de Beauvoir mi aspetta dentro al Cafè de Flore, nel cuore del quartiere parigino di Saint Germain des Prés. È distratta da chissà quali pensieri, ma appena mi scorge sul marciapiede fuori dal locale, sfoggia un ampio sorriso da dietro la vetrata.


“Prendi un espresso anche tu? Ci porta due caffè, per favore”?
Dopo una stretta di mano molto calorosa, si risiede sulla panca di pelle rossa e comincia a seguire delicatamente con un dito la trama ruvida del legno. Entriamo subito in confidenza, come se ci conoscessimo da molti anni.
“Non sai quanti delle mie carte sono state scritti qui, io e Jean Paul eravamo clienti abituali di questo caffè. Oltre a offrirmi un porto sicuro dove scrivere è sempre stato una grande fonte di ispirazione per me: nulla ha mai stimolato di più la mia creatività che osservare le persone mentre non sanno di essere guardate”.

Anche le carte de ‘Il Secondo Sesso ”sono passate da qui?”
“Certo che sì. In questo bar, come in ogni luogo che ho attraversato, ho ritrovato il riflesso di una società profondamente misogina”.

“Ha avuto modo di scontrarsi con qualche figura che l’ha particolarmente ispirata a scrivere?”
“Guarda, ho scrutato, a volte di nascosto, a volte più esplicitamente, tantissime donne diverse e, ai miei occhi, nessuna era meno donna di altre. Diverse sì, ma non sono stata in grado d’istituire una gerarchia in quel senso. Mi sono invece resa conto, mi creda, con infinita amarezza, che nella concezione comune una donna che non fosse moglie, o ancor di più, che non fosse madre, era vista come una specie di femmina snaturata”.

“A cosa imputa questa situazione”?
“Credo sia dovuta al fatto che si è instaurata sotto la nostra pelle questo apparentemente inscalfibile determinismo biologico applicato ai ruoli sociali. Io non nego che esistano differenze tra i due sessi nella società in cui viviamo, ma le cause della condizione femminile nel mondo di oggi credo vadano ricercate nella nostra cultura; la natura c’entra ben poco”.

Ha un’eleganza nel mettere le parole una dietro l’altra che farebbe rimanere a bocca aperta chiunque: cura e spontaneità così perfettamente calibrate da non lasciare spazio ad alcuna replica.

“Oltre ad aver scritto dei romanzi indimenticabili, so che è stata in prima linea nella lotta per la parità di genere. Guardando la società attuale, quanto a suo parere è stato fatto e quanto ancora c’è da fare”?
“Sarebbe sciocco negare che si sono fatti dei passi avanti, basti pensare che fino agli anni ’70 del secolo scorso, nella stragrande maggioranza dei Paesi europei, l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale e perseguibile penalmente. Fondando ‘Choisir: la cause des femmes’ puntavamo a sopprimere le leggi anti-aborto e anti-contraccezioni e, nel frattempo, a difendere e assistere gratuitamente tutte le donne trascinate in tribunale con l’accusa di aborto o complicità con esso. Dal punto di vista giuridico c’è ancora da fare, ma abbiamo vinto tantissime battaglie”.

La letteratura ė sempre più Donna!

Quest’anno, per la sedicesima volta nella Storia, il premio Nobel per la Letteratura è stato assegnato a una donna, Louise Glück. Si tratta senz’altro di un importante riconoscimento al valore dell’opera di questa poetessa, ma è anche un chiaro segnale che le cose stanno cambiando in un mondo storicamente maschilista come quello dell’editoria. La letteratura, oggi, è sempre più donna.

In questo articolo ho voluto rendere omaggio alle preferite fra le protagoniste – reali e immaginarie – del panorama letterario di ieri e oggi: un’occasione per (ri)scoprire donne straordinarie che hanno dato il loro contributo alla letteratura.

Elizabeth Siddal

I suoi lunghi capelli rossi sono passati alla storia, impressi per sempre nelle tele dei più grandi artisti preraffaeliti come Gabriel Dante Rossetti e John Everret Millais. Ma Elizabeth Siddal è stata molto più di un bel volto da dipingere, molto più di una musa ispiratrice. Non tutti sanno infatti che Elizabeth stessa era una pittrice e soprattutto una poetessa sensibile e malinconica e che tenne segreta questa sua predisposizione alla scrittura per molto tempo.

Elizabeth Siddal ritratta da Gabriel Dante Rossetti in Regina Cordium (1860).

Una donna forte di spirito, purtroppo cagionevole di salute, che dedicò tutta la sua breve vita all’Arte, anche se ostacolata dai famigliari, troppo poveri per darle un’educazione scolastica (con l’aggravante che era pure una donna). Ancora più mirabili sono quindi i suoi componenti, dettati da una passione cupa. Poesie impregnate di tristezza, morte, ma anche amore e per questo di vita.

Sally Rooney

Considerata da molti una delle voci più autorevoli della generazione Millennials, l’irlandese Sally Rooney è senz’altro tra le penne più interessanti emerse negli ultimi anni. La scrittrice, nemmeno trentenne, ha già dimostrato la maturità necessaria per tracciare nei suoi romanzi una sorta di “educazione sentimentale” della sua generazione, con uno stile asciutto e solo apparentemente semplice.

Sally Rooney. Da: theguardian.com

Una figura come quella Sally Rooney è una boccata d’ossigeno nel panorama letterario contemporaneo perché ha reso giustizia a due categorie che troppo spesso non hanno ancora la possibilità di far sentire davvero la loro voce: le donne e i giovani.