Io come voi, di Alda Merini

by-alexandra-seinet

 

 

Io come voi sono stata sorpresa
mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d’amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.
Io come voi ho pianto,
ho riso e ho sperato.
Io come voi mi sono sentita togliere
i vestiti di dosso
e quando mi hanno dato in mano
la mia vergogna
ho mangiato vergogna ogni giorno.
Io come voi ho soccorso il nemico,
ho avuto fede nei miei poveri panni
e ho domandato che cosa sia il Signore,
poi dall’idea della sua esistenza
ho tratto forza per sentire il martirio
voltarmi intorno come colomba viva.
Io come voi ho consumato l’amore da sola
lontana persino dal Cristo risorto.
Ma io come voi sono tornata alla scienza
del dolore dell’uomo, che è la scienza mia.

Otto marzo… c’è ancora molto da fare!

Otto marzo: Giornata Internazionale della donna, definita comunemente “Festa della donna”. 

Non metterò in queste righe né il facile sarcasmo verso la piega consumistico-superficiale che talvolta prende la celebrazione di questa giornata, né il discorso un po’ disfattista (anche se comprensibile) che sostiene l’inutilità di celebrare la donna un solo giorno all’anno, se poi tutti gli altri giorni (ma anche l’8 marzo, molto spesso) i diritti di moltissime donne vengono calpestati come nulla fosse.

No, vorrei partire semplicemente dai fatti (comunque non sempre identificati in modo univoco) che hanno condotto a dedicare una giornata alle donne e chiedermi che valore, questa giornata, può e dovrebbe avere ancora oggi.

L’8 marzo ha le sue radici nel Movimento internazionale socialista, quando nel 1907 Clara Zetkin e Rosa Luxemburg organizzarono la prima Conferenza internazionale della donna.

L’anno successivo, a Chicago, proprio a una delle conferenze del partito socialista, in mancanza dell’oratore ufficiale prese la parola la socialista Corinne Brown, ferma sostenitrice dei diritti delle donne. La Brown affrontò il discorso dello sfruttamento da parte dei datori di lavoro nei confronti delle operaie, quello delle discriminazioni sessuali e quello dell’estensione del diritto di voto alle donne.

Questo fu quindi il primo atto del Woman’s day (come fu chiamata in seguito la Conferenza internazionale delle donne). Ma la vera svolta della Giornata della donna si ebbe a Copenaghen alla Conferenza internazionale del 1910, quando in seguito allo sciopero di 20.000 operaie di New York, durato tre mesi, si decise di istituire in tutto il mondo una giornata che fosse dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne.

Spesso si legge che la celebrazione dell’8 marzo è nata per ricordare il grave incendio alla fabbrica di camicie “Triangle Shirtwaist Company” di New York (ma a volte viene citata erroneamente una fabbrica di Boston),  avvenuto il 25 marzo del 1911: in realtà questo episodio fu solo una delle cause che portarono  a istituire questa giornata celebrativa.

Nel rogo morirono 146 operai di cui 129 donne: durante il lavoro erano state rinchiuse a chiave nello stabilimento per il timore di furti o di pause troppo lunghe. Alcune di loro avevano 12 o 13 anni, facevano turni di 14 ore al giorno e la settimana lavorativa andava dalle 60 alle 72 ore con un salario bassissimo.

E qui vorrei aprire una piccola parentesi: queste situazioni lavorative richiamano alla mente  quanto è accaduto in  Bangladesh il 24 aprile del 2013, quando crollò il Rana Plaza Hotel causando la morte di 1.130 lavoratori tessili. Lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza e anche quel giorno vennero ignorati gli avvertimenti sulla fragilità e l’insicurezza dell’edificio. Evidentemente, nonostante siano passati cento anni di storia tra i due eventi disastrosi, i diritti minimi dei lavoratori, donne e uomini, non sono ancora la priorità, nel mondo.

In ogni caso la tragedia della fabbrica di New York è ricondotta alla festa della donna perché è indubbio che contribuì moltissimo alla riforma della legge del lavoro negli Stati Uniti e quindi ad assicurare più diritti alle lavoratrici (ed è effettivamente uno degli eventi commemorati).

La celebrazione della Giornata della donna fu poi interrotta durante la Prima Guerra Mondiale, ma l’8 marzo 1917, a San Pietroburgo, le donne si unirono in una grande manifestazione per rivendicare la fine della guerra: questo fatto incoraggiò il popolo alle successive mobilitazioni che portarono alla rivoluzione e quindi al crollo dello Zar.

Quella data è quindi rimasta come il giorno in cui, grazie alle donne russe, ebbe inizio la Rivoluzione. Per questo motivo nel 1921, la seconda Conferenza internazionale delle donne comuniste fissò come data celebrativa per la giornata dedicata alla donna proprio l’8 marzo.

 In Italia la questa giornata fu celebrata per la prima volta il 12 marzo 1922, per iniziativa del Partito comunista che volle festeggiarla la prima domenica successiva all’8 marzo di quell’anno, e poi in modo veramente ufficiale nel 1946 quando nacque anche l’idea di abbinare a questa giornata il fiore della mimosa. In particolare questa proposta fu di Rita Montagnana e Teresa Mattei, due attiviste dell’UDI (Unione Donne Italiane): fu scelta la mimosa perché fiorisce nei primi giorni di marzo ed era accessibile a tutte le classi sociali.

Negli anni successivi, l’8 marzo è diventato occasione e momento simbolico di rivendicazione dei diritti femminili (dal divorzio alla contraccezione fino alla legalizzazione dell’aborto) e di difesa delle conquiste delle donne. Ufficialmente, nel mondo, fu però solo nel 1977 che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose una giornata per le donne (United Nations Day for Women’s Rights and International Peace).

Quindi, andando alle origini, si può vedere come la Festa delle donne sia nata proprio per celebrare il  momento in cui  i diritti civili delle donne hanno cominciato a esistere  almeno nel pensiero della società.  Poi, da qui a poter dire che le donne di tutto il mondo vedano effettivamente rispettati i loro diritti manca ancora tanta strada!

E infatti ancora non esiste la piena parità nel lavoro, non la parità a vivere una sessualità sana e responsabile senza coercizioni (come prevede lo statuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, se non bastasse la semplice e sacrosanta idea che tutti, uomini e donne, dovremmo avere gli stessi diritti) e soprattutto senza mutilazioni e violenze nel corpo o nello spirito, non la parità di istruzione, di espressione, di immagine (si va da donne troppo nascoste a donne troppo esposte: si pensi alla pubblicità, per esempio, che continua a presentare la donna come un semplice oggetto sessuale, oltre a costringerla alla perfezione estetica), non la parità nel vivere a pieno l’infanzia (si pensi al problema delle spose bambine o allo sfruttamento sessuale delle minori in alcuni -troppi- paesi del mondo) e sicuramente  non ho esposto tutte le parità mancate.

È chiaro che questa giornata non può essere considerata simile agli altri giorni “dedicati a” qualcuno o qualcosa: alla mamma, al papà, ai nonni, agli innamorati. La giornata dedicata alla donna, in realtà, serve a ricordarci che c’è ancora molto da fare, quindi se ci viene regalato un rametto di mimosa non storciamo il naso con un accenno di snobismo femminista: è solo un simbolo, è vero (e spesso strumentalizzato per fini commerciali), come è vero che non basta un giorno all’anno per ricordarci delle donne, ma se non ci fosse nemmeno questo giorno? Sì, paradossalmente sarebbe molto meglio che non ci fosse una Festa della donna (con buona pace di chi vorrebbe continuare a guadagnarci sopra), come non c’è quella dell’uomo, del resto. Vorrebbe dire che al mondo non ci sono più diritti violati!  C’è poco da fare: i diritti delle donne, in qualsiasi campo, devono essere ancora affermati o difesi.

Quello che conta è che non ci sia assuefazione alla mancanza di diritti: il senso vero di questa giornata starebbe quindi nel fatto che non dobbiamo dimenticarci dei diritti che ancora mancano.

Una cosa sì, però, è forse totalmente inutile: gli auguri. «Auguri!», e perché?  Non è un uomo, che ci deve dire «Auguri!», né dobbiamo dircelo tra noi donne, mentre ridiamo a comando in qualche raduno serale: siamo noi tutti, donne e uomini, che dovremmo augurarci, o meglio impegnarci, perché i diritti delle donne in questo caso, ma in generale di nessuno, non vengano più violati.

E come disse la Mattei, l’ex partigiana che negli anni successivi alla guerra avrebbe continuato a battersi per i diritti delle donne (e che, appunto, scelse la mimosa come simbolo dell’8 marzo in Italia): “Quando nel giorno della Festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa, penso che tutto il nostro impegno non è stato vano”.

E quindi… impegniamoci, tutti, a partire dalla nostra piccola realtà quotidiana. Con o senza mimosa ❤ ❤

 

‘Amazzoniche’ considerazioni

 

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Ai tempi dell’Iliade le Amazzoni erano considerate , in una società maschilista come quella greca, delle nemiche dei Greci. L’esistenza stessa di donne guerriere non era neanche concepibile.

In un paese come l’Italia poi, la storia delle donne militari comincia appena nel 1992 con un primo test realizzato dall’Esercito Italiano per sondare l’opinione pubblica in merito ad un’eventuale presenza delle donne nelle Forze Armate. Così, un gruppo di donne si cimentò in vari tipi di prove: addestramento formale, percorso di guerra, addestramento al tiro, scuola di pilotaggio.
Anche se lo superarono positivamente, si dovette giungere al 1999 per vedere approvata la legge numero 380 che ne prevede l’inserimento nelle Forze Armate….

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by Shewolfoclock

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Ai tempi dell’Iliade le Amazzoni erano considerate , in una società maschilista come quella greca, delle nemiche dei Greci. L’esistenza stessa di donne guerriere non era neanche concepibile.

In un paese come l’Italia poi, la storia delle donne militari comincia appena nel 1992 con un primo test realizzato dall’Esercito Italiano per sondare l’opinione pubblica in merito ad un’eventuale presenza delle donne nelle Forze Armate. Così, un gruppo di donne si cimentò in vari tipi di prove: addestramento formale, percorso di guerra, addestramento al tiro, scuola di pilotaggio.
Anche se lo superarono positivamente, si dovette giungere al 1999 per vedere approvata la legge numero 380 che ne prevede l’inserimento nelle Forze Armate.

Ci sono poi voluti altri dieci anni per considerare le donne militari italiane quasi una realtà.

Nonostante ciò, quello che mi viene da pensare, oltre a quanto estenuanti siano i processi di trasformazione della società italiana, riguarda piuttosto l’atteggiamento psicologico che sottende a questo tipo di desiderio / necessità.

amazzoni

Se da un lato per una società questo potrebbe considerarsi come un progresso come donna, mi pare di intravedere in questa scelta il rischio di incorrere in un tipo ancora peggiore di sottomissione, quella ad una gerarchia che vede, secondo una logica comunque ancora maschilista, spesso poche donne nei ruoli di comando.

Un’altro aspetto poi che mi rende perplessa è quello di capire come una donna senta in sè la voglia di imbracciare un fucile, non per difesa di sè o della sua prole, ma per supposta difesa di un paese.

La donna patriota non ci è nuovo come concetto nella storia e nemmeno la donna in armi, ma ha forse più…

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E Dio mi fece donna…

È un inno alla femminilità questa poesia intrisa di sensualità e orgoglio, caratteristiche che hanno sempre contraddistinto l’autrice nicaraguense Gioconda Belli (1948).

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Giornalista, poetessa e scrittrice di fama internazionale, ha partecipato attivamente alla lotta del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza affrontando rischi enormi, vivendo la perdita di tanti compagni e la tristezza dell’esilio. “Sono stata due donne e ho vissuto due vite. Una delle due donne voleva far tutto secondo i canoni classici della femminilità: sposarsi, fare figli, nutrirli, essere docile e compiacente. L’altra aspirava ai privilegi maschili: sentirsi indipendente, essere considerata per se stessa, avere una vita pubblica, la possibilità di muoversi, amanti. Ho consumato gran parte della vita alla ricerca di un equilibrio tra queste due donne, per unirne le forze, per non essere dilaniata dalle loro battaglie a morsi e graffi. Penso di avere ottenuto, alla fine che entrambe le donne coesistessero sotto la stessa pelle. Senza rinunciare a sentirmi donna, credo di essere riuscita a essere anche uomo”.

E Dio mi fece donna
di Gioconda Belli

E Dio mi fece donna,
con capelli lunghi,
occhi,
naso e bocca di donna.
Con curve
e pieghe
e dolci avvallamenti
e mi ha scavato dentro,
mi ha reso fabbrica di esseri umani.
Ha intessuto delicatamente i miei nervi
e bilanciato con cura
il numero dei miei ormoni.
Ha composto il mio sangue
e lo ha iniettato in me
perché irrigasse tutto il mio corpo;
nacquero così le idee,
i sogni,
l’istinto
Tutto quel che ha creato soavemente
a colpi di mantice
e di trapano d’amore,
le mille e una cosa che mi fanno donna
ogni giorno
per cui mi alzo orgogliosa
tutte le mattine
e benedico il mio sesso.

Il dipinto è “Danae” realizzato tra il 1907 e il 1908 dal pittore austriaco Gustav Klimt. L’opera si trova a Vienna, alla Galerie Würthle.

Grazia Deledda, Nobel dimenticato!

manfredi_Grazia deledda_2005.jpgGrazia Deledda è il simbolo della donna italiana (o meglio isolana!) di fine Ottocento. Il contesto storico – sociale in cui si formò non fu certo quello dei grandi centri di cultura e quando intraprese la carriera letteraria non erano molti in Italia, i narratori di professione, cioè gli scrittori che vedessero nella scrittura lo strumento adatto per stabilire un rapporto solido e continuativo con gran parte del pubblico.

Penultima di sei figli, Grazia Deledda nasce a Nuoro, nel cuore della Sardegna, il 27 ottobre del 1871, in una famiglia alquanto agiata. Il padre Giovanni Antonio, imprenditore dotato di buona cultura, scrive e pubblica , a proprie spese, versi in vernacolo sardo. Retto, saggio, stimato da tutti, è la figura modello di Grazia, che eredita, invece, il carattere forte, severo e schivo della madre, Francesca Cambosu, perfetta padrona di casa e buona moglie, forse non innamorata del marito (come la Deledda suppone nel suo romanzo autobiografico “Cosima”). In questo contesto Grazia vive un grande isolamento culturale, riuscendo a completare soltanto gli studi elementari, in obbedienza alle regole del tempo che vogliono i maschi dediti allo studio e le figlie femmine in attesa di un buon matrimonio.

Grazia contesta questi pregiudizi maschilisti con forza, coraggio e perseveranza, combattendo la sua eccessiva timidezza e coltivando il suo italiano per quello che avverte come un destino inequivocabile: la scrittura.Legge con passione versi, novelle e romanzi e ben presto comincia anche lei a comporre, “ costretta a scriveremo da una forza sotterranea i casi e gli affetti della sua esperienza provinciale” (dal romanzo “Cosima”). Nel 1888, a soli diciassette anni, la Deledda pubblica il suo primo scritto, intitolato “Sulla Montagna”, per il settimanale illustrato “Paradiso dei bambini” edito da Eduardo Perini a Roma. Nello stesso anno pubblica sulla rivista del Perini il racconto “Sangue sardo” e, sempre nel 1888, comincia a collaborare al periodico “L’Ultima Moda”, anch’esso dell’editore romano, con racconti più lunghi, pubblicati a puntate con lo pseudonimo Ilia di Saint-Ismael.

L’anno successivo sullo stesso periodico, appare un altro suo racconto “Cose infantili”. Si tratta di bozzetti dall’intreccio semplice, ma che già nella descrizione del paesaggio rivelano quel sentimento lirico legato alla natura che si affinerà nelle opere successive. La collaborazione a “L’Ultima Moda” si prolungherà sino al 1894 con racconti e poesie. Nel 1891 ha inizio la collaborazione a “Vita Sarda , una rivista di Cagliari, con il racconto “Vendetta d’amore”, collaborazione che, accolta con favore dal pubblico femminile, durerà sino al 1893, anno in cui la rivista cessa le pubblicazioni. (altro…)

L”amore nella poesia di Marina Ivanovna Cvetaeva

Tra le voci più belle e interessanti del Serebrjanyj Vek russo (letteralmente il «secolo d’argento», periodo all’inizio del XX secolo chiamato così per contrasto con il «secolo d’oro» di classici come Aleksandr Sergeevič Puškin o Fëdor Michajlovič Dostoevskij) vi è quella di Marina Ivanovna Cvetaeva, nata a Mosca nel 1892 e morta suicida a Elabuga nel 1941.Marina_Tsvetaeva_by_Max_Voloshin_1911_rit

La vita di Marina è una continua ricerca, attraverso la poesia, di un amore totalizzante che non riesce a trovare nella realtà. In una lettera del 1923, scrive al collega Aleksandr Bachrach: «Io devo essere amata in modo del tutto straordinario per poter amare straordinariamente». Marina ricerca quella passione nel marito Sergej Jakovlevič Efron, nella poetessa Sofija Jakovlevna Parnok – con la quale ha una relazione sentimentale fra il 1914 e il 1916 –, negli svariati amanti che incontra negli anni in cui vive in esilio per via delle sue posizioni anticomuniste. La cerca, senza trovarla mai.

La raccolta Scusate l’amore racchiude le poesie d’amore scritte da Marina fra il 1915 e il 1925, dedicate al marito, ai suoi amanti, ma anche a colleghi da lei stimati come Boris Leonidović Pasternak, Aleksandr Aleksandrović. Chi si avvicina per la prima volta alla poesia di Marina  rimane colpito dall’estrema frammentazione dei suoi versi, continuamente interrotti dall’uso dei trattini.

Il trattino rappresenta una rottura nella frase, così come tutti gli amori, perfino quelli che finiscono col deluderci, rappresentano una rottura nelle nostre vite. Comunque evolva un amore, si parla sempre di un prima e di un dopo.

 Io ci sono – Tu ci sarai

Io ci sono. Tu – ci sarai. Ci divide un abisso.

Io che bevo. Tu – che riardi. Come fare a trovarci?

Dieci anni, anzi no, centomila

ci separano. I ponti Dio non li fa.

«Sii! Ora!» è il mio comandamento. O almeno

va’ per la tua strada e lasciami crescere.

Io ci sono. Tu – ci sarai. Tra dieci inverni

tu mi dirai: «Ora ci sono!», ma io: «Era tanto tempo fa…»

(Traduzione di Marilena Rea)

Scusate l’amore è un’opera in cui chiunque sia stato innamorato non può che riconoscersi. Marina parte dai primi incontri, racconta l’estasi amorosa, ma anche la gelosia e il risentimento dopo la separazione. L’amore delude fin troppo spesso Marina, che lo dipinge come un mendicante che «se ne va con ciabatte scalcagnate, e certe volte non ha nemmeno quelle». Le sue poesie hanno il pregio di essere estremamente curate dal punto di vista formale, pur raccontando qualcosa di semplice come l’amore colto nella sua quotidianità.

Sebbene, nel corso della sua vita, la ricerca di Marina non giunga al risultato a cui lei aspirava, a distanza di cento anni ci resta fra le mani una raccolta quanto mai intensa di poesie, che andrebbero lette ad alta voce (come, in fondo, tutte le poesie degli autori più grandi) per godere non solo del senso delle parole, ma anche del loro suono.

 

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