Autore: Paola

Evita, una vita di amore e passione.

Come accade a tutti coloro che muoiono giovani, la sua morte a soli 33 anni contribuì a crearne il mito, alimentato sia da quello che fece, sia da quello che avrebbe potuto fare.

Figlia illegittima, non dimenticò mai le sue umili origini; a sedici anni giunse a Buenos Aires, determinata a trovare il suo posto nel mondo: prima come mediocre attrice, poi come moglie del futuro presidente. E, in quest’ultimo ruolo, diede la sua performance migliore. Attivista politica appassionata, si batté per i lavoratori, i poveri, le donne – fu grazie a lei che nel 1947 le donne ottennero il diritto di voto – creò una Fondazione a suo nome che si occupò della costruzione di ospedali, di orfanotrofi, di scuole; insieme al marito, in pochi anni, rese l’Argentina uno dei Paesi più democratici del Sudamerica. Ma, soprattutto, riuscì a entrare nel cuore del suo popolo, perché ne parlava lo stesso linguaggio, perché era una di loro.

Eva conobbe Juan Domingo Perón il 22 gennaio del 1944 ad un festival di beneficenza organizzato per raccogliere fondi per i terremotati di San Juan. Nelle sue memorie – La ragione della mia vita – confessa di essersi innamorata di Perón ancora prima di vederlo, per le cose che faceva. Negli ultimi mesi aveva seguito tutti i suoi passi sui giornali, non lo aveva mai visto di persona, tuttavia sentiva che qualcosa li predestinava a “trovarsi”.

Ma quel loro primo incontro fu per lei “un’epifania”, paragonò la sua esperienza personale alla conversione di San Paolo sulla via di Damasco. Perché parlò di “epifania?”. In che modo il “divino” le si era manifestato?. Possiamo provare a rintracciarne la motivazione attraverso una piccola digressione storica.

L’Argentina era in ginocchio da tempo, affossata dalla corruzione politica e dal malessere economico e sociale. Perón, circa sei mesi prima dell’incontro con Eva, avrebbe contribuito al golpe militare che destituì il potere di Castillo e acquistò velocemente credito, soprattutto tra i lavoratori. La speranza in un futuro migliore aveva acceso focolai spontanei di gruppi in stato nascente, che confluivano sempre più numerosi a manifestare per le vie di Buenos Aires.

Anche Evita, da sempre vicina ai poveri, agli oppressi, sentiva prepotente dentro di sé la trasformazione sociale in atto. Doveva solo identificare il grande progetto in cui convogliare e concretizzare la sua sconfinata energia. E lo trovò la sera in cui incontrò Perón. Eva avvertì con tutto il suo essere un’affinità profonda, sentì che lui era il suo “destino”. Lui era la sua svolta e Perón sarebbe stato l’uomo della sua vita, ma anche il capo carismatico che avrebbe saputo guidare l’Argentina verso un futuro più equo e democratico.

Che cosa porterà il vento?

Prima di capodanno…

Che cosa porterà il vento stanotte?
La pioggia, la neve o una lettera?
Una lettera di chi? Una lettera buona o cattiva?
Tutto, anche il silenzio stesso
ha qualcosa da tacere.
Però tutto, anche l’inesprimibile,
finirà per dire la gelosia.

Vladimìr Holan

È sempre così tra Santo Stefano e Capodanno: proviamo il sentimento espresso dal poeta ceco Vladimír Holan (1905 -1980).

In questi giorni, come sospesi tra una festa e l’altra, ci si domanda cosa porterà l’anno nuovo, e questo 2021 che sta per arrivare incarna tutte le nostre speranze.

Mi auguro che cancelli l’orribile 2020 della pandemia, che porti la prosperità che nella storia, generalmente, è sopravvenuta dopo le grandi pestilenze.

Che sia per tutti noi un Anno di rinascita e di speranza e che si possa ritornare nuovamente a vivere senza timore… un Anno colmo di calorosi e delicati abbracci .

Buon 2021!

paola

Albert Einstein e Mileva Marič “Lettere d’amore”

Albert Einstein conobbe Mileva Marič nel 1896, al Politecnico di Zurigo, dove entrambi studiavano fisica.

Fu l’inizio di un sodalizio umano e intellettuale tra due giovani aspiranti scienziati che presto sfociò in un’appassionata relazione e, nel 1903, nel matrimonio.

Alla compagna di studi «forte e indipendente» il giovane scienziato confidò sogni, progetti, speranze e disillusioni. Furono le tappe, spesso sofferte, di una maturazione emotiva e intellettuale che lo avrebbe portato alle grandi scoperte del 1905, tra cui la teoria della relatività ristretta, vere «rivoluzioni concettuali» per la fisica del nostro secolo.

Mileva, lungi dall’essere quella pallida ombra tramandataci dalle biografie di Einstein, non fu estranea alla straordinaria progressione creativa del compagno, con il quale condivise molti interessi scientifici, aiutandolo come lui stesso ammise a risolvere i suoi «problemi matematici».

Einstein e Mileva

Dalle lettere emergono i conflitti di Albert con colleghi scienziati, le sue costanti preoccupazioni per la ricerca di un posto di lavoro e le difficoltà incontrate dalla coppia, che sarebbero culminate con la nascita fuori dal matrimonio della figlia Lieserl, morta per una malattia infettiva. Nel 1904 e poi nel 1919 nacquero gli altri due figli maschi.

Durante i primi anni di matrimonio, Albert lavorava a tempo pieno presso l’ufficio brevetti di Berna e Mileva, oltre ad occuparsi della casa e dei figli, iniziò ad assistere la carriera del marito: si ipotizza, infatti, che sia stata proprio lei ad occuparsi delle ricerche e del lavoro scientifico che lui non aveva il tempo materiale di fare.

L’epistolario rappresenta la testimonianza fondamentale di un’intesa intellettuale e umana e rivela un Albert Einstein sconosciuto al grande pubblico: ottimista e fiducioso nella vita, colto nel pieno degli anni giovanili, poco prima di diventare il genio iconico e il patriarca della fisica del XX secolo.

Le lettere d’amore coprono l’arco di tempo che va dal 1897 al 1903, poco dopo il matrimonio della coppia, un’unione che terminò in modo crudele per Mileva, abbandonata con i due figli. Ineffabile, in una delle sue ultime lettere, le scrisse “Col tempo ti accorgerai che è difficile trovare un ex marito migliore di me”, e la lasciò in una disperata solitudine, dopo averle consegnato i soldi del Premio.

Ttrasferitosi a Berlino, Einstein iniziò una relazione extraconiugale con la cugina di Milena, Elsa Löwenthal, che sarebbe diventata, poi, la sua seconda moglie.

Ma questa è un’altra storia.

Un Natale diverso… ma da festeggiare lo stesso!

Il 2020 è stato un anno difficile per tutti e al tempo stesso duro da dimenticare. Ma noi, sebbene le ristrettezze a cui siamo costretti, non possiamo non festeggiare il Natale, anche se in lontananza.

Il Natale è per sempre, non soltanto per un giorno, l’amare, il condividere, il dare, non sono da mettere da parte come i campanellini, le luci e i fili d’argento in qualche scatola su uno scaffale.

Il bene che fai per gli altri è bene che fai a te stesso.

Auguro a coloro che seguono il mio blog serenità e soprattutto tanta salute…

Buon Natale!

Paola

Annabella Milbanke, Ada Byron, Anne King… donne straordinarie nella vita di Lord Byron, il grande assente!

Furono rispettivamente la moglie, la figlia e la nipote del famoso poeta.

Annabella Milbanke (1792 – 1860), nata a Londra in una famiglia aristocratica, ebbe un’ottima istruzione in letteratura, filosofia e scienze. Era molto portata per la matematica e vi si dedicò con passione, tanto che il marito la chiamava scherzosamente “principessa dei parallelogrammi”.

Con gli anni divenne molto religiosa e si separò da Lord Byron quando, incinta, scoprì che il marito aveva un rapporto incestuoso con la sorellastra. Per volere di lady Annabella, la figlia Ada (1815-1852) non conobbe mai il padre, in più la madre volle per lei un’educazione rigorosamente scientifica, per evitare che ne seguisse le orme.

Lord Byron

Fin da piccola, Ada dimostrò una notevole capacità di astrazione e una grande passione per la matematica e la geografia. Fu istruita da illustri istitutori privati, tra cui la grande Mary Somerville, esperta di astronomia, fisica e matematica. Quando Ada conobbe il Charles Babbage, il matematico che stava progettando la “macchina analitica”, antenata del calcolatore meccanico, si entusiasmò per le sue ricerche, ne approfondì lo studio e scrisse il primo algoritmo di programmazione.

Superò il maestro immaginando che la macchina potesse operare anche con dei simboli – note musicali o disegni, per elaborare musica o grafica – anticipando così l’idea di software, che sarebbe stata realizzata un secolo dopo.

Dal matrimonio con Lord William King, conte di Lovelace, ebbe la figlia Anne (1837-1917) che fu allevata dalla nonna perché Ada, di salute cagionevole, morì a 33 anni quando sua figlia era ancora adolescente. Anne King, passata alla storia come Lady Anne Blunt, il cognome del marito, è stata una grande viaggiatrice.

Parlava fluentemente francese, tedesco, italiano, spagnolo e arabo. Era una provetta violinista (possedeva anche uno Stradivari che ora porta il suo nome) e un’artista molto dotata. Fin da piccola nutrì un amore sconfinato per i cavalli – la madre Ada era stata una forte scommettitrice alle corse per finanziare la macchina di calcolo – ed era una valente cavallerizza.

Con il marito poeta, Wilfrid Blunt, viaggiò in Arabia e nel Vicino Oriente, acquistando cavalli arabi dai beduini delle locali tribù e cavalli egiziani dai possidenti. Tra i cavalli che portò in Inghilterra figurano destrieri di grande fama. Fondò una grande scuderia, il Crabbet Arabian Stud, che esportò purosangue di qualità eccezionali.

Il matrimonio di Anne non fu tra i più felici, funestato sia dai continui tradimenti del marito, sia dal fatto che delle sue molte gravidanze sopravvisse una sola figlia, Judith. Dopo la separazione dal marito, che pretendeva di portarsi in casa le amanti, vivendo all'”orientale”, la scuderia fu divisa e Anne si stabilì definitivamente al Cairo, dove continuò ad allevare cavalli fino alla morte.

La figlia Judith fu nominata erede universale dei genitori e continuò a gestire la famosa scuderia esportando purosangue che oggi vivono in tutto il mondo.

Per saperne di più: Sara Sesti e Liliana Moro, “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie”, Ledizioni, Milano 2020.

Il potere seducente di Alma Mahler.

Alma Schindler

Alma Schindler  era una delle ragazze più belle e intelligenti della Vienna dell’inizio del XX secolo, ci dicono le cronache. Sapeva suonare impeccabilmente il pianoforte dall’infanzia, sapeva comporre, amava la musica e tutte le arti. Leggeva Nietzsche, si dilettava con la poesia e partecipava ai salotti culturali più importanti del suo tempo.

Ogni sera partecipava ad un ballo o a un evento, e il mattino successivo la sua camera era invasa da centinaia di fiori che i suoi numerosi spasimanti le inviavano. Le furono attribuiti flirt con alcune personalità del suo tempo – ad esempio con Klimt. Ma fu solo quando conobbe Gustav Mahler, un uomo di vent’anni più anziano di lei, direttore dell’Opera di Vienna, un genio irrequieto dallo sguardo dolcissimo e al culmine del prestigio, che lei comprese di aver trovato qualcuno con cui vibrare alla stessa altezza. Perché in Gustav trovava unite le sue due grandi passioni della vita: l’amore e la musica.

Gustav Mahler

Si conobbero ad una cena tra pochi intimi, lei sapeva chi fosse e ne era incuriosita: Mahler era un uomo schivo che non partecipava mai ad eventi mondani e fuggiva dalla porta laterale del teatro subito dopo la fine dei concerti per non dover intervenire a cene e perdere del tempo prezioso che invece voleva dedicare alla composizione della sua musica.

Quando Mahler si presentò alla sua porta il giorno successivo, in lei era già scattata un’ infatuazione divistica e quando iniziò a corteggiarla, lei non ebbe dubbi sul suo destino.

Ma, prima del fidanzamento ufficiale, lui le scrisse lunghe lettere, nelle quali esponeva con estrema chiarezza e lucidità che cosa si aspettava da lei: avrebbe dovuto “eliminare tutte le superficialità, tutte le convenzioni, tutte le vanità e gli abbagli – devi darti a me incondizionatamente, ogni aspetto della tua vita futura in tutti i dettagli dovrà essere subordinato interamente ai miei bisogni e non dovrai desiderare altro che il mio Amore!”. Sottolineava, inoltre, la richiesta più difficile da accettare per Alma, che aveva sempre sognato di diventare una compositrice: “È possibile per te, d’ora in poi, guardare la ‘mia’ musica come la tua? (…) credi di dover lasciare qualcosa di così indispensabile della tua vita, se rinunciassi completamente alla tua musica per godere e far parte della mia?”

Valori femminili da riconquistare…

Non c’è bisogno di dati, studi, statistiche: basta che ciascuna di noi immagini quale sarebbe stata la sua condizione se – con la stessa situazione familiare, lo stesso luogo geografico di nascita, le stesse caratteristiche di censo, aspetto, salute – fosse nata centocinquanta o anche cento anni fa, per capire che il Novecento è stato davvero il secolo della svolta femminile.

In Italia in modo particolare. Partite in ritardo rispetto alle sorelle del Nord Europa, in questo non lungo lasso di tempo le donne italiane hanno impresso un cambiamento significativo alle loro esistenze e insieme alla storia del paese. Con un’accelerazione sorprendente quando, dopo la Seconda guerra, le protagoniste della prima generazione femminile della scolarizzazione di massa, quelle ragazze combattive e colorate che ormai sono nonne, hanno dato vita a un movimento multiforme e variegato capace di smuovere ruoli sociali, posizioni economiche, leggi scritte e regole non scritte.

Ma la battaglia era vinta definitivamente, la necessità di lotta soltanto una continuazione del cammino intrapreso? Il Ventunesimo secolo, prima discretamente poi sempre più violentemente, ha dimostrato che le cose non stavano davvero così. 

Vecchi fantasmi, vecchie figure di un’iconografia tratta dal feuilleton di ricordi sgradevoli e confusi – les filles de joie, le cortigiane, le donne del capo – hanno occupato l’immaginario italiano oscurando la silhouette svelta fattiva e imperfetta della donna comune, la working girl – sempre working, anche sul fronte domestico – che tutti i giorni si alza mescolando il suo carico di preoccupazioni al suo impegno di dignità e autonomia.

Colpisce la riflessione che una giovane e significativa scrittrice italiana, Michela Murgia, affida alle pagine di «Parola di donna», un lessico di cento lemmi declinati al femminile da altrettante autrici raccolti da Ritanna Armeni. « Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era più raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni Ottanta l’eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era già attenuata, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore; la mia generazione intanto cresceva altrove, in un’altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. Da un lato beneficiavo di cose ottenute da altre, ma quella mediazione non aveva trasportato il suo senso fino a me».

È vero: le cose sono andate più o meno così. Con quella smemoratezza storica insita nel corso delle generazioni molte ragazze dell’epoca del wonderbra hanno guardato con distaccata ironia, come a relitti di una preistoria folcloristica, le ragazze che un tempo bruciavano i reggiseni, nell’illusione che quella condizione di opportunità sociali e esistenziali e di rispetto della quale ormai godevano fosse un dato di natura e non il risultato di complicate e faticose contrattazioni. E senza rendersi conto che la fioritura di valore femminile nata negli anni Settanta ha continuato a infondere energia e a dinamizzare la società e la storia contemporanea. 
Ma le donne in piazza oggi – e anche chi ha dissentito, chi ha consapevolmente opposto un altro pensiero e un’altra scelta – non sono né possono essere una riedizione, un remake, una icona di nostalgia, quel movimento guerriero di quarant’anni fa non può che essere un riferimento storico.

“Gli Inganni di Pandora” di Eva Cantarella: le origini delle discriminazioni femminile nell’antica Grecia.

Un incontro con la scrittrice

Ripetiamo spesso che all’ antica Grecia, di cui amiamo definirci eredi, dobbiamo tutto. La cultura, l’ idea di democrazia, la storiografia, la filosofia, la scienza, il teatro Lungo elenco a cui Eva Cantarella – grecista e giurista – aggiunge anche alcuni aspetti, “legati al loro modo di intendere il rapporto tra generi”.

Eva Cantarella

Professoressa, il libro s’ intitola “Gli inganni di Pandora”. Era la Eva dei greci?

In realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.n realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.

Socrate

Il risultato è la prima donna.

Che era “un male così bello” – kalon kakon, come la definisce Esiodo – da renderla inevitabilmente “un inganno al quale non si sfugge”. E infatti gli uomini cominciano a conoscere l’infelicità, perché Pandora – spinta dalla curiosità che da allora “è femmina” – apre il famoso vaso che contiene tutte le calamità del mondo. Sul fondo rimane solo Elpis, la speranza. Dopo l’arrivo di Pandora, all’umanità non resta che quella.

Il libro parte dal racconto mitico ma poi passa al pensiero logico, che però è ugualmente scoraggiante.

Pandora e il vaso

Quindi si basano sul sangue mestruale. C’è chi dice che ne hanno troppo, dato che lo espellono con le mestruazioni, e chi pensa invece che proprio per questo ne abbiano meno degli uomini. La cosa su cui tutti erano d’accordo è che nei corpi femminili il sangue iniziava ad accumularsi nell’utero con la pubertà, all’arrivo della quale le ragazze dovevano assolutamente sposarsi. Se non lo facevano il sangue, non trovando una via di uscita, provocava sintomi simili a quelli dell’epilessia.

Platone

Platone, nel Timeo , parla dell’utero come di un organo “vagante”. Ce lo spiega?

Lo dicono in molti, e ci crede anche Platone. Ma Platone aveva un rapporto speciale con le donne. Per gli uomini greci era abituale avere rapporti amorosi e sessuali anche con altri uomini: il rapporto “pederastico”, con un ragazzo tra i 13 ei 17 anni circa, era parte integrante della formazione del cittadino greco. Nel corso della loro vita quindi essi avevano sia rapporti che noi chiameremmo omosessuali sia rapporti etero (parole che peraltro contestualizzate in Grecia non hanno alcun senso).

Eva Cantarella

Ma a Platone le donne non interessavano minimamente e a dir la verità ne aveva un’opinione tutt’ altro che lusinghiera. Come dimostra, ad esempio, la sua celebre teoria sulla reincarnazione, secondo la quale al momento della morte, coloro che avevano vissuto bene, sarebbero tornati all’ astro dal quale erano discesi. Ma quelli che avevano vissuto male “sarebbero trapassati in natura di donna; e se neppure allora avesse smesso la loro malvagità, si sarebbero tramutati ogni volta in qualche natura ferina, a seconda delle cattive inclinazioni che si fossero ingenerate in lui” (Timeo, 42, b-c).

Ma torniamo all’utero vagante, da cui eravamo partiti . Secondo gli ippocratici se il sangue restava troppo a lungo nell’utero senza poter raggiungere la vagina (nelle giovani vedove, ad esempio, o per lontananza dei mariti) poteva accadere che andasse alla ricerca di organi più umidi, in altre parti del corpo come il cuore o i polmoni.

Oreste viene processato per l’uccisione della madre.

Ma viene assolto. Nell’Orestea di Eschilo (la tragedia che vieta la vendetta, segnando la nascita del diritto), il primo tribunale ateniese, creato da Atena per giudicare Oreste, lo assolve perché “non è la madre la genitrice, ma il padre”. Un’opinione evidentemente condivisa dalla maggioranza degli ateniesi.

Eschilo

I greci avevano perfino dubbi sul fatto che le donne contribuissero a fare i figli!

Aristotele però ammetteva che avessero un ruolo. Secondo lui il sangue era il cibo che, se non espulso dall’ organismo, veniva elaborato dal calore corporeo. Ma la donna, avendo un calore corporeo minore, non poteva compiere l’ultima trasformazione, grazie alla quale, negli uomini, il sangue diventava sperma. E dato che la riproduzione aveva luogo quando il seme maschile “cuoceva” il residuo femminile, il contributo femminile era quello passivo della materia.

Viviamo il tempo della fluidità: la Mattel mette sul mercato una Barbie che può essere maschio o femmina. Che ne pensa?

Intanto voglio dire che esistono anche le situazioni intermedie, che sono naturali e non mostruosità. Però trovo pericoloso responsabilizzare bambini piccoli rispetto a questioni esistenziali così importanti.

Sono passati millenni, ma certi retaggi restano: qual è il peggiore?

Quelli legati alla cura e alla maternità, il concetto di proprietà della donna che sta alla base dei femminicidi. E poi il fatto che le donne che non vogliono figli si devono giustificare: è uno stigma sociale che trovo insopportabile.

Leggendo Gli inganni di Pandora si ha spesso l’impressione che, in parte, la società contemporanea sia uno stampo quasi fedele di quella classica, in cui il mito di allora fa eco ai moderni pregiudizi e populismi che attraversano il cosiddetto mondo civile odierno contro cui l’opposizione del sapere è l’unica arma possibile.

Donna

MULHER

Na tua existencia, o incanto de ser,
a vida, sua estoria,
marcada do desejo de ser
simplismente mulher!
no teu corpo levas
como ninguem mais,
o segredo da vida!
Na sua estoria,
a marca da indiferença,
da discriminaçao, da opressao…
em ti o amor mais bonito,
a beleza transparente,
o carinho mais puro
que me faz homem!

§

Nel tuo esserci l’incanto dell’essere,
La vita, tua storia,
segnata dal desiderio d’essere
semplicemente donna!
Nel tuo corpo ti porti,
come nessun altro,
il segreto della vita!
Nella tua storia
la macchia dell’indifferenza,
della discriminazione, dell’oppressione…
in te l’amore più bello,
la bellezza più trasparente,
l’affetto più puro
che mi fa uomo!

ELIOMAR RIBEIRO DE SOUZA

Il primo “Black Friday” della storia!

Se sapessimo quale è stato il primo Black Friday della storia, forse ci sentiremmo un po’ a disagio nell’utilizzare questo nome per indicare il trionfo del consumismo, la corsa agli sconti e al regalo, ennesima abitudine importata insieme a tante altre (forse non troppo necessarie) dagli Stati Uniti.

Il primo Black Friday della storia è stato a Londra, il 18 novembre 1910. Sì, ci furono anche in quell’occasione delle corse ma non per comprare regali, bensì per salvarsi dalla violenza.

Il parlamento inglese aveva promesso di promulgare una legge per accontentare (almeno in parte) le istanze delle suffragette che, riunitesi nella Women’s Social and Political Union, da tempo chiedevano a gran voce maggiori diritti alle donne, in particolare il diritto al voto. Ma il 18 novembre 1910 fu chiaro che per motivi politici questa legge non sarebbe mai passata.

Allora le suffragette scesero in piazza per una pacifica manifestazione di protesta: erano 300 e guidate da Emmeline Pankhurst, marciarono decise verso Westminster per presentare una petizione al parlamento.Al parlamento però non riuscirono ad arrivarci, perché furono bloccate dalla polizia e iniziarono sei ore di incubo. Invece di essere immediatamente arrestate, come capitava normalmente, subirono percosse, manganellate, spinte, botte. E anche palpeggiamenti, offese, umiliazioni e molestie sessuali.

Rosa May Billinnghurst, soprannominata la “suffragetta storpia”, per una sua grave disabilità che la costringeva su una sedia a rotelle, fu aggredita e umiliata da alcuni poliziotti che la trascinarono lontana dalla folla, la buttarono per terra e le rubarono le valvole delle ruote. Solo per il gusto di lasciarla sola, indifesa e immobile.

Furono picchiate signore anziane e giovani, senza distinzioni. Colpevoli semplicemente di essere donne e di non accettare quel ruolo di cittadine di serie B.

Due manifestanti morirono in seguito alle lesioni riportate. Altre 200 furono gravemente ferite. 115 suffragette furono arrestate, ma rilasciate l’indomani grazie all’intervento di Churchill, all’epoca ministro dell’interno.

Tuttavia il livello di violenza degli scontri si era ormai talmente alzato che le suffragette avevano paura, e dopo il Black Friday molte rinunciarono a scendere in piazza. Altre invece non si persero d’animo e continuarono a protestare. Organizzarono un servizio di guardie del corpo composto da 25 donne guidate da Edith Garrud, una suffragetta che aveva studiato arti marziali e aveva insegnato le tecniche di autodifesa alle altre attiviste.

In questo modo le “suffragette amazzoni”, così le ribattezzò la stampa, proteggevano le manifestanti dagli attacchi della polizia.

Ecco, quando parliamo di Black Friday, io vorrei pensare a queste donne coraggiose, alle suffragette e alle amazzoni, non ad Amazon…🦋