Lasciarsi un giorno a Roma.

Lasciarsi un giorno a Roma è un film del 2021 diretto da Edoardo Leo, con Edoardo Leo, Marta Nieto, Claudia Gerini , Stefano Fresi e narra il rapporto complesso di coppie “navigate”.

I personaggi principali si trovano all’interno di una crisi profonda dettata dal successo della compagna che mette in crisi il maschio.
Zoe è un’affermata imprenditrice, mentre il suo compagno, Tommaso, è uno scrittore che arrotonda lo stipendio rispondendo alle lettere del cuore di donne per una rivista femminile.

Tommaso verrà a conoscenza dell’intenzione di Zoe di chiudere la loro relazione proprio per una lettera che lei scriverà alla posta del cuore della rivista per cui lui scrive sotto lo pseudonimo di Marquez.

L’altra coppia del film è composta dalla sindaca di Roma, fagocitata da impegni burocatrici che la tengono occpata h24 sul lavoro. Il marito, un professore, si trova chiuso nella morsa della carriera della moglie, costretto a rientrare in cliché che non gli appartengono e si deve occupare della figlia e della casa.
Le storie si intrecciano e i punti di vista di sofferenza sia femminili che maschili vengono portati alla luce mettendo in risalto le rispettive sofferenze.

Lo consiglio perché…
Seppure la trama sia il semplice ribaltimento di ruoli, ho trovato interessante come il regista sia stato in grado di dare voce alla frustrazione e alla fragilità maschile, permettendo ai personaggi maschili di parlare delle loro emozioni e sofferenze.

Sofferenze e frustrazioni che si possono leggere anche nei personaggi femminili del film. Per la prima volta i sentimenti si mescolano e restano il filo conduttore del film, mettendo in evidenza che non importa il genere a cui una persona appartiene, l’emozione è la medesima.

Laddove ci troviamo ad indagare scopriamo che l’emozione non è rosa o azzurra, non ha colore, se non quello legato allo stato d’animo.

Bello e intrigante vedere e toccare che anche “l’uomo che non deve chiedere mai” può parlare del suo “sentire”, interessante osservare l’umanità che ci collega tutti, indipendentemente dal ruolo, dal sesso.

Siamo quello che non conosciamo…

Nell’era dei tuttologi digitali chiunque ritiene di avere titolo per parlare con “competenza” di qualsiasi cosa. Le discussioni sui social network ne sono un plastico esempio. C’è gente che non riesce ad azzeccare il quoziente di una divisione nemmeno per sbaglio, ma nonostante ciò sale in cattedra per pontificare in materia di ingegneria, fisica e chimica.

Ma per i libri è diverso. Se qualcuno ci parla di libri famosi, quei must che è indispensabile aver letto (o “riletto”, come dicono i cultural chic), noi andiamo in crisi perché non conosciamo nemmeno il colore delle copertine. Immediatamente ci assale un senso di disagio, di imbarazzo e addirittura di colpa. Per un attimo rimaniamo sospesi, fra la ricerca del coraggio per confessare che non abbiamo mai letto la Recherche, l’UlisseAnna Karenina ed esprimere un commento per non passare da ignoranti. 

Eppure, in molte occasioni, riusciamo a cavarcela più che egregiamente. Perché leggere non è solo la fase terminale di un atto cominciato con la creazione da parte dello scrittore, ma è un processo di costruzione del nostro mondo più intimo. Tant’è che non esistono due persone che leggono lo stesso libro nello stesso modo, ovvero ricavandone le medesime sensazioni. La lettura delle pagine, dalla prima all’ultima, non è un fatto meccanico che si esaurisce in sé. Cambia la nostra percezione delle persone e delle cose, cambia il tempo, cambiamo noi. Letti oggi, lontani anni luce dagli obblighi scolastici e da noi stessi, I promessi sposi sono un altro libro.

In questa nuova dimensione che lascia sullo sfondo la lettura come mero esercizio sequenziale, ci troviamo immersi in uno spazio dove i nostri ricordi e, talvolta, i nostri fantasmi, diventano i mediatori indiscussi di una ricostruzione tout court del libro. E quest’ultimo è sempre una nostra invenzione, sia che l’abbiamo letto oppure no. È questo l’unico statuto possibile dei libri, cioè quello di (ri)creare continuamente nuovi mondi dentro di noi. Un territorio immaginifico che culmina con il paradosso di Oscar Wilde: “Non leggo mai libri che voglio recensire: non vorrei rimanerne influenzato”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, si collocano le certezze del bibliotecario de L’uomo senza qualità di Musil. Non ha mai letto i libri che conserva sugli scaffali, ma li conosceva tutti. A dimostrazione del fatto che la cultura non deriva dal numero di pagine lette, ma dal senso di orientamento acquisito grazie alla visione d’insieme, derivata, a sua volta, dai segnali che le relazioni con gli altri ci lasciano, volontariamente o involontariamente. È il trucco di Guglielmo da Baskerville.

La lettura, o la non lettura, è sempre un viaggio. Per meglio dire, è il racconto di un viaggio, reale e fantastico allo stesso tempo. Ritornano la memoria, le connessioni, l’invenzione. Pare che Marco Polo non si sia spinto oltre Costantinopoli, eppure il racconto del suo viaggio nelle terre di Kubilai Khan è minuzioso, particolareggiato, verosimile. Ci dice tutto sui liocorni e nulla sulla Grande Muraglia che avrebbe dovuto vedere se davvero fosse stato dove ha detto.

Il mercante veneziano mente solo a sé stesso, perché le sue ricostruzioni fantasiose di animali pseudo-mitologici incontrano le “verità” che il suo tempo voleva ascoltare.

Come per i libri non letti, anche un viaggio che abbiamo fatto, ma che è scomparso dalla nostra memoria, resta un posto che ci ha visti transitare, sostare, pensare.

Alla fine, più che un luogo fisico, il nostro è sempre un viaggio che si snoda, ancora una volta, dentro di noi. In perenne equilibrio fra quello che immaginiamo e quello che non sappiamo.

Poesia e arte.

EDWARD HOPPER, “HOTEL ROOM, 1931

Quando trovo poesie che prendono ispirazione da un dipinto, resto affascinata: il connubio tra poesia e arte mi consente di valutare come un’altra persona interpreta i sentimenti e le sensazioni espresse dalla tela.

Il dipinto che vi propongo è del pittore statunitense Edward Hopper, Hotel Room, del 1931, esposto al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.

A dargli voce e forma di poesia è la filologa spagnola Josefa Parra (Jerez de la Frontera, 1965): la dolorosa tristezza di un’attesa vana e senza speranze, come spesso appare nelle opere di Edward Hopper.

Josefa Parra

Una triste piccola speranza di Josefa Parra

Se c’era ancora una promessa

tra me e te, un’offerta

prolungata, una luce laggiù

da poter seguire;

se restava la speranza

sebbene fosse una triste

piccola speranza;

se anche le tue labbra

mai hanno pronunciato

la parola mortale che io desideravo,

o qualcosa che le assomigliasse,

penso che ancora avrei trovato

una ragione per aspettarti.

E chissà se il commercio di carne

non fu, in qualche modo, una promessa?

(da Alcoba del agua, Quórum, 2002)

27 Gennaio, perché non si ripeta!

Cosa è la deportazione degli ebrei.

Un giorno, gli ebrei italiani furono esclusi da scuole, impieghi pubblici, vita civile, libertà sentimentale. I matrimoni “misti” furono vietati, per esempio. Se oggi vi innamoraste di Gal Gadot, insomma, sareste messi in galera o mandati in manicomio. Che era poi lo stesso. Passò qualche tempo. Gli ebrei italiani erano già scioccati per quel che era accaduto, ma uno che magari si chiamava Umberto Spizzichino o Vittorio Emanuele Anticoli non avrebbe mai potuto credere che il re d’Italia potesse consentire che si facesse come in Germania.

E invece accadde.

Nonostante una delle più strette consigliere (e amanti, probabilmente) del duce fosse Margherita Sarfatti. La povera Sarfatti dovette scampare all’arresto, braccata, in Svizzera e per poco non fu rimandata indietro. La sorella fu deportata. Tanto per parlare della galanteria del capoccione.
Fatto sta che un bel giorno, all’alba, i bambini come al solito pronti a scendere in ‘piazzetta’ per giocare, al sicuro, tra i palazzi di zii e amici di una vita, c’è un brulicare di camionette. I tedeschi bloccano il perimetro esterno, gli italiani, militari e milizie, danno qualche minuto per presentarsi con un paio di cambi. La gente viene messa in lista, o meglio spuntata dalla lista e caricata. Tutti in ordine, senza troppo fiatare. In fondo, se stai buono resti vivo.

Vagoni in stazione. La gente sta ancora in gruppo, familiari e amici stretti condividono lo spazio dei carri vuoti, senza sedili e senza bagno.
Il viaggio si interrompe ogni tanto, come un treno regionale di oggi, in mezzo alla campagna. Ma non ci sono finestrini e il tanfo di pipì ed escrementi è ovunque. Tutti sperano di arrivare, ovunque sia, il più presto possibile. Il viaggio si interrompe per alcuni nei campi oggi famosi, Buchenwald, Dachau, Auschwitz. Nessuno spiega nulla. Arbeit Macht Frei promette guai ma anche vita. Invece le famiglie vengono divise. Uomini da una parte, donne dall’altra. Pochi vengono scelti per esperimenti genetici o studio di medicinali o di protesi, anche strampalate.
Il grosso finisce al lavoro forzato, dopo aver lasciato abiti e ogni avere, dopo una rigorosa perquisizione, anche fisica, dentro gli orifizi, con risate annesse per chi è prestante o gradevole. Alcune donne vengono avviate alla prostituzione da campo, come anche uomini o bambini.
I campi sono quasi auto organizzati. Gli “affidabili” ebrei diventano kapo. Provano a salvarsi e diventano duri come gli aguzzini. Sperano di sopravvivere, ma anche tra loro, molti muoiono. Basta poco. Anche una sola risposta sbagliata.
Bambini allegri trasformati in mummie viventi o cadaveri. Professionisti o artigiani ridotti prima all’osso e poi improvvisamente arrivano a spegnersi mentre lavorano o sulle tavole dove ci si stringe, incuranti di pidocchi, cimici e topi. La fame è tale che in realtà i topi se la vedono male. Vengono mangiati.


I giorni non finiscono mai. Geloni, assideramenti, arti che saltano. Si mente per restare vivi. Ormai è chiaro che chi si lascia andare viene seppellito, prima, poi cremato. Se sei moribondo, non si aspetta più. Puoi essere cremato da vivo. A casa, chi è riuscito a non farsi prendere, vive col terrore. Le perquisizioni delle case dei “salvatori” sono continue. Appena qualcosa fuori dall’ordinario accade, tutti si nascondono in doppi fondi, dietro le pareti, negli scantinati. I cercatori, qualche volta imbeccati, qualche altra abituati a quel lavoro, trovano i nascondigli e anche gli scampati vanno incontro alla morte.
Tedeschi cattivi, ma gli italiani…

Anche gli italiani non scherzano… San Sabba, ma anche qualche decina di campi utilizzati per tenere i balcani in pugno, o per far sparire gli indesiderati, sono luoghi di fame, soprusi, violenze, non solo sessuali. Non si giustificano le foibe, ma la premessa è l’inumanità di tanti, troppi italiani che quando sono servili non si risparmiano niente. Arriva la liberazione degli ebrei, dopo la liberazione italiana. La gioia di essere vivi e la fine della fame per tutti, o quasi.

Nessuno vuole più ricordare le infamie, le delazioni, quella che pochi giorni prima era una colpa, la religione, viene semplicemente ignorata. Gli ebrei non si fidano. Sanno che ogni portiere di ogni stabile ha sulla coscienza molte decine di arresti e di morti. Ma anche compagni di scuola, iscritti al fascio, coloro che credono alla “scienza” di partito.
Nasce il dibattito. Non si eseguono più condanne sommarie, resta però il problema di cosa fare. Agli ebrei sono state confiscate cose e case. Non possono tornare verso nulla.
Inglesi e francesi non vogliono sentir parlare di stato degli ebrei. Il mondo è grande, ma mentre un’operazione segreta esfiltra i nazisti in America Latina, agli ebrei viene promessa una terra lì vicino.
Ci sono dubbi, ma se non c’è altro da fare, gli ebrei attendono di sapere.

L’America Latina è sbarrata per loro. Venti anni di propaganda hanno lasciato il segno. Che poi, la propaganda è cominciata sotterranea già da tanto. Comincia all’epoca dell’Impero Romano, si acuisce da Costantino in poi. Ha alcuni vertici ai tempi di Isabella di Castiglia e prosegue fino al 1870, a Roma. Si interrompe solo per cinquant’anni, perché ai Savoia fa comodo criticare aspramente il Papa e provocarlo. Fatto sta che gli ebrei non li vuole nessuno nel ’45 e ancora una volta hanno solo nemici. Esiste un gruppo piccolissimo. Li chiamano sionisti. Vogliono tornare dove gruppi consistenti sono sempre rimasti, in Palestina. Comprano da decenni appezzamenti di terreno. Fino alle leggi razziali, i fascisti italiani li aiutano. L’idea è di farli andare via dall’Italia, in silenzio, ma via. Addirittura dopo le leggi razziali anche un’accelerazione, per togliere il problema di torno quanto più è possibile. Per facilitare il processo di emigrazione e pulizia etnica il fascio istruisce anche piccoli gruppi all’organizzazione militare. Gradi, divise, tecniche di lotta sono quelle italiane. Fino alle deportazioni, il fascio ha aiutato gli ebrei, si racconta. No, voleva solo toglierseli di torno con poco rumore.

Gli ebrei senza patria decidono, a gruppi di andarsene, poveri e senza niente in mano verso la Palestina, unico luogo al mondo dove potrebbe esserci terra e protezione di altri come loro. Fanno da soli, perché sono soli. Inglesi e francesi si adoperano perché il progetto non vada in porto. Porti bloccati, embargo, speronamenti, arresti colorano il tentativo dei sopravvissuti di andare in un posto che sperano essere sicuro, su una terra di proprietà, dopo anni in cui il diritto alla proprietà era stato nuovamente cancellato, per loro.
Le armi ebraiche non ci sono. Nemmeno l’Haganah (organizzazione paramilitare ebraica in Palestina) esiste. Sarà costituita dopo, quando le tecniche di guerriglia e le milizie spontanee sono troppe e difficilmente controllabili. Alcune operano con tecniche terroristiche. Per fare una guerra di difesa, il terrorismo dell’esercito degli ebrei deve finire. E finirà. Armi in pugno, tra Haganah appena costituito e milizie che non vogliono obbedire.
Resta l’embargo. Niente armi. Gli arabi ricordano e ascoltano ancora le parole del gran muftì di Gerusalemme. Pochi mesi prima andava perfettamente d’accordo con i nazisti. Deve essere guerra contro gli ebrei. Devono essere cancellati. Le perorazioni dei religiosi non mobilitano gli Stati arabi, da subito. Gli ebrei riescono a difendersi col poco che hanno. Ma poi la pressione diventa enorme, estenuante. Bisogna assicurarsi dei punti strategici per riuscire a organizzare una difesa ma nemmeno i trattori possono arrivare nella terra d’Israele.

La svolta la dà Golda Meir. Piccola donna che va in America e spiega cosa accade in quella piccola porzione di terra che si affaccia sul Mediterraneo. Le pressioni politiche in USA crescono. Gli inglesi devono recedere dal loro embargo, almeno le armi leggere possono arrivare e finalmente anche i trattori che vengono trasformati in blindati, per arrivare a Gerusalemme e combattere i nemici dalle alture.
Un Paese nato perché nessuno ha mai voluto dare a tutti gli uomini gli stessi diritti. Nemmeno quelli di proprietà e dell’habeas corpus.

Ecco che cosa è stata la deportazione degli ebrei. Uno sterminio che ha costretto poche centinaia di migliaia di uomini a trovarsi da sola una terra dove sopravvivere. La voglia di vivere ha fatto diventare quel piccolo Paese una terra ricca dove studio, ricerca avanzata, guerra convivono. E dove prima c’era solo deserto. E da quel deserto sono nati alberi che dovrebbero ricordare a tutti noi l’infamia del bullismo religioso che sfocia in persecuzione etnica e miserabile pregiudizio violento.
Io, cristiana di battesimo da cento generazioni, probabilmente, ricordo e non dimentico. Ricordo tutto. E penso a quella bambina che. anche se scampata alla prima retata, ha dovuto nascondersi senza poter nemmeno starnutire, ad ogni rastrellamento. E se ha starnutito, ha anche provato il senso di colpa per aver fatto ammazzare padre, madre, fratelli e cugini. Per colpa di uno starnuto? No. Per colpa di chi ha pensato di ammazzare chiunque arbitrariamente, chiamandolo “ebreo”, come fosse un’offesa.
Per colpa di gente come me. Ma non proprio come me. Da gente come me, ma miserabile davvero. Ecco cos’è la deportazione degli ebrei: la differenza tra un noi umano e un “loro” indifferente, e alla fine crudele. Capace di dire poi, “eh, ma facevano tutti così. E poi, che volete, alcuni sono ancora vivi”. Come se la morte non fosse qualcosa che colpisce individui. Uno ad uno.

Ecco cos’è la deportazione degli ebrei, quindi: lasciare che si distingua tra i bimbi e decidere quale bimbo può giocare e quale deve morire.
Io no, noi no. Noi crediamo che tutti i bimbi dovranno essere donne e uomini liberi e devono tutti giocare ed avere potere sul proprio corpo e sulle cose che possono produrre e comprare. Siamo un solo popolo. Chi distingue, consente la deportazione degli ebrei.

E per favore, non confondiamo i passi di carta e i numeri tatuati sulle braccia. C’è una bella differenza tra l’essere ammazzati senza motivo e non poter andare al ristorante per un paio di mesi, peraltro perché in questo modo, magari sbagliando, un’autorità civile pensa di mettervi al riparo dalla morte.

Per favore, non banalizziamo le atrocità con le beghe, per quanto discutibili. Anche chi banalizza, alla fine, avrebbe facilitato la deportazione degli ebrei. Perché avrebbe detto certamente: perché io sono obbligato a fare il vaccino e loro nel ghetto no? Senza nemmeno pensare che nel ghetto il vaccino non sarebbe stato fatto solo perché se fossero morti nessuno se ne sarebbe preoccupato. Ecco la differenza!
Buona memoria. A tutte/i.

“Milioni di scale: la storia di Eugenio e Drusilla”.

Drusilla Tanzi, piccola di statura, obiettivamente bruttina tipo Marcie dei Peanuts, miope a tal punto che sembrava indossare dei bicchieri anziché degli occhiali, spesso malata, è stata la musa principale del grande poeta Eugenio Montale. Il premio Nobel  l’ha anche sposata quando entrambi erano avanti con gli anni, nonostante il poeta avesse avuto in tutta la sua vita amanti giovani, belle e colte. Tuttavia ha sempre preferito lei, fino in fondo… come mai?

Molti sottovalutano le potenzialità seducenti di certe donne obiettivamente non belle, ma dotate di altri talenti. Così come molte donne, guardandosi allo specchio e non ritrovandosi nei canoni di bellezza della propria epoca, si scoraggiano e si rassegnano, non considerando che una bruttina stagionata, come ad esempio Drusilla, può avere una vita sentimentale più movimentata di tante donne bellissime.

“Ho conosciuto una simpatica e intelligente sua ammiratrice … porta il bizzarro nome di Drusilla…” con questa lettera di Montale a Svevo, facciamo conoscenza con questa donna, diversamente bella, in uno scritto datato 1927.

Drusilla ha quarantadue anni e Montale  trentuno. Lei, inoltre, è sposata e con un figlio. Nonostante tutto tra i due sboccia un sentimento molto forte, che resisterà a molte intemperie. Montale le dà il nomignolo di “Mosca”, per via della grande miopia, ma si innamora di lei nonostante sia sposata con un altro, Matteo Marangoni, celebre critico d’arte.

Il poeta però è giovane e sensibilissimo, nonostante l’apparenza seria e quasi scontrosa, al fascino femminile. Libero da impegni matrimoniali con Drusilla, si lascerà affascinare da molte donne, fino alla fine dei suoi giorni, ciclicamente. La prima donna rilevante nella storia sentimentale di Montale era davvero irresistibile, una giovane americana dagli occhi azzurri,  pettinata alla maschietta, Irma Brandeis, da lui immortalata nelle poesie di quel periodo come Clizia.  Irma, innamoratissima, vorrebbe che Montale la seguisse in America negli anni trenta, tra l’altro gli anni del fascismo e delle leggi razziali (“Clizia” era ebrea), ma Drusilla, con cui porta avanti una storia parallela, minaccia due volte il suicidio. Il poeta non parte.  Vince Drusilla, la bruttina.

La seconda donna è celeberrima, è la grande poetessa italiana Maria Luisa Spaziani che incontra quando lei ha ventisei anni e lui cinquantadue, lei bella e talentata, lui goffo ma già intellettuale acclamato dal pubblico. Si daranno nelle lettere i nomignoli di Volpe e Orso. Lei non è ancora sposata ma sta per farlo, lui in realtà non riesce a darle più di un’affettuosa amicizia. Lei si sposa. Si frequentano anche successivamente, ma a livello soprattutto intellettuale. Torna a vincere Drusilla, la bruttina.

Come ha potuto Drusilla sbaragliare una simile concorrenza? Perché Montale era così legato a questa donna?. La risposta si può leggere nelle poesie più belle del Montale della maturità: la raccolta denominata Xenia, che nasconde la sua Drusilla in ben ventotto liriche, tutte dedicate a lei, da poco scomparsa.

È a lei e solo a lei che egli dedica una delle più belle poesie d’amore del Novecento:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora,
ne più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Il dolore del poeta per la sua perdita è inestinguibile.

Dopo la sua morte Montale capisce perché amava Drusilla… Drusilla, nonostante le “distrazioni” del suo uomo, è stata sempre la sua guida, il suo punto di riferimento e il loro rapporto ha il sapore della quotidianità affettuosa e partecipe, dell’amore consolidato e irrinunciabile.

È commovente come lui la cerchi ovunque, come desideri che ancora lo consigli, gli parli, come aveva sempre fatto nelle loro vita insieme, da donna moderna, coraggiosa, combattiva qual era, ed estremamente intelligente. Drusilla, infatti, è una donna piena di sorprese: è persino un personaggio letterario. Infatti è la zia Drusilla: “colei che rompeva sempre gli occhiali” in “Lessico famigliare” di Natalia Ginsburg, di cui era veramente la zia nella vita. E anche Montale appare in un breve cameo nel libro, come suo compagno, assieme a lei anche in quell’occasione.

Se all’inizio il loro rapporto ha risentito del ricatto emotivo della “Mosca”, nel momento della minaccia del suicidio, ha forse suscitato in Montale lo stimolo di quello che si suole definire “amore generoso”. Nel corso degli anni questo sentimento si è stabilizzato , diventando fortissimo. Il poeta continuerá a volerle bene e a stare sempre con lei, fino a sposarla quando lei rimarrà vedova del suo primo marito.

La cerimonia ufficiale avverrà quando Drusilla sarà ultra settantenne, ancora accanto al suo uomo che l’ha scelta ancora una volta. Ma stavolta come sua moglie.

Niente male per una bruttina stagionata!

P.s: a tal proposito consiglio la lettura di un simpaticissimo romanzo ( anche se un po´ datato!) di Carmen Convito la bruttina stagionata

Madres Paralelas.

Due donne, compagne di stanza, condividono i dolori e i timori per il parto imminente: una, Janis, fotografa affermata, è felice di questa gravidanza inattesa arrivata quasi fuori tempo massimo; l’altra, Ana, è un’adolescente insicura, con genitori distratti e assenti, terrorizzata all’idea di crescere un figlio. Hanno entrambe una bimba, si scambiano i numeri di telefono e promettono di risentirsi al più presto.

Nel frattempo entriamo nelle loro vite, col tran tran di neonate da accudire, balie affidabili da reperire, notti insonni e momenti di tenerezza che ripagano le neo-mamme degli affanni che devono affrontare. Madri single che se la devono cavare da sole, in tutto.

Pedro Almodóvar firma forse la sua pellicola meno almodovariana, meno grottesca ed eccentrica in cui le due figure femminili sono messe a fuoco, anzi a nudo, in senso letterale e figurato. Janis e Ana, che dopo qualche mese si ritrovano per caso in un bar di Madrid, saranno costrette a un destino parallelo anche se i rispettivi ruoli cambieranno spesso e in modo traumatico.

Accanto alle loro storie private quella della Spagna, del suo passato, mai sufficientemente indagato anzi sotterrato come le vittime del franchismo, cui solo a partire dal 2007, con il governo Zapatero, si decise di dare degna sepoltura. 

Penélope Cruz (Janis), musa indiscussa di Pedro, torna nei panni della madre dopo il bellissimo Dolor y Gloria  una madre adulta eppure fragile, tormentata dai dubbi e dai sensi di colpa; Ana, invece, dopo il parto, acquista sicurezza e il legame con la bambina è fortissimo. A interpretarla Milena Smit, giovane astro nascente, dagli occhi color smeraldo e dal fisico androgino.

Ad affiancarle l’immancabile Rossy De Palma e la quasi novantenne Julieta Serrano. Una marea di donne: mature, anziane, adolescenti e neonate a fronte di uomini scappati, morti, addirittura sconosciuti, tranne Arturo, il patologo forense amico di Janis che autorizza l’inumazione dei resti degli antifranchisti sepolti nelle fosse comuni.

Tra quei corpi violati ma mai dimenticati, anche il bisnonno di Janis, morto per la libertà. Nella scena finale in cui tutto il paese si raduna per l’evento, nei volti commossi, nelle mani allacciate delle due protagoniste, c’è il riscatto da un passato di sopraffazione e il passaggio del testimone nelle mani delle generazioni future.

La voce rauca e struggente di Janis Joplin ad accompagnare un Almodovar imperdibile.“Madres Paralelas” Premiato al Festival di Venezia, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Penelope Cruz.

Verso il 2022…

La farfalla non conta mesi ma momenti, e ha tempo a sufficienza”.
(Rabindranath Tagore)

Il tempo è quella nostra categoria mentale con cui organizziamo l’incedere della nostra vita, ed essendo appunto nostro, abbiamo tutto il potere di renderlo sufficiente…  

Nel giungere alla fine di un altro anno di sfide, auguri a voi per un inizio lieto!

Paola

Buon Natale 2021 🎄🎄🎄

Auguri a chi non si lascia sopraffare dall’amarezza
se la vita gli nega ciò a cui più tiene.
Auguri a chi balla da solo in casa,
a chi saluta il cielo con un sorriso…
perché la gentilezza e la tenerezza
donano luce all’esistenza.

Buon Natale alle amiche e amici che seguono il mio blog ovunque Voi siate.

Paola

Iwona Lifsches 🎨

Il “vagone rosa” una buona idea che non risolve il problema.

Vagone per sole donne!

Dopo uno stupro accaduto sul treno Trenord 12085 tra Milano e Varese, migliaia di donne e non solo hanno sottoscritto una petizione online per chiedere a Trenord la creazione di vagoni per sole donne, allo scopo di essere più sicure durante il viaggio. Ricordano un po’ i paesi nei quali queste carrozze per sole donne esistono già: India, Brasile, Egitto, Malesia, Giappone.. In Giappone, ad esempio, dove il servizio è in uso, nel solo 2017 i file della polizia riportavano 1.750 casi.  

«Con questa petizione chiediamo a Trenord di dedicare, su tutte le sue linee, la carrozza di testa alle donne. In questo modo, a qualsiasi ora, si potrà viaggiare sicure», così si legge nella petizione.

Chiunque, come la scrivente, sia stato pendolare in linee suburbane, conosce bene la prateria d’impunità, con il buio e pochi passeggeri a bordo, che vige su questi mezzi. Convogli dove il controllore – o la ‘controllora’, passatemi il termine, perché sono molte le donne che ricoprono questo ruolo – spesso e proprio negli orari di minor flusso nemmeno si presenta, forse anche per timore delle conseguenze di eventuali incontri difficili da gestire.

E allora, pur rispettando il desiderio più che lecito delle donne di essere sicure nel loro viaggiare in treno, non credo che il “vagone rosa” sia una soluzione per aumentare la loro sicurezza. E non lo penso solo io: per esempio, l’associazione D.i.Re – “Donne in Rete contro la violenza”, che riunisce 84 organizzazioni antiviolenza in Italia, si è espressa nello stesso modo.

Rimane il fatto, pur accogliendo alla lettera la proposta della petizione, che ciò non renderebbe sicure né le stazioni, né le strade che le donne percorrono per prendere il treno o una volta che ne siano scese. In più, la ghettizzazione renderebbe immediatamente visualizzabile l’obiettivo per uno stupratore, che può rendersi più facilmente conto di quante donne stanno viaggiando e scegliere comodamente il suo “obiettivo”, una volta scese dal treno.

E di fronte a questa eventualità, la soluzione pratica la conosciamo: militarizzare ogni percorso pubblico notturno, ben oltre il limite del tragitto ferroviario. Soluzione che tra l’altro nessuno dei paesi dove i vagoni per donne esistono già – India, Brasile, Egitto, Malesia, Giappone – ha adottato, e che, va detto espressamente, da questo provvedimento non hanno certo migliorato la loro situazione in termini di numero di stupri o sensibilità verso la violenza sulle donne in genere.

Quindi? Quindi io – e non solo io – credo che lo stupro sia un problema sociale, e che vada affrontato socialmente; e che proprio per questo una “soluzione immediata” non esista. La cultura dello stupro esiste da secoli, e nessuna soluzione “nell’immediato” ha senso.

Sì, qualcosa per migliorare la sicurezza sul treno certo che si può fare, accogliendo le richieste della petizione: ma proprio perché si tratta di un problema comunque da risolvere sul lungo termine, eviterei soluzioni fortemente simboliche che rinforzano il problema, invece, di mettersi sulla strada per risolverlo.

Inoltre il “vagone rosa” avrebbe un effetto peggiorativo sulla violenza verso le donne, perché segregare le potenziali vittime in maniera così evidente è un chiaro messaggio anche verso i potenziali stupratori, anzi verso tutti gli uomini; vuol dire che tutti quelli fuori da quei vagoni sono potenziali stupratori.

Ciò significa arrendersi di fronte al problema, dire pubblicamente “non possiamo agire sul problema degli stupri, possiamo solo segregare per un po’ le potenziali vittime”. Sarebbe la società stessa a trasmettere il messaggio che gli uomini sono tutti potenziali colpevoli, e che siccome sono troppi, invece di agire su di loro, agiamo sulle potenziali vittime.

Emily Dickinson e quel suo vestirsi di bianco!

Nasceva oggi, il 10 dicembre 1830, la poetessa Emily Dickinson, una delle figure letterarie più enigmatiche di fine Ottocento. Molte le leggende e i racconti fioriti sul suo conto, ma la sua vera biografia resta un mistero.

Il nome di Emily Dickinson si associa inevitabilmente alla Poesia. Emily Dickinson la poetessa, non potrebbe essere nient’altro. È uno di quei rari casi in cui l’identità della persona e il suo mestiere formano un tutt’uno. Del resto Emily Dickinson consacrò la sua stessa vita alla vocazione letteraria: a partire dall’età di ventitré anni sino alla fine dei suoi giorni visse reclusa nella sua casa di Amherst, in Massachussets, e non fece altro che scrivere. Compose oltre tremilacinquecento poesie, quasi tutte pubblicate dopo la sua morte. Infatti fu solo dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1886, che la grandezza della poesia di Emily Dickinson fu scoperta e apprezzata.

La famiglia e gli amici più stretti ignoravano l’attività segreta di Emily, le splendide poesie che componeva in silenzio rinchiusa tra le mura della sua stanza, come una monaca o una prigioniera. Il suo talento si era rivelato a tratti nelle lunghe lettere che Emily Dickinson scriveva, piene di particolari affascinanti, fatte della sostanza stessa della poesia.

La vita di Emily Dickinson è ancora un mistero per i suoi biografi. Nessuno riesce tuttora a spiegarsi il perché una giovane ragazza di ventitré anni avesse scelto di ritirarsi del tutto dalla scena pubblica e vivere rinchiusa tra le mura della casa paterna, vestita di bianco, utilizzando la scrittura come unica porta di accesso verso il mondo. È stato appurato che la Dickinson non soffrisse di alcuna infermità fisica né di alcuna malattia invalidante. Il motivo della sua segregazione rimane dunque un mistero, solo Emily Dickinson ne custodisce la chiave, forse nascosta nel cuore pulsante delle sue poesie.

La scelta inusuale della Dickinson ha tuttavia alimentato una serie di leggende sulla sua figura; ancora oggi si associa il suo abito bianco a una veste virginale, chiaro rimando a quella indossata dalle novizie prima di entrare in convento. Ma nella realtà Emily Dickinson ebbe molti amori, forse tutti platonici, passioni di penna che ha trasfuso mirabilmente nelle sue poesie e nelle lettere infuocate che inviava agli amati destinatari.

Emily Elizabeth Dickinson nacque il 10 dicembre 1830 ad Amherst, nel Massachussets, figlia dello stimato avvocato Edward Dickinson, che sarebbe diventato membro del Congresso degli Stati Uniti.
In virtù delle sue origini, la Dickinson ricevette un’ottima educazione: frequentò la Amherst Academy e poi le scuole superiori di South Haley. In seguito venne ritirata dalla scuola dal padre, per motivi che appaiono ancora ignoti. Emily proseguì quindi gli studi da autodidatta, guidata da un precettore, Benjamin Newton, che le impartiva lezioni ogni giorno da casa. Dall’età di ventitré anni Emily Dickinson scelse di ritirarsi dalla vita pubblica. Per tutto il corso della sua esistenza si allontanò dalla casa di Amherst solo per qualche raro viaggio che le avrebbe permesso di conoscere persone fondamentali per la sua vita. Tra queste il reverendo Charles Wadsworth, un uomo sposato, a cui la Dickinson dedicherà versi pieni di passione; e il celebre filosofo americano Ralph Waldo Emerson che svolse un ruolo cardine nella sua formazione culturale.

Il 1860 è l’anno più prolifico per la composizione poetica di Emily Dickinson. La poetessa scrisse oltre quattrocento poesie, alcune delle quali (sei in tutto) furono pubblicate sullo Spingfield Daily giornale redatto da Samuel Bowles, intimo amico della Dickinson, per il quale la poetessa covava una segreta passione.

In quegli anni Emily iniziò ad essere consapevole del proprio talento e cominciò a raccogliere le proprie poesie in fascicoletti, sperando di vederle un giorno pubblicate. Sarà il colonnello Thomas W. Higginson, con il quale aveva avviato una fitta corrispondenza, a dissuaderla dall’intento.
Higginson rimase impressionato dai versi della giovane poetessa, ma al contempo vi avvertì una forza segreta, una fierezza irriducibile, che gli fece quasi paura. Consigliò a Emily di non pubblicare più i suoi versi, perché la società non li avrebbe capiti. La voce della Dickinson appariva dissonante, diversa da tutto quanto era stato scritto sino ad allora e in conflitto con gli ideali romantici dell’epoca.

Non sapendo quando l’alba possa venire
lascio aperta ogni porta,
che abbia ali come un uccello
oppure onde, come spiaggia.

La poetessa dunque accettò il consiglio di Higginson e decise di fare a meno della pubblicazione. Continuò a coltivare la vocazione poetica nel segreto della sua stanza, come un peccato solitario al quale non sapeva rinunciare.