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Verso il 2022…

La farfalla non conta mesi ma momenti, e ha tempo a sufficienza”.
(Rabindranath Tagore)

Il tempo è quella nostra categoria mentale con cui organizziamo l’incedere della nostra vita, ed essendo appunto nostro, abbiamo tutto il potere di renderlo sufficiente…  

Nel giungere alla fine di un altro anno di sfide, auguri a voi per un inizio lieto!

Paola

Buon Natale 2021 🎄🎄🎄

Auguri a chi non si lascia sopraffare dall’amarezza
se la vita gli nega ciò a cui più tiene.
Auguri a chi balla da solo in casa,
a chi saluta il cielo con un sorriso…
perché la gentilezza e la tenerezza
donano luce all’esistenza.

Buon Natale alle amiche e amici che seguono il mio blog ovunque Voi siate.

Paola

Iwona Lifsches 🎨

Il “vagone rosa” una buona idea che non risolve il problema.

Vagone per sole donne!

Dopo uno stupro accaduto sul treno Trenord 12085 tra Milano e Varese, migliaia di donne e non solo hanno sottoscritto una petizione online per chiedere a Trenord la creazione di vagoni per sole donne, allo scopo di essere più sicure durante il viaggio. Ricordano un po’ i paesi nei quali queste carrozze per sole donne esistono già: India, Brasile, Egitto, Malesia, Giappone.. In Giappone, ad esempio, dove il servizio è in uso, nel solo 2017 i file della polizia riportavano 1.750 casi.  

«Con questa petizione chiediamo a Trenord di dedicare, su tutte le sue linee, la carrozza di testa alle donne. In questo modo, a qualsiasi ora, si potrà viaggiare sicure», così si legge nella petizione.

Chiunque, come la scrivente, sia stato pendolare in linee suburbane, conosce bene la prateria d’impunità, con il buio e pochi passeggeri a bordo, che vige su questi mezzi. Convogli dove il controllore – o la ‘controllora’, passatemi il termine, perché sono molte le donne che ricoprono questo ruolo – spesso e proprio negli orari di minor flusso nemmeno si presenta, forse anche per timore delle conseguenze di eventuali incontri difficili da gestire.

E allora, pur rispettando il desiderio più che lecito delle donne di essere sicure nel loro viaggiare in treno, non credo che il “vagone rosa” sia una soluzione per aumentare la loro sicurezza. E non lo penso solo io: per esempio, l’associazione D.i.Re – “Donne in Rete contro la violenza”, che riunisce 84 organizzazioni antiviolenza in Italia, si è espressa nello stesso modo.

Rimane il fatto, pur accogliendo alla lettera la proposta della petizione, che ciò non renderebbe sicure né le stazioni, né le strade che le donne percorrono per prendere il treno o una volta che ne siano scese. In più, la ghettizzazione renderebbe immediatamente visualizzabile l’obiettivo per uno stupratore, che può rendersi più facilmente conto di quante donne stanno viaggiando e scegliere comodamente il suo “obiettivo”, una volta scese dal treno.

E di fronte a questa eventualità, la soluzione pratica la conosciamo: militarizzare ogni percorso pubblico notturno, ben oltre il limite del tragitto ferroviario. Soluzione che tra l’altro nessuno dei paesi dove i vagoni per donne esistono già – India, Brasile, Egitto, Malesia, Giappone – ha adottato, e che, va detto espressamente, da questo provvedimento non hanno certo migliorato la loro situazione in termini di numero di stupri o sensibilità verso la violenza sulle donne in genere.

Quindi? Quindi io – e non solo io – credo che lo stupro sia un problema sociale, e che vada affrontato socialmente; e che proprio per questo una “soluzione immediata” non esista. La cultura dello stupro esiste da secoli, e nessuna soluzione “nell’immediato” ha senso.

Sì, qualcosa per migliorare la sicurezza sul treno certo che si può fare, accogliendo le richieste della petizione: ma proprio perché si tratta di un problema comunque da risolvere sul lungo termine, eviterei soluzioni fortemente simboliche che rinforzano il problema, invece, di mettersi sulla strada per risolverlo.

Inoltre il “vagone rosa” avrebbe un effetto peggiorativo sulla violenza verso le donne, perché segregare le potenziali vittime in maniera così evidente è un chiaro messaggio anche verso i potenziali stupratori, anzi verso tutti gli uomini; vuol dire che tutti quelli fuori da quei vagoni sono potenziali stupratori.

Ciò significa arrendersi di fronte al problema, dire pubblicamente “non possiamo agire sul problema degli stupri, possiamo solo segregare per un po’ le potenziali vittime”. Sarebbe la società stessa a trasmettere il messaggio che gli uomini sono tutti potenziali colpevoli, e che siccome sono troppi, invece di agire su di loro, agiamo sulle potenziali vittime.

Emily Dickinson e quel suo vestirsi di bianco!

Nasceva oggi, il 10 dicembre 1830, la poetessa Emily Dickinson, una delle figure letterarie più enigmatiche di fine Ottocento. Molte le leggende e i racconti fioriti sul suo conto, ma la sua vera biografia resta un mistero.

Il nome di Emily Dickinson si associa inevitabilmente alla Poesia. Emily Dickinson la poetessa, non potrebbe essere nient’altro. È uno di quei rari casi in cui l’identità della persona e il suo mestiere formano un tutt’uno. Del resto Emily Dickinson consacrò la sua stessa vita alla vocazione letteraria: a partire dall’età di ventitré anni sino alla fine dei suoi giorni visse reclusa nella sua casa di Amherst, in Massachussets, e non fece altro che scrivere. Compose oltre tremilacinquecento poesie, quasi tutte pubblicate dopo la sua morte. Infatti fu solo dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1886, che la grandezza della poesia di Emily Dickinson fu scoperta e apprezzata.

La famiglia e gli amici più stretti ignoravano l’attività segreta di Emily, le splendide poesie che componeva in silenzio rinchiusa tra le mura della sua stanza, come una monaca o una prigioniera. Il suo talento si era rivelato a tratti nelle lunghe lettere che Emily Dickinson scriveva, piene di particolari affascinanti, fatte della sostanza stessa della poesia.

La vita di Emily Dickinson è ancora un mistero per i suoi biografi. Nessuno riesce tuttora a spiegarsi il perché una giovane ragazza di ventitré anni avesse scelto di ritirarsi del tutto dalla scena pubblica e vivere rinchiusa tra le mura della casa paterna, vestita di bianco, utilizzando la scrittura come unica porta di accesso verso il mondo. È stato appurato che la Dickinson non soffrisse di alcuna infermità fisica né di alcuna malattia invalidante. Il motivo della sua segregazione rimane dunque un mistero, solo Emily Dickinson ne custodisce la chiave, forse nascosta nel cuore pulsante delle sue poesie.

La scelta inusuale della Dickinson ha tuttavia alimentato una serie di leggende sulla sua figura; ancora oggi si associa il suo abito bianco a una veste virginale, chiaro rimando a quella indossata dalle novizie prima di entrare in convento. Ma nella realtà Emily Dickinson ebbe molti amori, forse tutti platonici, passioni di penna che ha trasfuso mirabilmente nelle sue poesie e nelle lettere infuocate che inviava agli amati destinatari.

Emily Elizabeth Dickinson nacque il 10 dicembre 1830 ad Amherst, nel Massachussets, figlia dello stimato avvocato Edward Dickinson, che sarebbe diventato membro del Congresso degli Stati Uniti.
In virtù delle sue origini, la Dickinson ricevette un’ottima educazione: frequentò la Amherst Academy e poi le scuole superiori di South Haley. In seguito venne ritirata dalla scuola dal padre, per motivi che appaiono ancora ignoti. Emily proseguì quindi gli studi da autodidatta, guidata da un precettore, Benjamin Newton, che le impartiva lezioni ogni giorno da casa. Dall’età di ventitré anni Emily Dickinson scelse di ritirarsi dalla vita pubblica. Per tutto il corso della sua esistenza si allontanò dalla casa di Amherst solo per qualche raro viaggio che le avrebbe permesso di conoscere persone fondamentali per la sua vita. Tra queste il reverendo Charles Wadsworth, un uomo sposato, a cui la Dickinson dedicherà versi pieni di passione; e il celebre filosofo americano Ralph Waldo Emerson che svolse un ruolo cardine nella sua formazione culturale.

Il 1860 è l’anno più prolifico per la composizione poetica di Emily Dickinson. La poetessa scrisse oltre quattrocento poesie, alcune delle quali (sei in tutto) furono pubblicate sullo Spingfield Daily giornale redatto da Samuel Bowles, intimo amico della Dickinson, per il quale la poetessa covava una segreta passione.

In quegli anni Emily iniziò ad essere consapevole del proprio talento e cominciò a raccogliere le proprie poesie in fascicoletti, sperando di vederle un giorno pubblicate. Sarà il colonnello Thomas W. Higginson, con il quale aveva avviato una fitta corrispondenza, a dissuaderla dall’intento.
Higginson rimase impressionato dai versi della giovane poetessa, ma al contempo vi avvertì una forza segreta, una fierezza irriducibile, che gli fece quasi paura. Consigliò a Emily di non pubblicare più i suoi versi, perché la società non li avrebbe capiti. La voce della Dickinson appariva dissonante, diversa da tutto quanto era stato scritto sino ad allora e in conflitto con gli ideali romantici dell’epoca.

Non sapendo quando l’alba possa venire
lascio aperta ogni porta,
che abbia ali come un uccello
oppure onde, come spiaggia.

La poetessa dunque accettò il consiglio di Higginson e decise di fare a meno della pubblicazione. Continuò a coltivare la vocazione poetica nel segreto della sua stanza, come un peccato solitario al quale non sapeva rinunciare.

Hedy Lamar, da diva a inventrice del Wi-Fi.

Hollywood, anno 1932, appena diciottenne la giovane attrice Hedwig Eva Maria Kiesler, meglio nota come Hedy Lamarr, fu costretta a lasciare la sua patria, l’Austria, per fuggire dalle violenze perpetrate dal regime nazista. Nella patria del cinema la giovane si fece subito notare per il suo fascino e gli ingaggi non tardarono ad arrivare. Hedy Lamarr si ritrovò a recitare a fianco di grandi attori come Clark Gable, Judy Garland e molti altri. Ma il ruolo più importante della sua vita Kiesler lo “interpretò” nella storia della scienza, diventando l’inventrice della tecnologia che è alla base delle moderne reti wireless. 

Facciamo allora un salto indietro nel tempo, negli USA degli anni ‘30, per conoscere la storia di questa donna straordinaria che ha contribuito a cambiare per sempre il mondo digitale e delle telecomunicazioni. 

Hedwig Eva Maria Kiesler, nasce a Vienna nel 1914. All’età di soli 18 anni la giovane che aveva da poco intrapreso la carriera da attrice fu costretta a fuggire oltreoceano per scappare dalle persecuzioni del nazismo nella propria terra natale. Un fatto purtroppo quasi “normale” per l’epoca dei regimi totalitari europei, che accomuna le storie di tantissime persone vissute in quegli anni. Lasciò la sua patria, la famiglia e tutte le sicurezze “di casa” per dirigersi verso la California, verso il “sogno americano”.

Giunta a Hollywood, l’attrice decise di continuare la carriera che aveva intrapreso in patria, abbandonando così definitivamente gli studi di ingegneria a cui, in un primo tempo, si era dedicata. 

Ha scandalizzato il mondo intero, quando aveva 19 anni, per essere stato il primo nudo e il primo orgasmo della storia del cinema nel film “Exstasi”. Era considerata “la donna più bella del mondo”, ma nonostante i sei mariti e i numerosi amanti, tra cui il presidente USA JF Kennedy, non si sentì mai veramente amata.

In una lettera alla madre scriveva:“Un uomo non cerca mai in una donna cosa ci sia oltre l’apparenza, non prova a grattare la superficie. Se lo facesse potrebbe scoprire qualcosa di ben più bello della forma di un naso o del colore di un occhio”.

Anche come attrice si sentiva sottovalutata, usata solo per la sua avvenenza o come oggetto erotico in film scadenti come, “L’animale femmina”, “Un’americana nella Casbah” per dirne solo due.

Si consolava, tra un film e l’altro, con le sue invenzioni: un semaforo, una scatola per i kleenex, un progetto per migliorare l’aerodinamica delle ali di un aereo per aumentarne la velocità, un tubetto per il rossetto e cosí via…

Con lo scoppio del Secondo Conflitto mondiale, la comunità austriaca di Los Angeles decise di mobilitarsi contro il nazismo. Hedy Lamarr, date le sue origini, si sentì personalmente coinvolta in questa iniziativa e iniziò dunque a interrogarsi su come poter dare il proprio contributo alla sconfitta del nemico.

Fu particolarmente scioccata dalla notizia dell’affondamento, da parte delle forze di Hitler, di una nave di bambini orfani.

Da qui le venne l’idea di mettere a punto un sistema per evitare che i siluri delle forze alleate fossero intercettati dal nemico. Tornarono così alla mente di Lamarr le nozioni apprese durante gli studi di ingegneria, e la passione per la scienza e per il progresso tecnologico ricominciarono a occupare un posto centrale nella sua vita. Lamarr iniziò a escogitare un modo per distribuire il segnale di guida dei siluri su più frequenze per proteggere gli ordigni dalle interferenze generate dal nemico, Un’idea apparentemente “semplice” ma estremamente geniale.

Grazie all’incontro fortuito con George Antheil, compositore francese che da tempo studiava il controllo automatizzato delle pianole, l’attrice riuscì a dare forma e concretezza ai suoi progetti. In un primo momento Antheil fu molto colpito soprattutto dal fascino di Lamarr: “le mie pupille sembravano scoppiare, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Davanti a me c’era indubbiamente la donna più bella della terra. La maggior parte delle dive dello schermo non appaiono così belle quando le vedi in carne e ossa. Ma questa era infinitamente più bella che sullo schermo” (George Antheil a Bad Boy of Music).

Con l’approfondimento della conoscenza, il compositore si rese presto conto delle eccelse qualità tecniche e intellettuali della bellissima Lamarr. I due si misero al lavoro con l’obiettivo di trovare un modo di teleguidare a distanza gli ordigni bellici in modo sicuro da interferenze nemiche.

Il 10 giugno 1941 Hedy Lamarr e George Antheil presentarono all’ufficio brevetti americano il loro primo progetto, il Secret Communication System: un sistema basato su 88 frequenze, corrispondenti al numero dei tasti del pianoforte. Il sistema utilizzava rulli di carta perforati che ruotando in sincronia, trasmettevano e ricevevano frequenze sempre diverse, evitando così ogni tipo di intercettazione o disturbo.

L’11 agosto dell’anno successivo il brevetto venne loro concesso, ma l’installazione di tale sistema a bordo di un siluro fu ritenuta impraticabile. L’invenzione cadde nel vuoto. O almeno così sembrò in un primo momento. 

Nel 1985, quando la tutela brevettuale cessò di avere efficacia, la nuova tecnologia di Lamarr iniziò a diffondersi divenendo la base della moderna tecnologia telefonica applicata alle connessioni Wi-Fi e Bluetooth. 

Nel 2000 , poco prima della sua morte, Hedy Lamar ricevette un premio prestigioso come inventrice. La National Inventors Hall of Fame l’ha iscritta nel 2014 e le é stata dedicata la Giornata dell’Inventore.

La vita di Hedy Lamarr è un incentivo prezioso rivolto a tutte le donne appassionate dell’ambito STEM e non solo, a non trascurare mai le proprie passioni e ambizioni. Non esistono percorsi già tracciati o storie già scritte. Esiste solo la forza di volontà di cambiare le cose e il desiderio di mettersi in gioco.

Il passato non è un ostacolo per costruirsi il proprio futuro. Hedy Lamarr ci insegna che con coraggio, ambizione e determinazione, un’attrice può inventare il Wi-Fi e cambiare così per sempre la storia della tecnologia. 

La scelta di Anne: il film tratto dal romanzo biografico di Annie Ernaux.

La scelta di Anne” è un film diretto da Audrey Diwan, adattamento cinematografico del libro con il titolo L’evento di Annie Ernaux.

Il libro della scrittrice francese è stato pubblicato in Francia nel 2000, seguito dall’adattamento in italiano a cura dell’Orma editore, pubblicato solo 2 anni fa. La scrittrice nata nel 1940 racconta la sua esperienza autobiografica: si mette a nudo, di fronte ad un inaspettato evento. Quest’ultimo le cambierà la vita e la costringerà ad una scelta molto difficile.

La scrittrice poco più che trentenne, durante la sua carriera di insegnante liceale, deciderà di sposarsi. Pochi anni dopo fará parte del movimento femminista, e durante gli anni settanta scriverà articoli sulla rivista Le Monde.

La sua attività di stesura si tramuta in romanzi, dove decide di raccontare alcuni avvenimenti che le hanno segnato la vita. Tra le quali una notte di follia che la porterà ad una gravidanza indesiderata e inaspettata, che la condurranno nel difficile cammino dell’aborto clandestino.

Infatti nel 1963 quando da studentessa universitaria, scopre di aspettare un bambino non si dà pace.

Anne ha bisogno di non far nascere quella vita, ricorrere all’aborto in Francia era ancora illegale. Nessun dottore sembra voler mettere a rischio la propria carriera e la salute della paziente.

La sua vita è appesa a un filo, quando finalmente riuscirà a trovare una donna in grado di aiutarla in quest’impresa. Un film durissimo, potente, che lascia senza fiato, un vero pugno nello stomaco.

Una visione che non può lasciare indifferenti, e a testimoniare il suo successo il premio come miglior film alla 78a Mostra internazionale d’arte cinematografica a Venezia.

Quella di Anne sembra una vita divisa in due, nonostante l’umile vita riesce ad istruirsi, frequentando l’Università di Rouen. Il confronto tra due mondi completamente opposti, dove entra in contatto con persone di un rango più alto.

Sembra che la vita della giovane donna sia duplice, ciò è ben visibile anche nel film. Ostile spesso, fredda ma schietta e decisa nelle sue scelte. Sua madre, prima di lei aveva perso un bambino, lei decide di abortire. Sembra paradossale, ma è chiara l’intenzione della scrittrice di segnare una cesura, l’inizio di una nuova era, quella della libertà e della emancipazione femminile.

I suoi romanzi, però, sembrano seguire un filo ben preciso, si guarda all’interno, ci ritroverà un vero e proprio mondo, come ella stessa annuncia nel romanzo “Gli anni”.

L’emancipazione di una donna che non vuole rinunciare ai suoi sogni, un viaggio che l’autrice percorre a piccoli passi. Ma l’impatto è fortissimo, travolgente, stravolge il lettore lasciandolo inerte, di fronte la forza di una ragazza.

Annie narra i luoghi, le emozioni che prova; di un’esperienza dolorosa una testimonianza sotto forma di cronistoria, nella quale è autrice e protagonista allo stesso tempo.

Ella è costretta a fare i conti con una vita dentro di sé, non voluta, una libertà che è costretta a ricercare a tutti i costi, battendo addirittura la paura, quando la dottoressa le annuncia: “a suo rischio e pericolo”. La vergogna è complice della corazza con la quale la giovane si copre, la paura di essere giudicata.

Straziante è inoltre la ricerca di un dottore disposto ad aiutarla nell’interruzione, guidati da questioni etiche, morali ma in quegli anni soprattutto legali.

Un film in grado di scuotere gli animi e permettere una profonda riflessione, verso un tema più attuale che mai.

Annie Ernaux così scrive del film che narra l’esperienza da lei vissuta: “Uscendo dalla sala di proiezione di L’Événement, ero molto commossa, non ho avuto altro da dire a Audrey Diwan che queste parole: Hai fatto un film giusto… iI film non dimostra , non giudica, né tantomeno drammatizza. Segue Anne nella sua vita e nel suo mondo da studentessa, tra il momento in cui aspetta invano l’arrivo delle mestruazioni, e quello in cui la gravidanza è alle sue spalle, in cui l’evento ha avuto luogo.”

E, ancora, per Ernaux è giusto che il film racconti le pratiche alle quali le donne hanno fatto ricorso prima della legge Veil, che ha depenalizzato l’aborto in Francia nel ’75.

Le sequenze dell’aborto, pur ellittiche, sono sensoriali e immersive fino al limite del sopportabile.

Annie Ernaux e Audrey Diwan entrano nei dettagli perché sono i dettagli che uccidono.

Rachel Carson e la sua battaglia per l’ambiente.

Rachel Carson

«… la primavera ora non viene annunciata dal ritorno degli uccelli, e le prime mattine sono stranamente silenziose dove una volta erano piene della bellezza della canzone degli uccelli.»
Rachel Carson, Silent Spring

Rachel Carson è stata una figura straordinaria del XX secolo, donna carismatica, colta e intelligente, è riuscita a cambiare le sorti del mondo con la sola forza delle idee.

Nasce nel 1907 in Pennsylvania; è una biologa e zoologa statunitense, pietra miliare nella storia dell’ecologia. Sin da piccola ha l’immensa fortuna di vivere immersa nel verde, ed è grazie alla madre che sviluppa un profondo amore e un enorme rispetto per la natura. Sin dalla tenera età si dimostra un’accanita lettrice e scrittrice; già alle medie scrive sul giornalino della scuola storie aventi come protagonisti gli animali che ha modo di osservare perlustrando i 26 ettari della fattoria dei genitori. All’università studia biologia marina, laureandosi a pieni voti nel 1932.

Nel 1936, dopo aver dovuto abbandonare il dottorato per prendersi cura della madre ormai anziana e malata, viene assunta come biologa marina presso il Dipartimento Statunitense per la Pesca. È qui che per la prima volta esterna le sue grandissime doti di scrittrice, che le consentono di diventare in breve tempo la caporedattrice dell’intero dipartimento. Contemporaneamente inizia a scrivere su importanti riviste e, grazie alle sue brillanti doti, richiama l’attenzione di eminenti case editrici.

Nel 1941 pubblica il suo primo libro Under the sea wind, seguito dieci anni dopo da “The sea around us” (Il mare intorno a noi, Feltrinelli); dal quale viene tratto un documentario che vincerà il premio Oscar. Nel 1955 dà alle stampe il suo terzo libro, “The Edge of the Sea”, divenendo così una delle scrittrici più in voga negli Stati Uniti durante la metà de Novecento. Nel 1962 viene pubblicato il suo capolavoro per eccellenza: “Silent Spring “(Primavera silenziosaFeltrinelli).

Già gravemente malata di cancro durante la stesura di quest’ultimo libro, Rachel muore il 14 aprile 1964 a Silver Spring: 16 anni dopo verrà insignita della Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti.

Silent Spring è un libro di scienze ambientali, ritenuto il manifesto del movimento ambientalista moderno e descrive, con approfondite ricerche e analisi scientifiche, i danni irreversibili provocati dall’uso indiscriminato del DDT e dei pesticidi, tanto sull’ambiente che sugli esseri umani. Il libro è dedicato ad Albert Schweitzer ed è diventato nel giro di pochissimo tempo un vero e proprio best seller tradotto in ben 24 lingue.

Il titolo deriva dalla drammatica constatazione del maggior silenzio nei campi primaverili rispetto ai decenni precedenti. Questo silenzio era dovuto alla diminuzione del numero di uccelli canori a causa dell’utilizzo massiccio di fitofarmaci.

Lo scenario anticipato dal titolo è disarmante e il testo mostra come la natura possa venir devastata per mano dell’uomo. L’impulso per scrivere Silent Spring è stata una lettera che, nel gennaio 1958, le aveva scritto un’amica, nella quale raccontava della morte di un’ingente quantità di volatili intorno alla sua proprietà proprio per via dell’irrorazione di DDT usato per uccidere le zanzare.

Quest’opera non parla semplicemente dei danni prodotti dai pesticidi, ma affronta il problema molto più complesso del rapporto uomo-natura e mette in discussione l’idea di un progresso scientifico senza limiti, né vincoli: l’etica e l’empatia, per la scrittrice, sono qualità indispensabili e fondamentali in qualsiasi ambito.

In Silent Spring la Carson ha posto delle dure domande, ossia se gli uomini abbiano il diritto di controllare e dominare la natura e il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire e se è lecito distruggere la vita degli altri esseri viventi che popolano la Terra.

Con questo libro l’autrice lancia l’allarme sul fatto che l’ecosistema terrestre avrebbe presto raggiunto i suoi limiti di sostenibilità se non si fossero presi tempestivamente seri provvedimenti atti a contrastare l’uso indiscriminato di sostanze fortemente nocive.

Poiché la Carson era giunta alla conclusione che i fitofarmaci, attraverso la catena alimentare, avvelenano animali e uomini, l’industria chimica americana, vedendo lesi i propri interessi economici, decide di accusarla di essere una donna isterica, sensibile, non professionale e addirittura comunista. Viene così intrapresa una terribile campagna denigratoria nei suoi confronti.

Il libro riuscì tuttavia a far maturare una forte consapevolezza nell’opinione pubblica statunitense circa i pericoli dell’inquinamento ambientale, ispirando la nascita del movimento ambientalista, che ha portato alla creazione dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente. È riconosciuto come il testo ambientale che “ha cambiato il mondo” e ha catturato l’attenzione del presidente Kennedy.


Un decennio dopo, si sono vinte due straordinarie battaglie, salvando uccelli e altri animali selvatici dall’estinzione: l’EPA nel1972 ha bandito il DDT negli Stati Uniti e, successivamente, è stata approvata la legge sulle specie in via di estinzione.

Molti critici affermarono che la Carson aspirasse all’eliminazione di tutti i pesticidi, ma in realtà non stava chiedendo la messa al bando dei fitofarmaci utili, ma ne stava incoraggiando un uso responsabile, poiché era fortemente contraria alla spietatezza del progresso così come lo intendevano le grandi industrie, mentre era favorevole a una scienza etica di cui si sentiva parte.

Per onorare i sacrifici e il lavoro svolto da Rachel, l’ex-vicepresidente americano Al Gore, nel 1992 ha scritto una splendida prefazione all’edizione del trentennale di Silent Spring.

Più riusciamo a focalizzare la nostra attenzione sulle meraviglie e le realtà dell’universo attorno a noi, meno dovremmo trovare gusto nel distruggerlo” Rachel Carson

Maria Bellonci, l’ideatrice del Premio Strega.

Due vite si intrecciano, insidiandosi reciprocamente nella lunga esistenza di Maria Bellonci: quella della scrittrice e quella della patronne del Premio Strega. Maria Villavecchia nasce a Roma all’inizio del secolo da una famiglia piemontese. Per le monache di Trinità dei Monti, è un’alunna brava, ma difficile. Finiti gli studi classici, la ragazza che a scuola si ribellava ai lavori di cucito, si fidanza con Goffredo Bellonci, un giornalista colto, in grado di starle a fianco e di guidarla. Si sposano nel 1928. La sposa in raso bianco ha quattro veli di strascico. «Ero molto carina? Mi pare di sì. Snellissima, bruna, con vitino». Eppure, anche in quelle foto i lineamenti forti di Maria non sembrano mai belli.

Scrittrice di romanzi storici, meticolosa nella ricerca documentaria così come nella costruzione di ogni singola frase, Maria Villavecchia in Bellonci ha concepito nel 1947 uno dei premi letterari più rilevanti del nostro Paese, lo Strega, termometro dell’ambiente culturale e dei gusti dei lettori italiani, nonché motore delle vendite dei libri. E l’ha fatto per promuovere una ricostruzione, personale e collettiva, nell’Italia martoriata dal secondo conflitto mondiale.

Nel 1944, in una Roma appena liberata dall’occupazione, la scrittrice, insieme al marito Goffredo, giornalista e critico letterario, aveva ideato le sue domeniche, “partendo dall’idea di radunarsi come per una festa”. Più che di un salotto letterario, all’inizio si trattava di informali riunioni settimanali nella casa dei coniugi Bellonci in Viale Liegi. Il primo appuntamento si tenne l’11 di giugno. Fu un vero e proprio avvenimento e Maria Bellonci – come racconta nel saggio che ripercorre quell’epoca, Come un racconto. Gli anni del Premio Strega, aveva segnato la data sulle pagine del suo taccuino, accanto alle liste degli invitati, destinati ad aumentare in maniera vertiginosa.

Nelle annotazioni della padrona di casa, che investiva questi incontri di grande valore, i nomi di amici e familiari si mescolavano a quelli di scrittori, artisti e letterati. “[Era] il tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione”, ricorda Bellonci, un’alleanza basata sull’esercizio dell’intelligenza. La domenica pomeriggio si parlava dell’Italia ritrovata, di politica, di letteratura e si mangiavano le torte che la scrittrice preparava all’alba, perché il gas dopo le sette non riscaldava abbastanza il forno.

Nel salotto della casa di Maria e Goffredo Bellonci: Maria Bellonci, Aldo Palazzeschi, Alba de Céspedes, Anna Proclemer, Paola Masino, Libero Bigiaretti e Vitaliano Brancati

Maria Bellonci pensava che in quel “tempo di pericolo”, come aveva battezzato il fragile dopoguerra, la letteratura fosse un luogo riparato e luminoso dove stare e dopo tre anni desiderava sperimentare quella democrazia ancora in nuce nello spazio, per quanto circoscritto, dei libri, creando un premio. Ne discusse con Goffredo che le rispose “con occhi lucenti di approvazione”. “[L’idea] era nata da me, da me a paragone con gli altri, dalla nuova coscienza sorta nei tempi tanto incisivi della Resistenza durante i quali avevo imparato che gli uomini esistono gli uni per gli altri e che gli scrittori non fanno eccezione. Pensavo adesso che ciascuno avesse il dovere di vivere dentro un nucleo sociale e di offrire, potendo, alla comunità, un tributo di azioni quotidiane”. Il premio era un modo per affidare alla cultura il compito di costruire un principio di solidarietà, sulle macerie della guerra.

Fu così che in una domenica di gennaio del 1947 la scrittrice e traduttrice romana annunciò di voler far nascere un riconoscimento nuovo, che “nessuno avesse mai immaginato”, e lo fece fondando una giuria vasta, composta appunto dagli “Amici della domenica”, nome con cui venivano soprannominati gli ospiti che frequentavano il salotto romano. Nelle piccole stanze tappezzate di libri di casa Bellonci c’era anche Guido Alberti, proprietario dell’azienda produttrice del liquore Strega: il sodalizio fu immediato e il Premio trovò il suo fedele finanziatore.

Maria Bellonci alla presentazione del Premio Strega (1952)

La giuria del primo anno, nel 1947, era composta da 170 persone e vinse Ennio Flaiano con il suo romanzo Tempo di uccidere, un’allegoria del conflitto appena trascorso che racconta la storia di un tenente dell’esercito italiano e delle sue disavventure sul suolo africano. Nel 1948, i votanti diventarono 190, l’anno successivo 202 in un continuo crescendo che toccò i 350 quando fu incoronata la prima scrittrice donna, Elsa Morante, nel 1957 con L’Isola di Arturo. Oggi il corpo elettorale, che porta ancora il nome di Amici della domenica, è costituito da quattrocento persone inserite a vario titolo nel mondo culturale italiano che ogni giugno, in casa Bellonci, scelgono la cinquina e poi, i primi di luglio, eleggono il libro vincitore al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma. Si diventa giurati per cooptazione, su segnalazione di un altro membro. 

Elsa Morante riceve il Premio Strega per il libro L’Isola di Arturo (1957)

L’amor cortese, come elevazione dello spirito umano.

C’è stato un periodo nella storia in cui era costume innamorarsi della moglie di un potente, dichiararsi suo fedele servitore e, talvolta divenirne amante, non solo platonico. É quello che convenzionalmente si chiama “amor cortese” ed è stato celebrato dalla poesia dei trovatori prima e poi degli stilnovisti. Nemmeno il sommo poeta Dante è passato immune da questa prassi: chi ricorda mai la noiosa moglie legittima Gemma e chi invece non ricorda l’amore imperituro per Beatrice, anche e soprattutto dopo la morte della divina fanciulla?

Pare che tutto tragga spunto dai poeti arabi dell’anno 1000, che avrebbero influenzato la corte di Aquitania e poi la Francia e l’Italia. Alla base di tutto c’è, come sempre, l’amore e il suo concetto. Nel periodo  cavalleresco per amore di una donna, quasi sempre sposata, di cui ci si dichiarava paladini e vassalli si facevano grandi imprese, se si era artisti si componevano poemi o si dipingeva in modo sublime.

L’innamorato poteva essere anche un cavaliere povero e diseredato, ma rendendosi schiavo d’amore per la sua bella, si innalzava a un rango di nobiltà del cuore. Solo chi amava poteva essere considerato veramente nobile.

L’importante era soffrire. Infatti non si poteva concepire l’amore se non era accompagnato dalla sofferenza. Una sofferenza, che come nella religione, portava all’estasi.

È evidente che nel matrimonio, dove il patto tra i coniugi dà stabilità al rapporto, non vi può essere una sofferenza tale da rendere l’amore “eroico”, quindi, agli occhi del periodo trobadorico, un “vero amore”.

È anche vero che all’epoca tutti i matrimoni erano combinati e mirati alla procreazione o alle alleanze patrimoniali e sociali, quindi l’amore poteva svilupparsi solo nella libertà consentita dalla clandestinità.

All’innamorato non era mai permesso di pronunciare il nome della donna amata, per evitare il disonore.  Quasi tutte le poesie trobadoriche erano dedicate infatti a dame senza nome, o dissimulate da nomignoli.

In teoria l’ideale di amor cortese, teorizzato da Andrea Cappellano, scrittore del “De amore”, prevedeva che l’oggetto amoroso, ovvero la donna sposata, fosse sempre irraggiungibile, un ideale sempre inappagato, lontano, in definitiva platonico, anche per non incorrere nelle scomuniche ecclesiastiche.

Nella realtà si consumavano carnalmente molti adulteri, anche se il silenzio e la discrezione erano obbligatori.

Un altro requisito necessario perché si potesse parlare di amore, a quell’epoca, era la sottomissione totale dell’uomo alla donna prescelta, quasi un rapporto sadomaso ante litteram, oppure una forma di culto divino alternativo. L’amore dell’uomo, inoltre, non pretendeva nessuna ricompensa, nessun ritorno, era gratuito. Non esisteva violenza nei confronti di chi non ricambiava il sentimento, questo non era nell’ideale cavalleresco ( e potrebbe essere un valido insegnamento nel presente), anzi un rifiuto acuiva anzi la nobiltà di un amore che di per sé e gratuito e non chiede niente.

Lancillotto e Ginevra, gli amanti celebri, citati anche nella Divina Commedia nel galeotto canto di Paolo e Francesca, ne sono un esempio mirabile. La storia è nota. Lei è la bellissima moglie di Re Artù, il mitico condottiero di Camelot, in Inghilterra, alla perenne ricerca del Santo Graal assieme ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Lui è di origine reale, è francese (e non poteva essere altrimenti) e si chiama Lancillotto del Lago, e ben presto diventa il più valente dei cavalieri di Camelot.

In una missione per liberare Ginevra, Lancillotto se ne innamora e si vota a lei, dedicandole le insegne e qualsivoglia impresa. Nasce l’amore, clandestino, pieno di sensi di colpa ma anche di ebbrezze estatiche. Artù, dopo qualche tempo, scopre la liason e da quel momento tutto crolla: il regno, Camelot, lui stesso muore in battaglia. I due amanti, per penitenza (o forse perché senza Artù non potrebbero più essere amanti e basta?), si ritirano in due conventi separati, senza mai più vedersi, continuando ad amarsi nei loro pensieri.

L’amor cortese è un periodo importantissimo per i rapporti uomo-donna e per l’idea di amore erotico: l’amore non è più considerato come follia  – tesi che si ripresenta ciclicamente nel tempo – , ma come saggezza e strumento di elevazione dello spirito umano.

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