Autore: Paola

Grace Kelly, da diva a principessa.

La vita di Grace Kelly non pare dissimile da quella di una principessa delle fiabe, anche se con un finale inaspettatamente tragico.

Grace Patricia Kelly nacque il 12 novembre del 1929 a Filadelfia, terzogenita di una delle famiglie più famose e facoltose della costa orientale degli Stati Uniti. Suo padre, John B. Kelly, meglio conosciuto come Jack, figlio di immigrati irlandesi, raggiunse la notorietà e il successo essendo tre volte campione olimpico di canottaggio; una volta ritiratosi divenne imprenditore e proprietario di una ditta di costruzioni, e collaborò più volte con la presidenza statunitense per l’ideazione di programmi sportivi. I suoi due fratelli erano a loro volta famosi: Walter C. era una star del teatro vaudeville e partecipò ad alcuni film per la Metro-Goldwyn-Meyer e la Paramount Pictures; George era un commediografo, sceneggiatore e regista che vinse anche un premio Pulitzer per le sue opere.

La madre di Grace, Margaret Majer, di discendenza tedesca, insegnava Educazione fisica all’università della Pennsylvania e aveva un passato da modella; rinunciò a lavorare quando divenne madre, dedicandosi alla cura delle figlie e del figlio – in ordine di età: Margaret, John Jr., Grace ed Elizabeth – finché non raggiunsero l’età scolare, dopodiché partecipò a varie organizzazioni civili e di beneficenza.

Grace ricevette un’educazione strettamente cattolica, studiando anche danza e recitazione. A dodici anni partecipò al suo primo spettacolo col ruolo di protagonista in Don’t Feed the Animals. Lo scarso rendimento scolastico le costò l’ammissione al Bennington College nel 1947, un duro colpo per il suo futuro lavorativo. Non che in realtà ne avesse bisogno considerando la grande ricchezza della sua famiglia, ma Kelly detestava l’idea di essere una semplice ereditiera che sperpera le fortune altrui; per questo, anche se contro il parere dei genitori, decise di perseguire il suo sogno di diventare un’attrice, ispirata dalle grandi dive di Hollywood come Ingrid Bergman. 

Fu lo zio George ad aiutarla a fare i primi passi nel mondo del cinema, riuscendo a farle superare una audizione dell’American Academy of Dramatic Arts a cui Grace partecipò portando una scena tratta da The Torch-Beares, scritta da George stesso. Sotto la guida dello zio e grazie alla propria diligenza e perseveranza ottenne il suo debutto a Broadway nel dramma Il padre di August Strindberg, per il quale vinse il Theatre World Award. Nello stesso periodo ottenne anche i primi contratti da modella.

Grace Kelly in La quattordicesima ora

Nel 1950 il produttore Delbert Mann la assunse come protagonista nell’adattamento televisivo del romanzo Bethel Merriday di Sinclair Lewis, parte della serie The Philco Television Playhouse, a cui partecipò anche per le puntate successive; nel frattempo continuò a lavorare nel teatro, con ruoli in diverse opere come The Rockingham Tea SetThe Apple Tree e The Mirror of Delusion. Impressionato dalle sue doti recitative, il produttore Henry Hathaway le assegnò una parte minore nel film La quattordicesima ora: Kelly, nel ruolo di una donna in procinto di firmare le carte del divorzio che cambia idea dopo aver visto il salvataggio di un suicida, ottenne grandi riconoscimenti pubblici ma la sua performance fu quasi ignorata dalla critica, che la relegò a una meteora dalla fama effimera.

Visto l’incerto futuro nel cinema, decise di continuare nel mondo del teatro, dove ormai aveva una solida reputazione, apparendo anche in singoli episodi di varie serie televisive, fra cui Actor StudioLights Out, Big Town, The Clock, The Web Danger. Fu al teatro Elitch del Colorado che le venne offerto il ruolo di co-protagonista nel western firmato Fred Zinneman High Noon (Mezzogiorno di fuoco), che fu il trampolino di lancio verso il successo: Grace interpretò la moglie quacquera dello sceriffo Will Kane ― la star Gary Cooper ― il quale deve affrontare la vendetta di un bandito arrestato anni prima. Il personaggio di Kelly, una donna profondamente religiosa e avversa alla violenza che per amore del marito non esita a uccidere, ispirò forti contestazioni nell’epoca del rigido e moralistico codice Hays, che regolava le scene di sesso e violenza nei film hollywoodiani. Il pubblico e la critica ancora una volta si ritrovarono spaccati quando dovettero giudicare il lavoro della giovane attrice: mentre il pubblico la lodò per aver saputo osare con un ruolo del genere e fece sbancare il botteghino al film, la critica fu molto più fredda, trovando la caratterizzazione del personaggio inconsistente; Alfred Hitchcock la definì «moscia, poco espressiva», ma non negava che avesse del potenziale non ancora sbocciato. 

Il libro del mese… “La vergogna” di Annie Ernaux

“Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri”.

Breve sinossi…

Romanzo dell’infanzia e dei suoi abissi, la vergogna ricostruisce con spietata lucidità una presa di consapevolezza: quella di una bambina di dodici anni testimone della “scena” spartiacque, rimasta a lungo indicibile, che le fa scoprire di colpo di essere dalla parte sbagliata della società. Inventariando i linguaggi, i riti e le norme che delimitavano il suo pensiero e la sua condotta di allora, Ernaux sprofonda nella memoria intima e collettiva – fatta di usanze, espressioni e modi di dire – e scompone l’habitat del mondo in cui era immersa: la scuola privata, i codici della religione cattolica, il culto della “buona educazione”, le leggi non scritte ma inviolabili della gerarchia sociale.

Come nessun altro, Annie Ernaux riesce a mettere a fuoco con bruciante distacco – da esemplare “etnologa di se stessa” – la più indifesa delle età, raccontando quel violento e reiterato sconcerto che è l’ingresso nella vita adulta. Da qui la Vergogna.

Ma che cos’è la vergogna? É un sentimento che sorge nel momento in cui si lascia l’infanzia e l’innocenza che appartiene a quel periodo della nostra vita.

Annie Ernaux

E quando succede? Nel caso di Annie Ernaux c’è un episodio ben preciso: un atto di violenza commesso dal padre verso la madre. Una domenica di giugno del 1952 è una data spartiacque nella vita di Annie Ernaux. Aveva dodici anni e si ritrovò ad assistere a una lite violenta tra i genitori, una scena “indicibile”, in cui il padre ebbe l’impulso di uccidere la madre.
Nasce così la “vergogna”, sensazione che la accompagnerà a lungo, separando la bambina che era prima di quella domenica dalla Annie del “dopo”. Nulla sarà più lo stesso, la vergogna le si incolla addosso qualunque cosa faccia. Non ne può parlare, non esistono parole per descrivere un episodio del genere, finché, a distanza di molti anni, decide di scriverne. E nel farlo, le sembra che la scena si ridimensioni, perché:

“Forse la narrazione, ogni narrazione, rende normale qualunque gesto, anche il più drammatico”.

Col suo linguaggio asciutto, spesso erroneamente definito algido e privo di sentimento, magnificamente reso dalla traduzione di Lorenzo Flabbi, la Ernaux tenta di reinserire l’accaduto nel suo contesto, in quel 1952 ormai lontano. Tra fotografie precedenti e successive a quella domenica, in cui cerca di individuare il tratto caratteristico della vergogna percepita, giornali dell’epoca, cartoline e altri, pochi, oggetti personali, l’autrice effettua una ricostruzione quasi chirurgica, lucida della sua vita di ragazzina.

“Quel che mi importa […] è ritrovare le parole attraverso le quali pensavo me stessa e il mondo circostante. Stabilire ciò che per me era normale e ciò che era inammissibile, persino inimmaginabile”.

È un viaggio a ritroso verso un mondo che non le appartiene più, verso regole di comportamento cui le sembrava naturale obbedire, verso una religiosità allora vissuta come necessaria, verso la scuola privata in cui, dopo quella domenica, si era sentita fuori posto.

“È la terra natale senza nome in cui, appena vi faccio ritorno, sono subito assalita da un torpore che mi sottrae ogni pensiero, pressoché ogni ricordo puntuale, come se fosse in procinto di inghiottirmi di nuovo”.

Era un paesino, il suo, in cui tutti si conoscevano e si tentava di mantenersi in equilibrio tra le domande fatte agli altri per estorcere informazioni sulla loro vita e l’esigenza di rendere inaccessibile la propria.
C’erano le ville dei ricchi e il quartiere come quello in cui viveva, abitato da persone che non si sognavano di mescolarsi a una classe sociale più elevata. La scuola privata consentiva una certa elasticità da questo punto di vista, sotto l’egida del cattolicesimo. Ma dopo quella terribile domenica, anche questo era stato spazzato via. La vergogna faceva sentire Annie indegna di quella comunità.

“Nella vergogna c’è questo: la sensazione che possa accaderci qualsiasi cosa, che non ci sia scampo, che alla vergogna possa seguire soltanto una vergogna ancora maggiore”.

perché

“La vergogna non è altro che ripetizione e accumulo”.

Anche in altre opere, come Il Posto, si avverte questa sensazione, la vergogna nei confronti della famiglia, del lavoro dei suoi, della stanza in cui vivevano sopra la bottega, con la cucina nel retro, sempre esposti allo sguardo dei clienti.
Qui l’incursione nel passato accentua il distacco dalla Annie scrittrice, che espone al pubblico quello che dovrebbe restare privato.

“Mettere a nudo le regole del mondo dei miei dodici anni mi restituisce per qualche istante l’inafferrabile pesantezza, la sensazione di chiusura che avverto nei sogni. Le parole che ritrovo sono opache, rocce impossibili da smuovere. Prive di immagini precise. Prive persino di senso”.

Significativo, da questo punto di vista, il motto scelto dall’autrice:

“Il linguaggio non è la verità. È il nostro modo di esistere nel mondo”.
(Paul Auster, L’elogio della solitudine)

Benvenuto Settembre!

Ed ecco che è arrivato il famoso “ ne riparliamo a settembre “… perché in fondo il vero inizio dell’anno non dovrebbe essere il primo di gennaio, ma quello di settembre, quando ritorniamo e abbiamo davanti a noi progetti da iniziare o da portare a termine, prospettive o più semplicemente impegni rimandati per l’interruzione estiva.

Gennaio è freddo, pigro, ci vede ingrassati dai pranzi natalizi, settembre invece è un mese attivo, propositivo, tiepido e se anche in vacanza ci siamo concessi degli strappi alla normale alimentazione, almeno abbiamo nuotato, camminato e forse questo caldo un po’ di fame ce l’ha tolta.

Ricominceremo ad avere ritmi meno lenti e pomeriggi più attivi, Indosseremo nuovamente le camice di seta, gli abiti a mezza manica.

Ritroveremo gli amici, i colleghi, i soliti posti, ma soprattutto noi stesse.

Perché, vedete, il punto è proprio questo, il ritrovarsi, riprendersi, ricominciare da dove ci eravamo lasciate, diciamolo anche un po’ andare, per non pensare, non decidere e non affrontare.

Non dimentichiamo mai un cosa molto importante, noi siamo in grado di fronteggiare qualsiasi situazione, di opporci o di lottare se ci vogliono sopraffare, costringere o anche solo convincere, perché dietro al nostro stile da regine, abbiamo una tuta mimetica da soldato.

Buon settembre a tutte/ i !

La vostra Paola

Anche il mio blog va in vacanza.

«Se fossi un medico, prescriverei una vacanza a tutti i pazienti che considerano importante il loro lavoro.» (Bertrand Russell)

Faccio mia la prescrizione di Bertrand Russell e per qualche giorno mi prendo una piccola pausa, augurando a tutti voi felici vacanze.

Qualsiasi cosa facciate, qualunque sia la vostra decisione tra il restare e il partire, ricordate sempre che il riposo aiuta a ritrovare se stessi e le proprie energie.

Grazie per quest’anno lavorativo trascorso insieme e se vi va potrete leggere quegli articoli che magari vi sono sfuggiti nella frettolosità della vita quotidiana.

Ci rivedremo online a settembre!

Paola

In Spagna: senza consenso è violenza sessuale.

Recentemente la Spagna ha approvato la legge del “solo sì è sì”: senza consenso è violenza sessuale, fine delle distinzioni nel codice penale.

Disco verde da tutti i gruppi parlamentari spagnoli, salvo i partiti della destra, PP e Vox, alla “ley de libertad sexual” promossa dall’attuale governo, ispirata alle mobilizzazioni femministe sorte dal 2018 in poi dopo il caso della “manada”, quando un gruppo di uomini violentò una donna durante le feste di San Fermín, a Pamplona.

L’episodio risale al 2016 durante la popolare festa di San Fermin cinque uomini, tutti tra i 27 e i 29 anni, hanno abusato della giovane 18enne all’ingresso di un condominio di Pamplona, all’inizio della settimana del festival n cui si svolge la celebre corsa dei tori per le via della città.

Il primo grado della sentenza contro “il branco” generò proteste nelle strade di tutte le città spagnole, perché in quel caso i magistrati decisero che si era trattato di “abuso” e non di stupro, perché la donna non si sarebbe opposta in modo deciso all’atto sessuale di gruppo. Nei cortei femministi venne scandito lo slogan “non è abuso, è stupro”, e da lì nacque anche lo slogan “solo sì, è sì”.

Alcuni degli slogan gridati dalle ragazze in piazza era “Hermana yo sì te creo” (Sorella io ti credo), riferito alla giovane vittima della violenza, perché la difesa dei cinque stupratori si era basata sostanzialmente sulla presunta mancanza di un “no” deciso da parte della giovane donna, durante la violenza di gruppo. Una mancanza di opposizione legata invece, come dimostrato poi, allo stato di shock della giovane ed alla natura intimidatoria dell’atto.

La sentenza venne poi ribaltata e i responsabili condannati a pene severe per violenza sessuale. La nuova legge converte qualsiasi atto sessuale senza consenso esplicito in aggressione sessuale, a prescindere dalla presenza di violenza fisica, ed eviterà quindi che si ripeta quanto avvenuto nella prima parte del “caso della manada”. 

 Tra le altre cose, per esempio, viene abolita la differenza nel codice penale tra “abuso sessuale” (che non contempla uso di violenza o intimidazione e punito con pene più lievi) e “aggressione sessuale” (con violenza, punito con pene più gravi).

Agosto!

Ed eccoci già ad agosto, cuore e simbolo dell’estate, che quest’anno si è presentata presto, calda e soffocante, ma che pare essere volata velocemente, come del resto tutto il tempo che viviamo, adesso che non siamo più giovani.

Ora abbiamo le partenze intelligenti, le prenotazioni su Booking, i viaggi last minute, i resort e i bed and breakfast, non spediamo più cartoline, perché ci postiamo su Instagram e Facebook.

Il mondo è cambiato ed io sicuramente sono rimasta indietro, attaccata a ricordi e vittima di nostalgie, ma siccome il mare, il cielo e i tramonti sono sempre meravigliosi, sapete cosa vi dico? Godiamoceli e cerchiamo nella loro immutata bellezza, la nostra serenità.

Buon agosto a tutte/i !

Paola

Rita Atria: la “picciridda”dell’antimafia.

Rita Atria

“Prima di combattere la mafia devi farti un esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combatterla nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci“. 

Questa frase così tagliente, che inquadra in maniera tanto lucida la realtà omertosa in cui viviamo, non è stata pronunciata da un politico, da un intellettuale o da un magistrato, ma da una ragazza di 17 anni, che quel mondo, suo malgrado, lo conosceva fin troppo bene. Rita Atria nasce a Partanna, in provincia di Trapani, nel 1974 da Vito Atria e Giovanna Cannova. Suo padre appartiene a una cosca mafiosa trapanese e anche il fratello Nicola segue le sue orme, entrando nella cerchia di un boss locale. Rita entra in contatto con la morte troppo presto. Vito viene ucciso nel 1985, a seguito di un agguato, e Nicola viene eliminato 6 anni dopo, essendo ormai considerato pericoloso perché alla ricerca di vendetta per l’omicidio del padre.

Fino al 1991, Rita conosce solo un mondo in cui è l’omertà a farla da padrona, finché qualcuno non rompe la gabbia di cristallo e comincia a frantumare quel castello di silenzi e violenza: è Piera Aiello, sua cognata, la moglie di Nicola, che ha assistito all’omicidio del marito con la bambina di 3 anni tra le braccia. Piera collabora con la polizia, aiuta a identificare i killer e rompe l’omertà: sotto protezione, viene trasferita a Roma con la bambina. 

Nel frattempo, a Partanna, la ragazza si trova sempre più sola: la scelta di Piera è vissuta da tutti come un tradimento dell’onore della famiglia e nessuno sembra voler aver più a che fare con gli Atria. Rita nel novembre del 1991 vede davanti a sé un’alternativa possibile e sceglie di seguire l’esempio di sua cognata: si reca in gran segreto a Marsala dal Procuratore Borsellino per rivelargli tutto ciò che sa sugli affari mafiosi in cui è coinvolta la sua famiglia. Le conseguenze non tardano a ripercuotersi sulla diciassettenne, che, dopo essere stata minacciata e rinnegata persino dalla madre Giovanna, viene trasferita a Roma sotto falsa identità, entrando nel programma di protezione testimoni.

Paolo Borsellino

Il rapporto con Borsellino si fa sempre più intenso, il Procuratore diventa un punto di riferimento per la giovane Rita, che insieme a Piera fornisce informazioni cruciali per l’arresto di decine di mafiosi del trapanese, compreso l’ex sindaco di Partanna Culicchio. “L’unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”. 

Queste parole risalgono al giugno del 1992, poche settimane prima dell’assassinio di Paolo Borsellino. Purtroppo, dopo aver appreso la notizia della morte dell’unica persona al mondo che le aveva dato ascolto, Rita perde totalmente la speranza e si uccide il 26 luglio, lanciandosi dalla finestra del suo rifugio romano, in Via Amelia. Lascia scritto sulle pagine del suo diario: “Quelle bombe in un secondo spazzarono via il mio sogno, perché uccisero coloro che, col loro esempio di coraggio, rappresentavano la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto. Ora tutto è finito. […] Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. […] Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta“.

A Partanna ormai è nota come una fimmina lingua longa e amica degli sbirri e, quando torna nel paese in una bara bianca, al suo funerale non partecipano neanche i familiari. Piera Aiello sceglie la foto e l’incisione per la tomba “La verità vive”: il coinvolgimento della nuora scatena l’ira della madre Giovanna Cannova, che, dando esito a minacce precedenti, distrugge a martellate la lapide della figlia.
Sul suicidio di Rita si è scritto tanto, ma una cosa non dobbiamo smettere di chiedercela: perché Rita si è sentita così sola? Perché una nostra testimone di giustizia è stata abbandonata al punto da darsi ormai per morta e scegliere di uccidersi da sola?
Cara Rita, non possiamo riportarti indietro, ma, anche grazie a te, non vinceranno loro e forse ce la faremo!.

BIBLIOGRAFIA

Sandra Rizza, Una ragazza contro la mafia, Palermo, La Luna, 1993 

https://liberavco.liberapiemonte.it/rita-atria/

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/rita-atria/

Una istantanea su Monica Vitti: donna fuori dal comune.

Monica Vitti, ovvero la migliore di tutti, che ha fatto innamorare tutti. Vita, dolcezze e splendori dell’ultima mattatrice italiana.

Monica Vitti ci ha lasciato lo scorso 2 febbraio e ne scrivo solo oggi per una sorta di rispetto nei confronti di una grande donna oltre che di una straordinaria artista. Monica Vitti ha davvero lavorato con i più grandi, ha molto faticato, ma si è anche divertita. È stata la musa di Michelangelo Antonioni e una fantastica compagna di avventure di Alberto Sordi.

È stata amata molto in vita e celebrata, forse non abbastanza, anche per via della malattia neurodegenerativa che l’ha colpita e che non le ha forse permesso di lavorare e vincere ancora. Chissà la sua bellezza e il suo talento in eta’ matura quanto altro avrebbero potuto regalarci.

Ha vinto molto nella sua lunga vita: David di Donatello come migliore attrice protagonista (più altri quattro riconoscimenti speciali), 3 Nastri d’Argento, 12 Globi d’oro (di cui due alla carriera) e un Ciak d’oro alla carriera, un Leone d’oro alla carriera a Venezia, un Orso d’argento alla Berlinale, una Cocha de Plata a San Sebastián, una candidatura al premio BAFTA.

Una presenza bellissima ed anche un po’ buffa, una umanità e una verve straripante, una risata e una voce inconfondibile. Insomma una donna non convenzionale, in nessun aspetto, in tempi in cui essere altro, essere differenti, aveva il suo peso e caricava addosso maggiori responsabilità e giudizi.

Si racconta che l’incontro con Antonioni fece saltare tutti i suoi progetti matrimoniali con un fidanzato architetto. Diventando la musa di Michelangelo Antonioni iniziò la sua carriera, interpretando ruoli dedicati alle nevrosi di coppia e alle molte inquietudini della donna moderna. Dimostrò successivamente con Mario Monicelli, ne La Ragazza con la pistola, la sua grande attitudine alla comicità, una comicità elegante che le veniva incredibilmente naturale. Sdoganò prima di tutte, contro ogni stereotipo di genere, che si poteva essere belle, brave e anche di una ironia irresistibile. Mica male!

Le sue donne sono spesso eroine tragicomiche, svagate, nevrotiche, ma trovano una forma di riscatto nella propria autenticità. Una metafora anche della sua carriera, nella quale è riuscita a superare la diffidenza del pubblico per affermarsi come attrice popolare, dopo la tetralogia di Antonioni, che per un periodo la cristallizza nel ruolo di “musa dell’incomunicabilità”.

Una donna, insomma, fuori dal comune in molte cose, un animo complesso, anche nella sua scelta di non avere figli, che raccontò al grandissimo Enzo Tortora molti anni fa. “A 14 anni e mezzo ho deciso che non avrei mai avuto un figlio, perché lo ritengo una delle cose più difficili che possa fare una donna”. 

Non era aristocratica, non aveva la pretesa di insegnare come si sta al mondo, era colta e popolare, due parole che sapeva tenere insieme. Prima di lei, le donne dovevano giocare sulle proprie imperfezioni. Poi è arrivata Monica e tutto è cambiato. Con i suoi occhi allegri, i suoi capelli arruffati, la sua voce inconfondibile.

Monica Vitti ha vissuto in modo straordinario e ha reso meravigliosa ogni cosa da lei sfiorata. È forse questa una delle cose più difficili per chiunque, donne e uomini. Un modo incredibilmente abile e generoso di darsi al mondo. 

Proprio per questo, per molte, è difficile dirle addio. E anche per questo oggi ci fanno tanto male i capelli (cit.).

“Far ridere è stata sempre la mia ambizione, veder ridere, poi, vedere la gente felice, mi fa stare meglio. Scoprire di far ridere è stato come scoprire di essere figlia del re”.

Monica Vitti

Sylvia Plath e le altre poetesse…perché scelsero il suicidio?

Molto si è scritto su quella sorta di dolorosa epidemia di suicidi che caratterizzò la “poesia al femminile” del Novecento. Basti ricordare la triste storia e la solitaria fine della poetessa Antonia Pozzi e della fotografa Francesca Woodman (che si tolsero la vita la prima a 26 e la seconda a 22 anni).

Ma la poetessa milanese e la fotografa americana non furono che due esempi nel lungo e tragico elenco di donne che videro nella morte auto-inflitta una liberazione dal dolore di quel mondo che Pascoli aveva definito  un “atomo opaco del male”. 

Virginia Woolf

L’inglese Virginia Woolf, scrittrice, saggista e poetessa, animatrice del   circolo di Bloomsbury, vivaio di talenti anticonformisti, dove la sperimentazione letteraria e gli amori saffici si alternavano alle lezioni di economia di Keynes, pose termine ai suoi giorni affogandosi nel torrente Ouse (quasi novella Ofelia).

Marina Cvetaieva

Mai dimenticate, poi, la moscovita Marina Cvetaieva, anima nomade e solitaria, impiccatasi ad una trave nella sua abitazione, l’argentina Alfonsina Storni (di famiglia svizzero-italiana del Canton Ticino) che si lasciò annegare nelle acque del Mar del Plata, e ancora la svedese Karyn Boye e poi, appunto, la Pozzi e la Woodman e Anne Sexton, americana autrice dei “Love Poems“, affetta da sindrome maniaco-depressiva (oggi meglio nota come disturbo bipolare) e, ancora, Sylvia Plath, forse la più famosa di questo tristissimo elenco. E infine un’altra poetessa dell’obiettivo come Francesca Woodman: la controversa, inquietante Diane Arbus.

Per quanto diverse siano state le loro singole storie, tutti i loro nomi  sono legati dal filo rosso di una nevrosi, di una diversità vissuta come un disagio psichico in grado di usurare quotidianamente ogni residuo contatto col mondo circostante. Hanno sicuramente ragione quanti vedono nel periodo storico, nel breve, funesto trionfo delle dittature nazionaliste, nella persecuzione degli ebrei e nell’ossessione staliniana del nemico interno, una delle cause che favorirono l’estraniamento di alcune delle poetesse uccisesi nel Novecento.

Antonia Pozzi, “malata di nervi”, (così si diceva ai tempi…) soffrì molto anche per la persecuzione di cui furono vittime molti suoi amici ebrei, così come la dolce Marina Ivanovna Cvetaieva che scelse la morte, nel 1941 (come la Woolf), perché ormai incapace di sopportare le vessazioni cui era sottoposta assieme a buona parte degli intellettuali sovietici dal regime staliniano.

Una tesi sostenuta anche da chi era incline a considerare la malattia mentale come una manifestazione di un malessere sociale, primo fra tutti Wilhelm Reich (seguito oltre vent’anni dopo dal nostro grande Franco Basaglia), proprio in quegli anni costretto, lui austriaco ma ebreo, a trovare ricovero negli Stati Uniti che non furono tuttavia per lui la “land of opportunity“. Reich morì infatti nel penitenziario di Lewisburg dove un giudice americano (forse un seguace del senatore McCarthy) lo aveva spedito perché “comunista”, ma in realtà e soprattutto, per i suoi rivoluzionari scritti sulla repressione della sessualità.

Sylvia Plath

E nel Novecento, secolo di guerre mondiali e sanguinose rivoluzioni,  di guerre civili e guerre fredde, la “normalità” non era normale. L’enigma di tanti suicidi forse si scioglie tentando di comprendere l’impossibilità di tante poetesse a sintonizzarsi con un’epoca di violenza in cui, pur tuttavia, le donne avevano cominciato la loro lunga lotta per i diritti, dalle suffragette inglesi dei primi del secolo alle femministe del ’68 e oltre.

Diane Arbus

Sylvia Plath e Diane Arbus furono forse gli ultimi  “casi” in questa lunga scia di sangue che caratterizzò parte della letteratura femminile del ventesimo secolo. Anche loro forse travolte dallo Spirito del tempo, dalla malattia mentale che incarnava. Molto malata era Sylvia, divenuta un’icona delle generazioni nate nella seconda metà del secolo.

La newyorkese Arbus, di origini russe, manifestò invece il suo disagio interiore attraverso la proiezione dei suoi propri fantasmi sui “Freaks“: nani, gemelli siamesi, ermafroditi ed altri sfortunati esseri umani. Forse sperando di liberarsi delle sue più profonde angosce. Ma non fu così e nel luglio del 1971, Diane perse la sua partita con la depressione e si uccise.

La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e taglia in due il cuore.” 

Virginia Wolf

L’addio a Patrizia Cavalli.

Non sono nata per essere ragionevole, sono nata per amare, per essere felice…

La poetessa Patrizia Cavalli si è spenta ieri dopo una lunga malattia.

Debuttò nel 1974 con Le mie poesie non cambieranno il mondo, con la benedizione di Elsa Morante, e già il titolo è tutta un’intenzione programmatica che sottolinea la sua tecnica rigorosa che accosta una metrica classica a un lessico e una sintassi molto moderni.

Il critico Alfonso Berardinelli ne fotografa così perfettamente l’essenza poetica: “Il suo lessico è misto e ibrido, ma la sua dizione è immancabilmente pura. Si intuisce subito che è proprio la purezza delle dizione lo scopo per cui scrive. Quando una cosa è precisamente detta, la mente guarisce dal malessere, dalla malattia dell’imprecisione”.

Tante le sue poesie e tutte preziose per il loro contenuto… come quelle che ho scelto.

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QUESTA SFUSA FELICITÀ CHE ASSALE

Questa sfusa felicità che assale
le facce al sole,
i gomiti e le giacche
– quante dolcezze
sparse nel mercato,
come son belli
gli uomini e le donne!
E vado dietro all’uno
e guardo l’altra,
sento il profumo
inseguo la sua traccia,
raggiungo il troppo
ma il troppo non mi abbraccia.

(da Poesie, Einaudi 1999)

SEMPRE APERTO TEATRO

Indietro, in piedi, da lontano,
di passaggio, tassametro in attesa
la guardavo, i capelli guardavo,
e che vedevo? Mio teatro ostinato,
rifiuto del sipario, sempre aperto teatro,
meglio andarsene a spettacolo iniziato.

O amori – veri o falsi
siate amori, muovetevi felici
nel vuoto che vi offro.

Tutto mi appare in bella superficie
e poi scompare. Perché ritorni
la figura io mi sfiguro, offro
i miei pezzi in prestito o in regalo,
bellezza sia visibile, formata,
guardarla da lontano, anche sfocata,
purché ci sia, purché ci sia, anche non mia.

(da Sempre aperto teatro, Einaudi, 1999)

Patrizia Cavalli (Todi, 17 aprile 1947 – 21 giugno 2022), poetessa e scrittrice italiana. La sua lirica, limpida e diretta, rivela spesso un’intensa drammaticità. Traduttrice di Shakespeare, ha anche riempito i teatri, dando alla letteratura una dimensione scenica, portando in scena l’amata Emily Dickinson.