Francesca Morvillo, la prima e unica magistrata uccisa dalla mafia

Non è facile parlare di Francesca Morvillo, da sempre descritta dai media come “la moglie di” Giovanni Falcone, la donna sulla cui esistenza c’è sempre stato un grande riserbo, anche da parte del magistrato antimafia, probabilmente come forma di protezione nei confronti della persona amata. Oggi però voglio farlo, soffermandomi sulla storia di una donna […]

via Francesca Morvillo, la prima e unica magistrata uccisa dalla mafia —

Claudia Quinta: l’onestà che sconfisse la calunnia

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Neroccio di Bartolomeo de’ Landi – Claudia Quinta (circa 1495) – Washington, National Gallery of Art.

Iscrizione sul basamento

“Claudia casta fui nec vulgus credidit amen
Et tamen id quod eram testis mihi prora probavit
Consilium et virtus superant materque deorum
Alma placet populo et per me hunc orata tuerunt”.

(Io, Claudia, fui casta, ma il popolo stolto non vi credette
tuttavia la nave mi fu testimone e comprovò il mio valore.
Saggezza e virtù prevalgono e l’alma madre degli dei 
è gradita al popolo e tramite me, pregata, lo protegge.)

 

Claudia Quinta era una donna virtuosa e di bell’aspetto, la cui reputazione era ingiustamente attaccata per il suo abbigliamento e il suo portamento: tra le altre cose la donna era anche falsamente accusata di essere una pettegola.

La sua virtù fu riscattata da un evento miracoloso accaduto nel 204 a.C., durante il trasporto del simulacro della dea Cibele da Pessinunte (in Anatolia) a Roma: quando la nave su cui viaggiava la statua della dea si incagliò nell’alveo del Tevere, la donna riuscì con le sue sole forze a disincagliarla, grazie all’aiuto della dea, che così fornì al popolo un segno della sua purezza.

Ovidio, Fasti 291-328

“Toccò Ostia, dove il Tevere sfocia nel mare e scorre su una superficie più vasta. Alla foce del fiume etrusco convennero tutti i cavalieri, l’austero senato, la plebe. Con loro pure le madri, le figlie, le nuore, e le vergini che alimentano il fuoco sacro. Gli uomini alarono fino ad esaurirsi, ma la nave straniera risalì appena per le acque. Poiché da tempo la terra era secca e le piante riarse, così la nave s’incagliò nel fondale fangoso. Coloro all’opera si attivano più del dovuto, con grida di supporto. Ma la nave resta come un’isola in mezzo al mare; un prodigio che blocca e atterrisce i coinvolti”.

Ma chi era Claudia Quinta?

Claudia Quinta (discendente dell’antico Clauso, di bellezza pari alla nobiltà) era casta, ma non creduta: un’ingiusta calunnia l’aveva colpita, ed era accusata di false colpe.

Offesa per come si vestiva, si acconciava, e rispondeva agli arcigni vecchi austeri. La sua retta coscienza rideva delle menzogne, ma noi siamo gente pronta a credere al peggio.

Così Claudia uscì dal gruppo delle matrone, e attinse con le mani la pura acqua del fiume, ne bagnò tre volte la testa e tre volte alzò al cielo le mani (gli astanti la indicavano come impazzita).

Si mise in ginocchio, mirò la statua della dea e, coi capelli sciolti, disse: “Feconda madre degli dei, accogli le preghiere della tua supplice a un patto, negano che sia casta.

Condannami te e confesserò checché. Meriterò la pena di morte inflitta dal giudizio divino. Ma se non c’è colpa, offrine testimonianza: la tua castità obbedirà a mani caste”.

Detto ciò, compì l’alaggio senza sforzo. Ciò è prodigioso, ma attestato in scena. La dea si mosse, seguì la sua guida e, seguendola, la scagionò: e così salì al cielo un suono di gioia”.

Fonte: Roberto Inserra, appassionato di Arte.

 

Strettamente confidenziale… le donne sono le peggiori nemiche delle donne.

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Ogni volta che una donna lancia un insulto nei confronti di un’altra donna viene fuori qualche detto stereotipato che di fatto non fa bene al genere. Le donne sono persone e in quanto tali non possono essere sopravvalutate, ma neppure accomunate solo e semplicemente per via della biologia.

Chi insiste nell’affermare che le donne sono naturalmente solidali, empatiche, caritatevoli, dedite alla propria cura, sbaglia e sbaglia di grosso. Se fossero coscienti di quel che realmente sono forse le donne non si sorprenderebbero più di tanto di quello che si  legge e si vede ogni giorno. L’insulto di una donna, sia pure meno “pesante” di quello che di solito lancia un uomo,  appare sempre più grave e volgare.

Da un uomo, quindi, ci si aspetta il peggio; da una donna, femminile, leggiadra e angelica, invece, certi insulti non sono tollerati. Continuare, però,  a insistere sull’idea per la quale le donne sono il meglio della società, è deleterio per l’intero genere.

Le donne sono semplicemente umane e quindi anch’esse portatrici di valori e idee a volte pessime e non condivisibili. Le donne diventano veicoli di cultura maschilista tanto quanto gli uomini, per esempio. Se possono limitarsi a dire stronza, sono molto spesso più propense  a chiamerla puttana. Se non sono d’accordo con l’altra, la insulteranno e minacceranno usando termini sessisti. Se per caso si sentono tradite  nel loro verbo indicheranno la presunta colpevole alla folla come la donna da linciare.

L’odio è fatto di questo e non c’è biologia che tenga e che possa rendere il genere femminile migliore. Avere coscienza di questo aiuta le donne non solo ad accettare il fatto di non essere statue da mettere su un piedistallo, ma aiuta a fare in modo di assumersi le proprie responsabilità e anche a migliorare.

Quello che succede è che le donne sono parte in causa di dinamiche di oppressione maschilista. Loro stesse pensano di emanciparsi dalla condizione di oppresse dando ragione all’oppressore. Ma questo non le assolve. Né deve deludere il fatto che le donne a volte siano così perfide. Ci sono donne che lo sono perché pensano di agire per conto di un non meglio definibile Bene. Se pensano di star conducendo una crociata in difesa di qualcosa o di qualcuno non le fermi neppure per un attimo. Non si chiedono nemmeno perché stanno usando lo stesso linguaggio e le stesse pratiche oppressive di chi agisce autoritariamente anche sulla loro testa.

Le donne che adorano il ministro Salvini, per esempio, non sanno quanto quel ministro di fatto attenti alla loro autonomia personale e quanto sia offensivo per le idee che impone. Ma queste donne possono permettersi il lusso di stare dalla parte di un ministro sessista perché ieri altre donne hanno combattuto per dare loro la libertà di scegliere se fare un figlio oppure no, se assumere contraccettivi, se abortire, se sposarsi o realizzarsi in altro modo, se vivere la propria sessualità etero o lesbica, se lavorare o meno.

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Senza le lotte di altre donne queste conquiste non sarebbero date per scontate e il fatto che le donne che di queste migliorie hanno goduto e godono stiano dalla parte di chi vorrebbe cancellare i loro diritti indica solo una cosa: che sono d’accordo con lui. La pensano allo stesso modo. Sono strumenti, veicoli consapevoli e come tali vanno trattate.

Le donne non sono le peggiori nemiche delle donne, ma possono esserlo come lo sono molti uomini. Le ritroviamo a giudicare le altre in pieno delirio moralista. Vorrebbero controllarle, si nutrono di pettegolezzi e godono nel dare addosso all’altra che si comporta in modo diverso. Indicano la strega da mettere al rogo e lo fanno con orgoglio. Pensare che le donne siano migliori in quanto donne è sessista. E lo è soprattutto quando a dire che le donne dovrebbero stare tutte unite sono quelle che invocano l’unione al solo scopo di annullare e controllare le differenze che intercorrono tra di loro.

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Rosa Parks e la ribellione alla segregazione razziale… era il primo dicembre 1955!

cq5dam.web.738.462Rosa Parks nel 1956 (Getty Images)

Era il primo dicembre 1955

 

Era il primo dicembre del 1955 e, dopo il suo gesto, il Paese non sarebbe più stato la stesso.

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Dai primi anni ’40, Rosa Parks si avvicina al movimento anti segregazione.

Ne ha 42 di anni quando, al termine di una normale giornata di lavoro, sale su un autobus per fare ritorno a casa. A Montgomery, in Alabama, la segregazione è dura da scalfire.

I posti sono divisi in base al colore della pelle. Non essendoci sedili liberi nel settore riservato ai neri, Rosa Parks si siede in una delle file “comuni”, dove però i bianchi hanno – per una legge cittadina – la priorità.

Dopo poche fermate, sale sul bus un passeggero bianco. L’autista chiede alla donna di cedere quel posto. Lei si rifiuta. Niente proteste violente e urla. Rosa Parks dice semplicemente “no” e resta al suo posto.

Il conducente decide allora di fermare la corsa e di chiamare due agenti, che salgono a bordo e la arrestano.

Pochi mesi prima, sempre a Montgomery, una studentessa sedicenne, Claudette Colvin, era stata protagonista di un episodio molto simile. Senza però avere le stesse ripercussioni. Questa volta, invece, l’arresto di una donna nera che si era rifiutata di cedere il posto sull’autobus a un uomo bianco innesta reazioni nuove.

Il giorno stesso, nella città dell’Alabama si verificano i primi scontri. Alcuni leader del movimento, tra i quali Martin Luther King, si riuniscono per organizzare azioni di protesta.

Il risultato è il Montgomery Bus Boycott: i cittadini di colore si rifiutano di salire sui mezzi pubblici. Il boicottaggio dura più di un anno e s’interrompe solo con l’abrogazione della legge sulla segregazione.

Nel 1956, infatti, i casi di Rosa Parks e Claudette Colvin spingono i bus di Montgomery fino alla Corte Suprema, che giudica la segregazione incostituzionale e conferma la decisione dopo il ricorso dello Stato dell’Alabama e del comune di Montgomery.

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Diventata uno dei simboli dei diritti civili, Rosa Parks ha sempre ricevuto il tributo dei leader, a partire da Martin Luther King fino a quello del primo presidente afroamericano, Barack Obama.

È stata però presa di mira dai sostenitori della segregazione che l’hanno più volte minacciata di morte.

Dopo il suo rifiuto, Rosa Parks non riesce a trovare lavori stabili, tanto che all’inizio degli anni ’60 è costretta a trasferirsi a Detroit, dove trova un impiego, sempre come sarta.

Dal 1965 al 1988 è segretaria di John Conyers, membro del Congresso.

Solo nel 1999, durante la presidenza Clinton, ha ricevuto la Medaglia d’oro del Congresso, la maggiore onorificenza civile degli Stati Uniti.

Proprio a Detroit vivrà gli ultimi anni della sua vita, prima di morire, il 24 ottobre 2005, all’età di 92 anni.

“Credo che siamo qui sul pianeta Terra per vivere, crescere e fare il possibile per rendere questo mondo un posto migliore in cui tutte le persone possano godere della libertà”.  (Rosa Parks) 

“I believe we are here on the planet Earth to live, grow up and do what we can to make this world a better place for all people to enjoy freedom”.

Dora Marr, non più all’ombra dei suoi uomini.

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‘Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna’, si dice. Dietro, però… Sempre dietro!

Per fortuna ogni tanto c’è qualcuna che riesce a conquistare la prima fila. Dora Maar è sempre stata ricordata come amante e musa di Pablo Picasso. Ma era una fotografa e un’artista di prim’ordine, a cui la Tate Modern  di Londra dedica una mostra.

Dora Maar, nata Henriette Théodora Markovitch nel 1935, ha intessuto una carriera di fotografa curiosa e creativa ben prima di conoscere Picasso.

Ha iniziato a dipingere, poi è passata alla fotografia, si è dedicata alla fotografia di moda e pubblicitaria, poi alla street photography e al surrealismo. Picasso è arrivato dopo, quando lei era già un nome. Ne è diventata la musa e l’ha aiutato mentre lui dipingeva Guernica.

Poi si sono lasciati e lei se ne è andata nel sud della Francia e ha ripreso in mano i pennelli, creando paesaggi di grande suggestione.

Dora Maar, fotografa intelligente e ironica. Questa è una delle foto realizzate per pubblicizzare una crema anti-età.

Se proprio vogliamo tirare fuori Picasso, che aveva 20 anni più di lei e per tutta la durata della loro relazione non lasciò mai la compagna Marie-Thérèse Walter, possiamo farlo usando uno dei quadri meno conosciuti della Maar, in cui lei si dipinge schiena contro schiena con l’amante di Picasso in una tela di grandi dimensione intitolata ‘La conversazione’.

Dora Maar si dipinge insieme alla compagna di Picasso, che lui non lasciò mai per tutta la durata della relazione con Maar.

Dora era all’apice della sua carriera quando conobbe il pittore spagnolo. Lui era in crisi di creatività e non prendeva in mano il pennello da mesi e lei gli insegnò la tecnica del cliché verre e fotografò passo dopo passo la creazione di Guernica.

E vogliamo relegarla al ruolo di ‘amante di?’.

Se capitate per Londra rendetele omaggio: questa mostra lo fa con 250 tra foto e dipinti.

È vero, c’è anche qualche pezzo di Picasso in mostra, tanto per non dimenticarsi di lui (e chi può dimenticarsi di uno così ingombrante?)  ma le luci dei riflettori sono, per una volta, su di lei.

 

Fonte: sito permesola

Giovanni Boldini e il “Ritratto di Marthe Bibesco”

Ritratto della principessa Marthe-Lucile Bibesco di Giovanni Boldini

Zanin, dall’ebraico Yehohanan, significa “Dio ha avuto Misericordia” o anche “Dono del Signore″.

È il diminutivo con cui veniva riconosciuto Giovanni Boldini sin dalla più tenera età dalla sua famiglia. Nato a Ferrara dall’unione di una nobile donna e un artista intellettuale originario di Spoleto, il piccolo rimane affascinato dalle potenti virtù paterne, dimostrando chiari segni di inclinazione artistica. Tappezza interi quaderni di vari schizzi e numerosi disegni, tanto da fondare all’età di soli cinque anni un rudimentale atelier nel granaio di famiglia.

Viaggiando instancabilmente per differenti mete, trova il suo rifugio più prezioso nel cuore di Parigi della Belle Époque. Conduce una vita attratto dagli innumerevoli caffè, ampi viali alberati, lampioni elettrici, musei e sale da ballo che popolano la città. Il suo spirito libero vive all’insegna di una realtà elegante e raffinata, affine al suo modo di essere e adatta al clima di Parigi che diventa per lui in una seconda patria.

Dalle sue opere trapela una predilezione e un amore per i soggetti femminili, come accade nel “Ritratto della principessa Marthe-Lucile Bibesco”.

Marthe – Lucile Bibesco è stata una scrittrice, poetessa, politica rumena e francese, cavaliere della Lègion d’honneur. Originaria di un’illustre famiglia aristocratica, fu una delle prime donne a far parte della massoneria rumena e venne considerata come una delle figure femminili più belle di tutto il XX secolo.

Nel “Ritratto della principessa Marthe-Lucile Bibesco”, protagonista assoluta di gran parte delle opere di Giovanni Boldini è la donna.  Ma non ci riferiamo ad uno stereotipo di donna perfetta,  al contrario, egli estrae la figura femminile letteralmente dalla sua realistica vita quotidiana per trasformarla in una spettacolare divinità terrena.

La donna è per l’artista una limpida musa ispiratrice che occupa gran parte dei suoi principali ritratti nella società internazionale. Abiti sinuosi e distinti, acconciature signorili  e l’attenzione  per ogni  dettaglio sono le prerogative particolarmente accentuate nella poetica artistica del pittore ferrarese.

Ma interpretando più a fondo il suo modo di realizzarsi, nei suoi dipinti si coglie un tratto decisamente distintivo: la cura per l’aspetto psicologico.

Attraverso la riproduzione dei suoi quadri l’artista svelava l’intimità più profonda delle sue donne: le doti caratteriali, l’emotività, i sentimenti più nascosti e le pulsioni più autentiche e laceranti, quasi o del tutto represse in un clima di ipocrita morale borghese. L’artista così mette in atto non la semplice ed effimera idea di una splendida donna in tutte le sue sfaccettature estetiche, ma pone lo spettatore in una sorta di astrazione. Indaga la figura rappresentata e va oltre la mera apparenza.

Al di là della costosa stoffa che indossa, dei gioielli e dei particolari che abbelliscono la principessa Marthe-Lucile Bibesco, anche lei è mostrata come una semplice donna con le sue debolezze, fragile e sognante.

La lotta per l’emancipazione femminile è un chiaro messaggio di quanto la donna abbia sofferto nei secoli passati per una mentalità legata a sistemi incentrati sulla figura maschile. Giovanni Baldini, dunque, non si limita a giocare sulle corde del fascino femminile, ma capta quella che è l’era di un nuovo clima sociale, in cui la donna acquisisce un certo prestigio, consapevolezza umana e orgoglio di se stessa.

Marthe – Lucile Bibesco, figlia di Ion N. Lahovary e di Smaranda Mavrocordat, fu terza di cinque figli, tutti morti molto giovani.  Secondo le tradizioni della sua discendenza, e proseguendo con gli usi e i costumi dell’epoca, la sua educazione si formò alle spalle di una serie di governanti e insegnanti privati per  poi perfezionarsi in un monastero in Belgio. La sua figura si distingue per la sua postazione, il suo modo di porsi, di essere e di apparire, e naturalmente per la sua impeccabile e irrinunciabile eleganza.

La casa Dior, che la vestì per decenni, al compimento dei suoi 60 anni, realizzò per lei dei vestiti eccentrici, fastosi, lunghi abiti che toccavano terra. Durante la sua vita si riconobbe per un distinto impegno sociale e politico, essendo stata partecipe di una serie di importanti eventi storici. Venne riconosciuta la sua fama anche come scrittrice, con una serie di epistole, poemi, note di viaggio e saggi.

L’abito della donna è di un colore neutro, quasi tridimensionale, sul petto spunta un fiore nero alquanto vistoso, la lavorazione del corpetto e della coroncina è decisamente attenta e minuziosa, le pennellate esprimono un forte senso di movimento grazie alla loro ondosità mutando la manifestazione della donna in una figura “divina”, dall’aspetto luccicante e sfarzoso.

Sarah Breedlove, prima “self-made woman” della storia!

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Conosciuta come Madam C.J. Walker, da figlia di schiavi a imprenditrice milionaria…

Nel 1993 è stata inserita nella National Women’s Hall of Fame e il Guinness dei primati indicò Madam C.J. Walker come la prima donna a diventare milionaria per i suoi propri meriti; inoltre, nel 2002, lo studioso Molefi Kete Asante, l’ha inserito nella lista dei cento afroamericani più importanti della storia.

Parliamo di Sarah Breedlove, nota come Madam C. J. Walker, imprenditrice, filantropa e attivista statunitense, ma soprattutto considerata la prima donna americana che senza aiuti diventò milionaria, facendo fortuna sviluppando e commercializzando una linea di prodotti per capelli dedicata alle donne di colore con l’azienda da lei fondata, la “Madam C. J. Walker Manufacturing Company”.
La Walker era nata il 23 dicembre 1867 a Delta, nella Louisiana. A quel tempo Delta era un villaggio unincorporated (senza personalità giuridica) di poche case abitate da bianchi e centinaia di schiavi neri sparsi in baracche di legno nel territorio. Era la quinta dei sei figli e i suoi genitori e fratelli maggiori erano schiavi in una piantagione a Madison Parish di proprietà di Robert W. Burney, un ricco possidente con un migliaio di ettari e circa sessanta schiavi.

La piantagione di Burney era stata confiscata dai soldati dell’Unione nel 1865, ma i Breedlove rimasero come dipendenti in una terra soggetta alternativamente alle inondazioni e alla siccità. Quando Sarah aveva due anni, un eccezionale raccolto di cotone permise ai suoi genitori di pagare la tassa sul vincolo matrimoniale di 100 dollari e di sposarsi, legittimando così la loro unione e i sei figli.

Sarah era la prima figlia nella sua famiglia nata libero, essendo entrato in vigore il Proclama di emancipazione prima della sua nascita. Visse con la famiglia in una baracca di legno e fino all’età di 37 anni, facendo umili lavori e ogni anno aiutava i suoi familiari nella raccolta del cotone. Alla morte della madre, Sarah andò a vivere con la sorella maggiore e il marito di lei, ma all’età di 14 anni sposò Mosè McWilliams per sfuggire ai maltrattamenti del cognato, e tre anni dopo nacque la figlia Lelia.

Intanto le truppe federali avevano lasciato gli ex Stati Confederati e la loro partenza aveva aperto la strada a un regno del terrore che spinse migliaia di neri ad abbandonare il Sud. Anche Sarah, vedova ventunenne con una figlia di tre anni, si trasferì nel 1882 al Nord, a St. Louis, dove vivevano i suoi fratelli, che lavoravano tutti come barbieri. Lì fu aiutata a trovare lavoro, come lavandaia, ma  la morte del fratello per una malattia intestinale e un secondo sfortunato matrimonio provarono molto la Walker.

Come molte donne di quel tempo, Sarah subì la perdita di capelli. Poiché la maggior parte degli americani non avevano acqua corrente, riscaldamento ed elettricità, facevano il bagno e lavavano i capelli raramente. Il risultato erano malattie del cuoio capelluto. La Walker sperimentò rimedi casalinghi e prodotti già presenti sul mercato fino a quando sviluppò un proprio shampoo e una pomata che conteneva zolfo per mantenere il cuoio capelluto sano e favorire la crescita dei capelli. Sullo sviluppo del suo prodotto Madam Walker raccontò un’improbabile storia, per colpire l’immaginazione delle donne di colore; disse che la formula del suo prodotto per la crescita dei capelli le era stata rivelata in sogno da un “big black man”.

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Sarah Breedlove iniziò a commercializzare i suoi prodotti come Madam C. J. Walker, prendendo il cognome del suo terzo marito. Cominciò vendendo lei stessa il suo “Madam Walker’s Wonderful Hair Grower” porta a porta, fino ad ampliare le vendite a tutti gli Stati Uniti. Mentre sua figlia Lelia gestiva la vendita per corrispondenza da Denver, la Walker e il marito viaggiavano in tutto gli Stati orientali e meridionali.

Si stabilirono a Pittsburgh nel 1908, dove aprirono il Lelia College per preparare quelle che chiamava “hair culturists” o “Walker agents: erano donne di colore, altrimenti destinate a umili lavori, a cui insegnava i fondamenti della cosmesi e della tricologia e che vendevano porta a porta, guadagnando molto di più di quanto potevano sperare di ottenere come domestiche o cuoche; a esse dava anche lezioni su questioni politiche e sociali, incoraggiandole a diventare economicamente indipendenti e proponendosi come esempio.

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Nel 1910 la Walker si trasferì a Indianapolis, nell’Indiana, dove stabilì il suo quartier generale e costruì una fabbrica per produrre i cosmetici. Con i suoi viaggi fatti nei primi anni del Novecento a Cuba, Haiti, Panama e Costa Rica riuscì ad estendere la vendita dei suoi prodotti in tutti i Caraibi.

Nel 1917 si spostò nella sua proprietà, a Irvington, Villa Lewaro, che era stata progettata da Vertner Woodson Tandy, il primo architetto nero con licenza dello Stato di New York. Negli ultimi anni si occupò di politica, per promuovere le condizioni della gente di colore. Al meeting della National Negro Business League di Chicago del 1912, ebbe un posto sul podio e volle narrare la sua storia: “Sono una donna che proveniva dai campi di cotone del Sud. Sono stata promossa lavandaia. Poi sono stata promossa cuoca e da lì mi sono promossa da sola nel mondo degli affari ideando e realizzando prodotti per capelli”.

Alla sua morte, avvenuta a 51 anni, era considerata la più ricca donna afroamericana degli Stati Uniti ed era nota per essere la prima americana che era diventata milionaria con le sole sue forze. La Walker lasciò un patrimonio allora valutato 600 000 dollari (pari a 6 milioni di dollari di oggi).

Chapeau a questa grande Donna, che dal nulla ha creato un impero!