È tutta una questione di potere…

Lo sterminio delle donne non ha fine, non conosce nazionalità né colore della pelle e ciò avviene da molti secoli. La nostra epoca sembra confermare questo terribile trend e nonostante le campagne, le riflessioni, le prese di posizione e le leggi restrittive, ogni giorno una donna cade sotto i colpi di un uomo che non tollera di essere messo da parte.

L’abolizione del delitto d’onore doveva metterci al riparo, ma evidentemente la legge da sola non è sufficiente. Si dice da più parti che deve cambiare la cultura, belle parole ma concretamente cosa significa davvero? Per cambiare la cultura ci vogliono secoli e soprattutto è indispensabile iniziare dalla più tenera età. Per cambiare la cultura è necessario non dimenticare il passato, ricordando una scienziata e filosofa come Ipazia.

Ipazia di Alessandria, vissuta tra la seconda metà del IV e i primi decenni del V secolo, subì sulla propria pelle il maschilismo nella sua manifestazione più violenta.

Matematica, astronoma e anche filosofa, sapeva vivere in mezzo agli uomini, sapeva farsi valere come insegnante in una società in cui la cultura era ancora ad esclusivo appannaggio maschile. Il merito di questa donna straordinaria fu quello di saper diffondere il conoscere, al contrario di chi da sempre voleva detenere il potere dell’istruzione nelle mani di pochi e soprattutto in quelle maschili. Ipazia era per la trasmissione della cultura, pare che divulgasse le sue competenze anche in mezzo alla piazza, disposta a raccontare a chiunque volesse sapere.

Un atteggiamento controcorrente, come fu quello di Socrate, la portò alla morte: Ipazia fu uccisa per mano di alcuni cristiani fondamentalisti e per questa ragione è considerata la prima martire pagana. Con la sua scomparsa finì di esistere un’importante comunità scientifica, quella di Alessandria d’Egitto, e si interruppe per molti secoli il tentativo femminile di conquistarsi un posto apicale nel luogo strategico della cultura. È con grande commozione mista a disappunto che dobbiamo ricordare questa icona della libertà di pensiero per avviare un serio e costruttivo cammino culturale verso la parità di genere. La commozione va poi superata con l’impegno quotidiano, insistendo nel proporre riflessioni, dialoghi, dibattiti.

L’importante è saltare di pari passo le auto-celebrazioni.

Quando si affrontano questioni così importanti e delicate per l’equilibrio della convivenza futura, bisognerebbe imparare a mettere da parte il proprio ego, il proprio desiderio di mostrarsi: parlare di parità contro la violenza, di amore per sconfiggere certi atteggiamenti brutali, non è uno spettacolo teatrale ma una realtà bruciante sulla pelle delle donne.

Ispirarsi ad Ipazia non significa immolarsi (le morti femminili riempiono da sempre la storia, pensiamo ai nove milioni di “streghe” sui roghi medioevali) ma vuol dire lavorare per la causa senza essere di parte.

Raggiungere la parità infatti prevede di dimenticare la propria appartenenza politica, religiosa, di genere e l’orientamento sessuale perché, al di là delle specifiche differenze, siamo tutti esseri umani, donne e uomini, con il desiderio di migliorare il Mondo in cui viviamo. Se cadiamo nella logica del “Io sono meglio di te” non andremo da nessuna parte.

Come scrive la grande astrofisica Margherita Hack nella prefazione del romanzo Ipazia – Vita e sogni di una scienziata del IV secolo:

«Dopo la sua morte molti dei suoi studenti lasciarono Alessandria e cominciò il declino di quella città divenuta un famoso centro della cultura antica, di cui era simbolo la grandiosa biblioteca. Il ritratto che ci è stato tramandato è di persona di rara modestia e bellezza, grande eloquenza, capo riconosciuto della scuola neoplatonica alessandrina. Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica.» (1)

Ora ci possiamo chiedere al di là di tutto, al di là della politica e della regione, quale fu la ragione profonda di quel femminicidio?

Si dice che il maschio che uccide non sopporta l’emancipazione femminile, ma soprattutto come ho scritto in Ho messo le ali (2), il femminicidio è un “delitto del potere perduto”.

La cronaca ci informa, quando parla del femminicidio, che si tratta di un delitto passionale: una definizione che ci appare poco convincente, soprattutto sembra non rendere giustizia alla vittima. Che cos’è la passione? Cosa significa il termine passione se lo leghiamo all’amore? E in che relazione sta con la gelosia? Il termine passione deriva dal latino passus, participio passato di pati che vuol dire patire, soffrire. Pertanto ”passione” contrapponendosi ad “azione” è un verbo che rimanda a qualcosa che si subisce, quindi il delitto passionale nasce dalla sofferenza e dal desiderio di allontanarla da sé togliendo la vita a chi la provoca.

L’amore passionale libera il sublime e là dove c’è l’assoluto vive anche l’incontro con il dolore che è terrore di perdere la felicità, ma nonostante ciò chi ama veramente non può mai giungere ad uccidere perché, quell’amore totale e assoluto che muove solo passioni vitali, non ha nulla a che fare con il togliere la vita a una donna: chi uccide lo fa perché vede vacillare il proprio potere.

Il delitto del potere perduto ha colpito la prima martire pagana, Ipazia, e continua ad uccidere nel 2019: prendiamone atto con lucidità e piena consapevolezza per contribuire, ognuno di noi, alla nascita di una cultura del vero rispetto della donna.

Grazie alla mia amica Maria Giovanna Farina!

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Fonte:
(1) A. Petta, A. Colavito, Ipazia – Vita e sogni di una scienziata del IV secolo, La Lepre, 2011, Roma, pp 8-9.

(2) M. G. Farina, Ho messo le ali, Rupe Mutevole, 2013, Bedonia (PM), pp. 6-7.

Immagine di copertina: per gentile concessione dell’autrice Paola Giordano Titolo “ABBRACCIO”

Tag delitto passionale, Femminicidio, Ipazia di Alessandria

“È come ripetere il ritornello” di Carlos Pujol

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  ILLUSTRAZIONE DI CHRISTIAN SCHLOE

 

É come ripetere il ritornello

É come canticchiare il ritornello

di una vecchia canzone

andando per la strada;

con la testa tra le nuvole,

ignorando quali indizi prodigiosi

si celano nella routine,

come l’amore che a forza di aspettarlo

un giorno finalmente arriva.

Il poeta Carlos Pujol, barcellonese ma autore in lingua castigliana, disegna un personaggio svagato, che cammina leggero per la strada e canticchia il ritornello di una vecchia canzone: in fondo è un sognatore e quindi un poeta, che si abbandona al fatalismo e insegue l’eco di un sogno, mentre gli incantesimi delle parole conosciute gli risuonano intorno.

 

 


Carlos Pujol Jaumandreu (Barcellona, 1936 – 16 gennaio 2012), poeta, traduttore, editore e storico della letteratura spagnolo. Insegnante di Letteratura francese all’Università di Barcellona tradusse, Balzac, Baudelaire, Simenon e Voltaire, ma anche Orwell, Emily Dickinson e Jane Austen, esordì nel 1981 con L’ombra del tempo.

Buone vacanze!

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Cose da raccontarvi ne avrei in abbondanza…

Tuttavia, la stanchezza e il caldo stanno avendo la meglio su di me, e così ho deciso di mandare il blog in ferie con un leggero anticipo rispetto a quanto avevo preventivato.
Tornerò a fine agosto, spero in forma migliore.

Nel frattempo non mi resta che augurare buone vacanze a quei pochi che ancora circolano nella blogosfera e che passeranno da qui!

Paola

Cuore, talento e carattere, il calcio in rosa regala emozioni!

Le nostre ragazze hanno dato spettacolo nel corso del recente mondiale, nonostante le solite, stupide critiche sessiste…

Italy v Brazil: Group C - 2019 FIFA Women's World Cup France

È in auge, e lo sanno tutti: il calcio femminile è il fenomeno sportivo del momento, soprattutto da quando media e persone si sono avvicinate allo sport più praticato del mondo ma in versione rosa. Oggigiorno l’hype del calcio femminile ha raggiunto vette impensabili fino a poco tempo fa, con stadi importanti gremiti per veder giocare delle ragazze che mesi or sono erano ancora sconosciute. Esemplare il caso del San Mamés di Bilbao, che qualche tempo fa si è quasi riempito per un match della squadra femminile locale, registrando ben 48mila spettatori, cifra che raramente si registra nelle partite della compagine maschile. Questa grande passione si è concretizzata in uno degli eventi più importanti di sempre, i mondiali, che si sono svolti in Francia dal 7 giugno al 7 luglio scorsi.

Stiamo parlando dell’ottava edizione di questo torneo, che mai come quest’anno ha avuto su di sé gli occhi di tantissima gente, soprattutto in Europa, dove sempre più ragazze decidono di seguire l’esempio delle pioniere di questo sport. Erano 24, in tutto, le nazioni partecipanti, provenienti da ogni angolo del globo, a conferma della grande portata raggiunta dal calcio femminile.

Riconosco di non essere una grande conoscitrice del calcio femminile, ma mi piace seguire lo sport e, sebbene non abbia potuto, per mancanza di tempo e di mezzi, seguire con costanza questi mondiali, ho sempre cercato di tenermi aggiornata sugli esiti delle partite e sul percorso delle atlete azzurre. Avrei tanto voluto scrivere questo articolo celebrando la vittoria dell’Italia, ma sono contenta e soddisfatta di questo primo risultato e mi auguro che tutto ciò sia il preludio di un futuro più roseo per il calcio femminile come sport in Italia. Me lo auguro ma, sfortunatamente, per adesso non sembrano esserci grandi premesse.

Non certo perché le ragazze non se lo meritino, ma perché da quanto ho avuto modo di leggere, noi italiani (e chiedo scusa se utilizzo questa forma al plurale così erroneamente generica) non siamo ancora pronti ad accettare che uno sport così tipicamente maschile – almeno in questo paese – possa essere esercitato a livello professionistico anche da una donna; senza contare, poi, che queste atlete vengono spesso mascolinizzate e criticate anche per il loro aspetto e atteggiamento “poco femminile” e, pertanto, assai discutibile.

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Molti hanno sottolineato che il calcio femminile non offre lo stesso spettacolo di quello maschile ed è molto più lento e noioso. Parliamo di due tipologie di sport completamente differenti e non si può pensare di fare un paragone, così come non si possono mettere sullo stesso piano tantissimi altri sport a seconda se praticati da maschi o femmine. Certo che sono differenti, così come è differente il corpo maschile da quello femminile, la muscolatura, le peculiarità fisiche. Nessuno sport sarà mai uguale a seconda del genere che lo pratica, avremo sempre delle differenze significative che non rendono, in ogni caso, una versione migliore o peggiore dell’altra.

È una critica che può avere senso finché rimane una mera osservazione, ma se nasce per far polemica, allora dovrebbe essere semplicemente stroncata prima ancora di avere il tempo di creare inutili dissapori. Comunque il vero problema sta nel fatto che molti dei commenti che ho letto su internet (e talvolta anche sui giornali, cosa assai più grave) in merito alle atlete della nazionale femminile, erano di origine e matrice sessista. Qualcuno potrebbe dire che sono esagerata e che non posso continuare a vedere del sessismo ovunque, ma, credetemi, le mie accuse hanno un solido fondamento. Si tratta di vero sessismo sia che si voglia  oggettivare una donna per essersi messa in una posizione che, se fosse stata assunta da un uomo, avrebbe dato minore adito a commenti e battutine maliziose, e sia  che si tratti di criticare il suo aspetto in quanto troppo mascolino.  O darle della lesbica perché se pratichi uno sport del genere non possono piacerti gli uomini, o del maschiaccio perché è difficile immaginare che una volta uscita dagli spogliatoi possa indossare una minigonna o dei tacchi alti.

O definirla una dilettante perché lo sport che pratica non la rende certo al livello dei suoi colleghi maschi, specialmente se consideriamo il suo stipendio. Eppure sono molte le atlete italiane di fama mondiale, donne alle quali non ho mai visto riservare un simile trattamento – al contrario, molte di loro vengono elogiate come le campionesse che sono – e questo mi fa pensare che il problema di base sia proprio il calcio, lo sport maschio per eccellenza, che probabilmente può essere praticato alla perfezione solamente da persone dotate di un cromosoma Y. Quanto meno in Italia. Non so voi, ma tutto questo mi mette addosso una grande tristezza, perché non fa altro che sottolineare il fatto che viviamo in un paese nel quale le donne sembrano essere ancora inferiori agli uomini o, quanto meno, che possano esistere donne dotate di una particolare forza e di un intenso ascendente sulle persone che le circondano.

man-1131008_1920-1060x1060Insomma, basta vedere come la maggior parte del popolo italiano ha reagito di fronte alla presa di posizione della capitana della Sea Watch Carola Rackete, o di come sia stata criticata la giovane Greta Thumberg per la sua accesa lotta all’ambiente: donne evidentemente frustrate, riccone viziate, insoddisfatte, manipolate… Mai una volta che si faccia leva sulle loro virtù e dire che ce ne sarebbero un bel po’ da elencare. Che cosa significa questo? Che il nostro paese ha paura delle donne forti e sicure di sé e teme che siano una minaccia.

Essere per la parità di genere significa che una donna può porsi allo stesso livello di un uomo, senza alcuna intenzione di sottometterlo… Ma allora perché si fa ancora tanta fatica ad accettarlo? Sfortunatamente non ho la risposta ed è un vero peccato, perché questo potrebbe magari aiutarmi ulteriormente nella mia costante lotta contro il sessismo e gli stereotipi di genere! Quella delle nostre atlete è soprattutto una narrazione  che parla di talento, determinazione, dedizione.

È questa la prima vera grande vittoria per la Nazionale femminile di calcio. Ed è una vittoria cui sappiamo di aver dato il nostro contributo. Non ci fermeremo fino al raggiungimento di una piena e doverosa parità di genere perché tutto questo ha un’importanza che va oltre lo sport.

Le disuguaglianze sistematiche nello sport hanno un grave impatto sulle vite delle persone e riflettono altre disuguaglianze sociali, economiche e politiche. Ed è  per questo che noi non smetteremo di combattere.

@pc

 

 

Non ero amata…

                                       John Everett Millais “Ofelia”

Ofelia

Ah, come a lungo giacerò
nelle acque vitree, nella rete d’alghe,
prima di credere alfine alla semplice
verità: non ero amata.
Maria Pawlikowska

(da Baci, 1926 – Traduzione di Krystyna Jaworska)

La poeta polacca Maria Pawlikowska eccelse nella miniatura lirica, nelle quartine epigrammatiche capaci come questa di colpire sul loro termine come una stilettata.

La storia di Ofelia è famosa: Amleto, per impedire la congiura ordita dal padre di lei Polonio, che utilizza l’ingenua fanciulla per i suoi scopi e far credere pazzo Amleto, dichiara di non averla mai amata e la offende, abbandonando poi la scena.

Ofelia non para il colpo : “E io, la più infelice e derelitta / delle donne, ch’ho assaporato il miele / degli armoniosi voti del suo cuore, / debbo mirare adesso, desolata, / questo sublime, nobile intelletto / risuonare d’un suono fesso, stridulo, / come una bella campana stonata”, anzi comincia a impazzire e affoga in un ruscello mentre coglie fiori per farne ghirlande.

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska, nata Kossak (Cracovia, 24 novembre 1891 – Manchester, 9 luglio 1945),, poeta polacca. Autrice prolifica, denominata la “Saffo polacca”, fu la regina della scena poetica del suo paese durante il periodo tra le due guerre.

Il colore rosa: storia, curiosità e racconti!

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Il colore universalmente più gradito pare essere l’azzurro, eppure siamo qui a parlare del colore rosa. Quello tra rosa e azzurro sembra essere uno scontro tra colori impossibili (cromaticamente), tuttavia sono strettamente connessi. Rappresentano una netta e palese dicotomia, semplice ed elementare: maschio/femmina.

Sicuramente quello dei colori attribuiti alla differenza di genere è uno degli stereotipi più scontati di sempre. Quindi è solo per questo motivo che esiste tanta spontanea e amorevole sudditanza nei confronti del colore rosa da parte di tutte – o quasi – le donne? Un amore incontrastato e indissolubile dato da un fiocco di nascita e un paio di vestitini?

La spiegazione invece appare essere assai più interessante, addirittura di tipo evolutivo. 

Alcuni studiosi inglesi sostengono che l’attitudine al colore rosa sia una predilezione naturale, risalente all’epoca in cui le donne si occupavano di raccolti. Donne che, nei secoli, hanno sviluppato una sempre più forte sensibilità nei confronti dei colori tendenti al rosso, ovvero quelli dei frutti maturi. Tuttavia l’associazione tra il rosa e la donna avviene solo in tempi relativamente recenti.

Scorgendo alcuni testi sulla storia della moda e del costume emerge che fino al 1800 il colore rosa era assolutamente adeguato per un uomo, tanto da essere presente sui suoi abiti, decorati da vistosi ricami floreali. I bambini, invece, vestivano di bianco, indistintamente dal sesso. 

È solo nei primi del ‘900 che scoviamo i primi riferimenti all’attribuzione dei colori al sesso.

Nel romanzo “Piccole Donne”, Louisa May Alcott fa riferimento a dei nastrini rosa e azzurro per distinguere due bambini di sesso opposto, giustificando tale scelta come un’influenza dettata della moda francese di quegli anni.

Qualche decennio dopo, invece, in una scena molto celebre del romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby” si presenta a un pranzo indossando un abito gessato rosa, confermando il fatto che questo colore era molto apprezzato dai giovani dandy americani dell’epoca e, soprattutto, che non era ancora un colore identitario.

Intorno agli anni ‘40 le cose iniziano a cambiare: gli uomini indossano colori sempre più scuri, per via dell’ambito lavorativo frequentato – principalmente legato al mondo degli affari – e le donne, invece, iniziano a indossare toni chiari e delicati, legati all’immaginario della “casalinga perfetta”. 

Inoltre, le teorie sulla sessualità di Freud hanno un impatto non indifferente sulla distinzione di genere e fu proprio in quegli anni che iniziò a concretizzarsi maggiormente la questione, iniziando a differenziare così i colori dell’abbigliamento e degli accessori dei bambini.

È negli anni ’50 che avviene, quasi inspiegabilmente, una precisa assegnazione dei colori: il rosa viene identificato come il colore femminile per eccellenza. Non solo nell’abbigliamento, ma anche nei beni di consumo e addirittura nelle automobili; impossibile dimenticare la famosa Cadillac rosa che determinò il suo posto sull’olimpo del lusso automobilistico americano dell’epoca. Il prezzo era sopra i 7000 dollari, una cifra esorbitante per quegli anni.

Un colore tanto amato quanto odiato, quello associato alla femminilità. Motivo per cui, tra gli anni sessanta e settanta, venne fortemente additato dai movimenti femministi che, non avevano tanto un problema strettamente legato al colore, quanto al sillogismo: rosa= bambina/fragilità/donna. 

Da questo momento in poi un po’ d’ironia sul tema, nonché l’inizio del riscatto. Nasce in quel periodo il fumetto di Barbapapà; nella rappresentazione vediamo come protagonista una famiglia in cui vi è un uomo-padre, raffigurato interamente in rosa, e una madre, raffigurata in colore nero. Furono gli anni ottanta a imporre, definitivamente, l’idea dei colori che marcatamente segnalavano il genere d’appartenenza. Le strategie di marketing in questo periodo storico diventano sempre più vincenti. Un crescendo di successi in quegli anni, e Barbie – la bambola più famosa del pianeta – consolida in tutto e per tutto la “femminilizzazione” del rosa.

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Il boom è in corso. Quasi tutte le bambine ne diventano avvezze. La cameretta ha i muri rosa, il primo zaino per la scuola è rosa, così come i fiocchi per i capelli o i costumi di carnevale da principesse e, per non farci mancare nulla, anche il pigiama per andare a dormire. Insomma, la lista è molto lunga.

Nel corso degli anni abbiamo accettato più o meno tutte con il sorriso questa predisposizione. Spesso senza chiederci chi avesse preso questa decisione e perché. Sembrava “sensata”. D’altronde quale altro colore avrebbe potuto esprimere altrettanto bene la delicatezza di una donna? In psicologia il significato del colore rosa è di tranquillità e serenità. Forse anche per questo motivo è sembrato normale, nella società occidentale e di quegli anni, spingere l’associazione tra questo colore e la sfera femminile. La storia che ha reso il rosa il colore per eccellenza delle donne è complessa e non manca di matrici maschiliste, che tutte noi rifiutiamo.

Detto questo però, oggi, le donne lo utilizzano con molta personalità e senza timore. Il rosa è diventato uno dei colori più amati nella moda, nei social e nell’arredo.

Negli ultimi anni le multinazionali hanno fanno incetta di oggetti per “pink addicted” e le cosiddette “quote rosa” nelle aziende sono diventate un modello da perseguire, che funziona e accresce sempre maggiormente.                       

Una fetta di mercato importante quella legata a questo mondo, sempre più in espansione.Il colore può dunque aiutare la percezione positiva e aumentare le ‘conversion’ – in termini digitali.

Il muro rosa di Paul Smith ad esempio, a West Hollywood – Los Angeles, è uno dei più fotografati di sempre. Blogger, influencer e persone comuni provenienti da tutto il mondo vi si recano in centinaia ogni giorno solo per farsi una foto, accrescendo così sempre di più la popolarità del marchio. Nella grande mela invece, negli ultimi anni, c’è stato un boom dei fotografatissimi Cafè rosa. A seguire il trend non poteva mancare nella City. A Londra, infatti, in tempi non lontani, sono nati il famoso Elan Cafè e la floreale pasticceria più amata dalle donne arabe Peggy Porschen.
Da New York alla capitale britannica i luoghi di culto per le affezionate del rosa sono numerosi. È davvero molto difficile prendere posto per un brunch o uno spuntino in questi locali; le code sono davvero lunghissime e le ragazze trascinano fidanzati e famiglia per il piacere di scattare una foto da postare sui loro social. Dunque, rosa a profusione.

Figlio del consumismo americano e bersaglio come peggior nemico delle ‘gender theories’, oggi questo colore diventa alleato.

Non a caso, il rosa è il simbolo del movimento femminista, nonché quello della prevenzione del tumore al seno ( anche se a me non piace molto!) . Ogni anno, nel mese di ottobre, per la “Breast Cancer Campaign”, campagna di sensibilizzazione ideata da Evelyn H. Lauder,  viene illuminato di rosa uno dei monumenti più rappresentativi di oltre 70 nazioni, per suscitare interesse nei confronti di un tema di grande rilevanza sociale.

pc

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ágnes Heller… fiera di essere donna!

 

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“….sentire e pensare da donna. Proprio per questo aveva accenti critici per quell’emancipazione così mal interpretata, come se si trattasse solo di prendere il potere imitando i maschi. La liberazione, insieme a un diverso rapporto con il potere, è ancora di là da venire. Ma in tale contesto puntava l’indice contro la politica: «Curiosamente la Sinistra non si è fidata delle donne, sebbene le prime donne politicamente influenti siano state quelle attive nei movimenti socialisti».”

Chi era Ágnes Heller

Sopravvissuta ad Auschwitz, perseguitata sotto il comunismo, poi estromessa dall’università e diffamata dal regime sovranista di Viktor Orbán, Agnes Heller è stata per generazioni, nel secolo scorso e in questo secolo, la massima grande dame e il cervello di punta del pensiero critico e della sfida lucida e senza paura a ogni totalitarismo e ad ogni autocrate. Da poco aveva compiuto 90 anni, era sana e lucida, vivacissima e pronta a nuovi eventi pubblici, anche in Italia. È andata a fare una nuotata nel lago Balaton ma non è tornata, gli amici l’hanno attesa invano a riva poi la polizia ha trovato il suo corpo. Forse arresto cardiaco, l’annegamento è probabile. Ci ha lasciati lo scorso 19 Luglio.

Nata a Budapest il 12 maggio 1929, figlia della colta borghesia ebraica, sopravvissuta ad Auschwitz insieme alla madre (il resto della famiglia morì nei lager nazisti) e alle persecuzioni del regime comunista, Heller era stata allieva di Gyorgy Lukács ed esponente di spicco della cosiddetta “scuola di Budapest”

La sua ricerca, ispirata a una lettura del marxismo in chiave antieconomicista e antropologica, è stata prevalentemente rivolta alla ricostruzione di un orizzonte etico. Marxista eterodossa e dissenziente durante il regime comunista, Heller era stata l’alfiere della teoria dei “bisogni radicali” (intesi come il vero terreno di scontro tra soggettività e potere) e della “rivoluzione della vita quotidiana”.

Tra le sue opere principali spiccano ‘Sociologia della vita quotidiana’ (1970), ‘La teoria marxista della rivoluzione e la rivoluzione della vita quotidiana’ (1972), ‘La teoria dei bisogni in Marx’ (1974), ‘Le forme dell’uguaglianza’ (1978), ‘Morale e rivoluzione’ (1979), ‘La filosofia radicale’ (1979).

Assistente di Lukács all’Università di Budapest, Heller ne fu espulsa nel 1959 e i suoi scritti sottoposti al veto di pubblicazione; riammessa nel 1963 all’Accademia delle Scienze ungherese, divenne tra i più noti esponenti della cosiddetta Scuola filosofica di Budapest, nel 1978 accettò un incarico presso l’Università di Melbourne (Australia) per trasferirsi poi all’Università di New York, dove ha ricoperto la cattedra intitolata a Hannah Arendt. É stata vincitrice del Sonning Prize nel 2006.

Nel 2018 è stata pubblicata in Italia la raccolta di saggi ‘Marx. Un filosofo ebreo-tedesco’ (Castelvecchi) e nel 2019 il suo ultimo libro ‘Orbanismo. Il caso dell’Ungheria: dalla democrazia liberale alla tirannia’ (Castelvecchi). Castelvecchi ha pubblicato anche ‘Breve storia della mia filosofia’ (2016) e ‘La memoria autobiografica’ e ‘Solo se sono libera’ (2017)

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