Hic et nunc… pensieri che vanno !

Viviamo in una situazione difficile, che si protrae da tempo e ciò la rende ancora più difficile.
L’incertezza, la paura, una modalità diversa delle relazioni ci stringono in un assedio che fa fatica a comporsi e ricomporsi. L’abbraccio, la stretta, il bacio ci appare inopportuno persino in un film. Si allontana dal nostro abituale e consolidato modo di vivere il mondo.


Eppure In questo tempo rallentato e circoscritto, molti di noi impiegano il maggior tempo a disposizione disperdendolo, vanificandolo. Alcuni, volutamente, ignorano dati e statistiche per non distrarsi da ciò che maggiormente preme e che ha possibilità di compiutezza e lavoro ugualmente. Altri invece, e spesso sono quelli che fanno un lavoro creativo ed espressivo, leggono meno, non scrivono testi, ma vedono serie televisive oppure risolvono rebus e cruciverba che mai avrebbero fatto in tempi normali.

Eppure! Ci sarebbe un ventaglio di opportunità per far fruttare questo tempo povero di scambi e sollecitazioni, cambiarlo in un tempo ricco e fecondo, pur con l’orecchio e l’occhio voltati a ciò che di straordinario sta accadendo. Basterebbe entrare in una scansione diversa. Solo quella del qui ed ora.
Praticato dai buddisti, l’essere nel presente, è vissuto pienamente da altre specie.  Quella che conosco più da vicino, è quella canina.


La mia cana si chiama Diana ed ha solo un anno e tre mesi. Innumerevoli volte ci siamo affiancate, accompagnate, abbracciate, salutate, ognuna nel proprio linguaggio.
Mai però, Diana mi ha salutata nel vedermi andare via, per uscite brevi o lunghe che fossero.
Sempre, invece, quando sono tornata; addirittura aspettandomi dietro la porta, e saltando e mordendomi le mani, piano piano, in una manifestazione d’amore caldo e vicino. In una esplosione di gioia che si accende per l’attimo in cui ci si ritrova e ci si può amare da vicino.


Loro, le cane, sono nel presente; non hanno proiezioni nel futuro, del passato conservano episodici ricordi legati a traumi, non da rimuovere ma da scansare, e tutto ciò le preserva da rancori, falsi aggiustamenti esistenziali e relazionali. Verso il futuro non hanno aspettative superiori a quelle delle crocchette la mattina, dello starti appiccicate durante il giorno e della meravigliosa passeggiata la sera col proprio amico/a.

Giornata della memoria, se questa è una donna. La storia di Norma Cossetto.

Per i nazisti erano semplicemente stücke, pezzi. Nei campi di sterminio non c’era distinzione fra uomini, donne, bambini, anziani. Solo, brutalmente stücke. Per le donne, forse, la vita nei lager era ancora più grama, se distinzioni si possono fare nell’inferno. Giorni stipate nei vagoni della morte, poi, all’arrivo, subito divise dai propri figli e figlie, dai mariti. Il freddo, la privazione dell’identità.

Solitudine acuita dal freddo, dalla sete, dalla fame, quella che faceva interrompere anche il ciclo mestruale a tutte. Pure questa un’ulteriore perdita di femminilità. Importante per archiviare un giorno dopo l’altro, era la voglia di vita, mettere un piede davanti all’altro. Magari trovando nelle altre donne conforto, una carezza, un po’ di calore. Tante le donne raccontate dai sopravvissuti, tanti i libri che ci hanno restituito in questi anni le loro voci, i loro volti. Ma io voglio raccontarvi di Norma Cossetto e il suo urlo dalle fòibe

Siamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale e gli slavi, guidati dal comunista maresciallo Tito, inseguono il disegno nazionalistico di conquista di un territorio ricco e dalle grandi potenzialità, anche ambientali.

Nella provincia della Venezia Giulia e della Dalmazia, i comunisti che alcuni ribattezzano con il nome di “titìni” strappano centinaia e centinaia di italiani dalle loro case e li portano via trascinandoli sul ciglio di quelle  orribili voragini a strapiombo, di natura carsica, denominate “fòibe”. Tutti in riga e con un filo di ferro legato al polso che li unisce tutti, l’uno all’altro.

Il primo della fila viene fucilato e con il suo peso trascina nella foiba tutti gli altri che sono vivi. Un vero e proprio genocidio. Nel condannare l’orrore – e non potrebbe essere altrimenti – voglio  porre ancora una volta l’attenzione su alcune figure femminili, vittime tra le vittime. E non per preferenza sommaria verso un genere, ma per portare a conoscenza di chi legge alcune delle innumerevoli storie in cui, per la sola colpa di essere donna, si muore più volte, e per dare alle sfortunate protagoniste una voce e un volto, fra le migliaia, restituendo loro quella dignità rubata, saccheggiata, depredata, così come furono i loro corpi, per un delirio di onnipotenza di disumani carnefici.

Trecentomila furono le persone che fuggirono a quel delirante massacro comunista, ma tra loro non ci fu Norma Cossetto, diventata l’esempio emblematico di quello che le donne subirono in quei giorni bui e atroci della nostra storia.

Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni, di Santa Domenica di Visinada, laureanda in Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Padova. In quel periodo girava in bicicletta, per i comuni dell’Istria, per raccogliere testimonianze, documenti e materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo “L’Istria Rossa” (quel “rossa” riferito al colore della terra per la presenza di bauxite). Fu arrestata il 25 settembre 1943 da un gruppo di partigiani e condotta all’ex-caserma della Guardia di Finanza di Parenzo insieme ad altri parenti, conoscenti ed amici.

Qui fu raggiunta dalla sorella Licia (arrestata poi anche lei, ma rimessa in libertà ed ebbe modo di raccontare le tragiche vicende della sorella e del padre, anch’egli ucciso). Qualche giorno più tardi, l’occupazione di  Visinada da parte dei tedeschi, spinse i partigiani ad effettuare un trasporto notturno dei detenuti presso la scuola di Antignana, adattata a carcere.

Da questo momento in poi per Norma Cossetto iniziò il martirio. Tenuta separata dagli altri prigionieri,  segregata in una stanza e legatala a un tavolo con delle corde, fu prima stuprata  da diciassette aguzzini e poi sottoposta, senza alcuna pietà, a ripetute e crudeli violenze. Norma venne ritrovata, dopo alcune ore, da una vicina di casa che, avendo sentito l’eco dei gemiti e dei lamenti strazianti della povera ragazza, si era avvicinata alla finestra della stanza dell’orrore scoprendo il  terribile, atroce misfatto.

La bellezza di Afrodite, il suo “potere divino”ed altro ancora!

“La bellezza dell’anima, che sola supera il fascino di Afrodite, si rivelerà un’immaginazione estetica della psiche e nell’ammaliante potere delle sue immagini. Si rivelerà nei modi in cui la psiche dà forma ai propri contenuti – ad esempio, nella maniera in cui l’anima contiene l’erotico. Ma, soprattutto, la bellezza della psiche si riferisce al significato del bello in rapporto agli eventi psicologici. Quando siamo toccati, mossi, e aperti dalle esperienze dell’anima, scopriamo che ciò che vive in essa non soltanto è interessante e significativo, necessario e accettabile, ma è anche attraente, amabile e bello”.

James Hillman, Il mito dell’analisi, Adelphi, 1984, pagg. 112-113

La psicologia di Afrodite emerge dalle acque dopo essere stata fecondata dalla spuma generata dai testicoli di Urano recisi dal figlio Saturno, a significare il suo stretto legame con il principio di individuazione uranico che ci conduce a realizzare noi stessi esprimendo i talenti del corpo, le abilità della mente e la creatività dell’anima. L’espansione delle potenzialità creative, siano esse manuali o intellettive, avviene spontaneamente in ogni individuo che evolve in consapevolezza di sè (anima) e consapevolezza di relazione (animus).

Ciò avvenne in modo diffuso tra il 1330 e il 1440, periodo in cui l’attività manuale dell’artigiano si concretizza in operazioni artistiche sempre più perfette dal punto di vista estetico e produttivo, e si stabiliscono i fondamenti dell’arte, non più soggetta alla discrezione del committente, ma pensata ed elaborata dall’artista, al fine di rispondere a bisogni individuali e collettivi sempre più complessi ed articolati.

Tra il 1440 e il 1550 avviene uno straordinario fenomeno di apertura al linguaggio simbolico che innesca un processo intuitivo capace di allargare a dismisura l’orizzonte culturale e spirituale dell’individuo che persegue nelle regole dell’arte. Le intuizioni maturate dagli artisti di quel periodo ci rivelano una profonda determinazione a rendere espliciti, attraverso il linguaggio ermetico, la sacralità dell’Universo (Unus Mundus), la natura evolutiva dei sentimenti umani (i moti d’animo), i valori universali della cultura umanistica (Filosofia Perennis) e i principi spirituali che emergono dalla coscienza dell’artista che compie il processo di individuazione.

E’ evidente, nelle opere di quasi tutti gli artisti del Rinascimento, l’intenzione di raffigurare e rappresentare i molti doni che Afrodite concede a tutti gli individui che rinunciano alla tentazione di razionalizzare il tempo, le risorse e gli affetti (l’esilio di Saturno), poiché la felicità e i beni spirituali possono essere conquistati ricercando la bellezza in ogni aspetto della vita.  Celebrata nella mitologia per il suo ‘potere divino’ di tradurre le sensazioni in immagini, le emozioni in metafore e i sentimenti in allegorie, Afrodite rappresentava per i greci una “funzione trascendente” che rendeva possibile quell’apertura simbolica in grado di congiungere gli opposti , di sanare i conflitti e di individuare nuove opportunità di crescita e di sviluppo.

Il premio che Afrodite offre agli uomini non è la bellezza fine a se stessa, ma il suo significato simbolico. L’amore e la pace, la prosperità materiale e culturale, lo sviluppo intellettuale e spirituale sono generati dall’Arte di Afrodite “in quanto mediante questa funzione vengono date quelle linee di sviluppo individuali che non potrebbero mai essere raggiunte per la via già tracciata da norme collettive” (Jung, Tipi psicologici, 1921). Afrodite è una funzione evolutiva che ha nell’amore sessuale la sua forza motrice.

Afrodite è viva e immortale nella percezione delle donne, nell’intuizione degli artisti, nelle opere dei saggi e si manifesta in chi compie la trasformazione dell’energia sessuale in amore, creatività, coscienza di sè e conoscenza simbolica. 

Evita, una vita di amore e passione.

Come accade a tutti coloro che muoiono giovani, la sua morte a soli 33 anni contribuì a crearne il mito, alimentato sia da quello che fece, sia da quello che avrebbe potuto fare.

Figlia illegittima, non dimenticò mai le sue umili origini; a sedici anni giunse a Buenos Aires, determinata a trovare il suo posto nel mondo: prima come mediocre attrice, poi come moglie del futuro presidente. E, in quest’ultimo ruolo, diede la sua performance migliore. Attivista politica appassionata, si batté per i lavoratori, i poveri, le donne – fu grazie a lei che nel 1947 le donne ottennero il diritto di voto – creò una Fondazione a suo nome che si occupò della costruzione di ospedali, di orfanotrofi, di scuole; insieme al marito, in pochi anni, rese l’Argentina uno dei Paesi più democratici del Sudamerica. Ma, soprattutto, riuscì a entrare nel cuore del suo popolo, perché ne parlava lo stesso linguaggio, perché era una di loro.

Eva conobbe Juan Domingo Perón il 22 gennaio del 1944 ad un festival di beneficenza organizzato per raccogliere fondi per i terremotati di San Juan. Nelle sue memorie – La ragione della mia vita – confessa di essersi innamorata di Perón ancora prima di vederlo, per le cose che faceva. Negli ultimi mesi aveva seguito tutti i suoi passi sui giornali, non lo aveva mai visto di persona, tuttavia sentiva che qualcosa li predestinava a “trovarsi”.

Ma quel loro primo incontro fu per lei “un’epifania”, paragonò la sua esperienza personale alla conversione di San Paolo sulla via di Damasco. Perché parlò di “epifania?”. In che modo il “divino” le si era manifestato?. Possiamo provare a rintracciarne la motivazione attraverso una piccola digressione storica.

L’Argentina era in ginocchio da tempo, affossata dalla corruzione politica e dal malessere economico e sociale. Perón, circa sei mesi prima dell’incontro con Eva, avrebbe contribuito al golpe militare che destituì il potere di Castillo e acquistò velocemente credito, soprattutto tra i lavoratori. La speranza in un futuro migliore aveva acceso focolai spontanei di gruppi in stato nascente, che confluivano sempre più numerosi a manifestare per le vie di Buenos Aires.

Anche Evita, da sempre vicina ai poveri, agli oppressi, sentiva prepotente dentro di sé la trasformazione sociale in atto. Doveva solo identificare il grande progetto in cui convogliare e concretizzare la sua sconfinata energia. E lo trovò la sera in cui incontrò Perón. Eva avvertì con tutto il suo essere un’affinità profonda, sentì che lui era il suo “destino”. Lui era la sua svolta e Perón sarebbe stato l’uomo della sua vita, ma anche il capo carismatico che avrebbe saputo guidare l’Argentina verso un futuro più equo e democratico.

Che cosa porterà il vento?

Prima di capodanno…

Che cosa porterà il vento stanotte?
La pioggia, la neve o una lettera?
Una lettera di chi? Una lettera buona o cattiva?
Tutto, anche il silenzio stesso
ha qualcosa da tacere.
Però tutto, anche l’inesprimibile,
finirà per dire la gelosia.

Vladimìr Holan

È sempre così tra Santo Stefano e Capodanno: proviamo il sentimento espresso dal poeta ceco Vladimír Holan (1905 -1980).

In questi giorni, come sospesi tra una festa e l’altra, ci si domanda cosa porterà l’anno nuovo, e questo 2021 che sta per arrivare incarna tutte le nostre speranze.

Mi auguro che cancelli l’orribile 2020 della pandemia, che porti la prosperità che nella storia, generalmente, è sopravvenuta dopo le grandi pestilenze.

Che sia per tutti noi un Anno di rinascita e di speranza e che si possa ritornare nuovamente a vivere senza timore… un Anno colmo di calorosi e delicati abbracci .

Buon 2021!

paola

Albert Einstein e Mileva Marič “Lettere d’amore”

Albert Einstein conobbe Mileva Marič nel 1896, al Politecnico di Zurigo, dove entrambi studiavano fisica.

Fu l’inizio di un sodalizio umano e intellettuale tra due giovani aspiranti scienziati che presto sfociò in un’appassionata relazione e, nel 1903, nel matrimonio.

Alla compagna di studi «forte e indipendente» il giovane scienziato confidò sogni, progetti, speranze e disillusioni. Furono le tappe, spesso sofferte, di una maturazione emotiva e intellettuale che lo avrebbe portato alle grandi scoperte del 1905, tra cui la teoria della relatività ristretta, vere «rivoluzioni concettuali» per la fisica del nostro secolo.

Mileva, lungi dall’essere quella pallida ombra tramandataci dalle biografie di Einstein, non fu estranea alla straordinaria progressione creativa del compagno, con il quale condivise molti interessi scientifici, aiutandolo come lui stesso ammise a risolvere i suoi «problemi matematici».

Einstein e Mileva

Dalle lettere emergono i conflitti di Albert con colleghi scienziati, le sue costanti preoccupazioni per la ricerca di un posto di lavoro e le difficoltà incontrate dalla coppia, che sarebbero culminate con la nascita fuori dal matrimonio della figlia Lieserl, morta per una malattia infettiva. Nel 1904 e poi nel 1919 nacquero gli altri due figli maschi.

Durante i primi anni di matrimonio, Albert lavorava a tempo pieno presso l’ufficio brevetti di Berna e Mileva, oltre ad occuparsi della casa e dei figli, iniziò ad assistere la carriera del marito: si ipotizza, infatti, che sia stata proprio lei ad occuparsi delle ricerche e del lavoro scientifico che lui non aveva il tempo materiale di fare.

L’epistolario rappresenta la testimonianza fondamentale di un’intesa intellettuale e umana e rivela un Albert Einstein sconosciuto al grande pubblico: ottimista e fiducioso nella vita, colto nel pieno degli anni giovanili, poco prima di diventare il genio iconico e il patriarca della fisica del XX secolo.

Le lettere d’amore coprono l’arco di tempo che va dal 1897 al 1903, poco dopo il matrimonio della coppia, un’unione che terminò in modo crudele per Mileva, abbandonata con i due figli. Ineffabile, in una delle sue ultime lettere, le scrisse “Col tempo ti accorgerai che è difficile trovare un ex marito migliore di me”, e la lasciò in una disperata solitudine, dopo averle consegnato i soldi del Premio.

Ttrasferitosi a Berlino, Einstein iniziò una relazione extraconiugale con la cugina di Milena, Elsa Löwenthal, che sarebbe diventata, poi, la sua seconda moglie.

Ma questa è un’altra storia.

Un Natale diverso… ma da festeggiare lo stesso!

Il 2020 è stato un anno difficile per tutti e al tempo stesso duro da dimenticare. Ma noi, sebbene le ristrettezze a cui siamo costretti, non possiamo non festeggiare il Natale, anche se in lontananza.

Il Natale è per sempre, non soltanto per un giorno, l’amare, il condividere, il dare, non sono da mettere da parte come i campanellini, le luci e i fili d’argento in qualche scatola su uno scaffale.

Il bene che fai per gli altri è bene che fai a te stesso.

Auguro a coloro che seguono il mio blog serenità e soprattutto tanta salute…

Buon Natale!

Paola

Annabella Milbanke, Ada Byron, Anne King… donne straordinarie nella vita di Lord Byron, il grande assente!

Furono rispettivamente la moglie, la figlia e la nipote del famoso poeta.

Annabella Milbanke (1792 – 1860), nata a Londra in una famiglia aristocratica, ebbe un’ottima istruzione in letteratura, filosofia e scienze. Era molto portata per la matematica e vi si dedicò con passione, tanto che il marito la chiamava scherzosamente “principessa dei parallelogrammi”.

Con gli anni divenne molto religiosa e si separò da Lord Byron quando, incinta, scoprì che il marito aveva un rapporto incestuoso con la sorellastra. Per volere di lady Annabella, la figlia Ada (1815-1852) non conobbe mai il padre, in più la madre volle per lei un’educazione rigorosamente scientifica, per evitare che ne seguisse le orme.

Lord Byron

Fin da piccola, Ada dimostrò una notevole capacità di astrazione e una grande passione per la matematica e la geografia. Fu istruita da illustri istitutori privati, tra cui la grande Mary Somerville, esperta di astronomia, fisica e matematica. Quando Ada conobbe il Charles Babbage, il matematico che stava progettando la “macchina analitica”, antenata del calcolatore meccanico, si entusiasmò per le sue ricerche, ne approfondì lo studio e scrisse il primo algoritmo di programmazione.

Superò il maestro immaginando che la macchina potesse operare anche con dei simboli – note musicali o disegni, per elaborare musica o grafica – anticipando così l’idea di software, che sarebbe stata realizzata un secolo dopo.

Dal matrimonio con Lord William King, conte di Lovelace, ebbe la figlia Anne (1837-1917) che fu allevata dalla nonna perché Ada, di salute cagionevole, morì a 33 anni quando sua figlia era ancora adolescente. Anne King, passata alla storia come Lady Anne Blunt, il cognome del marito, è stata una grande viaggiatrice.

Parlava fluentemente francese, tedesco, italiano, spagnolo e arabo. Era una provetta violinista (possedeva anche uno Stradivari che ora porta il suo nome) e un’artista molto dotata. Fin da piccola nutrì un amore sconfinato per i cavalli – la madre Ada era stata una forte scommettitrice alle corse per finanziare la macchina di calcolo – ed era una valente cavallerizza.

Con il marito poeta, Wilfrid Blunt, viaggiò in Arabia e nel Vicino Oriente, acquistando cavalli arabi dai beduini delle locali tribù e cavalli egiziani dai possidenti. Tra i cavalli che portò in Inghilterra figurano destrieri di grande fama. Fondò una grande scuderia, il Crabbet Arabian Stud, che esportò purosangue di qualità eccezionali.

Il matrimonio di Anne non fu tra i più felici, funestato sia dai continui tradimenti del marito, sia dal fatto che delle sue molte gravidanze sopravvisse una sola figlia, Judith. Dopo la separazione dal marito, che pretendeva di portarsi in casa le amanti, vivendo all'”orientale”, la scuderia fu divisa e Anne si stabilì definitivamente al Cairo, dove continuò ad allevare cavalli fino alla morte.

La figlia Judith fu nominata erede universale dei genitori e continuò a gestire la famosa scuderia esportando purosangue che oggi vivono in tutto il mondo.

Per saperne di più: Sara Sesti e Liliana Moro, “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie”, Ledizioni, Milano 2020.

Il potere seducente di Alma Mahler.

Alma Schindler

Alma Schindler  era una delle ragazze più belle e intelligenti della Vienna dell’inizio del XX secolo, ci dicono le cronache. Sapeva suonare impeccabilmente il pianoforte dall’infanzia, sapeva comporre, amava la musica e tutte le arti. Leggeva Nietzsche, si dilettava con la poesia e partecipava ai salotti culturali più importanti del suo tempo.

Ogni sera partecipava ad un ballo o a un evento, e il mattino successivo la sua camera era invasa da centinaia di fiori che i suoi numerosi spasimanti le inviavano. Le furono attribuiti flirt con alcune personalità del suo tempo – ad esempio con Klimt. Ma fu solo quando conobbe Gustav Mahler, un uomo di vent’anni più anziano di lei, direttore dell’Opera di Vienna, un genio irrequieto dallo sguardo dolcissimo e al culmine del prestigio, che lei comprese di aver trovato qualcuno con cui vibrare alla stessa altezza. Perché in Gustav trovava unite le sue due grandi passioni della vita: l’amore e la musica.

Gustav Mahler

Si conobbero ad una cena tra pochi intimi, lei sapeva chi fosse e ne era incuriosita: Mahler era un uomo schivo che non partecipava mai ad eventi mondani e fuggiva dalla porta laterale del teatro subito dopo la fine dei concerti per non dover intervenire a cene e perdere del tempo prezioso che invece voleva dedicare alla composizione della sua musica.

Quando Mahler si presentò alla sua porta il giorno successivo, in lei era già scattata un’ infatuazione divistica e quando iniziò a corteggiarla, lei non ebbe dubbi sul suo destino.

Ma, prima del fidanzamento ufficiale, lui le scrisse lunghe lettere, nelle quali esponeva con estrema chiarezza e lucidità che cosa si aspettava da lei: avrebbe dovuto “eliminare tutte le superficialità, tutte le convenzioni, tutte le vanità e gli abbagli – devi darti a me incondizionatamente, ogni aspetto della tua vita futura in tutti i dettagli dovrà essere subordinato interamente ai miei bisogni e non dovrai desiderare altro che il mio Amore!”. Sottolineava, inoltre, la richiesta più difficile da accettare per Alma, che aveva sempre sognato di diventare una compositrice: “È possibile per te, d’ora in poi, guardare la ‘mia’ musica come la tua? (…) credi di dover lasciare qualcosa di così indispensabile della tua vita, se rinunciassi completamente alla tua musica per godere e far parte della mia?”

Valori femminili da riconquistare…

Non c’è bisogno di dati, studi, statistiche: basta che ciascuna di noi immagini quale sarebbe stata la sua condizione se – con la stessa situazione familiare, lo stesso luogo geografico di nascita, le stesse caratteristiche di censo, aspetto, salute – fosse nata centocinquanta o anche cento anni fa, per capire che il Novecento è stato davvero il secolo della svolta femminile.

In Italia in modo particolare. Partite in ritardo rispetto alle sorelle del Nord Europa, in questo non lungo lasso di tempo le donne italiane hanno impresso un cambiamento significativo alle loro esistenze e insieme alla storia del paese. Con un’accelerazione sorprendente quando, dopo la Seconda guerra, le protagoniste della prima generazione femminile della scolarizzazione di massa, quelle ragazze combattive e colorate che ormai sono nonne, hanno dato vita a un movimento multiforme e variegato capace di smuovere ruoli sociali, posizioni economiche, leggi scritte e regole non scritte.

Ma la battaglia era vinta definitivamente, la necessità di lotta soltanto una continuazione del cammino intrapreso? Il Ventunesimo secolo, prima discretamente poi sempre più violentemente, ha dimostrato che le cose non stavano davvero così. 

Vecchi fantasmi, vecchie figure di un’iconografia tratta dal feuilleton di ricordi sgradevoli e confusi – les filles de joie, le cortigiane, le donne del capo – hanno occupato l’immaginario italiano oscurando la silhouette svelta fattiva e imperfetta della donna comune, la working girl – sempre working, anche sul fronte domestico – che tutti i giorni si alza mescolando il suo carico di preoccupazioni al suo impegno di dignità e autonomia.

Colpisce la riflessione che una giovane e significativa scrittrice italiana, Michela Murgia, affida alle pagine di «Parola di donna», un lessico di cento lemmi declinati al femminile da altrettante autrici raccolti da Ritanna Armeni. « Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era più raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni Ottanta l’eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era già attenuata, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore; la mia generazione intanto cresceva altrove, in un’altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. Da un lato beneficiavo di cose ottenute da altre, ma quella mediazione non aveva trasportato il suo senso fino a me».

È vero: le cose sono andate più o meno così. Con quella smemoratezza storica insita nel corso delle generazioni molte ragazze dell’epoca del wonderbra hanno guardato con distaccata ironia, come a relitti di una preistoria folcloristica, le ragazze che un tempo bruciavano i reggiseni, nell’illusione che quella condizione di opportunità sociali e esistenziali e di rispetto della quale ormai godevano fosse un dato di natura e non il risultato di complicate e faticose contrattazioni. E senza rendersi conto che la fioritura di valore femminile nata negli anni Settanta ha continuato a infondere energia e a dinamizzare la società e la storia contemporanea. 
Ma le donne in piazza oggi – e anche chi ha dissentito, chi ha consapevolmente opposto un altro pensiero e un’altra scelta – non sono né possono essere una riedizione, un remake, una icona di nostalgia, quel movimento guerriero di quarant’anni fa non può che essere un riferimento storico.