Autore: Paola

Clara Campoamor – avvocata e femminista spagnola.

Pesantemente ha pagato il suo impegno femminista. Superando le discriminazioni accademiche riuscì a laurearsi in giurisprudenza, esercitò l’attività forense e fondò una federazione per il riconoscimento dei diritti femminili; eletta all’Assemblea Costituente le sue battaglie a favore delle donne vennero contrastate persino dai compagni di partito che la isolarono. Con la guerra civile spagnola riparò in Svizzera dedicandosi all’avvocatura e ad un’intensa attività editoriale volta alla conoscenza di storiche donne di lingua spagnola. Postuma e tardiva é stata la riabilitazione di questa femminista antesignana in una Spagna molto maschilista.

Ripercorrere la sua biografia significa avventurarsi in uno dei periodi più difficili della storia spagnola e sicuramente ardui per i primi riconoscimenti dei diritti delle donne.

Clara Campoamor Rodrìguez nacque nel 1888 a Madrid in una famiglia operaia. Rimasta orfana di padre e viste le difficoltà di Pilar Rodríguez Martínez, sua madre, a fronteggiare le difficoltà economiche impreviste, all’età di tredici anni cominciò a lavorare come sarta, dattilografa, segretaria presso “La tribuna”, un quotidiano locale  e a frequentare le scuole serali per assicurarsi un’istruzione fino al conseguimento della laurea in giurisprudenza nel 1923, un traguardo rilevante stante le rare ammissioni di iscrizione universitaria alle donne in Spagna.

Continuò a svolgere molti lavori per mantenere sé e la sua famiglia; iniziò a frequentare diverse organizzazioni femminili, particolarmente interessata ai problemi legati al matrimonio e ai mancati riconoscimenti di paternità, temi, che caratterizzarono il suo impegno con la co-fondazione della Federazione internazionale delle donne nel 1928.

Il passo alla partecipazione ai dibattiti ed ai circoli politici fu breve. Intanto dopo la sua registrazione all’ordine degli avvocati poté esercitare la professione legale, nel 1927 proprio con questo ruolo pubblico sostenne con successo il miglioramento delle leggi sul lavoro minorile, le modifiche alla legge elettorale a favore dell’elezione delle donne in parlamento al compimento del ventitreesimo anno di età.

Il regime di M.P. de Rivera, in carica dal 1923 al 1930, tentò di cooptarla con alcune nomine e riconoscimenti onorifici, lusinghe mirate non soltanto ad assicurarsi il suo appoggio, ma anche a neutralizzarla, invano giacché Clara Rodriguez non cedette. Nel 1931 all’abdicazione del dittatore, fu proclamata la seconda repubblica ed indette le elezioni per la Costituente Cortes. Aderendo al social party fu eletta all’Assemblea Costituente con Viktoria Kent e Margarita Nelken, le uniche tre donne su ventuno deputati. Fu determinante il suo apporto alla redazione della costituzione spagnola del 1931, sancente l’uguaglianza di diritti di donne ed uomini. Si batté strenuamente contro la discriminazione sessuale, per il riconoscimento legale dei bambini nati al di fuori del matrimonio, a favore del divorzio e del suffragio universale.

In seguito servì come ministro del governo ma soltanto brevemente a causa della scarsa approvazione sia da parte dei suoi compagni di partito che dai colleghi parlamentari alle questioni femminili da lei sollevate con il risultato di un isolamento crescente, seppure sostenuta dalle donne attiviste di varie associazioni. Nel 1933 non fu rieletta, in compenso dal governo di Lerroux fu nominata direttrice del dipartimento dei servizi sociali, incarico da lei adempiuto fino al 1936. Durante questi anni fece parte della commissione investigativa inviata ad Oviedo dopo la brutale repressione dello sciopero dei minatori.

Asilo…

(“Asylum”, di Hala Alyan, poeta contemporanea palestinese-americana e psicologa clinica)

asylum seekers

Dissero di bruciare le chiavi 

ma solo i nostri capelli presero fuoco.

Camminammo verso i confini

con fotografie e lettere:

qui è dove la morte è diventata

la loro morte, qui è dove

hanno accoltellato i bambini.

I giudici ci chiamano dentro

in base alle nostre città. Jericho. Latakia. Haditha.

Giuriamo su un dio che non abbiamo mai incontrato, di amare

i laghi, le calotte di ghiaccio,

una gelata dietro l’altra,

ma di notte nei nostri sogni

la biblioteca è bruciata,

le pere erano ancora fresche in dispensa.

Abbiamo atteso che il nostro villaggio alluvionato

fosse prosciugato, che i ponti di pietra fossero ricostruiti.

Abbiamo mangiato le chiavi di casa col sale.

Hala Alyan (27 luglio 1986 , Illinois – Stati Uniti) è una scrittrice e psicologa clinica palestinese-americana specializzata in traumi, dipendenza e comportamento interculturale. I suoi scritti e poesie coprono aspetti dell’identità e gli effetti dello sfollamento, in particolare all’interno della diaspora palestinese.

Mary Shelley, colei che scrisse Frankenstein

Il 2018 è stato il 200° anniversario della pubblicazione di Frankenstein. Il romanzo, considerato una delle prime opere di fantascienza, è stato scritto da un’adolescente inglese che ha vissuto praticamente in contrasto con tutte le convenzioni sociali del suo tempo. Mary Shelley sarà sempre ricordata per aver creato uno dei mostri più famosi della letteratura, ma ha avuto una vita emozionante e piena di passione, oltre che di dolore e sofferenza.

Mary Wollstonecraft Godwin nasce a Londra nel 1797. Sua madre, Mary Wollstonecraft, è stata una delle filosofe femministe più importanti dei tempi moderni e una delle poche donne che è riuscita a guadagnarsi da vivere con la scrittura in quel periodo storico. La sua opera più famosa è A Vindication of the Rights of Woman, saggio che resta fondamentale nella storia del femminismo. Lei sosteneva che “agli occhi di Dio” le donne erano uguali agli uomini e, pertanto, dovevano ricevere la loro medesima educazione ed essere trattate allo stesso modo, come esseri razionali. Sebbene considerarla femminista in senso stretto sarebbe anacronistico – perché la parola non esisteva in quel momento e le sue opinioni sulla sessualità e sulla sensibilità femminile oggi sarebbero considerate controverse – l’influenza che i testi di Wollstonecraft hanno avuto sulle lotte delle donne è innegabileSuo padre, William Godwin, invece, è considerato il precursore dell’anarchismo, un movimento che si sarebbe sviluppato in profondità nel diciannovesimo secolo. Il suo libro Un’inchiesta sulla giustizia politica sostiene l’idea di una società libera e critica le istituzioni politiche dell’epoca, che reputa un ostacolo al progresso dell’umanità.

Wollstonecraft e Godwin scioccano la società del tempo con la loro storia d’amore. Essa è basata sulla parità di condizioni, in un’epoca che ancora vedeva la moglie come proprietà di suo marito e in cui alle donne non era permesso ricevere alcuna forma di istruzione superiore. Il rapporto tra i suoi genitori è essenziale per comprendere la vita di Mary Shelley: sua madre muore di setticemia poco dopo averla partorita, quindi Mary non ha modo di conoscerla, ma ne conserva la memoria attraverso i suoi libri e ciò che il padre le dice di lei. Il padre di Mary, nonostante sia un liberale, si oppone al fatto che figlia vada al college e ancor di più alla sua relazione con Percy Shelley – che era il suo protetto da qualche tempo – nonostante lui stesso abbia avuto una relazione simile con Wollstonecraft.

Un anno dopo la morte di Mary Wollstonecraft, William Godwin pubblica le sue memorie. Nonostante vengano scritte in omaggio alla defunta moglie, nel libro si rivela l’esistenza di una figlia illegittima. Fanny, la sorella di Mary Shelley, nasce in seguito alla relazione di Wollstonecraft con un altro uomo, prima di Godwin. E la notizia fa scandalo.

Mary vive in un modo insolito per il suo tempo. Il padre si risposa con una donna che ha già altri due figli, e tutti condividono la stessa casa, anche se all’autrice di Frankenstein non piace la sua matrigna e cresce nell’ammirazione della figura di sua madre. William Godwin fornisce alla figlia un’istruzione non ortodossa ma molto ampia, e lei ha sempre accesso a una vasta biblioteca: lui la incoraggia a leggere, specialmente testi di filosofia e politica liberale, e la giovane cresce circondata dagli intellettuali che visitano di frequente suo padre.

Nel 1812, Shelley viene mandata in Scozia per stare diversi mesi da William Baxter, allo scopo di allontanarla dalla matrigna con cui ha un rapporto difficile, che va peggiorando. Lì è felice e diventa molto amica della figlia di Baxter. Secondo Mary Shelley, questo è il luogo dove nasce l’idea di Frankenstein. Suo padre decide poi che deve tornare a Londra ed è lì, nel 1814, che Mary conosce il poeta e filosofo Percy Bysshe Shelley, che diventerà il grande amore della sua vita.

Percy, che ammira profondamente William Godwin, viene accolto da lui come suo discepolo; il padre di Mary sta affogando nei debiti e ha bisogno dei soldi che Percy si offre di dargli. Quando Percy inizia a frequentare casa Godwin, il giovane poeta è sposato – sebbene separato da sua moglie e dalla figlia che ha avuto con lei. Inizia una relazione segreta con Mary e la coppia finisce per fuggire in Francia quando Mary ha appena 16 anni, accompagnata dalla sua sorellastra, Claire Clairmont. Mary viene ostracizzata dai suoi amici e dalla sua famiglia per essere fuggita con un uomo sposato e suo padre – apparentemente liberale – le toglie il sostegno finanziario fino a quando la coppia non si fosse sposata adeguatamente. Sia Mary che Percy, però, credono che il matrimonio sia repressivo, quindi si sposano molto più tardi del previsto, solo dopo la morte della prima moglie di Percy, Harriet, che si toglie la vita. Vengono giudicati così controversi e poco raccomandabili, che viene negata loro la custodia della figlia di Percy, e Mary è considerata uno zimbello. Indipendentemente da ciò, i due viaggiano in diversi Paesi europei, fino a quando la mancanza di denaro li costringe a tornare in Inghilterra. Mary rimane incinta di una bambina, nata prematuramente e morta poco dopo – cosa che fa precipitare la scrittrice in una profonda depressione. In seguito, rimane di nuovo incinta di un bambino che battezza con il nome di William.

Cerchiamo l’estate…

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«Sai che dice il Rig-Veda?
La bellezza sorprende ogni giudizio;
e l’amore non sa contare i giorni».

-=o*o=-

Amici 
mi prendo del tempo
prima che l’estate trascorra
vorrei
(dovrei)…
sorridere ai giorni
leggere camminare
… e avere cura

Buona estate a tutti, ci rivedremo ai primi di settembre!

Paola

 

Jeanne Baret, la prima donna che circumnavigò la Terra

Nacque 280 anni fa e il 27 u.s. è stata celebrata dal doodle di Google

Barbara Pym, una penna sommessa e ironica

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Nacque il 2 giugno 1913 a Owestry, nello Shropshire, una contea al confine con il Galles. Il padre era avvocato e la madre di origine alto-borghese, e fu proprio lei a spronarla a scrivere, fin dai suoi dieci anni. Barbara studiò a Liverpool e si laureò in Lingua e Letteratura inglese a Oxford nel 1934. Durante la guerra prestò servizio all’Ufficio censura di Bristol e nelle fila del Wrens (Women’s royal naval service). Al termine del conflitto trovò lavoro come ricercatrice all’Istituto internazionale di cultura africana, a Londra, e redattrice della rivista “Africa”.


Da tutte le esperienze trasse ispirazione per i suoi romanzi, il primo pubblicato fu Some Tame Gazelle, nel 1950 (Qualcuno da amare, La Tartaruga, 1994). Seguirono Excellent Women(1952), Jane and Prudence (1953), Less than Angels (1955), A glass of Blessing (1958), poi, inspiegabilmente, il suo editore Jonathan Cape, e come lui molti altri, si rifiutò di pubblicare  An Unsuitable Attachment, uscito postumo nel 1982, come anche An Accademic Question, nel 1986.

Erano gli anni Sessanta e la sua prosa, priva di ribellismo e passioni forti, ritenuta anacronistica per quei tempi, non attraeva più. Per l’autrice cominciò un lungo silenzio, un vero e proprio oblio, in cui, nonostante l’amarezza, continuò a scrivere e a dedicarsi al suo lavoro londinese, fino alla pensione, che arrivò nel 1974, allorché decise di  andare a vivere, con la sorella Hilary e gli amati gatti, a Barn Cottage, nel villaggio di Finstock, Oxfordshire.

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Ma cosa le veniva rimproverato? Barbara Pym scriveva di amenità come camere d’affitto in edifici condivisi, ristrettezze normali del dopoguerra, pesche di beneficienza, lavoro e rapporti tra colleghe e colleghi, traslochi, garden party in quartieri non completamente ricostruiti, cura dei fiori in chiesa, razionamento del cibo, infinite tazze di tè offerte, ricevute e desiderate.

Poco importanti le trame, che vedevano in azione pensionati, impiegate, bibliotecarie, antropologi, curati anglicani da sposare, tipi e tipe eccentriche, persone non particolarmente belle, eppure affascinanti, donne incuranti del loro aspetto, che magari indossavano vestiti smessi da altre, molto attive in parrocchia.

Scriveva di zitelle sicure di sé, quando ancora la parola single non le designava, che sapevano vivere senza un uomo, un amore, dignitosamente sole, o che anelavano ad affetti pacati con uomini apparentemente noiosi e coltivavano molti interessi, attive nella comunità accademica, o in campagna, o in parrocchia. Insomma “donne eccellenti”, come il titolo del suo più celebre romanzo (La Tartaruga, 1985, il primo tradotto in italiano).

Raccontava una vita apparentemente tranquilla che nascondeva nevrosi e rimpianti, sublimati nella devozione, o nell’impegno personale, nelle buone maniere o nel pettegolezzo appena accennato. Un mondo molto british dove non scoppia la tragedia e la quotidianità, semplicemente banale, è pur sempre un’opportunità di vita.

 

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“Becoming. La mia storia”, Michelle Obama

Michelle Robinson, ragazza del South Side di Chicago è tipo da “spuntare le cartelle”, affronta con determinazione i problemi che le si presentano, è meticolosa e cura molto i dettagli.

Nata  in una famiglia modesta che vive in affitto nella casa di una zia, personaggio centrale nella vita di Michelle, incarna la fermezza e il rigore e le insegna a suonare il pianoforte,  il padre è operaio municipale, la madre si occupa della famiglia e della casa. Michelle cresce in una cerchia parentale articolata e affettuosa, incoraggiata a proseguire gli studi, anche se rappresentano un problema economico per i suoi genitori.

Determinata, anche se non sempre brillante negli esiti scolastici, diventa avvocata in uno studio importante e, dopo alcuni legami sentimentali,  incontra un uomo con una storia familiare frammentata ma non meno ricca di affetti, ottimista, intelligente, con uno spiccato senso della comunità e un forte desiderio di cambiare il corso della vita a chi gode di meno diritti. Michelle diventa la signora Obama e dopo qualche anno sarà sotto i riflettori di tutto il mondo come la prima First lady nera.

È un libro utile da leggere? Non saprei, in alcune parti, soprattutto dopo la prima e seconda elezione a Presidente di Barack Obama,  ho dovuto trattenere l’irritazione perché infastidita dai lunghi elenchi di persone e fatti, per tacere delle modalità di scelta degli abiti di Michelle,  la sottolineatura sulla presenza di consulente di immagine, parrucchiere e truccatore, e poi gli elogi reiterati allo staff, la costante e ribadita esternazione  dell’attenzione per le figlie, in ogni momento, in ogni situazione, insomma qualche ridondanza di troppo.

Come tanti libri di questo tipo, più che un autentico memoir è un’operazione editoriale curata da un numero imprecisato di addetti, basta controllare l’elenco corposo dei “ringraziamenti”, e non si intuisce quale parte abbia realmente avuto “l’autrice” nella scrittura.

Tuttavia posso capire che la popolarità di cui ha goduto la signora Obama sia stata tale da suscitare molto interesse fino alla curiosità di conoscere i particolari della sua infanzia e della sua vita alla Casa Bianca, e il successo di vendita del libro sembra provare tale ipotesi.

La lettura è stata comunque piacevole nelle parti in cui Michelle racconta i progetti e gli sforzi compiuti, come First lady, senza tracimare nell’azione politica.

Il potere di una first lady è uno strumento curioso, inafferrabile e indefinito come il ruolo in sé. Eppure stavo imparando a utilizzarlo. Non disponevo di un’autorità di tipo esecutivo. Non comandavo truppe e non dovevo svolgere compiti formali di diplomazia. La tradizione voleva che dispensassi una luce delicata, lusingando il presidente con la mia devozione, lusingando la nazione in primo luogo senza sfidarla. Cominciavo a capire, tuttavia, che se usata con attenzione quella luce era potente.

 

 

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Che cosa pensa il dott. Burioni delle donne “brutte”

 

 

 

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Il Dott. Burioni è un medico diventato noto per il suo lavoro divulgativo sui vaccini e, ultimamente, sul coronavirus.

Burioni quindi si occupa di salute e di scienza, non è di certo un presentatore di Miss Italia?!

E queste sono le sue esternazioni: “Quando in giro vedo una donna brutta, la guardo sempre con attenzione. Nel 99.9% dei casi, mi rendo conto che se si curasse, se dimagrisse e via dicendo, non diventerebbe bella, ma certo di aspetto non sgradevole. Una volta che si è non sgradevoli, la partita è aperta. Fidatevi.”

C’è talmente tanto di sbagliato in questa frase, che non so nemmeno da che parte incominciare.

Proverò da qui:

1. Tutti, sia uomini, ma anche troppo spesso le donne, si sentono legittimati, per non dire in dovere, di esprimere il proprio parere sul corpo delle donne: bello, brutto, magro, grasso, vecchio, giovane, come se fosse un oggetto in mostra al mercato. “Il corpo delle donne è di dominio pubblico” ha detto Michela Murgia e così, purtroppo, è: se sei donna, il tuo corpo non appartiene a te, ma è a disposizione per le critiche e i commenti di tutti.

2. Cosa vuol dire, esattamente, essere una donna “brutta”? Non essere conforme ai canoni estetici imposti, per caso? Ma sbaglio o la bellezza dovrebbe rientrare nei gusti ed i gusti dovrebbero essere soggettivi, quindi non dovrebbero esserci donne “brutte” in senso assoluto, ma solo donne che possono rientrare o meno nei gusti di qualcuno?

3. Il termine “sgradevole” – la Treccani riporta questo significato: [di persona che provoca fastidio, noia, molestia ≈ antipatico, fastidioso, importuno, molesto, noioso, scocciante, seccante, spiacevole, detestabile, insopportabile, odioso.] Non vedo il termine brutto rientrare nel significato di sgradevole, anzi, vedo tutti attributi relativi al comportamento della persona, non al suo aspetto. Forse Burioni pensa che essere “brutti” fuori, voglia dire essere brutti anche dentro?

4 Una donna, per essere ritenuta “gradevole” deve essere solo “bella”? Essere simpatica, intelligente, interessante, colta, altruista, gentile, ecc., non serve a niente se non si è belle fuori? E io che pensavo che la cosa più importante fosse la personalità…

5. Quella “partita aperta”, di cosa parla? Di briscola, non credo. Parla forse di “essere considerate dagli uomini”? Eh certo, una donna se non è considerata dagli uomini non vale niente, anzi, non è niente, non esiste, non ha senso di essere su questa Terra, perché si sa, le donne sono state create per il diletto degli uomini, solo così possono esistere, altrimenti niente.

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Ma le donne che cosa scrivono?

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La tua nostalgia è un mare che puoi navigare,
la tua nostalgia è un terreno su cui puoi camminare,
perché te ne stai allora inerte e scorata
fissando il vuoto?
Verrà un mattino con un orizzonte più rosso
di tutti gli altri,
verrà un vento a porgerti la mano: mettiti in cammino!

Edith Södergran

*

L’abitudine è la più infame delle malattie
perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia,
qualsiasi dolore, qualsiasi morte.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose,
si impara a portar le catene, a subir ingiustizie,
a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.
L’abitudine è il più spietato dei veleni
perché entra in noi lentamente, silenziosamente,
cresce a poco a poco
nutrendosi della nostra inconsapevolezza
e quando scopriamo di averla addosso
ogni fibra di noi s’è adeguata,
ogni gesto s’è condizionato,
non esiste più medicina che possa guarirci.

Oriana Fallaci

*

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

Goliarda Sapienza

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*

Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso tempo in cui mi sento io.
Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me.
Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.

Frida Kahlo

*

Code

Non mi dispiace fare le code,
c’è tempo per pensare,
per guardare dentro la borsa,
dentro la tasca dell’auto,
tempo per programmare i giorni a venire
domani dopodomani,
per guardare negli occhi di quell’extra gentile
(che vetro scintillante mi ha fatto,
gli ho chiesto il sinistro domani il destro,
ogni giorno un pezzetto diverso)
tempo per guardare quel bel geranio al quarto piano,
sta bagnandolo una vecchina pulita, bellina,
tempo per leggere i titoli, il nome di una via,
tempo per cominciare questa poesia.

Vivian Lamarque

*

Apro questa scatola del giorno
sperando di trovarti in offerta
forse non è il prezzo che mi spaventa
ma la data di scadenza

Anna Maria Guerrieri

*

Donna

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di fotografie ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!!!

Madre Teresa di Calcutta

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*

Buongiorno

Superficialità! – Caro peccato,
Compagna mia e nemica mia carissima!
Tu versasti il sorriso nei miei occhi, E la mazurka in tutte le mie vene.
Da te ho imparato a non tener l’anello,
Non m’avrebbe la vita presa in sposa!
A cominciare a caso, dalla fine,
E a finire però sempre daccapo.
A essere fuscello, e essere acciaio,
In questa vita, in cui si può sì poco…
A scioglier la tristezza con la cioccolata,
E a sorridere in viso a chiunque passa!

Marina Cvetaeva

*
Essere donna, l’ho sempre
considerato un fatto positivo,
un vantaggio,
una sfida gioiosa e aggressiva.
Qualcuno dice che le donne
sono inferiori agli uomini,
che non possono fare
questo e quello.
Ah si? Vi faccio vedere io!
Che cosa c’è da invidiare agli uomini?
Tutto quello che fanno, lo posso fare anch’io.
E in più,
so fare anche un figlio.

Joyce Lussu

Remedios Varo, la vita di una sognatrice…

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Il nome della pittrice Remedios Varo è legato al movimento surrealista, l’avanguardia ispirata da André Bretón suo maestro e amico, che dopo il suo soggiorno a Parigi portò in Messico, traducendolo con la sua sensibilità e genialità artistica.

La sua tarda ma intensa attività, durante l’esilio nel paese ispano-americano, permise al surrealismo, la cui prospettiva includeva dimensioni psicologiche freudiane, di distinguersi fra le opere plastiche dell’epoca.

Questo consentì a Remedios Varo di raggiungere il prestigio internazionale e alla sua visione surrealista di essere inconfondibile nel panorama artistico degli anni ’50.

Nel secondo decennio del secolo scorso, una ragazza dagli occhi a mandorla come un gatto e uno sguardo curioso ammirava un manoscritto con immagini.

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L’affascinavano in particolare delle immagini del medioevo le visioni di Hildegarda de Bingen (artista ed erudita dell’XI secolo), come i disegni di Ende (sul Beato de Gerona) la prima donna artista, probabilmente una monaca, che firmò delle miniature nella storia dell’Europa occidentale. È così, forse, che una ragazza sognò il suo futuro d’artista.

Il suo nome era Remedios Varo ed era nata per caso in Catalogna (Anglés, Gerona), il 16 Dicembre 1908, mentre i suoi genitori (padre andaluso, Rodrigo Varo e Zejalvo, e di una madre basca Ignacia Uranga e Bergareche) vi si trovavano per motivi di lavoro.

Molto presto la piccola Remedios sogna e disegna. Pensa ai viaggi e agli andirivieni di una casa governata dai trasferimenti richiesti dalla professione del padre. La famiglia si trasferisce ad Algeciras, nel sud della Spagna, poi a Larache (Marocco) ed infine sono a Madrid.

Sono gli stessi viaggi che Varo farà fare ai personaggi che dipinge, percorsi che hanno il sapore profetico. Però deve essere questo il destino dei visionari, quelli capaci di trasformare l’ordinario, un viaggio di lavoro, nello straordinario di un’opera.

Remedios disegna fin dall’infanzia mentre riceve un’educazione liberale.Impara a disegnare tessuti e vestiti con un padre capace di infonderle anche una passione per la natura, la scienza e la fotografia, con il regalo molto amato di una macchina fotografica.

A metà degli anni venti entrò nell’Accademia di San Fernando a Madrid (una delle prime donne ad accedervi), dove conobbe Gerardo Lizárraga, uomo dal forte impegno per la Repubblica.

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Lì, fra tertulias y vivencias, conobbe nella residenza studentesca artisti come García Lorca e Salvador Dalí. Sposò Gerardo Lizárraga nel 1930 era la libertà che avveniva, paradossalmente, con un matrimonio: così doveva essere allora anche per una giovane donna di una famiglia liberale. Insieme a Lizárraga andò a Parigi, incontrando e facendo suoi gli ideali d’avanguardia del surrealismo di André Bretón.

Tornata in Spagna si stabilì nella città più surrealista della penisola iberica, a Barcellona, dove iniziò una relazione d’amore con l’artista Esteban Francés: la sua prima rottura con i severi codici morali del tempo.

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In quegli anni, e insieme a Frances e al canario Óscar Domínguez, Varo intraprese un percorso apertamente surrealista. I cadaveri squisiti sono un gioco in cui ogni giocatore scrive o disegna una parte del testo o della figura senza tener conto dell’esecuzione per il resto dei partecipanti. Il risultato è una composizione che conserva il carattere collettivo e casuale del lavoro. Il nome deriva da quella che si ritiene la prima composizione fatta dai surrealisti: il cadavere squisito berrà il vino nuovo(Le cadavre exquis boira le vin nouveau).

Lo scrittore e artista Marcel Jean avrebbe descritto Remedios Varo, nel 1935, così: “Appena dipingeva, disegnavamo un po’ e passavamo molto tempo a fare cadaveri squisiti insieme“.

Condivideva lo studio con il pittore surrealista Esteban Francés con il quale aveva frequentato il circolo surrealista di André Breton. A Barcellona, anche con Óscar Domínguez e Marcel Jean, crearono dei preziosi “cadaveri squisiti”, disegni collettivi che come per le parole, erano iniziati da un partecipante al gioco, coperti e continuati dal giocatore successivo: i risultati furono sorprendenti.

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