Mese: dicembre 2015

Cambiare: l’augurio per il 2016 a Voi tutte!

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Cambiare è possibile soprattutto quando ci poniamo nuovi obiettivi e vogliamo affrontare nuove sfide.
Anche quest’anno è ormai agli sgoccioli ed è arrivato il momento di fare bilanci e fissare nuovi obiettivi per il 2016.
È innegabile che se vogliamo evitare gli errori già commessi o se abbiamo l’ambizione di costruire qualcosa di nuovo, bisogna fare dei cambiamenti.
Perciò cambiare è la parola d’ordine, ma dobbiamo aggiungere “voglio cambiare” per essere efficaci.
Molti pensano che per ottenere dei risultati sia necessario amplificare gli sforzi già fatti, altri che si debba ricominciare tutto da capo, cercando di fare esperienza di quanto già realizzato e creare nuove idee… per altri ancora un cambiamento è indispensabile per appagare il gusto dell’avventura e dell’ignoto.
Mie care amiche e grandi donne per cambiare servono volontà, concentrazione, attenzione, e soprattutto quando si vuole evitare di ripetere errori già commessi in passato… ma alla fine la domanda che dobbiamo porci è la stessa: “Che cosa voglio veramente?
Personalmente so che per cambiare e raggiungere un obiettivo bisogna rendersi conto che è indispensabile crederci con tutte le proprie forze pur di vedere la propria vita migliorata e realizzata
Certo non è semplice intraprendere questo percorso. La maggiore difficoltà sta nel primo passo, nel primo approccio, nella consapevolezza di ciò che si è e ciò che si vuole diventare.
 Ma come sempre si è sempre un po’ restie alle novità, e ci si lascia intimorire da molti preconcetti e condizioni limitanti fermando così uno dei processi più belli dell’esistenza: cambiare e migliorare.
E allora per l’anno che verrà auguro a tutte noi  e a tutte voi di poter cambiare, migliorare e soprattutto raggiungere quella realizzazione personale che possa permetterci di guardare le cose e i fatti della vita “da un’altra prospettiva” nella quale realizzare quel nostro destino al quale tutte siamo chiamate, ma che poche riescono a raggiungere.
Non abbiate paura di iniziare il vostro viaggio sono certa che la forza, il coraggio, la volontà che vi distingue vi porterà là dove i vostri desideri si concretizzeranno!
 Un felice e buon 2016 per cambiare!

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Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 470 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 8 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Quanta forza ci vuole ad essere una donna forte!

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“Quando ti vedono una donna forte pensano tu non abbia bisogno di niente e di nessuno, che tu possa sopportare tutto, che qualunque cosa accada tanto la supererai, che non ti interessi essere ascoltata, accudita o coccolata. Quando ti vedono una donna forte ti cercano solo per farsi aiutare a portar le loro croci, ti parlano pensando tu non abbia bisogno di essere ascoltata.
A una donna forte non si chiede mai se sia stanca, se stia soffrendo o crollando, se abbia qualche ansia o paura.
L’ importante e’ che lei sia sempre là: un faro nella nebbia o una roccia in mezzo al mare.
Alla donna forte non viene perdonato nulla.
Se perde il controllo si trasforma in debole, se perde le staffe si trasforma in isterica.
Quando la donna forte manca un attimo se ne accorgono subito, quando invece c’e’ sempre la sua presenza viene data per scontata.
Quanta forza che ci vuole ogni giorno ad essere una donna forte.
Ma di questo non frega nulla a nessuno”.
Cinzia Mammoliti 

La sventurata felicità delle donne

Sorgente: La sventurata felicità delle donne

 

«Ma aveva ragione. La pasta era scotta.»

Sono le parole di una donna che è stata picchiata dal marito perché la pasta che c’era in tavola non era abbastanza buona. Sentirle mi ha aiutata a capire che esiste una seconda forma di violenza, terribile quasi quanto quella fisica: quella che noi donne esercitiamo contro noi stesse. Per soffocarci, metterci a tacere, impedirci di essere quello che siamo. Una donna realizzata è una donna sbagliata, che ha tradito gli altri, ha tradito i suoi cari e i propri doveri di donna e di anima del focolare. Da qualche parte dentro di noi questa convinzione esiste. O almeno il dubbio, il sospetto che sia così….

A fianco a un grande uomo c’è sempre una grande donna!

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“Donne…” Quante volte abbiamo sentito questa parola pronunciata con sufficienza, magari scherzosamente (o anche no!), per liquidare un discorso portato avanti da un uomo? In un mondo in cui si dice ci sia la parità dei sessi (spesso solo apparente o per mera convenienza), la donna rimane spesso circondata da un alone di pregiudizio, accusata di luoghi comuni ormai superati, e nel peggiore dei casi, vista come un essere inferiore al proprio corrispettivo maschile.

Per fortuna, un altro detto comune é: “Dietro un grande uomo c’é sempre una grande donna”. Certo, le femministe (me compresa!) più agguerrite possono giustamente ribattere che le grandi donne possono essere grandi anche da sole, senza dover vivere all’ombra del proprio compagno, ma la frase in sé é positiva .

La sua origine é incerta: alcuni la attribuiscono alla nota scrittrice Virginia Woolf, altri la ritengono ben più antica, risalente all’epoca dei latini, poiché un loro proverbio diceva: “Dotata animi mulier virum regit”, cioè “Una donna provvista di coraggio (di spirito) sostiene e consiglia il marito”.

Comunque che siano latini o la Woolf ad aver coniato questa espressione, entrambi hanno ragione. Lasciando da parte esempi di coppie che vivono in simbiosi in ambiti più disparati, un esempio perfetto si può trarre da una figura molto diversa, quella di Tahita King.

Moglie del celeberrimo re degli horror Stephen King, é anche lei una scrittrice di talento, sempre rimasta alle spalle del marito come popolarità, ma soprattutto per sostenerlo nei momenti difficili… perché una cosa é certa: King non sarebbe mai diventato uno degli autori più pagati e famosi del mondo se sua moglie non gli fosse stato accanto. Nel libro che racconta il suo percorso e la sua carriera, intitolato”On Writing:: autobiografia di un mestiere“, King stesso ha spiegato che gli inizi nel mondo dell’editoria non sono stati affatto facili per lui. Per anni non ha fatto altro che appendere a un grosso chiodo conficcato nel muro, quasi volesse “impallarli”, decine e decine di racconti rifiutati e mai pubblicati.

Preso dallo sconforto per i numerosi tentativi andati a vuoto, l’autore cestinò  (di sua iniziativa) anche un romanzo scritto a metà, oramai rassegnato a rinunciare al suo sogno.Era ancora giovane e si era sposato da poco, in più aveva problemi economici perché era riuscito a diventare insegnante dopo anni di lavori mediocri e sottopagati… insomma era al limite! Probabilmente lo era anche Tahita. (altro…)

Virginia Woolf e “La gita al faro”

cover“Gita al faro” è un romanzo che non si dimentica, non tanto per l’esile trama –una gita al faro in una vicina isola progettata e rimandata per il maltempo e compiuta, in circostanze del tutto diverse, dieci anni dopo- quanto per il fatto che sostituisce al tempo oggettivo, tipico dei romanzi ottocenteschi, un tempo interiore e soggettivo che quello dilata, restringe o dissolve a suo piacimento, regalandoci degli eventi esterni solo l’eco lunga che essi lasciano nelle menti dei personaggi.
Sì, perché è la mente la vera protagonista: è come lei vede, legge, interpreta i grandi e piccoli fatti che accadono, a (ri)modellare il mondo, a (ri)crearlo.

E’ così che la signora Ramsay, protagonista di tutta la prima parte, continua sottotraccia ad esserlo, – dopo la morte improvvisa, annunciata in tre righe tra parentesi quadre – anche della seconda, specialmente nella psiche di Lily Briscoe; è così che dell’evento traumatico della guerra mondiale –che si porta via il giovane e promettente Andrew ucciso da una scheggia di granata- siamo appena informati: quasi si trattasse di dettagli trascurabili e la vera attenzione della voce narrante fosse attratta soprattutto dalle onde emozionali che quegli eventi innescano nei personaggi superstiti di tali drammi.

La casa al mare della famiglia londinese, benestante e colta, è lo sfondo del romanzo, mentre l’icona indimenticabile è quella della signora Ramsay, di fascinosa bellezza, che lavora a maglia la famosa calza di lana rossiccia: madre affettuosa di otto figli, saggia ed equilibrata, che cerca di governare il non facile temperamento del marito e le furiose contestazioni interiori che esso provoca, specialmente in James, ma non solo. faro_f

Anche lei infatti è a disagio di fonte a quel compagno egocentrico e la scena di loro due, seduti ai due lati opposti della tavola, mentre lui si innervosisce per un nonnulla , come può essere il bis del brodo di un ospite, e lei se ne accorge prima ancora che si manifesti, ed è ansiosa che gli altri non se ne accorgano, racconta bene un rapporto matrimoniale sofferto e certo non idilliaco.
Quella casa al mare resterà vuota e abbandonata per dieci anni e, in tale lunghissimo tempo, saranno solo le folate di vento e gli spiragli di luce ad abitarla; oppure il rumore dei nodi(!) dello scialle che si sciolgono – scialle che custodiva un teschio d’animale-.


Del resto non sono la morte, la vita, il senso dell’esistenza umana, il fugace passaggio sulla Terra ad essere la vera trama del romanzo? E le figure che vi si muovono, non lasciano l’impressione di creature impalpabili senza peso e sostanza? Per non parlare dei paesaggi: marini, celesti, terrestri; paesaggi dell’anima piuttosto che scenari tangibili,inseriti nello spazio e nel tempo, dell’imperscrutabile, misteriosa, indecifrabile avventura esistenziale.