Mese: aprile 2019

Nell’uovo di Pasqua…

La gente è affamata d’amore perché siamo troppo indaffarati, aprite i vostri cuori oggi, nel giorno del Signore risorto, e amate come non avete mai fatto..
Madre Teresa di Calcutta 

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CARTOLINA VINTAGE 

Non si può non essere capaci di amore verso l’altro, é impossibile! Voi che amate condividete il vostro uovo e la vostra Pasqua con coloro ai quali volete bene.

Auguri a tutti Voi da parte mia ❤

@pc

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Fede in te…

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CONFIDARE

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

Antonia Pozzi
8 dicembre 1934 
(da Parole, Mondadori, 1939)

***

.È nota la contrastata storia d’amore della poetessa Antonia Pozzi: studentessa al liceo classico Manzoni di Milano, intrecciò una relazione con il suo professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi, interrotta nel 1933 in seguito all’intervento dei genitori di lei, l’avvocato Roberto Pozzi e la contessa Lina Cavagna Sangiuliani.

Ma l’amore – dice Antonia – sa aspettare, sa attendere “in silenzio, per secoli /di oscurità” con la speranza e la fiducia del credente.

Speranza e fiducia che purtroppo Antonia Pozzi perse, avvelenandosi con i barbiturici nel prato dell’abbazia di Chiaravalle a soli 26 anni.

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Antonia

SCENA DA “ANTONIA”, 2015 DI FERDINANDO CITO FILOMARINO

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Sperare / mentre il domani intatto sconfina / e tosto / dimenticare il volto / delle speranze, nel tempo vero.
ANTONIA POZZI, Parole

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Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario Poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un’amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l’influsso della lirica di Rilke.

“Il sesso inutile” di Oriana Fallaci

 

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Mi venne in mente che i problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne.

 Il sesso inutile è il secondo libro scritto da Oriana Fallaci ed è anche uno dei miei preferiti. Pubblicato nel 1961, anche questa volta siamo di fronte ad un libro nato da un’inchiesta giornalistica che la Fallaci scrisse per L’Europeo.

In quest’occasione, però, non ci sono divi, né Hollywood, né l’America. Questa volta ci sono semplicemente le donne. Le donne di tutto il mondo, con le loro debolezze e la loro forza, con le loro paure e i loro sogni.

Il viaggio che la Fallaci ci racconta in queste pagine è un“viaggio intorno alla donna”, come dice il sottotitolo del libro.

Un viaggio che inizia in Pakistan e finisce a New York e ha come unico obiettivo quello di scoprire la ricetta della felicità delle donne. Le domande che si pone la Fallaci sono abbastanza semplici e, per noi donne, a volte scontate.

Lei si chiede: quali sono le donne più felici? Le Pakistane che vivono tutta una vita dietro un velo, le giapponesi che vivono nella dedizione per il proprio marito e nel rispetto delle tradizioni o le malaysiane che vivono in un sistema matriarcale in cui sono completamente indipendenti dai loro uomini? E, soprattutto, la felicità per le donne può esistere davvero? 

Passa dagli sguardi vitrei delle geishe a quelli invincibili delle matriarche nelle foreste. Con quelli spietati e soli delle newyorkesi, infine, si prepara a chiudere il cerchio e a tornare verso casa, restituendoci delle lenti piene di domande e prive di risposte, arrivando però ad una conclusione…

«Per le donne incontrate ne Il sesso inutile la felicità ha molto a che fare con la libertà e poco con il potere.»

Il libro, diviso in capitoli mai troppo lunghi, si legge senza difficoltà. Con la poca obiettività che caratterizza lo stile di Oriana, il testo mantiene un tono personale e veloce, coinvolgente, che in alcuni passaggi richiede attenzione e qualche piccola corsetta da parte del lettore.

Il sesso inutile insomma è un viaggio per scoprire in quali modi le donne cercano e raggiungono la felicità.

Sono sicura che anche noi ci siamo poste queste stesse domande e la risposta che ci dà la Fallaci la vediamo crescere in questa narrazione, come un bambino del quale ammiriamo ogni cambiamento. Perché, a mio avviso, la grandezza di questa giornalista sta proprio nella capacità di prendere per mano il proprio lettore e condurlo con sé lungo i suoi pensieri. Il risultato è che alla fine non si può che essere d’accordo con lei, nel momento in cui le sue conclusioni sono il frutto di un’esperienza vissuta sulla propria pelle.

Il viaggio della Fallaci è un viaggio sensazionale alla scoperta di culture spesso diametralmente opposte, in un’epoca, gli Anni ’60, in cui tanto stava cambiando in tutto il mondo e in tutto questo cambiare spesso la donna o era troppo avanti per il momento storico o troppo indietro per i cambiamenti scoppiati all’improvviso.

La Fallaci incontra tante donne e ci racconta questi incontri con uno stile semplice e chiaro, riportando semplicemente i fatti, senza arrivare ad una conclusione affrettata.

Il sesso inutile è un viaggio per scoprire in quali modi le donne cercano e raggiungono la felicità.

La quarta di copertina..

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Da un capo all’altro della terra le donne vivono in un modo sbagliato: o segregate come bestie in uno zoo, guardando il cielo e la gente da un lenzuolo che le avvolge come il sudario avvolge il cadavere, o scatenate come guerrieri ambiziosi, guadagnando medaglie nelle gare di tiro coi maschi. E io non sapevo se la pena più profonda l’avessi provata dinanzi alla piccola sposa di Karachi o dinanzi alla brutta soldatessa di Ankara. Io non sapevo se mi avesse spaventato di più la vecchia cinese coi piedi fasciati o questa americana impegnata a trattenere un italiano che sbadigliava di sonno. Tutte, risposi a Laureen, erano più o meno consapevolmente lanciate verso qualcosa che non può provocar che dolore, un dolore sempre più complicato. Il grande ritornello che scuote le donne dell’intero globo terrestre si chiama Emancipazione e Progresso: ogni volta che sbarcavo in un nuovo paese mi trovavo dinanzi queste due parolone e a donne che se ne riempivan la bocca quasi si fosse trattato di chewing-gum. Gliele abbiamo insegnate noi donne evolute, come a masticare chewing-gum, ma non gli abbiamo detto che il chewing-gum può far male allo stomaco. […] Girando come Caino intorno alla luna, ero tornata in ogni senso al medesimo punto da cui ero partita. E in quel girare avevo seguito la marcia delle donne intorno a una cupa, stupidissima infelicità.

 Personalmente ho amato questo libro e credo che faccia parte di quell’elenco di titoli che ogni donna debba leggere. Ci permette di sentirci un po’ meno sole, un po’ meno inadatte e un po’ meno colpevoli per quest’aurea di insoddisfazione e di infelicità che troppo spesso ci portiamo dietro incolpando noi stesse.

 

“Nulla è in regalo” Wislawa Szymborska

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NULLA È IN REGALO

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo,
sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
Mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
Tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
Ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
Dove, quando e perché
Ho permesso che aprissero
Questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
noi la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
Che manchi all’inventario.

(da La fine e l’inizio, 1993 – Traduzione di Piero Marchesani)

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]Lo sguardo ironico del Premio Nobel 1996, la poetessa polacca Wisława Szymborska(1923-2012) avvolge la vita: ecco che allora questa nostra esistenza si trasforma in una sorta di contabilità, con le colonne del dare e dell’avere, un disincantato estratto conto dove incolonnare albe e tramonti, gioie e dolori, felicità e malinconie. Ma è un contratto capestro: in realtà non è possibile sfuggirvi.

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Vladimir  Kush , artista russo, 1965 “WARDROBE”

La vita sulla Terra costa abbastanza poco. / Per i sogni ad esempio qui non paghi un soldo. / Per le illusioni – solo se perdute. / Per il possesso del corpo – solo con il corpo.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Qui

“Migrant Mother” fotografia iconica di Dorothea Lange

 

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Dorothea Lange svolgeva da anni un’intensa opera di ricognizione tra i disoccupati, i senzatetto e i migranti della California e dal ’35 la Rural Resettlement Administration, organismo federale di monitoraggio della crisi economica, aveva commissionato a lei e ad altri grandi fotografi come Walker Evans una serie di reportage, complice un clima di forte interesse documentaristico.

Nel marzo del 1936, dopo aver terminato un’inchiesta fotografica sui braccianti agricoli della periferia di Los Angeles, mentre attraversava la Highway 101 per tornare a casa, vide un cartello che segnalava un campo di raccoglitori di piselli (il titolo originale, infatti, è Destitute Pea Picker) a Hoboken, nel New Jersey; inizialmente resistette alla tentazione di fermarsi, aveva già raccolto molto materiale, ma dopo aver percorso quasi 20 miglia, qualcosa le fece cambiare idea. Fece inversione, imboccò una strada fangosa e si trovò davanti un soggetto adatto alle sue ricerche: all’incirca 2500 persone, in un tentacolare e squallido agglomerato di baracche e tende che combattevano la fame. Erano stati richiamati alla raccolta da inserzioni sui giornali, ma si erano ritrovati ben presto senza lavoro e senza paga a causa di una gelata. Tra loro c’era anche Florence Thompson.

“La vidi e mi avvicinai alla madre disperata e affamata nella tenda, come se fossi stata attratta da un magnete. Non ricordo come le spiegai la mia presenza o quella della fotocamera, ma ricordo che mi fece delle domande. Ho scattato ssei foto, avvicinandomi sempre di più dalla stessa direzione. Non le chiesi il suo nome né la sua storia. Lei mi disse che aveva 32 anni.”, scrisse poi la Lange. Il raccolto della fattoria era congelato e non c’era lavoro per i raccoglitori senza dimora, così la trentaduenne Florence Thonpson vendette i pneumatici della sua auto per comprare il cibo, a cui si erano aggiunti alcuni uccelli cacciati dai bambini. La Lange, che credeva si potessero capire le persone attraverso lo studio da vicino, inquadrò i bambini e la madre, i cui occhi, consumati dalla preoccupazione e dalla rassegnazione, guardò oltre la fotocamera.

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In seguito la Lange informò le autorità della situazione di emergenza delle persone che vivevano all’accampamento, e queste mandarono 20.000 pounds di cibo. Delle 160.000 immagini scattate dalla Lange e dagli altri fotografi per la Resettlement Administration, Migrant Mother è diventata senza dubbio la fotografia più iconica della Grande Depresssione.

Nacque così la foto della Migrant mother e fino al 1978 l’identità della donna ritratta restò avvolta nel mistero per la negligenza della Lange, colpevole di non aver raccolto alcuna informazione su di lei, finché la Associated Press non fece pubblicare una storia sullo scatto, suscitando l’ira di Florence Thompson, che scrisse una lettera per esprimere il proprio disappunto per quell’immagine, affermando di sentirsi “sfruttata” da quel ritratto, dal quale peraltro non aveva ricavato un soldo. In realtà quella foto non avrebbe dovuto esser venduta, né pubblicata, come promesso a Florence Thompson dalla fotografa, perché di proprietà del governo e quindi di pubblico dominio, e invece gli scatti della Lange furono inviati al San Francisco News e immediatamente pubblicati, senza fruttare alcuna royalty alla fotografa, ma garantendole l’immortalità nell’olimpo della fotografia.

Quel volto sofferente ma dignitoso negli anni successivi diventa familiare a milioni di americani: dapprima finisce su giornali e riviste, successivamente viene riprodotto nei libri di scuola e diventa persino un francobollo.

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Ma nel 1970 un giornalista scova la Migrant Mother e qualcosa nella storia si incrina.

Il suo nome è Florence Thompson, nata nel 1903 nel territorio indiano della nazione Cherokee. Dunque non discende da eroici pionieri, ma da pellerossa deportati in Oklahoma dal governo americano nel 1838 lungo un cammino di sofferenza che verrà ricordato col nome di Sentiero delle Lacrime, costato ai Cherokee 4000 morti, altro che dust bowl!

Riguardo alla celebre fotografia, la versione che Florence dà dell’incontro con la Lange avrebbe creato a quest’ultima qualche imbarazzo: la Migrant Mother nota un’automobile nuova che si ferma davanti alla tenda e da cui scende una donna ben vestita che comincia a scattare fotografie. Le bambine si vergognano e si rifugiano dalla madre voltando le spalle alla fotografa. Anche Florence è a disagio e si sente, come diremmo oggi, violata nella sua privacy: forse è per questo che in tutte le immagini ha un’espressione così dura.

Secondo Florence, la Lange avrebbe promesso di non pubblicare le foto, sostenendo che le sarebbero state comunque utili per ottenere degli aiuti per la gente del campo.

Per tutta la vita la donna aveva odiato quelle fotografie che le ricordavano un momento di grande difficoltà, da cui però era uscita con le sue forze e non con l’aiuto del governo americano: in altre parole, quegli scatti avevano fatto la fortuna della fotografa ma non quella del suo soggetto.

Solo nel 1983 la popolarità di quell’immagine porterà a Florence qualche tardivo beneficio: in pochi giorni di raccolta fondi i familiari ricevono oltre 25.000 dollari, necessari per offrire alla donna, malata di cancro, l’assistenza medica di cui ha bisogno e un funerale dignitoso. Nel 1998 una copia della Migrant Mother autografata dalla Lange è stata venduta da Sotheby’s per 244.500 dollari.

 

Ma chi era Dorothea Lange?

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Dorothea Lange (Hoboken, 26 maggio 1895 – San Francisco, 11 ottobre 1965) è stata una fotografa documentaria statunitense. Il suo nome alla nascita era Dorothea Margaretta Nutzhorn, ma decise di farsi chiamare Dorothea Lange, prendendo il cognome della madre. Nel 1902, a soli 7 anni, fu colpita dalla poliomielite, che le causò un deficit permanente alla gamba destra. Dorothea Lange reagì al suo handicap con estrema determinazione, studiando fotografia a New York con Clarence White e collaborando con diversi studi, come quello, celebre, di Arnold Genthe.

Nel 1918 partì per una spedizione fotografica attraverso il mondo. Quando i soldi finirono si fermò a San Francisco, aprendo un suo studio personale e diventando parte integrante della vita della città, fino alla morte. Proprio lì dove Genthe aveva costruito il suo successo, prima di spostarsi a New York, Dorothea Lange consolidò il suo futuro: sposò il pittore Maynard Dixon ed ebbe due figli, Daniel (1925) e John (1928). La Lange frequentò alcuni dei fotografi fondatori del Gruppo F/64, ma non aderì mai formalmente al gruppo. È invece sicuramente una fotografa che aderì alla filosofia della straight photography.

La sua capillare opera di ricognizione tra disoccupati e senzatetto della California suscitò le immediate attenzioni della Rural Resettlement Administration, organismo federale di monitoraggio della crisi destinata, in seguito, a diventare l’FSA (Farm Security Administration). Fotografò i contadini che avevano abbandonato le campagne a causa del Dust Bowl, le tempeste di sabbia che avevano desertificato 400.000 km² di terreni agricoli degli Stati Uniti. Le sue foto attrassero l’attenzione di Paul Schuster Taylor, economista della università della California, che le commissionò un’ampia documentazione fotografica.

 

 

 

Tra il 1935 e il 1939, fece un gran numero di reportage, sempre sulla condizione di immigrati, braccianti e operai. Il 1935 fu anche l’anno in cui Dorothea divorziò da Dixon, sposando Paul Taylor che divenne l’uomo-chiave della sua attività professionale: ai reportage fotografici della moglie, Taylor contribuì con interviste, raccolte di dati e analisi statistiche. Nel 1947 collaborò alla nascita dell’agenzia Magnum e nel 1952 fu tra i fondatori della rivista Aperture.

A causa delle cattive condizioni di salute in cui versò negli ultimi anni di vita, la sua attività subì una brusca battuta d’arresto. Morì a 70 anni per un cancro all’esofago.

@pc

 

Per amore dell’arte: Isabel Codrington

Le donne nell’arte.

Non solo muse e modelle ma soprattutto artiste: Isabel Codrington

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Agnes, 1926 –  collezione privata

Isabel Codrington Pyke Nott è nata nel 1874 a Bydown, Swimbridge, nel Devon, in Inghilterra.

I suoi genitori erano membri della scena artistica locale: sua madre scriveva e dipingeva e suo padre era un drammaturgo dilettante.

Nel 1883, la sua famiglia si trasferì a Londra e, due anni più tardi, Isabel e la sorella maggiore, Evelyn Eunice, vennero iscritte  alla Scuola di Arte di  Hastings e San Leonardo,  per approfondire le tecniche di disegno.

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Seguì un anno alla St. John’s Wood School of Art, preparandosi ad entrare nella Royal Academy Schools di Londra, dove Isabel entrò nel 1889, a soli quindici anni e dove ben presto le vennero assegnate due medaglie per i suoi migliori lavori.

In questo periodo l’artista incontrò l’ambizioso  critico d’arte, Paul George Konody (1872-1933), direttore di The Artist, e più tardi del Daily Mail. Si sposarono il ​​27 ottobre del 1901 e dalla loro unione nacquero due figlie.

La sua attività di artista continuava in pieno fermento e nel 1907 vinse una medaglia alla Esposizione Internazionale  d’Arte di Barcellona per alcune miniature e acquerelli fantasiosi

Codrington, Isabel, 1874-1943; The Green Bowl

The Green Bowl,Abetdeen Art Gallery & Museums

I Konodys avevano una vasta cerchia di amici come il poeta Ezra Pound, l’illustratore Dudley Hardy, il ritrattista e pittore Filippo Alessio di Lásló e l’ artista  viaggiatore Mortimer Menpes. Codrington e Konody con i quali spesso s’incontravano nei salotti della Londra intellettuale e artistica.

Il matrimonio fra i due non durò molto e nel 1912 divorziarono.  L’anno seguente Isabel sposò Gustavus Mayer, direttore del  negozio d’arte londinese P & D Colnaghi.

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Morning, 1930 ca –  Royal Albert Memorial Museum

Il suo successo aumentò quando ottenne una commissione per dipingere le Cantine Franco-Britannique, Vitry-le-François nel 1919 e allo stesso tempo iniziò ad esporre alla Royal Academy.

Nel corso degli anni Venti si esibiva  regolarmente all’Accademia e, dopo il 1923, al Salone di Parigi.

Aveva due mostre personali a Parigi Knoedler Galleries e Fine Art Society di Londra nel 1926 e 1927.

È stato membro onorario del Campden Hill Club, una società fondata da ex studenti dell’Accademia in memoria del pittore Byam.  Morì nel 1943

 

Codrington, Isabel, 1874-1943; Evening

Evening, 1925 – Manchester Art Gallery

Sua Maestà la minigonna: storia, curiosità e aneddoti sulla gonna più discussa del ‘900.

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Dieci centimetri sopra il ginocchio e centomila leghe sopra il mondo: la minigonna, apparsa per la prima volta nel 1963, è una di quelle mine vaganti della moda capaci di dare una colpo al cerchio delle tradizioni e una botta all’emancipazione femminile.
Simbolo di stile e di storia, ha ormai compiuto più di 50 anni ed è invecchiata diventando una signora matura e anche un po’ furba. I suoi natali sono meravigliosamente fumosi: i manuali di moda la fanno risalire a Mary Quant, stilista londinese svaporata e festaiola, che la mise in vetrina nella boutique Bazaar in Kings Road, a Londra.

Gli snob, invece, sostengono sia figlia di André Courrèges, il designer francese degli oblò e del razionalismo sartoriale. La verità è un po’ diversa: “né io né Courrèges abbiamo avuto l’idea della minigonna. È stata la strada a inventarla“, ripeteva a tutti Mary Quant.

E aveva ragione: per la prima volta nella storia della moda, non furono gli stilisti a dettare lo stile, ma le nuove generazioni. Non a caso, la mini fece infuriare Coco Chanel, invecchiata e inacidita, che si fece portavoce della campagna per il ritorno delle gonne lunghe. “Aveva perso il passo della moda”, avrebbe detto più tardi Karl Lagerfeld, “e lo capiva. Lei che aveva vestito le dame come le loro cameriere, ora si rifiutava di ammettere che lo stile arrivava dalla strada e che il mondo era cambiato per sempre”. In poche parole che era nato lo street style.

Fu così che quel pezzo di stoffa diventò un fenomeno. A Londra, liberò le gambe delle donne. A Parigi fece arrabbiare il governo che scrisse persino una legge sul buoncostume contro la mini.

In Italia, finì al chiuso delle balere e nei party in villa. Ben presto, però, si trasformò nella divisa ufficiale di dive e donne comuni.

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La sua portabandiera fu Twiggy, modella magrissima e adolescente, simbolo del nuovo che avanza, delle giovani avanguardiste che fanno a pezzi l’idea di donna formosa, mamma e irrimediabilmente confinata a figli e fornelli. Al contrario, Twiggy e la mini erano gambe atletiche pronte a correre, a scattare, a fuggire da un ruolo di donna ingessato, costretto nel perbenismo anni Cinquanta voluto e confezionato a favore degli uomini.

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Twiggy …

Negli anni Settanta, a dire il vero, la mini venne messa nel cassetto dai pantaloni a zampa e dagli abiti lunghi dei figli dei fiori. Furono gli anni Ottanta a riportarla in auge come sinonimo di donna in carriera, meglio se abbinata a giacche dalle spalline importanti.
Nei decenni successivi si è colorata, arricchita, dipinta, spenta, ricolorata di nuovo. Negli anni Novanta era nera ed elastica. Nel primo decennio dei Duemila era corta e stretta come una cintura. Oggi non è tutto e niente, o meglio, un classico come la blusa, le giacche, le camicie. gli stivali.


A ripercorrerne la storia, però, nasce un nuovo pensiero, come una ruga sul suo viso da eterna ragazza. La mini, che impone gambe lunghe e magre, nonostante oggi venga indossata da tutte le taglie senza troppi problemi, è il simbolo dell’omologazione più che dell’emancipazione.

I suoi centimetri di pelle nuda non consentono più movimento, come sognava Mary Quant, ma impongono più dieta, come raccomanda Pierre Dukan. E la sua portabandiera, la modella Twiggy, non ha generato donne più libere ma adolescenti più influenzabili dalla dubbia magrezza. Insomma, questa signora del guardaroba è ormai un classico che, come sempre succede nella moda, pone nuove domande e soprattutto polemiche. Da parte dei benpensanti, delle femministe e soprattutto da chi la vede come simbolo della dittatura della magrezza.

 

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Nel 2015, infine, la mini è stata persino insignita di sua “giornata mondiale”: lo si deve a Ben Othman, tunisino, presidente della Lega in difesa della Laicità e delle Libertà, personaggio che insieme all’attivista femminista Najet Bayoudh ha scelto il 6 giugno come Giornata mondiale della minigonna, invitando tutte le sue concittadine tunisine a partecipare a un raduno in minigonna come segno di solidarietà per le donne oppresse. All’origine della protesta, un episodio di discriminazione accaduto a una ragazza algerina a cui era stato impedito di sostenere gli esami scolastici perché la sua gonna era ritenuta troppo corta. È vero: questa giornata mondiale resta poco nota, ma il suo significato è importantissimo.

E oggi?

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Non a caso, dopo il movimento #MeToo, ogni donna deve poter mostrare tutti i centimetri di gambe che vuole. Senza sentirsi una preda o una cacciatrice.

E nessuno, uomo o donna poco importa, può avere il diritto di dire che è troppo nuda o che la gonna è troppo corta. E questa sì, è la migliore morale nella favola della minigonna.

@paola