Mese: ottobre 2016

Il singolare cammino di Dora Lessing

“Pochi minuti dopo il risveglio, la terra del sogno è scomparsa, il suo sapore e la sua concretezza si sono prosciugati e sono rientrati nella vita ordinaria”.
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Doris Lessing, all’anagrafe Doris May Tayler (Kermanshah, 22 ottobre 1919 – Londra, 17 novembre 2013), è stata una scrittrice britannica. Ha vinto il premio Nobel per la letteratura 2007 con la seguente motivazione: «cantrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa». Quando le venne comunicata la notizia dell’assegnazione del premio Nobel, Lessing stava tornando a casa dopo aver fatto la spesa. In una scena diventata poi molto famosa un giornalista le chiese se avesse saputo la notizia e quando le spiegò che aveva vinto il premio Nobel lei appoggiò le buste della spesa per terra e rispose: «Oh Cristo!». Nella sua carriera ha scritto più di 50 tra romanzi, saggi e raccolte di poesie.Il suo primo libro “L’Erba Canta” diventa un successo. Dopo aver raggiunto questo primo traguardo la sua vena creativa non si arresta e nel corso della sua vita pubblicherà più di cinquanta libri tra cui bisogna menzionare “Il taccuino d’oro“(1962) che è stato definito una bibbia del femminismo. Da leggere, per comprendere il singolare cammino introspettivo dell’autrice che, con un linguaggio raffinato e coinvolgente, penetra coraggiosamente negli abissi del proprio animo, analizzando nello stesso tempo le incertezze del periodo storico postbellico, le difficoltose e spesso ambigue relazioni tra le donne e l’apparentemente mutato rapporto tra uomini e donne. La sua spietata crudezza nel mettere in luce la futilità di oceani di parole fasulle che imprigionano quell’inquietudine esistenziale dell’uomo moderno scaraventano il lettore dentro il cuore di una donna della cui onestà letteraria, prerogativa dei suoi romanzi, è impossibile restare indifferenti. (altro…)

“Donne maledette”… il romanzo di Mariagrazia De Castro

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Il breve romanzo di Mariagrazia De Castro racconta la progressiva scoperta dell’universo femminile , nelle sue molteplici sfaccettature, da parte della piccola Sylvie, la cui capacità di analisi del reale, nella sua verità cruda senza filtri, cresce insieme ai suoi seni acerbi, fino a fare di lei stessa una donna.

Una donna, anch’essa maledetta dal finto perbenismo, perché libera nel corpo e nell’anima, perché erede dell’esploratrice Maria Henrietta Kingsley e della pittrice Suzanne Valadon, ma, soprattutto, di quante, come Simone de BeauvoirVirginia WoolfIrène Némirovsky e Jane Austen, tutte citate nel libro, si affidarono alla scrittura per guarire i mali dell’anima e disegnare una storia tutta al femminile, intingendo la penna nel sangue di un’Eva che mille volte fu maledetta.

Questo sono gli uomini: per loro la donna è oggetto di eccessive e costanti attenzioni o di assoluta noncuranza. Senza sapere quali di questi due estremi sia peggio, ogni donna è condannata a riviverli entrambi“.

 

Marina Cvetaeva: grande poeta, ma sfortunata!

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Salvatore Fiume: “A. Susette” (1956)

“Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse – bevono vino,
forse – siedono così.
O semplicemente – le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico,
c’è una finestra così.
Non candele o lampade hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni!
Grido di distacchi e d’incontri:
tu, finestra nella notte!
Forse, centinaia di candele,
forse, tre candele…
Non c’è, non c’è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa.
Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce”.

***
Marina Ivanovna Cvetaeva, nata a Mosca l’8 ottobre 1892, fu una delle voci più originali e importanti della poesia russa del XX secolo e l’esponente più di spicco del locale movimento simbolista; il suo lavoro non fu ben visto dal regime staliniano. Seguendo gli orientamenti della comunità russa emigrata, si trasferì a Parigi nel novembre 1925. Tornò a Mosca insieme al figlio Mur nel 1939, nella speranza di ricongiungersi al marito, di cui si erano perse le tracce e che in realtà era fuggito in Spagna, e alla figlia Ariadna Efron, tornata a Mosca nel 1937 e subito mandata in un campo di lavoro. In uno stato di estrema povertà e di isolamento dalla comunità letteraria, il 31 agosto 1941 s’impiccò nell’ingresso dell’izba che aveva affittato da due pensionati. La riabilitazione della sua opera letteraria avvenne solo a partire dagli anni sessanta, vent’anni dopo la sua morte.