Chi era Fillide Melandroni, la cortigiana ritratta da Caravaggio? 

 

Caravaggio la conobbe per strada, lei in atteggiamento ammiccante è intenta ad adescare i clienti. Caravaggio la vede, si invaghisce della sua avvenente bellezza offerta a poco prezzo. Inizia a frequentarla come cliente, poi nasce una simpatia tra i due. Durante un incontro le propone di posare per lui. La ragazza ne è entusiasta e nel 1557 la ritrae per la prima volta con un ramoscello fiorito. La relazione tra i due  durò diversi anni  tanto che l’artista fece di lei la sua musa ispiratrice. Ma la vita di entrambi ebbe risvolti diversi Nati entrambi sotto una stella impietosa che li condannò alla fama, ma non alla serenità, né la Melandroni né il Merisi conclusero infatti la loro esistenza in pace. Allontanata da Roma con un atto ufficiale del Papa la prima e fuggiasco spirato su una spiaggia di Porto d’Ercole il secondo. Del loro canone inverso ci resta però l’emozione, veicolata per l’eternità nelle opere del grande artista

Fillide Melandroni, la musa di
Caravaggio, Marta e Maria Maddalena ca 1598, Detroit, Institut of Arts

La ragazza nacque a Siena da Cinzia Guiducci ed Enea Melandroni,ultimo discendente di una nobile famiglia senese. Il giorno 8 gennaio del 1581, domenica, la bambina ricevette il sacramento del battesimo al fonte di San Giovanni. Quando partorì Fillide la madre, Cinzia, aveva da poco compiuto i sedici anni di età. La bimba si trasferì insieme alla madre e al fratello Silvio, figlio di primo letto di Enea Melandroni, a Roma.

Ritratto della cortigiana Fillide, 1597 c., Berlino, Kaiser Friedrich Museum, dipinto disperso.

Un buco nero assorbì le informazioni della famiglia sino all’aprile del 1594 quando riapparve nella storia Fillide che, all’epoca tredicenne, si prostituiva occasionalmente a causa dello stato di indigenza in cui versava la famiglia dovuto, anche, ma non solo, ad una malattia della madre. Enea, il padre, non si trasferì a Roma con la famiglia.

Le notizie della vita di strada della piccola Fillide sono rintracciabili nel verbale del tribunale Criminale del Governatore del 23 aprile del 1594: “donna Fillide d’Enea Senese, in compagnia di due uomini e di Anna Bianchini, romana, era incappata dietro al Monastero di San Silvestro nei sbirri di ronda. E poiché i quattro andavano in giro al buio e fuor delli luoghi soliti tutti furono presi e menati prigionieri in Tor di Nona”.

Una piccola precisazione prima di continuare la narrazione: il termine “fuor delli luoghi soliti”  indicava che la ragazza, insieme all’amica Anna, si prostituivano lontano dal bordello. Nel 1595 morì la madre di Fillide, Cinzia,  appena trentenne

La ragazza, quattordicenne, con l’aiuto della zia Piera, che aveva seguito la sorella Cinzia a Roma, e dell’amica di quei giorni, Anna Bianchini, si dovette occupare del fratello più piccolo, Niccolò.

L’indigenza e l’emarginazione furono affrontate anche grazie all’aiuto del fratello Silvio, che lavorava come cuoco in una delle tante osterie della città. Sino al 1597 Fillide abitò sotto Trinità dei Monti, in una locanda dove le ragazze intrattenevano, con la compiacenza dell’oste, personaggi ambigui e di malaffare. Alcune circostanze condussero Fillide in prigione, al cospetto dei magistrati di città.

La ragazza, grazie all’istruzione ricevuta nei primi anni della sua vita, si rivolgeva con modi corretti ai magistrati, utilizzando un linguaggio che le altre prostitute non potevano nemmeno pensare di copiare. Fillide era diversa, completamente, dalle sue colleghe. Non solo nei modi, anche negli obiettivi di vita. La ragazza visse quel periodo nell’attesa della grande occasione che gli potesse cambiare la vita.

Nel 1598 tutto mutò nella sua vita. A sedici anni d’età entrò in contatto con dei fratelli originari di Terni, i Tomassoni, che, sfruttando le conoscenze altolocate, gestivano un giro di cortigiane tra notai e cardinali. La vita di Fillide cambiò radicalmente.

Si trasferì, con il piccolo Niccolò, in Strada Aragonia, potendo permettersi una serva puttana di nome Francesca. La casa divenne un bordello altolocato, dove si beveva, si giocava a dadi e si consumavano rapporti sessuali. Molti dei visitatori, o amici, di Fillide si presentavano armati presso la sua abitazione, trasgredendo a uno dei tanti bandi del governatore di Roma.

Durante una festa, nell’estate del 1598, gli sbirri si presentano a casa di Fillide. Tutti fuggirono dall’abitazione, anche nei modi più disparati, tranne Ranuccio Tomassoni, che rimase al fianco della ragazza per garantirle protezione. Il giorno seguente Fillide e Ranuccio furono rimessi in libertà.

L’anno seguente, il 1599, fu quello della svolta.

Ranuccio Tomassoni, protettore della giovane, mise in contatto Fillide con Michelangelo Merisi da Caravaggio. Il pittore prese la ragazza come modella per l’opera raffigurante Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto. Nell’epoca immediatamente posteriore al Concilio di Trento l’aver prestato il proprio corpo ad un’immagine pubblica, per di più devozionale, fu considerato più disdicevole rispetto alla vendita quotidiana di quello stesso corpo. Un prete, parroco della chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, censì Fillide sul libro delle anime come cortigiana scandalosa.

 

Caravaggio, Portrait

La vita riservò nuovamente delle sorprese all’ancora giovane Fillide.

Nell’estate del 1600 il suo protettore, Ranuccio, s’innamorò di un’altra ragazza, tale Prudenza, allontanandosi dal suo primo amore. Fillide non accettò tale relazione amorosa e si scagliò violentemente contro la nuova ragazza di Ranuccio. Probabilmente non fu solo gelosia ma anche un tentativo di difendere la posizione di predominanza assunta nel giro delle cortigiane dei Tomassoni.

La lite che scaturì dopo l’aggressione di Fillide a Prudenza fu di tale gravità che condusse la ragazza senese in carcere. A differenza delle occasioni precedenti nessun uomo si prodigò per evitare il carcere e la condanna.

Tutto mutò nuovamente…. Fillide dovette esercitare il mestiere in autonomia, cercando di approfittare dei rapporti con i clienti potenti che aveva conosciuto durante la protezione di Ranuccio Tomassoni. Le brutte sorprese intanto erano in agguato.

Nell’estate del 1601 fu arrestata mentre si recava a casa del cardinale Benedetto Giustiniani, in Rione Sant’Eustachio, in compagnia di Ulisse Masetti, novello sposo e collaboratore del cardinale. Durante i giorni seguenti i due ragazzi furono sottoposti a stringenti interrogatori da parte dei magistrati. Entrambi cercarono di evitare di infangare il nome del cardinale e di sfuggire all’accusa di aver sottratto un novello sposo al letto coniugale, per Fillide, e di adulterio, per il Masetti. A due giorni dal loro arresto nessuno aveva pagato la taxa malefici, di 50 scudi, per far uscire i ragazzi dal carcere di Tor di Nona. Furono entrambi rinviati a giudizio.

 

Fillide ricadde nell’indigenza e nell’emarginazione dei primi anni romani.
Decise di chiedere l’aiuto della famiglia. Si ricongiunse con la zia Piera che nel frattempo era rimasta vedova di un certo Giovanni con il quale si era nel frattempo sposata. Aggressiva più che mai la Melandroni aggredì un’altra cortigiana, Amabilia Antonietti, cercando di malmenare anche la sorella gravida e prossima la parto. Nuovamente arrestata, Fillide rientra nella sfera di protezione dei Tomassoni ma cambiando uomo di riferimento: questa volta ad occuparsi di lei fu Giovan Francesco, il più autorevole dei fratelli.

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Caravaggio, Santa Caterina d’Alessandri 1598- 1599

La cortigiana «scandalosa» di qualche anno prima, inaspettatamente, entrò in rapporto con la parrocchia di S. Maria del Popolo, curò le pratiche devozionali e si dedicò a opere di carità. Nel 1604 risulta essere a capo di un complesso ed eterogeneo nucleo familiare composto dalla zia Piera, dal fratello Silvio, da un servitore, da una cortigiana e da un bimbo di 4 anni, uno dei fanciulli esposti dello “Spedale di Santo Spirito” in Sassia.

Nel frattempo aveva avviato una relazione amorosa con Giulio Strozzi, nobiluomo veneziano e figlio illegittimo di Roberto, notissimo banchiere fiorentino. Il legame tra i due ragazzi è testimoniato dal Ritratto di Fillide che Giulio Strozzi commissionò a Caravaggio.

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Fillide nei quadri di Caravaggio (in senso orario) Ritratto di una cortigiana, Marta e maria Maddalena, Santa Caterina , Giuditta e Oloferne 

Fillide e Giulio vivono anni di agiatezza economica e tranquillità. Forse la ragazza raggiunse anche un poco di felicità. Tutto però cambiò nuovamente alla morte del padre di Giulio. Il ragazzo entrò in possesso di una cospicua eredità e i parenti, cercando di scongiurare il matrimonio tra Giulio e Fillide, decidono di rivolgersi al papa, Paolo V.
Nella primavera del 1612 si diffonde rapidamente la notizia che “all’improvviso d’ordine del Papa è stata presa una tal Fillide famosa cortigiana e mandata fuori Roma con ordine che non vi debba più tornare”. Dopo aver riparato ad Orvieto e Siena torna a Roma.
La tormentata esistenza di Fillide si concluse  a Roma il 3 luglio 1618 e fu seppellita, secondo le sue volontà, nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina.

Del ritratto che Caravaggio le dipinse un decennio prima, “Ritratto della  cortigiana Fillide”) su commissione di Giulio Strozzi, che la donna conservò sempre con cura ed affetto nella propria abitazione,  la stessa  ne dispose la restituzione al perduto amore della giovinezza.

Purtroppo il ritratto acquistato dal museo di Berlino dopo la dispersione della collezione Giustiniani, è bruciato nel rogo nella torre antiaerea che fungeva da deposito, nel maggio del 1945, quando Berlino era già capitolata.

“Tra donne sole” di Cesare Pavese e “Le amiche “versione cinematografica di Antonioni.

“M’ero detta tante volte in quegli anni, che lo scopo della mia vita era proprio di riuscire, di diventare qualcuna, per tornare un giorno in quelle viuzze dov’ero stata bambina e godermi il calore, lo stupore, l’ammirazione di quei visi familiari, di quella piccola gente. E c’ero riuscita, tornavo; e le facce, la piccola gente eran tutti scomparsi”.




Nel 1949 uscì la stesura del romanzo breve “Tra Donne Sole“, pubblicato pochi mesi nella raccolta “La Bella Estate”, che comprendeva il romanzo omonimo,“Tra Donne Sole” e “Il Diavolo sulle Colline”.

Un anno dopo, nel 1950, l’autore dell’opera, Cesare Pavese (1908-1950) vinse il prestigioso premio “Strega” che gli valse la gloria come scrittore. Purtroppo il caso volle che Cesare Pavese  venisse trovato morto nell’albergo Roma di Torino: aveva ingerito oltre dieci bustine di sonnifero. Era il 27 agosto 1950.

Ho voluto  ripercorrere quei momenti  attraverso il romanzo “Tra donne sole” pubblicato nel 1949 a distanza di un anno dalla sua morte.

Il tratto originale del libro è che Pavese scrive in prima persona, nei panni di Clelia, e racconta di un gruppo di personaggi, soprattutto femminili, appartenenti alla borghesia torinese e mette in contrasto il mondo del lavoro con la noia dei giorni vuoti e ripetitivi dei divertimenti mondani.

Non a caso il libro inizia con il carnevale e tutto il romanzo è intriso di finzione e incomunicabilità che si manifesta con una fitta rete di dialoghi, pettegolezzi, frasi di circostanza, allusioni, che mascherano un profondo vuoto esistenziale. Il destino viene ad abbattersi inesorabilmente su Rosetta, la più giovane, che si suicida.

La storia è quella di Clelia, di origine popolare, che riesce con il lavoro e le sue capacità a diventare direttrice di una casa di moda. Clelia, che è ormai diventata una modista affermata, viene incaricata dalla ditta per cui lavora di gestire un atelier nel centro di Torino.

La prima sera pernotta in un albergo e nell’affacciarsi nel corridoio per chiamare la cameriera vede un gruppo di persone davanti a una porta e una ragazza, che aveva tentato il suicidio, uscirne in barella.

A un veglione conosce l’ambiente di quella ragazza, Rosetta Mola, e ascolta i discorsi cinici di Momina, Mariella, Fefé e Loris e si rende conto che per costoro la disgrazia di un’amica non conta nulla se non per distrarsi dal vuoto delle proprie giornate.

Clelia, pur seguendo la vita futile di quelle donne, sa mantenere il suo equilibrio lavorando con serietà, mentre Rosetta, che non ha questa forza, ritenta il suicidio e questa volta non riesce a salvarsi. La trovano in una stanza che aveva preso in affitto morta per il veleno ingerito.

Dal libro è stato tratto un film, Le amiche, del 1955, diretto da Michelangelo Antonioni.

L’opera riscosse un buon successo di critica e venne premiata con il Leone d’argento alla 20ª Mostra internazionale del cinema di Venezia.

Intessuto di dialoghi essenziali e di aspro rigore psicologico, il dramma inscenato nel film da Antonioni si discosta alquanto dal romanzo di Pavese, ma ne restituisce bene la profondità e l’amarezza.

Film soprattutto psicologico, Le amiche, descrive in modo lucido i rapporti di classe e l’annoiata crudeltà che anima gli ambienti borghesi.

L’attenzione del regista, in accordo con i temi tipici della sua filmografia, è rivolta principalmente alle protagoniste e all’ambigua condizione che esse incarnano: donne ricche, in apparenza libere ma pronte a rivelare la loro dipendenza dall’uomo, che viene presentato come un essere fragile sul piano umano ma forte nel (e del) suo ruolo sociale.

Il film venne segnalato dal quotidiano statunitense Los Angeles Times come fonte d’ispirazione della serie televisiva Sex and the City.

 

 

Solitudine mia…

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EDWARD HOPPER, “AUTOMAT”

 

Alda Merini 

S’ANCHE TI LASCERÒ PER BREVE TEMPO

S´anche ti lascerò per breve tempo,
solitudine mia, se mi trascina
l´amore, tornerò, stanne pur certa;
i sentimenti cedono, tu resti.

(Alda Merini da, La presenza di Orfeo, Scheiwiller, 1953)

.Emily Dickinson 

HA UNA SUA SOLITUDINE LO SPAZIO

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa –
infinità finita.

(Emily Dickinson da, Tutte le poesie, Mondadori, 1997 – Traduzione di M. Bulgheroni)

.

Uno dei “Piccoli canti” dalla Presenza di Orfeo di Alda Merini e la poesia di Emily Dickinson contrassegnata con il numero 1695 sono, con la celeberrima Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo, brani di Pirandello e del Petrarca della Vita solitaria e le opere d’arte Automat di Edward Hopper, Tramonto sul mare di Giovanni Fattori e Sera sul viale Karl Johan di Edward Munch, tra le poesie scelte per il saggio breve della maturità 2018, centrato sulla solitudine. Una solitudine che la poetessa milanese ben conosceva -, non solo l’internamento in manicomio ma anche la solitudine di chi nella vita ha portato avanti un amore irrisolto – e che era connaturata da sempre alla sua anima, mezzo per conoscere il mondo e  se stessa: “La poesia è un castello di solitudine / con qualche rarissima finestra / di rotte allegrie”.

Solitudine autoimposta invece quella di Emily Dickinson, esilio volontario dentro la propria stanza come unica via alla felicità nella sua calma apparente: “Sarei forse più sola | senza la mia solitudine”.

****

 

Alda Merini all’anagrafe Alda Giuseppina Angela Merini (Milano, 21 marzo 1931 – 1º novembre 2009),  poetessa, aforista e scrittrice italiana. Vide pubblicate le prime poesie a diciannove anni. L’amore agitato con Giorgio Manganelli riportò alla luce i disagi psichici: dal 1965 al 1972 fu internata in ospedale psichiatrico. Dimessa, visse nella sua casa sui Navigli, spesso in stato di emarginazione, circondandosi di artisti.

Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 –15 maggio 1886), poetessa statunitense, è considerata tra i migliori lirici del XIX secolo. La sua vita fu priva di eventi esteriori: dopo i trent’anni scelse un volontario isolamento nella casa paterna. La sua poesia spazia dalle piccole cose della vita quotidiana – la natura, le stagioni – ai grandi temi dell’anima innestati sul tema della solitudine.

“Non (sono) femminista”, ma sento di esserlo!

Lo leggo e lo sento dire sempre più spesso e ogni volta mi fa un effetto strano, come se mi avessero appena detto: “Non sono contro il razzismo/contro lo sterminio dei cuccioli di foca/contro lo sfruttamento minorile/contro il ketchup nel ragù”.

Non dico che non sia legittimo, ma non è neanche una cosa che si possa comunicare a cuor leggero, come se stessimo dichiarando quanto zucchero vogliamo nel caffè.

 

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Botticelli, Venere

Affermare di non essere femminista è una scelta estrema e radicale, è una presa di posizione netta contro i diritti delle persone, è una sorta di dichiarazione di guerra ai concetti di base della democrazia e della giustizia.

Affermare di non essere femminista significa che non ci importa avere diritti uguali per tutti, che non ci interessa se le donne ricevono uno stipendio più basso rispetto agli uomini, che non ci interessa se le donne vittime di violenza vengono processate da una giustizia maschile e condannate prima e più duramente dei loro aggressori. Non essere femminista significa che non ci importa che donne e uomini abbiano pari opportunità e  che una bambina possa sognare di svolgere una professione “maschile” senza dover superare il doppio degli ostacoli e ricevere la metà dei riconoscimenti.

Non essere femminista significa che riteniamo giusto che gli assorbenti costino come beni di lusso e che le donne siano considerate prima oggetti che soggetti, oggetti di sguardi, di battute, di spiegazioni, di commenti, di volgarità , di limiti e divieti. Non essere femminista significa che siamo convinte che esista un noi e un loro e che quello che accade alle altre donne non ci riguardi tutte, in qualche modo, prima o poi.

Che cosa significa allora essere femminista? Essere femminista significa non giudicare, non giudicare le donne che restano a casa e non giudicare quelle che danno la precedenza al lavoro. Non giudicare chi si mette al servizio dei figli e chi sceglie di non averne. Essere femminista significa non confondere la femminilità con il sesso o con la maternità.

Essere femminista significa sollevare domande, aprire porte, abbattere tabù e luoghi comuni, significa anche  imparare a sognare in un modo diverso, scoprire che non c’era bisogno di vergognarci, significa liberarci dei sensi di colpa e della solitudine, liberarci dal peso di aspettative che non ci corrispondono e ci fanno sentire sbagliate.

Essere femminista non significa andare in giro con la faccia arrabbiata , né odiare gli uomini, non significa neanche essere grintose e combattive, o  vestire i maschi di rosa e le femmine di azzurro, non significa sognare una figlia scienziata e né  mettere al rogo i romanzi rosa e girare la testa davanti alle emozioni. Essere femminista non significa dover dimostrare a tutti i costi di essere forte e non significa non potere e non dovere chiedere aiuto.

Essere femminista  non significa necessariamente scendere in manifestazione, né lottare se non ci sentiamo all’altezza di farlo, non significa neanche essere obbligate a ribellarci, se quella ribellione ci fa male, in qualche modo. Essere femminista é rimettere in discussione la realtà in cui viviamo e i nostri diritti e doveri. Ciascuna di noi è femminista come può e come le riesce, ciascuna arriva fino a dove glielo permette la sua personalità e la sua situazione.

Essere femminista significa una cosa diversa per ciascuna di noi, proprio come è diverso il modo di sognare di ciascuna di noi. Perché essere femminista  sta nell’imparare a coltivare i nostri sogni, quei sogni di cui ci hanno insegnato a non fidarci e di cui hanno sorriso e continuano a sorridere.

Essere femminista significa tornare a crederci, e sentirsi in diritto di provarci.

Ogni volta che qualcuno dice di non essere femminista non sta rivendicando il diritto a essere se stessa, sta rinunciando a quel diritto e sta calpestando un sogno!

@paola chirico

Artemisia, Kahlo e le altre disobbedienti… intervista a Elisabetta Rasy autrice di “Le disobbedienti!

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Continuazione dell’articolo precedente con l’intervista all’autrice del libro

Hanno cambiato l’arte, sono riuscite a imporsi come pittrici professioniste in epoche ostili e contesti diversi, hanno coltivato il loro talento ribellandosi al destino subalterno loro assegnato dalla tradizione, dalle famiglie e dai pregiudizi, e hanno scelto la libertà. Con coraggio, risolutezza e audacia. Sono Artemisia Gentileschi, Elisabeth Vigée Le Brun, Berthe Morisot, Susanne Valadon, Charlot Salomon e Frida Kahlo, sei artiste differenti tra loro per nascita e carattere, ma accomunate da un talento straordinario  e dalla determinazione ad affermare se stesse e il proprio lavoro, parte irrinunciabile della loro esistenza.

Nel suo ultimo libro, Le disobbedienti (Mondadori), Elisabetta Rasy racconta la singolarità di ciascuna delle sei protagoniste, ne scandaglia le biografie collegando i tanti dettagli che,  tutti insieme, ricompongono il mosaico del contesto storico, familiare e artistico in cui hanno vissuto e lavorato. E ne individua la peculiarità, espressa nel titolo di ogni capitolo dedicato: coraggio, tenacia, irrequietezza, ribellione, resistenza, e passione. Caratteristiche individuali e nello stesso tempo comuni. Perché tutte, per  superare ostacoli e avversità e per vincere le loro battaglie, hanno dovuto combattere contro obblighi e incomprensioni, divieti e discriminazioni.

Rasy parte dagli autoritratti delle sei donne e, attraverso il loro sguardo, descrive  le sfide, le delusioni e gli oltraggi subiti, ma anche i successi, le vittorie e gli obiettivi raggiunti. E, grazie alle loro opere e ai loro dipinti, modelle e donne destinate a ruoli subordinati, una volta divenute artiste a pieno titolo, conquistano autonomia, identità e memoria. Le disobbedienti è un racconto corale che indaga lungo i secoli il mondo dell’arte, maschilista e spesso diffidente di fronte ad ogni novità e, arricchito da una miriade di dettagli intimi e significativi, riesce a far emergere, nitide, le diverse vicende umane delle pittrici. Con il filo rosso che le tiene insieme: aver cambiato l’immagine e il ruolo della donna nell’arte.

Sei donne, sei pittrici vissute in epoche diverse. Che cosa le lega?
“Due sono gli aspetti che le accomunano malgrado le diversità di epoca storica e di situazione personale: il coraggio di resistere alle regole del gioco femminile del loro tempo e il talento, difeso contro tutti e contro tutto. Inoltre ognuna di loro ha dovuto superare un ostacolo, anzi una vera e propria bestia nera. Artemisia lo stupro e il terribile processo che lo ha seguito, dal quale è uscita umiliata e diffamata. Elizabeth Vigée Le Brun un esilio di tredici anni attraverso tutta l’Europa perché, avendo ritratto la regina Maria Antonietta, nella Francia della rivoluzione rischiava la ghigliottina. Berthe Morisot l’ostilità violenta e aggressiva della sua famiglia che non tollerava che non seguisse il comune destino femminile e anche la strana passione che la legava a Edouard Manet. Suzanne Valadon, figlia illegittima cresciuta per strada, la povertà e la tremenda emarginazione sociale. Charlotte Salomon la persecuzione nazista prima di morire a Auschwitz. Frida Kalho il continuo tormento del suo corpo malato”.

Come hanno contribuito a cambiare il ruolo della donna nel mondo dell’arte?
In primo luogo lo hanno cambiato con la propria esistenza, seguendo il proprio desiderio e la propria vocazione artistica. Per esempio una volta fuggita dalla Francia dei giacobini Elisabeth Vigée Le Brun poteva farsi accogliere alla corte papale o a quella del regno di Napoli, dove sedeva tra l’altro la sorella di Maria Antonietta, e mettersi quietamente al riparo dalle avversità. Invece non ha voluto rinunciare alla sua fisionomia di artista professionista, anche se questo comportava una vita di fatica e di rischi e di lavoro incessante, tanto più perché viaggiava con la sua bambina che all’inizio dell’esilio aveva pochi anni. Lo rivendica in una lettera al marito: ho sempre lavorato come un forzato, gli scrive. Però la sua carriera ha decisamente professionalizzato la figura della donna pittrice e più in generale del professionismo femminile”.

“Le disobbedienti”, qual è stata la loro trasgressione, la loro audacia, la loro forza?
“Io penso che la loro vera trasgressione e dunque la disobbedienza che le accomuna sia stata la passione per la libertà che ognuna di loro ha rivendicato. Libertà cioè fedeltà a se stesse, contro stereotipi imposizioni pregiudizi o vere e proprie persecuzioni. Ognuna di loro è stata una donna libera in tempi e in situazioni in cui la libertà femminile era guardata con sospetto  oppure, molto più spesso, non era assolutamente tollerata. Ognuna ha preso in mano il destino che gli altri le avevano assegnato e, lottando , lo ha trasformato nel proprio personale destino”.

Fonte: repubblica.it

La pittura è qualcosa che ci rende libere, la storia su sei artiste vissute di arte.

1553691840794_1553691865.jpeg--la_pittura_e_una_devozione_ribelle_che_rende_libere__dagli_uomini__e_non_solo_Berthe Morisot, Un giorno d’estate (1879)

E’ irrequieto”, si dice dei bambini pestiferi. “E’ un’anima in pena”. Con l’avanzare dell’età l’irrequietezza è propensa a sfociare in un estremo – nella trasgressione o nell’ubbidienza – oppure continua una sommessa esistenza nel reame dei segreti. L’irrequietezza è un sentimento paziente, cerca un altrove, al contempo prova amore per lo stato delle cose, non vi si oppon

 

Elisabetta Rasy ha scritto un libro sulla vita di sei pittrici (Le disobbedienti, Mondadori); a ognuna di loro ha attribuito una condizione dell’anima: Berthe Morisot è l’irrequietezza.

Berthe Morisot, la dama dell’Impressionismo, appartiene al ceto della borghesia benestante di Parigi; destinata al matrimonio, è portata a lezione di pittura per arricchire il bagaglio delle virtù. Con grande dispiacere della madre Cornélie, l’occupazione della virginale giovinezza diventa una ragione di vita. Benché gli ammiratori abbondino tra professionisti e Impressionisti, Berthe protrae la propria verginità per molti anni, in un rifiuto del matrimonio e del cibo a favore dell’unica compagna, la pittura. L’esile Berthe vive un lungo amore platonico per Edouard Manet, posando per lui numerose volte, e alla fine ne sposa il quieto fratello Eugène; è fautrice, insieme ai più trasgressivi tra i suoi compagni, della grande rottura tra l’Impressionismo e l’accademia. Berthe pittrice di donne e di luce vistosamente cancella la tradizione, Berthe figlia rispetta tutte le regole borghesi; è in questo nucleo dialettico che vive la grandezza di un sentimento pacato, l’irrequietezza!

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Giovanna II di Napoli, intrighi e misteri di una regina.

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Giovanna II d’Angiò-Durazzo, la regina famosa per i suoi numerosi amanti, è stata da sempre circondata da un alone di mistero soprattutto per quanto riguarda il destino macabro che attendeva gli uomini sentimentalmente legati a lei. Si racconta, infatti, che la sorte dei suoi amanti, una volta posseduti, fosse la morte, provocata facendoli precipitare in trappole costruite ad hoc nei luoghi degli incontri o rinchiudendoli in segrete da cui non sarebbero più usciti vivi. Oggi gli storici stanno rivalutando la sua personalità, allontanandola sempre più dal mito popolare e tentando di capire le sue scelte amorose dal punto di vista psicologico.

Ma chi era veramente   la cosiddetta Ape Regina mangiatrice di uomini? Giovanna II d’Angiò, soprannominata Giovannetta,  figlia    del re Carlo III d’Angiò e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della scomparsa del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte.

“Femines non sunt ut homines viriles” (“le donne non sono virili come gli uomini”),  cioè la regina non  è una donna forte, disse di lei il fiorentino Doppo degli Spini. Sovrana debole e insicura, Giovanna fu intuitiva ed assennata, generosa e caritatevole (sostenne molti istituti di assistenza), costretta, però,  a vivere in un mondo dominato da scaltre figure maschili, dove a contare erano la forza e l’astuzia. Impreparata a regnare, essendo arrivata tardi al trono, nata per l’amore e non per la guerra (di lei dicevano che lassavese vencere secretamente alla tentazione della carne) , probabilmente non fu affatto la scaltra e dissoluta mangiauomini dipinta dai detrattori, ma una donna sola, costretta ad assumersi responsabilità e a fronteggiare insidie alle quali non era stata preparata, vittima di avidi personaggi e di squallidi raggiri, costretta, nelle avversità (contro gli attacchi dei due più acerrimi contendenti, Alfonso V d’Aragona e Luigi d’Angiò)  a barcamenarsi, aiutata più concretamente, in quel suo mondo in tempesta, dai capitani di ventura, come lo Sforza, il Caldora e il Colleoni.

Il suo regno fu estremamente travagliato e la sua vita  fu attraversata da alterne vicende domestiche e sentimentali. Arrivata al potere a quarantatrè anni, senza alcuna pratica di governo, dopo aver trascorso la giovinezza tra svaghi, divertimenti, feste e amori, fu costretta,  per aver ereditato un regno instabile e vacillante, a lasciarsi guidare da consiglieri astuti ed ambiziosi. Quando rimase vedova di Giovanni d’Austria, dal quale non aveva avuto figli, il suo favorito Pandolfello Piscopo, detto Alopo (secondo alcuni ex stalliere, secondo altri di buona famiglia, prima coppiere e poi da lei nominato Gran Camerlengo), con il quale ebbe un lungo legame amoroso,   malvisto dai baroni,  la spinse a risposarsi, nel 1415,  col francese Giacomo II di Borbone, conte della Marca, un uomo di nobili origini, ma di pochi scrupoli, al quale però fu riconosciuto solo il titolo di principe consorte.

 

Giovanna II con il secondo marito Giacomo II di Borbone

 Giovanna II con il secondo marito Giacomo II di Borbone

Il Borbone prima accettò il ruolo, poi ci ripensò e volle diventare Re. Fece uccidere l’amante della regina, Pandolfello, mise uomini di sua fiducia in alcuni posti chiave, si attirò l’odio della moglie e di tutta l’aristocrazia. Il popolo, sobillato dai nobili e dai fedeli di Giovanna, si ribellò e a Giacomo gli andò anche bene, perché riuscì a cavarsela e a non finire ammazzato come era accaduto per altri. Tumulti e rivolte popolari lo convinsero a lasciare Napoli e tornarsene in Francia nel 1418.

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