Mese: settembre 2016

Chiara Varotari e il mondo dell’arte al femminile

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Chiara Varotari nasce a Padova nel 1584, figlia di Dario Varotari il Vecchio, pittore ed architetto e di Samaritana Ponchino (figlia del pittore G.B. Ponchino). Secondo il Ridolfi (autore di Le Meraviglie dell’arte-1648) i Varotari sono originari della Germania, trasferitisi poi a Verona, dove nel 1539 sarebbe nato Dario, che ritroviamo poi a Padova nel periodo della maturità. Chiara è sorella maggiore di Alessandro, pittore noto come il Padovanino (1588-1649), considerato un valente seguace di Tiziano.

Apprende l’arte dai familiari e lavora come assistente di bottega. Nel 1598 muore il padre. Il fratello viene educato da Damiano Mazza, accreditato interprete del tizianismo a Padova e in giovane età sostituisce il padre in “bottega”. Nel 1614 Chiara si trasferisce a Venezia con il fratello, spostandosi ogni tanto per qualche committenza.

Vive a lungo a Venezia, dove trova un ambiente culturale vivace e aperto, tanto che nel 1625 vi fonda una scuola d’arte. (A Venezia era vissuta dal 1560 al 1590 Marietta Robusti, la Tintoretta, costretta a lavorare nella bottega del padre vestita da garzone, per aggirare i divieti imposti alle donne in campo artistico: il clima sociale del ‘600 si è un po’ evoluto…). Chiara sente vivamente le problematiche legate alle differenze di genere, tanto che scrive un trattato dal titolo “Apologia del sesso femminile”, in cui difende i diritti delle donne.

Si specializza nei ritratti, che si caratterizzano per la cura dei dettagli e una superficiale attenzione agli aspetti psicologici dei soggetti, secondo lo stile dell’epoca. Il suo stile è preciso, pignolo. Rappresenta l’immagine di una borghesia ricca, ansiosa di celebrarsi nei propri fasti e nel raggiunto prestigio sociale e di una nobiltà che difende i propri privilegi con alterigia.

La data esatta della morte è sconosciuta, ma in genere collocata nel 1664.

Un suo autoritratto, insieme ad altre opere, è esposto al Museo d’Arte Medievale e Moderna di Padova.

Irene Brinn… la penna acuta del “bon ton” d’Italia

Scoperta e lanciata poco più che ventenne da Leo Longanesi, incarnò un giornalismo colto e brillante, leggero e caustico, ironico e mai superficiale.
Io sono una storica del costume, non una curiosità. I miei libri devono incuriosire, certo: ma resistere“. Così scriveva Irene Brinn, donna poliedrica, colta, affascinante e, purtroppo vittima in qualche modo  di oblio (se non di indifferenza! ) che mi ha immediatamente sedotta. Il suo stile ha fatto epoca, la sua penna ha inventato un modo nuovo,tagliente e vagamente irriverente di fare giornalismo.

Molto conosciuta, ma invidiata perché donna, ha saputo carpire i pregi, ma anche i difetti di quella borghesia qualunquista, individualista e superficiale della quale lei stessa ne faceva parte. Grazie a lei, per la prima volta, gli articoli di costume vengono pubblicati non solo sulle  pagine delle riviste o dei periodici femminili, ma anche su testate nazionali come il ” Lavoro di Genova”, “Il Tempo”, “Il Mattino”, “Harper’s Bazar”, “Il Corriere della Sera”, “Annabella”, “L’Europeo”.

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Irene Brinn non è che uno dei tanti pseudonimi (se ne contano 15 o 20) usati dalla giornalista non per vezzo, ma per scoprirsi scrivendo. Il suo vero nome è Maria Vittoria Rossi. Nasce il 14 luglio del 1914 a Roma, ma vive la sua giovinezza a Genova. Suo padre, Vincenzo è un alto ufficiale del Re, sua madre Maria Pia è un’ebrea viennese, ma soprattutto una donna fuori dell’ordinario. Parla tre lingue, ama la lettura ed è molto ambiziosa. E Maria Vittoria, fin da bambina, non può che seguire l’esempio materno.

Nel 1926 non va più a scuola e inizia a studiare da autodidatta, seguita dalla madre. Ed è così che, a soli vent’anni, Maria Vittoria o Mariù, come la chiama il padre e più tardi affettuosamente l’amico Indro Montanelli, è  una ragazza che parla cinque lingue, legge di continuo ed è innamorata di Proust. Ma oltre a questi amori per i libri e la conoscenza, sua madre le trasmette il senso e il valore dell’eleganza… insomma una sintesi di cultura e raffinatezza.

Negli anni Trenta, complici le restrizioni delle leggi fasciste, la “terza pagina”  diventa lo spazio giusto per una donna che, come Maria Vittoria, vuole dedicarsi al giornalismo. L’esordio arriva nel 1932, quando Giovanni Ansaldo le chiede di scrivere sul “Lavoro di Genova” un pezzo inserito nella rubrica “Parentesi “firmato Marlene, il primo di una sequela di “nom de plume” che Maria Vittoria userà nel corso della sua carriera.

La prosa è forse immatura, ma si dimostra subito originale e briosa, brillante e divertente, con sequenza di bozzetti dove parlano i tic delle persone, il modo di indossare un cappello… un mondo di particolari che mettono in luce l’arguto spirito d’osservazione di Mariù e la sua abilità di trasmettere i mutamenti epocali vissuti dalla società del tempo.

Nell’aprile del 1937 Mariù sposa  Gaspare Del Corso “che sarà marito, amico, consulente, socio in affari“. Nello stesso anno Leo Longanesi la chiama a Roma perché sta cercando validi collaboratori per il suo “Omnibus”, il primo rotocalco italiano. Il connubio tra la giornalista e  il noto direttore sarà fondamentale per la formazione e la crescita della Brinn. A lui Irene non solo deve uno dei pseudonimi (quello di Irene Brinn) più amati e celebri, ma anche molta della sua arte. (altro…)

Eroismo d’amore

Ci vuole un gran coraggio a lasciarsi amare incondizionatamente. Un coraggio che è quasi eroismo. La maggior parte delle persone non sa amare, né lasciarsi amare, perché è vigliacca o superba, perché teme il fallimento.

Ma chi era  Sándor Márai?

Scrittore, poeta e giornalista ungherese. Nato nell’odierna Kosice, in Slovacchia (allora parte dell’Impero austro-ungarico), divenne collaboratore della «Frankfurter Zeitung». Nel 1928 si trasferì a Budapest dove, nel corso del ventennio successivo, pubblicò numerosi romanzi in lingua ungherese (I ribelli, 1930; Le confessioni di un borghese, 1934; Divorzio a Buda, 1935; L’eredità di Eszter, 1939; La recita di Bolzano, 1940; Le braci,1942) che si soffermano, con prosa musicale, a indagare le pieghe più intime di personaggi che incarnano il malinconico disfacimento della mitteleuropa. Benché premiate dal successo, le sue opere vennero bollate come «realismo borghese» dall’intellighenzia del nuovo regime comunista: nel ’48 Márai fu costretto a lasciare l’Ungheria per stabilirsi – dopo brevi soggiorni in Svizzera e in Italia – negli Stati Uniti. D’indole schiva e solitaria, continuò a scrivere nella sua lingua madre circondato dall’indifferenza, sempre più emarginato.
Una serie di drammi condusse lo scrittore sulla via dell’isolamento. La morte per cancro della moglie e il successivo decesso del figlio segnarono la caduta in un profondo stato di depressione. Màrai si tolse la vita con un colpo di rivoltella, le sue ceneri furono disperse nel Pacifico.
La sua produzione, a lungo ignorata o negletta, a partire dalla prima metà degli anni ’90 ha conosciuto uno straordinario successo, prima in Francia e poi nel resto dell’Europa.

Paola Chirico