Matilde diventa maggiorenne e va a votare!

Luciana sogna di andare all’università e di diventare una scienziata. Matilde, la sorella maggiore, ha fatto solo le elementari ed è operaia in un maglificio ma, sperando in un futuro diverso, sta preparando l’esame della terza media perché non ci si vede “una vita a fare i maglioni e ad accudire bambini”.

Questo importantissimo appuntamento è concomitante con un avvenimento storico: il referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946.  Le donne italiane possono votare per la prima volta e Matilde, che ha appena compiuto 21 anni, è emozionata e sente la responsabilità della scelta che può fare. 

Con “Il primo voto di Matilde” (ed Settenove), Fulvia Degl’Innocenti ha immaginato una famiglia contadina toscana dopo la guerra, nei mesi in cui è chiamata al voto. Prima per le amministrative, a marzo, e poi per il referendum e l’elezione dell’Assemblea Costituente. 
L’ordinaria vita nei campi e la storia d’amore di Matilde con Lorenzo si intreccia con l’esercizio di un diritto di cittadinanza dimenticato poiché era il 1934 quando l’Italia aveva potuto esprimersi, tra l’altro, per un plebiscito: infatti “si poteva votare solo un sì o un no ai candidati dell’unico partito, quello fascista”. 
 

Il giorno del voto è una festa e la famiglia si prepara con cura organizzandosi per la lunga fila che la attende ai seggi. Le notizie dello spoglio arrivano lentamente e solo il 5 giugno si ha la certezza che la repubblica ha battuto la monarchia con quasi due milioni di voti in più. Matilde ha votato per la repubblica e per Bianca Bianchi, un’insegnante, “la persona giusta per affrontare i problemi della scuola e il diritto all’istruzione”. 

Questo delicato racconto, corredato con le illustrazioni di Gioia Marchegiani, si rivolge alle giovani generazioni per dare informazioni su un momento costitutivo della nostra democrazia e, attraverso la protagonista, delinea il ritratto di una donna capace di scegliere autonomamente il suo futuro e la società in cui vuole vivere. 
Matilde che diventa maggiorenne diventa la metafora di una giovane nazione consapevole dell’impegno che ha assunto e che è fieramente convinta di volerlo sostenere.

Fonte: Noidonne.it

“Viva la vida” di Frida Kahlo, inno all’amore e alla gioia per la vita.

“Viva la vida” di Frida Kahlo viene realizzato otto giorni prima di morire, il 13 luglio del 1954, a 47 anni in Città del Messico. L’ultimo saluto gioioso di una persona che nella vita ha conosciuto molto presto la malattia e la sofferenza fisica.

Ha appena sei anni quando si ammala di poliomielite, guarisce, ma la gamba destra resterà meno sviluppata e rimarrà claudicante. A 18 anni un terribile incidente tra l’autobus e un tram quasi la uccide. Sarà costretta a indossare busti ortopedici e a sottoporsi ad una trentina di interventi chirurgici. La pittura rimarrà per lei l’unica consolazione e valvola di sfogo, ma anche forte dichiarazione di amore per la vita e resistenza. Dipinge essenzialmente autoritratti dolenti, contribuendo al filone autobiografico in arte.

“Viva la vida” è una natura morta che rappresenta angurie succose, rosse e appetitose. Un grido di colore, il desiderio infinito di gioia di vivere. È un estremo omaggio alla vita. I cocomeri si stagliano verdi e rossi su un cielo azzurro. Sulla polpa succosa e sensuale delle fette è scritto “Viva la Vida – Coyoacán 1954 Mexico”. Le angurie del dipinto vengono rese in tutta la loro fecondità e pienezza, come ricca è stata percepita la vita dall’artista nonostante tutto. Queste le ultime parole che Frida scrive nel suo diario. Un testamento commovente ed energico.

«Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più»

Frida ha vissuto intensamente attraversando, anzi, tuffandosi nelle gioie dell’amore e nell’impegno politico. Donna emancipata e indipendente, passionale e sanguigna che non pose mai limiti alla sua coraggiosa indole. “Viva la vida” è il suo lascito, il messaggio ultimo per se stessa e per chi ancora vive:  la vita malgrado tutto merita di essere vissuta.

La simbologia dell’anguria e l’omaggio dei Coldplay

L’anguria è per eccellenza il frutto dell’estate, fresco e dissetante, simbolo di passione e amore. Rappresenta anche l’intelletto, il lavoro e il benessere. Nelle credenze egizie torna questo frutto come simbolo. Si riteneva provenisse dal seme del dio Seth, divinità del deserto e della siccità, della bufera e dei morti. Proprio per questo veniva spesso posto nelle tombe come forma di nutrimento per l’aldilà, a rimpolpare una vita metafisica altrimenti destinata alla desolazione.

“Viva la vida” di Frida Kahlo è stata fonte di ispirazione per molti artisti, tra cui in musica i Coldplay. Era il 2007 quando Chris Martin in tour con i Coldplay giunse a Città del Messico. Tra un’esibizione e l’altra ebbe modo di visitare la Casa Azul, il museo ufficiale di Frida Kahlo.

Fu così che il frontman del gruppo britannico scoprì questo dipinto. Chris si segnò subito il titolo e rese omaggio all’opera intitolando così il suo album e il singolo principale. 

Viva la vida” dei Coldplay è uno dei brani pop barocco/pop rock più amati del nuovo millennio, un testo ricco di riferimenti biblici, artistici e letterari, sopra una strumentazione e un arrangiamento altrettanto ricercati.

 

A colloquio con Patrizia Cavalli, la poeta.

Roma, Campo de’ Fiori, l’afa di un agosto deserto di persone, la casa all’ultimo piano, senza ascensore, Patrizia Cavalli affondata sul divano che cerca da dieci minuti una posizione comoda appoggiando i piedi sul tavolino di fronte. Fogli, quadretti, piccole sculture sottili appese alle pareti, oggetti inutili e medicine sono il paesaggio di questo incontro, che sarà pieno di pause, sospiri, immaginari salti temporali per riacchiappare ora questo ora quel ricordo. Patrizia Cavalli è la nostra maggior poeta vivente.

Possiamo darci del tu?

Certamente, risponde Patrizia.

Ho letto da qualche parte che… Non provi più amore. Ma da quanto?

Da anni.

E come si sta senza amore? 
Male, tristi. Con una specie di sapienza a posteriori che non consola. Però sono troppo narcisista per azzardare un sentimento che potrebbe non essere ricambiato.

Ma la felicità non è un rischio? Non sta forse nel «fecondo coraggio», come diceva Natalia Ginzburg, il segreto dell’andare avanti? 
Boh

Perché ti fai chiamare «poeta» e non «poetessa»? 
Perché poetessa fa ridere, dai. Non mi è mai passato per la testa l’idea di farmi chiamare poetessa. Sembra quasi una presa in giro.

La stessa Elsa Morante, quando decise di sostenerti, ti disse: «Patrizia, sei poeta, sono felice». 
A lei devo tutto, avevamo un rapporto complesso, umorale, esattamente come la sua natura. Ma ricordo un episodio. Una volta eravamo a tavola io, lei e Sandro Penna. Penna c’aveva quella vocetta gne gne e diceva: “Elsa, Elsa, sei contenta di stare a pranzo con due poeti?”. Morante lo gelò: “Io sono più poeta di voi”. 

“Con passi giapponesi” è un libro di prose. Com’è nato?
Non c’è stata una vera intenzione. La prosa fa parte di me, io ho sempre scritto molto, ho uno stanzino pieno di note e appunti. I testi qui raccolti sono brevi, almeno per la maggior parte, indago il linguaggio.

Nata a Todi nel ‘47. In Umbria l’adolescenza. Poi Roma, alla fine degli anni ‘60 per studiare filosofia. Come sono stati i primi anni romani? 
Disperati. 

Perché? 
Difficili anche sul piano topografico: mi perdevo nelle strade e siccome mi vergognavo a chiedere informazioni capitava che vagassi da sola per ore o che rimanessi fissa in un posto come un baccalà. 

Poi questa casa, dove abiti dal 1972. 
Prima occupavo un piano della casa di un tizio sposato ma gay. La moglie piangeva sempre e la capivo: aveva scoperto di stare con uno che amava i maschi. Gli innamorati si somigliano tutti. 

Non sei mai stata attratta dai maschi? 
Solo da ragazzina, sui dodici o tredici anni. Mi piaceva il mio vicino di casa a Todi, ma non era un’attrazione erotica. Era un’altra cosa. Più conformista, direi. Era come se stessi sperimentando qualcosa che non capivo bene. 

A Kim Novak hai dedicato la tua prima poesia. 
Avrò avuto sì e no dieci anni. Quella donna mi faceva impazzire, mi sembrava un angelo. La poesia — la ricordo benissimo — faceva così: 
Chi sei tu dunque 
Kim, Kim, Kim Novak? 
Sei forse l’angelo che appar di tratto? 
Sei forse luce, calore e sogno? 
Sì vedo, in te vedo il bene, la luce e la speranza. 
Credo, in te credo con l’anima mi’ intera
»

«Con l’anima mi’ intera», addirittura un’elisione. 
Evidentemente quello mi sembrava vera poesia, quell’attenzione alla lingua.

Stai scrivendo in questo periodo? 
No, non scrivo da almeno quattro mesi. La malattia, dicono, al momento s’è ritirata ma queste maledette cure che ho fatto mi hanno portato via l’energia e la memoria. Come si fa a fare poesia senza memoria? La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere. Le parole devono avere una potenza intrinseca, il lavoro del poeta è sceglierle tra tante altre. Ma io non ci riesco sempre ora.  

Che cosa provi in quei momenti?
Una sensazione di impotenza. Il corpo che cede, la stanchezza, la sensazione di non esserci. Perché il corpo è tutto. Il corpo è il teatro delle nostre cose , senza il corpo non ci siamo. La memoria è poi anche conforto, con la memoria ci sentiamo interi. Io invece adesso non sempre sento la vita davanti. Qualche volta risorge, a tratti e all’improvviso e allora corro a catturarla, a fissarla. Con immagini o con parole.

Il “corpo è tutto”? 
E certo, e di che cosa vuoi parlare, dell’anima? Ma dai. Il corpo è dove sperimentiamo la conquista e la perdita. 

In “Con passi giapponesi” uno dei brani più belli è quello in cui si racconta lo sguardo delle donne sulle altre donne: chirurgico, spietato. 
Vero. Uno sguardo che ho sentito più volte su di me e che ho visto spesso da donna a donna. Come uno sguardo unico, che mai sarà rivolto agli uomini. 

Una delle poche cose che nessun uomo riuscirà mai a prenderci? 
Forse. 

Hai trascorso molto tempo senza pubblicare. 
Non sono una che apre la bocca per dargli fiato. Ho scritto cinque libri di poesie, è tanto. Non mi pesa stare senza scrivere. 

Ma a settembre è uscita una nuova raccolta, «Vita meravigliosa». 
È fuori dal tempo, un libro dove ho messo tante cose. Compreso un poemetto dal titolo “Con Elsa in paradiso”. 

Dolores Ibárruri Gómez, la Pasionaria Spagnola, che insegnò a non arrendersi mai!

Che Dolores Ibàrruri fosse una donna piena di passione, è evidenza storica. Però il soprannome di Pasionaria veniva, come lei stessa rivelò, da tutt’altro: il suo primo articolo, scritto per un piccolo giornale della sinistra, fu pubblicato proprio la settimana prima di Pasqua, la settimana della Passione, e da ciò trasse lo pseudonimo. Dolores veniva da una famiglia basca molto religiosa e lei stessa aveva pensato di farsi monaca; in effetti la sua vita è stata interamente consacrata all’antifascismo e al comunismo.

Nata nel 1895 a Gallarta, nella zona mineraria di Somorrostro, a ovest di Bilbao sul golfo di Biscaglia, era l’ottava di undici figli. Il padre, minatore nelle miniere di ferro a cielo aperto, lavorava dall’alba al tramonto per una paga da fame. La madre era una donna rigida, dura per indole o necessità. Vivevano in una baracca e il paesaggio doveva essere simile all’inferno, fra i fumi delle miniere e quelli delle vicine fabbriche di Bilbao.

Dolores era sveglia e ribelle e invano la madre cercava di domarla a suon di ceffoni. Avrebbe voluto studiare, ma giovanissima dovette andare a servizio in città presso famiglie facoltose. A vent’anni non ne poteva più. Per uscire da quella vita grama e senza speranza sposò nel 1916 un operaio socialista militante del PSOE (Partido Socialista Obrero Español) e, come tale, sempre dentro e fuori dal carcere. Juliàn Ruiz, così si chiamava, non era certo un genio, ma fisicamente non male: Dolores era piuttosto alta e lui altrettanto, così non sfigurava e non la metteva in imbarazzo.

Ebbero sei figli, dei quali sopravvissero agli stenti dell’infanzia soltanto due, Rubén e Amaya. Non fu un matrimonio particolarmente felice, durò una quindicina d’anni e finì per consunzione quando nel 1931 Dolores si trasferì a Madrid. Juliàn fu sempre molto signorile: non si sentì surclassato dalla moglie che in breve fece una carriera politica più brillante della sua, anzi quando si separarono affermò nobilmente: “Io perdo una moglie, il partito guadagna un dirigente”. Forse era anche stanco di avere in casa un dirigente del partito. Che, nel frattempo, era diventato quello comunista, nato da una scissione del PSOE.

Sulla scia del marito Dolores aveva intrapreso la strada della militanza politica, strada molto ardua soprattutto per una donna. Lei poteva contare su un grande fascino, non però nel senso in cui lo intendiamo noi oggi.

Vestiva infatti sempre di nero e in modo castigato, come nella tradizione basca, ma era di una eleganza naturale, semplice e senza fronzoli, e riusciva a contagiare con la sua passione politica, a infiammare la folla con i suoi discorsi. Trasparivano in essi non astratti ideali ma una vita vissuta con affanni e dolori, nonché una assoluta determinazione al riscatto. Dolores non fu mai una femminista vera e propria, come altre contemporanee che militarono nel movimento anarchico. In quanto comunista era molto severa nella morale sessuale e si sentì grandemente in colpa per la relazione con Francisco Antòn, parecchio più giovane di lei; fu l’unica, pare, di tutta la sua vita oltre a quella col marito.

L’ impegno nei confronti delle donne era piuttosto rivolto ad emanciparle, liberandole dalla miseria e dal peso di dover tirar su da sole i figli mentre i compagni erano tutti presi dalla lotta di classe o passavano anni in galera. I tempi erano durissimi. Non solo la Spagna viveva in un terribile stato di arretratezza, ma le classi dirigenti erano tanto inette quanto sfruttatrici. Le pessime condizioni dei braccianti e degli operai sfociavano spesso in rivolte spontanee e irrazionali regolarmente soffocate nel sangue dalla Guardia Civil, come la Semàna Tragica di Barcellona del 1909 e la rivolta delle Asturie del 1934. Nel febbraio del 1936, finalmente, libere elezioni mandarono al governo la sinistra: si attendeva un periodo di pace sociale e grandi riforme, senonché, in luglio, l’alzamiento, la rivolta militare guidata dal generale Francisco Franco, dette il via alla guerra civile.

Dolores si buttò in una strenua attività a sostegno della Repubblica. Non potendosene occupare e per loro sicurezza spedì i figli adolescenti a studiare a Mosca. Visitò i numerosi fronti, entrò coraggiosamente nelle caserme per convincere i soldati a non seguire gli ufficiali ribelli, tenne comizi di massa, viaggiò per cercare l’appoggio della Francia e dell’Inghilterra alla causa della Repubblica. Appoggio vilmente negato, com’è noto.

La giacca rossa di Ursula e la maglia rossa del piccolo Aylan.

Il 6 aprile 2021 l’Europa è stata sconfitta come nel 2015, quando ha raccolto il corpo del piccolo Aylan Kurdi.

Era l’ottobre del 2015 quando sulla costa della città turca di Bodrum la foto di un bimbo siriano, Aylan Kurdi, riverso sulla riva come se dormisse divenne l’immagine potente della tragedia dell’emigrazione per migliaia di creature innocenti in fuga  con le loro famiglie da guerre, fame, e violenze d’ogni genere. Foto di una tenerezza struggente. 
Quel bambino con la maglietta rossa e i pantaloncini scuri fu per giorni sui giornali a parlarci della tragedia dell’emigrazione e poi, per sempre, depositata nell’archivio della storia da dove periodicamente viene riproposta per la simbologia che evoca e le infinite vite sacrificate, che impersona per sempre. 

Il 2015, casualmente lo stesso anno in cui, sempre facendo parlare una foto uscita dagli archivi quale testimone di comportamenti sperimentati, è stato possibile capire (ovviamente per chi vuole capire) che quanto è capitato il 6 aprile a Ursula von der Leyen ….. è stato pensato e deciso per offendere,  attraverso lei, l’Europa e le donne tutte, iniziando da quelle turche.  Infatti in quel 2015 lo stesso Erdogan incontrò, a margine del G20 ad Antalya in Turchia, Jean Claude Juncker e Donald Tusk, rispettivamente Presidente della Commissione come Ursula von der Leyen e del Consiglio come Charles Michel. Immortalati in una foto mostrano la precisa collocazione di quelle tre poltrone con cui Erdogan all’epoca decise di dare pari dignità e potere ai due rappresentanti dell’Unione, nel rispetto del protocollo che evidentemente conosce bene.

Passano sei anni e, sorvolando su quanto avvenuto in questo periodo, è peraltro difficile non sottolineare oggi, nonostante il virus e le difficoltà che comporta in ogni campo, come sia stato importante concretizzare un nuovo incontro fra Erdogan, come nel 2015, e i due politici più rappresentativi d’Europa: Ursula von der Leyen Presidente della Commissione (recatasi in Turchia per discutere non a caso dell’emigrazione!) voce dell’Europa e istanza comunitaria per eccellenza e Charles Michel Presidente del Consiglio Europeo, dimensione intergovernativa dell’Unione.

Due ruoli e funzioni politiche formalmente di pari grado ma che non è difficile comprendere che a seconda delle situazioni e degli incontri l’uno di fatto simbolicamente prevalga sull’altro. Ed è deducibile per le questioni che erano in discussione il 6 aprile, compreso il tema degli emigranti, che forse fosse proprio Ursula von der Leyen l’interlocutrice più significativa. 

Era l’Europa in primis più che la somma degli stati europei che incontravano il premier turco. 
Questa riflessione, che non è di lana caprina, rende ancor più grave il comportamento di Michel che in nome della politica, e non del semplice galateo, avrebbe dovuto aspettare a sedersi.

Lo sgarbo avvenuto ad Ankara che ha visto Michel incapace di reagire a Erdogan è stato dunque il subire uno sgarbo all’Europa, usando una donna e negandole il ruolo e la funzione che rappresenta. 

Marguerite Guggenheim, per gli amici Peggy… la dogaressa dell’arte.

Peggy Guggenheim alla Biennale di Venezia, 1948

L’arte è una componente fondamentale per noi italiani, abituati a passeggiare nelle nostre città che sono dei veri e propri musei a cielo aperto. Forse non è vero che l’arte salverà il mondo, ma sicuramente risolleva il morale grazie alla sua bellezza e maestosità. Nel corso della storia tanti personaggi si sono innamorati del nostro Paese e hanno contribuito a renderlo la culla dell’arte non solo antica, ma anche e soprattutto moderna: tra questi Peggy Guggenheim che ha svolto un ruolo di grande prestigio.

Nata a New York nel 1898, in un finale di secolo effervescente e complesso, in un mondo che sta cambiando a velocità abbastanza sostenuta e si sta avviando all’incendio della Grande Guerra. È una nata con la camicia, si direbbe: suo nonno Solomon R. Guggenheim aveva fondato l’omonima fondazione per la creazione di musei in giro per il mondo, suo padre, Benjamin Guggenheim, si era arricchito con l’estrazione del rame, dell’argento e con l’acciaio, invece sua madre, Florette Seligman, apparteneva ad una delle più importanti famiglie di banchieri americani.

Il padre muore sul transatlantico più tristemente famoso della storia, il Titanic, in modo eroico a discapito della sua presenza, abbastanza clandestina, sulla nave, in compagnia dell’ennesima amante: dopo aver ceduto il suo posto in scialuppa a donne e bambini, ritorna a bordo e attende la fine del naufragio bevendo champagne in smoking, scena ricostruita fedelmente anche nel film Titanic di James Cameron.

Lei ha tredici anni ed è destinataria di un’eredità di 2,5 milioni di dollari. Un futuro brillante e ricco già praticamente spianato per Peggy. Ma alla ragazza non interessava la vita dorata che la sua appartenenza familiare le avrebbe garantito e compie, nel 1922, il primo atto di ribellione: sposa un artista squattrinato, un dadaista di nome Laurence Vail. È l’epoca delle avanguardie storiche e artistiche, Peggy è attratta moltissimo da questo mondo: durante gli anni del matrimonio con Vail conosce personalità come Man Ray, per cui poserà, Jean Cocteau, Kiki de Montparnasse, Ezra Pound, con cui giocava a tennis, Gertrude Stein e James Joyce, Constantin Brâncuși e Marcel Duchamp. 

Il matrimonio con Vail fallisce nel 1928 e lei si trasferisce in Europa vagando tra Londra e Parigi con i suoi due figli, Sinbad e Pegeen. Nello stesso anno conosce a Saint Tropez uno scrittore raffinato ma alcolizzato, John Holms, che diventa uno dei suoi grandi amori, morto nel 1934 a soli trentasei anni per una banale operazione al polso. Nel gennaio del 1938 è a Londra e insieme a Jean Cocteau inaugura la galleria Guggenheim Jeune: è il suo battesimo da mecenate dell’arte, la prima di una lunga serie di collezioni che la consacrano a più importante sostenitrice dell’arte contemporanea.

Nella galleria espone opere di Picasso, Jean Arp, Max Ernst, Tanguy (con il quale nel frattempo ha intrecciato una relazione), Kandinskij, Brâncuși, Braque, un tripudio di artisti di avanguardia, corrente artistica a cui l’avevano avvicinata in particolare gli amici Samuel Beckett e Marcel Duchamp. L’anno successivo Peggy decide di far diventare la galleria un vero e proprio museo, ma sopraggiunge la guerra e nel 1941 è costretta a lasciare l’Europa (anche per le sue origini ebree) e ritornare negli Stati Uniti, dove però non si arrende nemmeno di fronte alle crescenti difficoltà generali dovute allo scoppio del conflitto mondiale: nel 1942, infatti, inaugura la galleria Art of this century. Probabilmente senza il mecenatismo lungimirante e istintivo di Peggy Guggenheim, non avremmo conosciuto e apprezzato Jackson Pollock, che finanzia sopportandone i capricci e l’alcolismo e che per prima considera il più grande artista del secolo dopo Picasso

L’arpa, icona dell’esecuzione femminile nei secoli.

Gherardo Stamina, “Two Musician Angels”, Boymans Von Beuningen, Rotterdam (particolare)

Qualsiasi cosa facciano le donne devono farla due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è una cosa difficile!  (Charlotte Witton, sindaco di Ottawa)

Chi sono gli angeli dell’arpa? Sono le strumentiste che la fanno cantare e sanno tirarne fuori le più impercettibili e vibratili sfumature. L’arpa col suo timbro evanescente, impalpabile, ultraterreno, evoca da sempre angeliche, celestiali visioni. Ascoltiamo l’arpa e si delinea nella nostra fantasia l’immagine eterea di un angelo che vola nel cielo terso e cristallino. Del resto c’è una ricca iconografia di angeli musicanti con l’arpa. Nell’antico Egitto come presso gli antichi Ebrei e nel Medioevo l’arpa era suonata anche dagli uomini. Tele e affreschi rappresentano il biblico re David intento a suonare l’arpa.

Dal Salterio Alfonso (a sinistra), iniziale istoriata ‘B’ del re Davide che suona l’arpa. Dal Salterio di Westminster (a destra), miniatura del re Davide che suona l’arpa all’inizio dei Salmi

E tuttavia l’arpa si è fissata nell’immaginario collettivo come lo strumento femminile per eccellenza, come lo strumento che più di tutti incarna l’eterno femminino. Tutto è accaduto quando alla fine del Seicento abili artigiani portarono con loro a Parigi piccole arpe e le trasformarono in autentici gioielli, riccamente decorate e ricoperte d’oro.

Le dame se ne innamorarono e così l’arpa divenne lo strumento prediletto delle donne aristocratiche che nei loro salotti sfoggiavano sontuosi modelli sulle cui corde scivolavano le loro delicatissime, diafane dita.

Rose Adélaïde Ducreux (1791), Autoritratto con arpa, Metropolitan Museum, New York

Pensiamo a Maria Antonietta regina di Francia, a una delle più grandi pittrici del tempo, Adélaide Ducreux, e sempre oltralpe, a cavallo tra Settecento e Ottocento, a Madame Récamier, la più famosa salottiera all’epoca del Direttorio e del Primo Impero, e alla raffinata scrittrice Madame de Genlis, solo per citare i personaggi più conosciuti, tutte raffinatissime arpiste, esaltate come angeli musicisti.

L’etichetta non permette loro di esibirsi in pubblico, ma solo nei loro sfarzosi saloni tappezzati di seta damasco. Ci sembra di vederle mentre suonano uno dei pezzi più conosciuti del repertorio barocco, la Passacaglia di Haendel. Scoperto e trascritto da Marcel Grandjany, il Concerto per arpa e orchestra dello stesso Haendel, datato 1736, è un caposaldo della letteratura arpistica. Né è da meno il Concerto per flauto, arpa e orchestra di Mozart, del 1778.

Floraleda Sacchi, Sophia Giustina Corri, Works for solo Harp, Album, 2013

Vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento, l’arpista e compositore gallese John Parry scrive pregevoli pezzi per arpa e pianoforte. Nello stesso periodo, Sophia Giustina Corri, conosciuta anche col solo cognome del marito, Dussek, suona alla corte di Maria Antonietta di Francia e di Caterina II di Russia, e dedica la maggior parte del suo repertorio all’arpa. Tra le sue composizioni più notevoli spicca la Sonata in Do minore. 

Il Romanticismo con la sua idea dell’armonia universale associa indissolubilmente l’arpa alla donna: l’arpa con la sua lunga e morbida risonanza è archetipo di bellezza, armonia e serenità (si pensi alla moderna arpaterapia), la donna è armonia con la perfetta euritmia e proporzione delle sue forme. «La donna è armonia, poesia, bellezza: senza la donna non c’è armonia». Rubo le parole di papa Francesco nell’omelia della messa mattutina a Santa Marta del 9 febbraio 2017.

Nel clima romantico trova la sua maggiore diffusione l’arpa eolica, uno strumento musicale unico nel suo genere con le corde fatte vibrare dal vento. Fino alla metà dell’Ottocento è impossibile per una donna varcare il golfo mistico di molte orchestre con qualunque strumento, soprattutto nell’area tedesca. Ma nel clima propizio creato dal Romanticismo le prime donne ad essere ammesse a far parte di un’orchestra sono proprio le arpiste.

Durante il XIX secolo, in Francia c’è una straordinaria fioritura di compositori per arpa. Oltralpe lo strumento trova il suo terreno più fertile e gode di una diffusione e di un successo senza pari. Nel 1801 François-Adrien Boieldieu dedica all’arpa un magnifico concerto. Nicolas Bochsa, prolifico compositore di lavori e studi per arpa, si rivela uno dei più grandi virtuosi del XIX secolo. Alphonse Hasselmans scrive numerosi assoli originali per lo strumento, e Camille Saint-Saëns le due Fantasie.

Le perle musicali si susseguono l’una dietro l’altra: due Danses per arpa cromatica e orchestra d’archi di Claude Debussy, del 1904, Introduzione e Allegro di Ravel, del 1905, Improvviso e Une châtelaine en sa tour di Gabriel Fauré, nel 1918; il Petit livre de harpe de Madame Tardieu, scritto dalla poliedrica Germaine Tailleferre tra il 1913 e il 1917 e il Concertino per arpa del 1927. Marcel Tournier, il poeta dell’arpa, insegna lo strumento al Conservatorio di Parigi per trentasei anni dal 1912 al 1948 e compone moltissimi pezzi per arpa sola.

Germaine Tailleferre e la targa posta sulla sua abitazione parigina, al numero 87 di Rue d’Assa

E ancora due statunitensi di origine francese: Carlos Salzedo, autore di un valido metodo didattico e di concerti e pezzi vari per una o più arpe, e Marcel Grandjany, che lega il suo nome a un ricchissimo catalogo di brani originali e indovinate trascrizioni. Ma è una donna, la parigina Henriette Renié (1875-1956), la più grande virtuosa dell’arpa di tutti i tempi, a valorizzare al massimo lo strumento.

Allieva di Hasselmans, a dodici anni si laurea in arpa al conservatorio di Parigi e insegna giovanissima a studenti provenienti da tutta la capitale. Nel 1914 promuove il primo concorso internazionale per arpa al mondo, il Concours Renié. Trascrive inoltre per arpa numerosi brani originariamente pensati per il pianoforte o per l’orchestra. Con i suoi dodici volumi di trascrizioni amplia smisuratamente gli angusti confini della letteratura arpistica. Nel 1946 Renié codifica un metodo didattico per arpa in due volumi ampiamente utilizzato ancora oggi in molti conservatori.

Stai zitta, e perché?

Le parole sono importanti. 

Le parole contro le donne hanno il potere di costruire muri per innalzare prigioni, di ferire sensibilità, di istigare alla violenza, di creare stereotipi in cui ingabbiarle. 

Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (Torino, Einaudi) di Michela Murgia analizza le frasi presenti nel nostro vissuto quotidiano e che abbiamo, più o meno, sentito rivolgerci. 

È un libro di piacevole e scorrevole lettura che, per chi si occupa da tempo di queste tematiche, può apparire scontato ma un “ripasso veloce e sintetico” fa sempre bene a tutte. Per chi invece è ai primi approcci o per le giovani generazioni, questo libro ha un grande pregio: conoscenza, analisi, riflessione e acquisizione di consapevolezza. E non è poco. 

Nella seconda di copertina è ben riassunto lo scopo del lavoro: «Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti, dalle notizie… per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica…» 

C’è un profondo legame tra la discriminazione di genere e le parole che ci vengono rivolte. Frasi fatte e ripetute e spesso amplificate dai media o dai social che ci piombano addosso. 

Quelle di noi che hanno già una corazza riescono a schivare i colpi, per le altre, quelle parole diventano pietre… Pietre pesanti. 

Per le donne, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, potersi esprimere è sempre stata una libertà ostacolata, spesso ridicolizzata se non addirittura punita. Già, perché una donna che parla è sempre considerata un po’ “sovversiva”. 

La prima frase analizzata è proprio quella che dà il titolo al libro: “Stai zitta”. Lo dicono quasi sempre gli uomini infastiditi, a volte anche inconsciamente, dall’idea che una donna possa avere un’opinione e osare contrapporla alla loro. 

Recentemente abbiamo assistito alle prese di posizioni di alcune donne famose su tematiche spinose nel nostro Paese. Le reazioni sono state sotto gli occhi di tutte e di tutti: “Sei cantante e dici la tua sui migranti? Continua a cantare e stai zitta. Sei scrittrice e fai un commento su come il governo gestisce l’emergenza pandemica? Scrivi i tuoi libri e per il resto stai zitta. Fai l’attrice e rilasci una dichiarazione sulle scelte collettive per fermare il cambiamento climatico? Era molto meglio quando facevi i film e stavi zitta”. 

Voci di donne giovani: galline 
Voci di donne anziane: cornacchie.

Un’altra frase che ci sentiamo spesso dire quando reclamiamo più presenza femminile nei posti apicali è quella: «Ormai siete dappertutto». E appena ribattiamo che non è vero e che la statistica lo conferma, ecco altre parole, altre frasi: «È offensivo coinvolgere le donne solo in quanto donne» oppure «Contano le idee e non chi le porta», o ancora «Non ci sono nomi di donne prestigiosi come quelli degli uomini». Tutti ciechi di fronte al dislivello di presenza e di rappresentanza.  

Giornata della Poesia 2021, diamo voce anche ai poeti!

Due poesie brasiliane per celebrare la Giornata Mondiale della Poesia, stabilita dall’UNESCO nel 1999 e quindi giunta alla sua ventiduesima celebrazione. Ho scelto testi metapoetici: quello brevissimo ma pregno di significati di José Paulo Paes e i versi di rivendicazione dell’orgoglio poetico di Manoel de Barros.

José Paulo Paes

ALIBI

Se i poeti non cantassero
cosa avrebbero i filosofi da spiegare?

(da La poesia è morta ma giuro che non sono stato io, 1988)

Manoel De Barros

LA POESIA È CUSTODITA NELLE PAROLE

La poesia è custodita nelle parole –
è tutto ciò che so.
Il mio destino è non capire quasi nulla.
Sul nulla ho conoscenze profonde.
Non coltivo connessioni con il reale.
Per me potente non è chi scopre l’oro.
Potente per me è chi scopre cose insignificanti:
del mondo e nostre.
Per questa piccola frase mi hanno eletto imbecille.
Mi sono emozionato e ho pianto.
Ho un debole per gli elogi.

(da Trattato generale delle grandezze del trascurabile, 2001)


José Paulo Paes (Taquaritinga, 22 luglio 1926 — San Paolo, 9 ottobre 1998), poeta, traduttore, critico letterario e saggista brasiliano. Modernista della Generazione del’45, e precisamente dei “Novissimos”, si dedicò anche alla “poesia concreta”, avanguardista e visuale, che struttura il testo poetico a partire dal suo supporto.


Manoel Wenceslau Leite de Barros (Cuiabá, 19 dicembre 1916 – Campo Grande, 13 novembre 2014), poeta brasiliano. Modernista, ma vicino alle avanguardie europee di inizio secolo e al primitivismo: i suoi testi spaziano nella natura del “pantanal” alla ricerca delle piccole cose, del “nulla da raccontare”.

@paola

Storia di Vivienne Westwood, una donna con una missione che va oltre la moda.

Il mondo è pieno di stilisti che hanno creato qualcosa, una collezione, una rivisitazione di un culto, di uno stile, ma c’è solo un grande marchio britannico, amato, controverso, famoso per aver raccolto intorno a sé un genere musicale, quello del punk. Stiamo parlando di un brand che per tutto il mondo è più di una semplice visione di stile, è l’incarnazione della moda britannica, è l’emblema per chi vuole distinguersi dalla folla e parlare davvero di qualcosa. E la donna dietro questa etichetta è la più ribelle e anticonformista delle passerelle: la regina del punk, Vivienne Westwood.

A cinque anni realizzava scarpe, a dodici creava i suoi abiti e adesso, a 80 anni, portati alla grande, gira in bici per Londra e vuole (ancora) salvare il mondo. Sapeva di essere dotata di un’intelligenza fuori dal comune, una mente creativa, brillante. Sono queste le persone che possono davvero fare la differenza, soprattutto in tempi non proprio rosei come i nostri. Parlare di chi, come lei, ha creato il proprio impero dal nulla, è confortante.

Probabilmente questo aspetto avrà spinto la giovane regista, Lorna Tuckerex modella che prova una stima fortissima per la Westwood, a voler girare un documentario su di lei.

Il film si intitola Westwood. Punk, icona, attivista ed è uscito al cinema lo scorso anno in Gran Bretagna, nelle sale italiane il 20 febbraio, in occasione della settimana della moda.

Non aspettatevi “solo” una pellicola sulla moda: la vita e la carriera della Westwood vengono ripercorse enfatizzando tutti i momenti salienti, mostrandola così com’è, una vera e propria self-made woman, incline ad annoiarsi presto di mode e persone, sempre alla costante ricerca del cambiamento e dell’evoluzione. Ribelle davvero e non per strategia, ogni cosa che ha fatto è fedele ai suoi principi, non si è mai tradita, a costo di andare contro la sua stessa azienda.

Il lavoro per realizzare il docu-film è durato circa quattro anni, in cui la regista ha seguito la famosa designer in giro per il mondo, da dietro le quinte delle sfilate, alla creazione delle sue incredibili collezioni, passando da un “mare” di stoffa, ai ghiacci del Circolo Polare Artico, per combattere contro i cambiamenti climatici. Ma prima dell’icona e dell’attivista, come nasce il fenomeno dietro la donna più punk del Regno Unito?

Vi siete mai chiesti cosa vuol dire essere punk? È un modo di vedere la vita, è incoraggiare la propria libertà di espressione, la libertà di essere se stessi senza temere il giudizio degli altri. È tutto ciò che va contro l’immobilità sociale e del pensiero, e andare oltre le mode del momento e le convenzione sociali che ci etichettano o ci impongono cosa fare e chi essere è ciò che la società si aspetta da noi. È un grido puro e semplice di vita, di libertà in un mondo che ci vuole in silenzio. E la nostra Vivienne ci insegna questo da anni. E allora “Fallo punk!”.

Nata in Inghilterra, nel Derbyshire nel 1941, si trasferisce a Londra, dove  studia moda e oreficeria, ma lascia presto l’università, trova lavoro e studia per diventare insegnante. Si sposa con Derek Westwood, da cui prende il cognome, realizzando da sola il vestito per la cerimonia. Comincia a creare dei gioielli, che poi vende sulle bancarelle di Portobello Road. La mattina lavora, la notte crea i suoi abiti sul tavolo della cucina, ma le soddisfazioni sembrano non arrivare mai. Nessuno la prende sul serio. Ma la sua passione e la sua grinta non accettano rifiuti, si lascia alle spalle un divorzio e una vita da insegnante di scuola elementare, per seguire i suoi sogni. Ha praticamente creato la sua moda dal niente.

Tutto cambia con l’incontro di Malcolm McLaren, futuro manager dei Sex Pistols. I due, prima soci in affari e poi amanti, nel 1971, aprono il loro primo negozio d’abbigliamento, Let it Rock, al 430 di King’s Road di Londra. Il negozio si è reinventato più volte nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica di Vivienne: nel 1972 Too fast to live too young to die, nel 1974 Sex. Durante questo periodo, il negozio era un punto di riferimento per gli amanti del rock. Il nome definitivo era, ed è tutt’ora,  World’s End. 

La giovane coppia ha ideato un revival stilistico della musica rockabilly e uno spiccato interesse per la moda Teddy boy, inventando un nuovo modo di vestire fatto di magliette stracciate con stampe provocatorie, reggiseni in bella vista, borchie, spille e look stravaganti, enfatizzati da colori forti, a partire dai capelli, tinti, spettinati all’insù e con grandi creste. Un successo tra i giovani londinesi. I due ragazzi non passano di certo inosservati. Le aspirazioni rivoluzionarie di Vivienne si riversano nella moda, un ambiente in cui può esprimere liberamente la sua riluttanza verso la società chiusa e immobile dell’Inghilterra di quegli anni.