Mese: settembre 2021

“Il matrimonio di Rosa”: quando sposarsi con sé stesse è la meta più ambita.

In quasi tutte le sale cinematografiche si proietta la divertente commedia della regista spagnola Icíar Bollaín, satira sul desidero d’indipendenza e sulle scelte delle donne.

Già nota per film ‘di genere’, intelligenti e mirati verso obiettivi di emancipazione e sensibilizzazione, che ritraggono la donna nel suo profondo e spesso negato anelito all’indipendenza, la regista, sceneggiatrice e attrice Icíar Bollaín, classe 1967, originaria di Madrid, torna a dirigere un film, ‘Il matrimonio di Rosa’ (La Boda de Rosa), dedicato a tutte le donne, alle loro fatiche quotidiane, alle mille attività di cura, agli oneri lavorativi e familiari, da cui spesso ciascuna di noi vorrebbe fuggire, senza più rendere conto a nessuno.

Se nei primi film, Hola, ¿estás sola? (1995), vincitore del premio miglior nuovo regista alla Semana Internacional de Cine de Valladolid, con Flores de otro mundo (1999), miglior film della Settimana internazionale della critica al 52º Festival di Cannes e candidato al Premio Goya, ed in particolare con Ti do i miei occhi(2003), sulla violenza di genere e domestica, vincitore di ben sette Premi Goya, (fra cui miglior film e miglior regista) i temi al femminile erano trattati con una cifra in parte drammatica, nel suo ultimo film la regista si affida sapientemente allo stile della commedia, sobria e mai eccessiva, ma brillante e realistico, per proporre situazioni e sentimenti contrastanti, portando la spettatrice ad un’inevitabile identificazione con la protagonista. 

Rosa infatti ha un lavoro estenuante – cuce i costumi in produzioni con moltissime comparse – ha un fratello ingombrante, un padre troppo presente, una sorella piuttosto sfuggente, un fidanzato che riesce a vedere a stento e una figlia che si è appena separata con due gemelli. Abituata ad anteporre i bisogni degli altri ai suoi, Rosa sta per compiere 45 anni e la sua vita non solo è fuori controllo, ma è molto lontana dall’essere qualcosa che può definirsi “sua”. Decide così di dare uno scossone alla propria vita e afferrarne le redini, o almeno tentare di farlo. 

Il sogno di Rosa è infatti quello di riaprire la vecchia sartoria della madre, in un paesino vicino al mare, ma prima vuole organizzare un matrimonio molto speciale: un matrimonio con sé stessa. Senza rivelare a nessuno le proprie intenzioni Rosa convoca i fratelli e la figlia a Benicasim, il paese di origine della madre, come testimoni del suo “matrimonio”. Ma presto scoprirà che i fratelli e la figlia hanno altri piani e che i suoi si scontrano con gli interessi di tutta la famiglia, così che cambiare la propria vita non sarà facile impresa.

“ Racconta Icíar Bollaín di essersi imbattuta nel ‘solo wedding’ leggendo un articolo di giornale poco più di due anni fa: un giornalista britannico raccontava di un’agenzia a Tokyo dove le donne possono realizzare il sogno di sposarsi ed essere “principesse per un giorno” nel loro abito da sposa, con auto da matrimonio e album fotografico inclusi, senza bisogno dello sposo. Ma il matrimonio in solitaria in Giappone ha più a che fare con l’estetica e l’idea che non avere uno sposo non ti impedisce di diventare una principessa per un giorno e fare delle belle foto, una tradizione molto importante per le donne giapponesi.

Presto ho scoperto che il matrimonio in solitaria è un fenomeno internazionale: le donne di tutto il pianeta, Spagna compresa, da sole o in compagnia di familiari e invitati, hanno iniziato a sentire il bisogno di “impegnarsi” per sé stesse: prendersi cura di sé, rispettarsi e, insomma, amarsi, in una cerimonia che prende in prestito tutti gli elementi del matrimonio convenzionale come le promesse, l’abito, l’anello e persino la luna di miele… tranne un piccolo dettaglio: lo sposo”.

Emblematica la prima scena del film in cui Rosa partecipa ad una gara di corsa e tutti i suoi conoscenti e familiari la incitano a correre per arrivare prima: lei li guarda smarrita e, arrivata al traguardo, non si ferma, continua a correre per le campagne e oltre, fino al mare. In quel momento Rosa si sveglia, rendendosi conto che era tutto un sogno ma non certo casuale, rispecchiando invece la sua situazione, braccata da impegni e persone che cercano il suo appoggio in ogni incombenza quotidiana.

Ci sono molte Rosa tra noi, nella nostra routine quotidiana e ognuna di noi ha dentro una parte di Rosa. Conoscere ciò che vogliamo veramente e non rinunciarci mai, è uno dei compiti più difficili che tutti affrontiamo nella nostra vita, e che spesso non riusciamo a realizzare.

Ma Rosa si impegna a lottare per questo e raggiungere un punto di vista comune tra i sogni di Rosa e il resto della famiglia diventerà una grande sfida, anche quando si tratta di organizzare il proprio matrimonio. Credo che ‘Il matrimonio di Rosa’ sia una storia di persone vere, che rappresenta le relazioni tra di loro e con ciò che le circonda, cercando di dare voce ai pensieri interiori sulle cose della vita di tutti i giorni, che riguardano tutti noi, con umorismo ed emotività.

Amelia Earhart, una vita in volo.

Amelia Mary Earhart, è nata il 24 luglio del 1897 in Kansas. Con il suo coraggio e la sua caparbietà Amelia riuscirà ad andare oltre tutti gli stereotipi della sua epoca, facendosi apprezzare come aviatrice pionieristica a discapito dei fallimenti di altri suoi colleghi uomini.

Scopre l’aviazione a 23 anni accompagnando il padre ad un raduno in California, a Longbeach, nel 1920 dove per la prima volta sale su un aereo per dieci minuti grazie ad un volo turistico. Poco tempo prima aveva intrapreso gli studi infermieristici in Canada dove aveva raggiunto la sorella per poi tornare a New York e terminare gli studi da infermiera e prestare la sua professione in un ospedale militare durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 1922, facendo tanti lavori e lavoretti e grazie all’aiuto economico della sorella e della madre, riesce a comprare il suo primo aereo, di seconda mano, un Kinner Airster di colore giallo, da lei “battezzato” Canarino.

Nel 1928 arriva il suo primo incarico, attraversare l’Atlantico a bordo di un Fokker F7 chiamato “Friendship”con i colleghi Stultz e il meccanico Gordon; arrivano in Galles ma gli elogi sono tutti e solo per lei, la prima donna che abbia mai attraversato l’Oceano, altre tre donne infatti in quell’anno erano morte nello stesso tentativo. Per questa impresa, al suo ritorno,  fu quindi accolta da una parata a New York e fu ricevuta, insieme al resto dell’equipaggio, alla Casa Bianca dal presidente Coolidge.
Scrive un libro su questa esperienza, intitolato “20 Hours – 40 Minutes“, pubblicato dall’ editore George Putnam che fino ad allora aveva editato solo opere scritte da Lindbergh. Negli anni scriverà anche altre due opere: “The fun of it” e “Last flight“.

Le sfide continuano incessanti e nel 1931 stabilisce il record di altitudine a 5.613 metri, nello stesso anno sposa l’editore Putnam che, nel frattempo, era diventato il suo manager organizzando voli ed apparizioni pubbliche e contribuendo a creare la fama di Amelia.L’anno dopo è l’unica pilota che, dopo Lindbergh, riesce a compiere la trasvolata in solitaria da Terranova fino in Irlanda, anche se la meta era Parigi ma per problemi di meteo dovette atterrare nella campagna irlandese. Al suo ritorno riceverà la medaglia della Society National Geographic direttamente dal Presidente Hoover. Per Amelia la sua impresa aveva anche dimostrato l’esistenza di pari capacità intellettuali, di coraggio e prontezza tra l’uomo e la donna.

E Amelia sarà anche la prima donna a volare direttamente senza scalo da Los Angeles al New Jersey. Nel 1935, sempre disposta ad osare lì dove altri fallirono, fu la prima in assoluto ad attraversare il Pacifico dalla California sino alle Hawaii.  Diventa così la prima ed unica nell‘aviazione fino ad allora ad aver trasvolato in solitaria entrambi gli Oceani.

Amelia Earhart diviene quindi un simbolo importante nell’immaginario popolare oltre che un’ icona di stile che arriverà a disegnare divise per le future  aviatrici, guadagnando due pagine su ‘Vogue’, e ispirando una linea di valigie e bauli da viaggio nonché una linea di abbigliamento sportivo.

Arriva così il 1937 quando, forte della sua esperienza e capacità, Amelia decide di voler fare il giro del mondo,  parte quindi da Miami, arriva in Sud- America, prosegue in Africa e di lì in Nuova Guinea; ormai le mancano solo 7000 miglia è ormai vicina all’isola dove c’è la guardia costiera ad aspettarla e con cui è in comunicazione da giorni, ma Amelia pur  comunicando  la sua vicinanza all’isola parla di un’effettiva incapacità di riuscire a vederla… vani saranno gli ulteriori tentativi della Guardia costiera e le comunicazioni si interromperanno il 2 luglio 1937.