Mese: maggio 2017

“Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf… un classico del femminismo che ha ancora qualcosa da dirci!

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Nell’ottobre 1928, Virginia Woolf, già autrice di libri meravigliosi, tenne delle conferenze a Newnham e Girton, due college femminili, sulla donna e il romanzo; un anno dopo, uscì Una stanza tutta per sé, il saggio che raccoglieva le considerazioni della scrittrice.

La riflessione di Virginia Woolf prende avvio dalla presa di coscienza che il tema affidatole era davvero sterminato: Woolf decise quindi di esporre semplicemente il percorso mentale che, nei due giorni precedenti alle conferenze, la portò a sostenere la necessità, per una donna che ambisse a scrivere per professione, di avere una sua indipendenza economica e una stanza tutta per sé dove poter comporre indisturbata.

Fece notare altresì come dipendere economicamente da un uomo (che fosse il marito, un figlio o altri) impediva alle donne la serenità e la libertà necessarie per poter scrivere le loro storie, per poter andare anche contro le voci paternaliste che da sempre stavano loro addosso, decidendo per loro cosa fosse appropriato dire e come fosse lecito comportarsi. E se per raggiungere l’indipendenza economica fosse stato necessario uscire di casa, incontrare persone e studiare in qualche università, Woolf esortava le donne a farlo, ad avere il coraggio di sfruttare tutte le nuove conquiste delle quali adesso potevano beneficiare per ottenerne ancora di più.

A questo punto, ho apprezzato molto che Woolf abbia riconosciuto nel patriarcato il nemico da sconfiggere. Un patriarcato che danneggia gli stessi uomini, in quanto, sebbene detentori del denaro e del potere, sono costretti a logorarsi in categorie non meno rigide di quelle che spettano alle donne. I due sessi, insomma, non sono squadre dove militare per stabilire qual è il migliore.

Non solo: Woolf ventila l’ipotesi secondo la quale, se si scoprissero altri generi, il fan del patriarcato correrebbe subito ai ripari per dimostrarsi ancora “superiore”: noi oggi, infatti, sappiamo che il rigido sistema binario dei generi, che ammette esclusivamente maschi o femmine, è solo un altro modo con il quale il patriarcato opprime le persone.

E allora ben vengano la Women’s March, le manifestazioni dell’otto marzo in quaranta Paesi diversi, e tutti quegli eventi dove chiunque è benvenut*, qualunque sia la vostra condizione economica, la vostra etnia, la vostra identità e la vostra espressione di genere, il vostro orientamento sessuale, la vostra condizione fisica e/o mentale, la vostra (non)religione.

E ben vengano tutti quei luoghi inclusivi, a partire dalla propria casa o dal proprio ufficio, nei quali non esistono “diritti prioritari”, ma ci si supporta tutt* a vicenda, nel nome dell’uguaglianza, finché la libertà non sarà per e di chiunque, nel rispetto di quella altrui.

E indubbiamente l’avere una stanza tutta per sè, con tutte le sue implicazioni di carattere simbolico, ma anche con l’esortazione di tipo più prosaico “Siate indipendenti, anche economicamente”, è la premessa ideale perchè una donna possa scrivere con una mentalità androgina, davvero universale.

L’amante di Lady Chatterley e l’emancipazione sessuale femminile

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Sin dalla sua pubblicazione nel 1928, L’amante di Lady Chatterley (Lady Chatterley’s Lover), del britannico David Herbert Lawrence, scatenò un’ondata di critiche e indignazione, e fu soggetto a una ferrea censura fino al 1960 (anno della sua effettiva distribuzione). Sebbene per i lettori ancora intrisi di moralità vittoriana il romanzo costituisse un breviario di indecenze e oscenità, il lettore contemporaneo è in grado di scorgere la grande rivoluzione che viene stilata nelle pagine del romanzo, che attraverso la giovane Lady Chatterley dà voce ad una nuova consapevolezza sessuale femminile, dove la donna non è un macchinario riproduttivo, ma una creatura sanguigna e istintiva alla ricerca di un piacere sublime.

La bella Costance è infatti relegata in un matrimonio senza amore, accanto ad un uomo paralizzato non solo fisicamente, ma anche intellettualmente, ridicolo baluardo del glorioso passato nobiliare dell’Inghilterra, ancorato a un sistema di classe sull’orlo dello sconvolgimento. A contrastare la sua figura insipida e quasi asessuata, vi è il personaggio di Oliver Mellors, guardiacaccia della tenuta, che incarna i valori di una virilità naturale di una società operaia, e che intreccia con la protagonista un’appassionata e conturbante relazione.

Il romanzo di Lawrence, scritto magistralmente in una prosa limpida e incantatrice, ricca di dettagli ma mai pedante, si snoda sulla presa di coscienza della protagonista, conscia della propria individualità sessuale, bramosa dei piaceri di una voluttà che le è negata, e che vede nel rapporto fisico un’affermazione della propria identità intellettuale. La ricerca del piacere è infatti legata alla sua grande vivacità culturale di donna istruita e curiosa, che con strumenti di riflessione filosofica interpreta il mondo e ciò che la circonda.

La sessualità è dunque per lei il ritorno ad una naturalità primitiva, l’espressione più sincera e veritiera della fisicità umana. Mentre la sua realtà matrimoniale, incarnazione degli stereotipi aristocratici, vede nel rapporto sessuale solo uno strumento di procreazione, la sua relazione fedifraga è invece l’espressione di una sana passionalità, di un sincero desiderio che, col progredire della narrazione, si trasforma in uno splendido e profondo sentimento.

L’amore tra Mellors e Lady Chatterley non è infatti destinato ad una tragica fine come gran parte dei romanzi di genere (si pensi a Madame Bovary ed Anna Karenina) ma ne esce trionfante, vittorioso, e soprattutto nobilita un atto ritenuto scabroso e peccaminoso. Per Lawrence, così come per i suoi protagonisti, non vi è nulla di sbagliato nell’amore, indipendentemente da dove esso nasca, e il vero peccato, la vera colpa, sta nel privarsi di tali gioie e tale spontaneità. Descrivendo la passione degli amanti, Lawrence è sempre preciso, mostrando gli amplessi nella loro pienezza senza mai essere volgare, descrivendo la nudità con la dolcezza e la tenerezza di due amanti che si scrutano, che con lo sguardo carezzano il nudo profilo l’uno dell’altra.

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Prescindendo da stereotipi comuni che definiscono L’amante di Lady Chatterley un romanzo erotico, esso è ben più di una semplice narrazione amorosa, esso è una vera e propria digressione filosofica ed esistenziale, che rivendica la libertà sessuale della donna in quanto essere umano, alla quale non devono essere negati i piaceri della carne e che, così come l’uomo, necessita di calore, piacere e amore.

Con una scrittura fluida e assolutamente coinvolgente, Lawrence dipinge il ritratto della società di allora, senza risparmiare alcun difetto delle classi sociali, siano esse nobili o operaie, e nel marasma di una civiltà industriale crea una nicchia boschiva e pastorale dove gli esseri umani sono ancora liberi di amarsi, liberi di concedersi ad un’istintività  conforme solo alla legge naturale, in cui il sesso è un atto d’amore puro e semplice, che esclude qualsivoglia volgarità e si consacra ad espressione artistica del corpo umano.

Trascinando emotivamente il lettore in questa grande storia d’amore, Lawrence lo invita anche a riflettere sul suo stato di automa meccanico, trascinato nell’ingranaggio di un sistema economico, suggerendogli che forse non vi è altra felicità per l’uomo se non il ritorno ad uno stato di semplicità, ad un’esistenza libera, selvaggia, ricca di passione, sensualità e amore.