Autore: Paola

“Code” di Vivian Lamarque

“Non mi dispiace fare le code, c’è tempo per pensare…”

Mai come di questi tempi!

Amare la vita è non sprecarne neanche un attimo, trovare anche in ciò che pare noioso la bellezza…

E quale cosa più bella che, avere tempo e molto, per pensare, per guardare con stupore  sempre nuovo il mondo, per leggere o scrivere un verso?.

                  Robert Doisneau,  Fila davanti  un negozio di alimentari.

 

Code

Non mi dispiace fare le code,
c’è tempo per pensare,
per guardare dentro la borsa,
dentro la tasca dell’auto,
tempo per programmare i giorni a venire
domani dopodomani,
per guardare negli occhi di quell’extra gentile
(che vetro scintillante mi ha fatto,
gli ho chiesto il sinistro domani il destro,
ogni giorno un pezzetto diverso)
tempo per guardare quel bel geranio al quarto piano,
sta bagnandolo una vecchina pulita, bellina,
tempo per leggere i titoli, il nome di una via,
tempo per cominciare questa poesia.

Vivian Lamarque
 
 

 

Vivian Lamarque (Tesero, 19 aprile 1946) è una scrittrice e poetessa italiana.
Ha insegnato italiano agli stranieri e letteratura in licei privati. Ha tradotto La Fontaine, Valéry, Prévert, Baudelaire. Dal 1992 scrive sul Corriere della Sera.
Il suo primo libro, “Teresino”, ha vinto il Premio Viareggio Opera Prima nel 1981.
Tra gli altri successivi premi, il Montale (1993), il Pen Club ed il Premio Nazionale Alghero Donna di Letteratura e Giornalismo (1996) nella sezione poesia, il Camajore (2003), l’Elsa Morante (2005), il Cardarelli-Tarquinia (2006). Autrice anche di molte fiabe, ha ottenuto il Premio Rodari (1997) e il Premio Andersen (2000). Gran parte della sua produzione poetica è stata raccolta nell’Oscar Mondadori Poesie 1972-2002.
 
 
 
Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1º aprile 1994) è stato un fotografo francese, autore del famosissimo “Bacio all’Hotel de Ville”.

Gemma Donati…e lei tra di loro!

 

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Henry Holiday, l’incontro immaginario fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco) accompagnata dall’amica Vanna (con il vestito rosso), sul Ponte Santa Trinità in Firenze (1883)“

Non deve avere avuto un’esistenza semplice e serena Gemma Donati.
Gemma…chi? Chi è costei? Forse qualcuno nel leggere il suo nome ci ha dovuto pensare un po’ prima di identificarla nella sua mente, o forse non la si è mai sentita particolarmente nominare. Eppure, essendo moglie di un uomo italiano altamente illustre e appartenendo lei stessa ad una famiglia che non passava certo inosservata a Firenze nel XIII secolo, avrebbe dovuto godere di altrettanta memoria. E invece di Gemma non si parla mai, se non in pochissime occasioni relegate a momenti di approfondimento critico e accademico.
Figlia di Manetto Donati, cugina di terzo grado di Corso, Forese e Piccarda Donati, Gemma era nata forse il 3 marzo 1265, stesso anno del suo sposo promesso, niente poco di meno che Dante, Dante Alighieri!  Lui, il sommo poeta, idolo letterario di intere generazioni da sempre, l’autore dell’opera più letta, studiata, amata e tradotta al mondo dopo la Bibbia, un’opera che mette al centro più di ogni altra cosa l’amore, ogni forma di amore: quello di Dio per l’umanità e quello degli esseri umani per i propri simili.

Il destino di Gemma è quanto di più triste una donna si possa augurare. Promessa in matrimonio a Dante per interesse già dal 9 febbraio 1277, data vergata nell’atto notarile del fiorentino ser Oberto Aldovini, in cui si stabiliva anche la dote di Gemma in 200 fiorini, tra il 1285 e il 1290 la fanciulla si ritrovò sposata all’austero e in altre faccende affaccendato Dante, figlio di Alighiero di Bellincione di Alighiero, famiglia fiorentina di piccola nobiltà ma decaduta. L’unione con Gemma rappresentava il classico matrimonio combinato, promessi alla tenerissima età di dodici anni e con molta probabilità senza alcun fondamento d’amore, il che non è inusuale per l’epoca. Ma fin qui nulla di strano per una giovane in pieno Medioevo. Sarebbe stato un matrimonio ordinario come tanti, se non ci fosse stata la presenza incombente, ingombrante, strabordante di un’altra donna, l’unica che Dante amerà di amore assoluto e divinizzato: Bice, figlia di Folco Portinari, a noi nota, notissima come Beatrice.

Deve essere stato questo il vero grande dramma interiore di Gemma: la sua presenza di donna e moglie non ha avuto alcun riflesso nella vita e nella vasta opera di Dante. Non un cenno, non una menzione, ogni verso, ogni frase, ogni riferimento è rivolto alla donna che ha rapito Dante da quando aveva solo nove anni fino alla sua morte. Non solo: Beatrice era sposata a Simone de’ Bardi, ricco banchiere di Firenze, anche lei con un destino segnato dalla morte, probabilmente per il parto del primo figlio, essendo giovanissima, appena adolescente, quando viene, pure lei, destinata al matrimonio combinato.
A Beatrice il sommo poeta ha dedicato un intero, e meraviglioso, romanzo autobiografico, la Vita Nova, la sua presenza si intravede già nelle varie rime precedenti la Divina Commedia, è per lei che Dante ha la forza di attraversare la selva oscura della sua esistenza e di compiere un viaggio ultraterreno che lo porterà ad incontrarla, con sua immensa e indicibile gioia.
Insomma, un’intera esistenza, quella di Gemma, vissuta nel più totale “esilio” non volontario e nella rassegnazione, quella che accomuna gran parte delle donne del passato, non consce del tutto dei loro diritti ma ben istruite sui loro doveri verso il coniuge e verso il focolare domestico. Una rassegnazione che permette a Gemma di vivere accanto a Dante senza mai ribellarsi, a quanto ne sappiamo, e mettere al mondo ben tre figli certi e uno probabile: Pietro, Iacopo, Antonia e forse un Giovanni.

(altro…)

Le donne e il coronavirus… ineccepibili in questa emergenza!

 

 

Sento già chi dice “ma con tutto quello che sta succedendo, ti pare il caso di parlare di questo?” oppure ” i problemi sono ben altri”

Io credo però che anche in questo momento drammatico del nostro Paese e forse ancor di più proprio per questo, dobbiamo farci delle domande sul perché ancora una volta chi sta gestendo tutta la situazione emergenziale del nostro Paese, a livello politico, sono solamente o quasi esclusivamente uomini.

È una domanda che mi faccio ogni giorno quando in televisione, alle 18 c’è il quotidiano collegamento con la Protezione civile, quando da ogni regione vanno in onda le interviste ai presidenti di Regione e agli assessori della sanità, quando nei vari talk show vengono intervistati primari, infettivologi, direttori di dipartimento.

Le uniche donne che ogni tanto appaiono in televisione o in qualche intervista sono le Ministre Lamorgese e De Micheli: sono ai vertici di Ministeri importanti e nevralgici per questo momento eccezionale e stanno gestendo con fermezza, senso di responsabilità e pacatezza questa fase, sobrie dal punto di vista della comunicazione e della visibilità.

È noto che il gender gap nella gestione del potere è enorme, sempre; ed anche in questa fase inevitabilmente lo constatiamo.

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La fotografia dell’ infermiera stremata che si addormenta sul computer, raffrontata a quella del tavolo a cui siedono ogni sera tutti i responsabili della Protezione civile è ancora una volta emblematica di come sono suddivisi i ruoli fra uomini e donne nel nostro Paese.

Le donne in questa emergenza sanitaria ci sono e la stanno affrontando con una abnegazione incredibile; non parlo solo di quelle in prima linea negli ospedali e nei servizi socio assistenziali, parlo anche di tutte le donne che stanno dimostrando su svariati fronti contemporaneamente, una forza e una resilienza fuori dal comune.

La donna che, ogni giorno si fa carico del lavoro di cura dei figli, degli anziani e di tutta la famiglia in generale, quella donna che come giustamente dice Michela Murgia nella prefazione del libro “Bastava chiedere” “…assume su di sé (la funzione materna) perché è educata a pensare di esservi naturalmente più portata e lo fa prendendosi anche il carico emotivo di sapere che – se per caso non lo facesse o volesse smettere di farlo – l’intero sistema dei suoi rapporti verrebbe giù, dato che è costruito usando proprio quella funzione come punto di scarico di tutta la struttura.” in questo particolare momento è sovraccaricata di incombenze fisiche e mentali.

Non solo si deve far carico del doppio lavoro, se ne ha un altro oltre quello domestico, inventandosi uno smart working casalingo, spesso molto difficile da mettere in pratica per le condizioni oggettive della casa (spazi limitati, figli con lezioni scolastiche virtuali ecc. ecc.), ma spesso è quella che prende su di sé e cerca di risolvere le ansie, le paure i tanti momenti di depressione di figli, mariti, genitori anziani, che inevitabilmente, in questi giorni, sono presenti nella vita di tutte noi.

Sarà forse proprio per questa forza che le donne sono meno contagiate dal coronavirus?

Dobbiamo dirlo ancora una volta sino allo sfinimento? Le donne ci sono , hanno tenacia, competenze e voglia di mettersi in gioco  anche in momenti come questi. Il dramma che stiamo vivendo ci lascerà in eredità lutti, dolore, angoscia, ansia per il futuro, ma potrebbe anche essere un’opportunità per rivedere i meccanismi decisionali del nostro Paese, per cambiare il sistema dei valori della nostra società, per azzerare le disuguaglianze ed accorciare il gap di genere e quello generazionale, per ripensare in che mondo e in che ambiente noi vogliamo vivere e far crescere le nuove generazioni.Noi donne siamo pronte a questa sfida e se i poteri decisionali maschili non lo capiranno dovremo essere pronte ad imporci per cambiare questo sistema.

Felicita Frai: la pittrice delle donne!

A Felicita Frai dedicarono scritti, volumi, poesie, per omaggiare la sua bravura si, ma anche la sua incredibile bellezza.

Felicita Frai: la pittrice delle donneIl suo vero nome era Felice Frajova, nacque a Praga il 20 ottobre 1909 ma si trasferì appena maggiorenne in Italia, a Trieste, e decise di italianizzare un po’ il suo nome. Alta, bionda, occhi azzurri, era una donna provocante ammirata dagli uomini ed invidiata dalle donne.
Era provocante e sapeva di esserlo, lei stessa, ricordando la sua gioventù, disse:

“Ero radiosa, avevo dentro una luminosità, che la gente sentiva”

Fu tra le artiste più influenti degli anni ’40, probabilmente perché quella stessa luce che lei emanava, la metteva tutta nei suoi dipinti, così le sue donne-bambine vestite, nude o seminude, a volte provocanti e con le labbra carnose, erano tanto ammirate dal pubblico.

Sono donne dipinte da una donna

Felicita Frai: la pittrice delle donne
Ragazze con fiori

Ebbe diversi mariti e flirt ma il suo grande amore fu Achille Funi, il pittore ferrarese presentatole da Leonor Fini, che la prese sotto la sua ala, le fece da maestro, da collaboratore e da amante. Con lui studiò la tecnica dell’affresco e collaborò, nel 1936 alla decorazione de Il mito di Ferrara nella sala dell’Arengo del Palazzo Municipale. Lavorarono insieme a Ferrara, Milano, Tripoli, erano felici. Ma come lei stessa raccontò:

“Funi aveva paura di vivere. Un giorno mi disse: ho quarant’anni e devo smettere di fare l’amore. Temendo un futuro grigio, presi il primo treno e scappai piangendo a Milano. Sapevo d’aver perso la felicità.”

A Milano frequentò lo studio di De Chirico che tanto la elogiava per la sua bravura, partecipò a tutte le edizioni della triennale, lavorò molto dedicandosi anche all’incisione e all’illustrazione di libri come Viaggio attraverso lo specchio di Lewis Carroll, lo scrittore di Alice nel paese delle meraviglie. Ma non si fermò qui, lavorò alle decorazioni dei saloni di grandi transatlantici, tra cui l’Andrea Doria

Felicita Frai: la pittrice delle donne

È proprio a Milano che Felicita diventa l’artista famosa che oggi ricordiamo. Frequentò artisti del calibro di De Pisis, Carrà, Morandi, ebbe commissioni importanti e lei divenne la ritrattista delle donne.

Rappresentò la figura femminile in tutte le forme e colori, fece più di 100 ritratti, 100, come i suoi anni quando morì.

Si spense a Milano il 14 aprile 2010.

Nell’ultimo periodo della sua vita si avvicinò ad uno stile sempre più fiabesco. Donne come fiori è il titolo di uno dei suoi quadri. I capelli delle donne sono adornati dai fiori e i fiori quasi diventano farfalle, tutto incredibilmente leggero e poetico.

Felicita Frai: la pittrice delle donne

La sua fu una vita consacrata all’arte, ma quando in una delle sue ultime interviste, le viene chiesto chi è Felicita Frai, lei rispose:

“Un granello di sabbia che il vento ha fatto volare fuori posto, e mi domando: da dove sono uscita?”

“La ragazza con la macchina da scrivere” di Grant Allen.

Romanzo vittoriano inglese precursore della “nuova donna” autonoma e libera criticata all’epoca.

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Nell’Inghilterra vittoriana di fine ’800 Juliet Appleton è la figlia di un ufficiale che sarà costretta a farsi strada nel mondo dopo la morte di suo padre. Diventerà una dattilografia e stenografa, ottenendo un’occupazione in uno studio legale, qui scoprirà che non può sopportare di lavorare con dei colleghi e un datore di lavoro sgradevoli.

Avevo ventidue anni ed ero disoccupata.
Con questo non voglio dire che non avessi come occupare il tempo. Nel mondo in cui viviamo, ricoperto di margherite, martin pescatori e volti indistinti di uomini e donne, dubito che potrei mai trovarmi a corto di occupazioni. Il dorso di una rondine che volteggia sotto il sole è pieno di significato. Se vivi in campagna, non devi fare altro che infilarti un cappello e sgusciare in qualche prato e lì, in una rientranza della siepe, vedrai boccioli che si schiudono e farfalle dorate che amoreggiano, sentirai usignoli che cantano come se si rivolgessero a Keats, e ruscelletti che compongono madrigali come se gorgogliassero per Marlowe.

 

Juliet possiede alcune delle caratteristiche della famigerata “nuova donna” emancipata: ha frequentato il college femminile di Girton, fuma sigarette, si unirà a un gruppo di anarchici e indosserà un abito razionale per facilitare la guida della sua bicicletta. Dopo la morte del padre la ragazza si troverà sola senza un soldo in una piccola pensione insieme al suo cane, un incrocio fra un bull terrier e chow chow.

Imparerà a stenografare e battere a macchina dato che all’epoca il nuovo mezzo, la macchina da scrivere, era una novità insieme alla bicicletta ed anche un simbolo di emancipazione femminile creando una moltitudine di ragazze impiegate chiamate typewriter girl. Da un annuncio letto su un giornale Juliet deciderà di infoltire quella schiera di dattilografe.

Troverà una nuova opportunità in uno studio legale. Juliet, “scrutata come un cavallo in vendita”, verrà assunta e collocata in una stanza polverosa che odora di muffa, per scrivere a macchina lettere e documenti, dalla mattina alla fine del turno. Si innamorerà poi del suo datore, e lui con lei, ma le complicazioni inevitabilmente seguiranno.
Dopo quattro giorni però si licenzierà, non reggendo allo stress e ai clic, clic, clic per tutto il giorno. Qualche giorno prima aveva sentito parlare di una comunità di anarchici che avevano acquistato un terreno incolto e creare delle colture intensive: una visione celeste che l’avrebbe convinta a prendere la sua bicicletta e recarsi nelle campagne del West Sussex.
Lei inizia la narrazione meditando sulla teoria che l’Odissea, immaginando sia stata scritta da una donna, mentre L’Iliade sia prettamente maschile con battaglie e spade, anche se fosse vera mi piace crederlo, dichiarando che andrà avanti nel mondo in cerca di avventure “ne troverò di sicuro perché la fede smuove le montagne“.
Per Juliet l’esplorazione, la mobilità e l’occupazione sono elementi essenziali della sua libertà, anche se, come prevedibile, anela al romanticismo.
Osserva che il XIX secolo ha dato alle donne una fredda e cinica etichetta “femmine” cancellando così il romantico “signora”, ma in cambio ha dato a queste donne una maggiore libertà, sintetizzata dall’uso della bicicletta dando una sensazione di autonomia e indipendenza, Juliet in seguito descrive il suo amore per la bicicletta:

Una donna in bici ha davanti a sé tutte le possibilità del mondo tra cui scegliere: può andare dove vuole, senza l’intralcio degli uomini. “

BicycleWomanStereo1900-1                                          Immagine di una donna in bicicletta del 1900
Nella comunità agricola imparerà a fare piatti vegetariani fra cotolette d’orzo con salsa di pomodoro e una sorta di spaghetti da cui riceverà il “bravissima”, elogio del napoletano Luigi, un personaggio della variegata comunità.

Questa abilità in cucina aumenterà la sua popolarità tra gli uomini del gruppo anarchico; mentre le donne non saranno dispiaciute di avere il loro compito alleggerito da un po’ di assistenza amatoriale. Il romanzo ironico comincia nel più brillante dei modi dove la sua eroina passa da uno studio legale squallido a una colonia anarchica a Horsham, insieme alle sue tribolazioni, soffrendo anche molestie sessuali in entrambi.

 

Legato sempre  alla questione della “nuova donna”, lo scritto appare a volte romantico e convenzionale con allusioni a Shakespeare, giocando sul nome Juliet quando troverà il suo Romeo con i baffi che si muovono appena pronuncia il suo nome alla comunità anarchica “il fatto che ero una Juliet alimentava la loro fantasia.

Ogni uomo si raddrizzò e accarezzò il mento con la stessa aria di un Romeo”.


L’autore

Alla fine del XIX secolo, il canadese Charles Grant Blairfindie Allen (1848 – 1899) è stato un autore prolifico di testi di divulgazione scientifica sostenitore della teoria darwiniana sull’evoluzione, così come scrittore di fantascienza.

Nel 1895, il suo libro intitolato The Woman Who Did , fece scalpore divulgando alcuni punti di vista sorprendenti, in anticipo sui tempi, su questioni matrimoniali e affini, diventando un best-seller. Il libro racconta la storia di una donna indipendente che avrà un figlio fuori dal matrimonio.
La ragazza con la macchina da scrivere (1897) è uno dei due soli romanzi che ha scritto sotto uno pseudonimo femminile Olive Pratt Rayner, forse per dare credibilità al suo narratore in prima persona di sesso femminile. Il suo uso di uno pseudonimo femminile per The Typewriter Girl era forse un’indicazione di questo desiderio per mantenere separati gli scritti scientifici dalla narrativa.

Il romanzo ritrae con ironia le tensioni tipiche della fin de siècle sulla relativa evoluzione,  la tecnologia,  e il ruolo delle donne.

Juliet è la tipica “nuova donna” eroina della società la cui giovinezza e attrazioni sessuali sono messi insieme e commentati insieme a un forte desiderio di indipendenza

Anche se il tono sbarazzino e ironico della prima persona narrativa, e la trama episodica, tendono a sminuire ogni tentativo realistico di ritrarre la reale vita di lavoro di un impiegato dell’età vittoriana, questo testo permette di vedere alcune critiche sui nuovi ruoli femminili.

Riflettendo infine che pur se la donna non è nata per essere solo una dattilografa, Juliet ribadisce comunque la sua idea alla fine del testo: “Sono ancora una ragazza con la macchina da scrivere”.

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Nancy Cunard: ribelle e anticonformista!

 Una delle donne che più mi ha interessata è stata Nancy Cunard, e  oggi Nancy sarà anche la  protagonista  del mio articolo.

Nancy Cunard è una celebrità famosa sia nell’alta società, sia all’interno del mondo intellettuale delle avanguardie. Nasce nel 1896 in Inghilterra. Nel 1911 si trasferisce a Londra con la madre, a causa della separazione con il padre.

A Nancy non piaceva il mondo in cui viveva, questa idea scatenerà fin da subito scandalo con il suo anticonformismo morale, sessuale e politico.

Fin dai primi tempi in cui frequentò gli ambienti dell’avanguardia artistica inglese ne rimase subito attratta, in particolar modo dalla poesia. Nel 1920 si sposta a Parigi, qui entra in contatto con gli ambienti surrealisti e dada.

Nel 1928 durante un viaggio a Venezia inizia una storia con Henry Crowden, musicista jazz afro-americano.

La Cunard prediligeva un amore libero ed anche per questo fu criticata per i suoi amori sia etero che omosessuali.

L’incontro con Crowden avvicina Nancy ai temi della politica razzista, così facendo si “trasforma” in un’ attivista politica antirazzista per il resto della sua vita. Tanto da pubblicare nel 1931 l’opuscolo Black Man and White Ladyship, un attacco diretto alla società tradizionale, snob, imperialista e razzista del mondo occidentale. Nel 1934 pubblica, invece, un volume antologico in 7 sezioni, Negro: An Anthology, un vero e proprio viaggio nella cultura afro-americana.

L’obiettivo di Nancy Cunard era quello di smascherare il perbenismo e l’autoritarismo nell’alta borghesia e aristocrazia inglese. La solitudine era però il prezzo da pagare per la sua scelta controcorrente.

Per quanto riguarda la politica, la Cunard era anarchica, antifascista, antimilitarista e antirazzista, combatte infatti il fascismo e si schiera con la Spagna rivoluzionaria del 1936-1939. Viene arrestata più volte per attività cospiratrici, a causa del sostegno antifranchista.

Possiamo quindi dire che Nancy Cunard ha condotto una vita anticonformista, e straordinaria in quanto fu poetessa, editrice, modella, attivista per i diritti civili,  corrispondente di guerra, traduttrice, curatrice di antologie e agitatrice culturale; ricordiamo inoltre che lei era un’anarchica e una dark lady, colta, trasgressiva, provocatoria e ostinata e che partecipò a movimenti letterari come il Modernismo.

Venne ogni volta screditata e denunciata quando decideva di battersi in favore dei diritti civili. La protagonista dell’articolo muore infine nel 1965.

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Come dicevo all’inizio, Nancy è fra le donne che io personalmente preferisco perché nonostante quello che lei avrebbe dovuto essere, ovvero una donna ricca, conformista, insoddisfatta, capricciosa e viziata, ha avuto il coraggio per opporsi a tutto ciò, ha lottato per i diritti delle persone, quelli che oggi noi diamo per scontati, ma che dovremmo sforzarci di difendere tutti i giorni “con le unghie e con i denti”.

Quindi io, in qualità di cittadina del mondo, mi sento in dovere di dire “Grazie” a Nancy e tutte quelle persone nel mondo che hanno lottato e che  lottano per un mondo senza razzismo, discriminazioni e perbenismo!

 

Una danza di pensieri!

Nebila, etiope, si definisce una “cantastorie femminista che usa creatività e arte per parlare di pace, affrontare diseguaglianza e oppressione, archiviare le storie del vivere quotidiano a beneficio delle generazioni a venire”.

Oltre a essere scrittrice, poeta, editrice e fotografa, Nebila è assai nota ed efficace come attivista: solo per fare un esempio, la sua campagna #JusticeForLiz, relativa all’ottenere giustizia per una donna vittima di stupro, raggiunse quasi 2 milioni di firme.

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Ero solita pensare fosse l’oscurità

a darti gli incubi

Solo ora arrivo a capire

come le luci che inondano la tua esistenza

sembrino perseguitarti

Non appena arrivano

tu cerchi i punti che la luce non raggiunge

per poterci strisciare dentro, coperta dal calore e dal rifugio del buio

Nel mentre quasi tutti bramano movimento e suono,

tu sei saziata dal vuoto e dalla pienezza dei silenzi

Da sola, negozi fra le differenti donne che ti compongono

Indisturbata,

filtri l’orchestra di pensieri

in mutevoli ottave

permettendo a ciascuna di esse di cantare la propria canzone

*****

Mia madre dice che ci sono stanze chiuse all’interno di tutte le donne. Che le donne diverse che le abitano sono le sole a poter schiudere quelle porte. Tu devi essere paziente. Devi sederti con ognuna di esse, una alla volta. Parlare le loro lingue. Ascoltare le loro storie. Intrecciare i loro capelli. Percepire il loro tipo di pelle – ruvida, liscia, grezza. Fasciare le loro ferite. Ridere con loro. Capire le loro lacrime. Massaggiare i loro piedi. Conversare con loro. Dar loro riconoscimento. Essere presente per le loro paure. Essere presente per loro. Stare con loro.

Mia madre dice che alcune le evochi tu e altre evocano te. Che una porta con sé la propria rabbia, un’altra il delirio. Che non devi mai ignorare la più silenziosa, quella che non bussa mai. Lei è la più potente. Devi cercarla, persuaderla a uscire dalla stanza con gentilezza.

Mia madre dice che non devi pensare a come soddisfare quella che bussa sino a che le sanguinano le nocche e le mani le dolgono. Lei non è una di cui dovresti preoccuparti perché indossa tutte le proprie emozioni e tu saprai subito se ci sono guai in arrivo.

Una ha buttato giù la porta l’altro giorno – mamma dice che è perché era soffocata dalla propria angoscia – e si è succhiata via tutta l’aria nella stanza, lasciandola annaspare in cerca d’aria che non poteva fabbricare. Lei è quella a cui non sottoponi problemi. Lei li nutrirà sino a farli crescere come erbacce, senza lasciare spazio alcuno alla bellezza. O al respiro.

Ognuna ha il suo posto e il suo scopo. Tutte creano te. Senza di esse, saresti vuota. Un guscio. Loro ti danno colore, carattere, stile. Persino quella furibonda ti dà acume. Lascia che siano.

Mia madre dice che è solo quando ti danno le chiavi, solo allora sarai in grado di aprire tutte le porte e fare pace, di riunirle insieme così che possano cantare i loro sogni e narrare i loro ricordi l’una all’altra. E a te.

Solo allora, quando le loro sofferenze saranno intessute nelle storie che raccontano, i sogni che osano e i segreti che sussurrano saranno liberati e libereranno il tuo respiro.

I segreti fanno parte di noi stesse e come tali saremo noi a decidere quando liberarcene insieme alle nostre sofferenze!