Per amore dell’arte: Isabel Codrington

Le donne nell’arte.

Non solo muse e modelle ma soprattutto artiste: Isabel Codrington

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Agnes, 1926 –  collezione privata

Isabel Codrington Pyke Nott è nata nel 1874 a Bydown, Swimbridge, nel Devon, in Inghilterra.

I suoi genitori erano membri della scena artistica locale: sua madre scriveva e dipingeva e suo padre era un drammaturgo dilettante.

Nel 1883, la sua famiglia si trasferì a Londra e, due anni più tardi, Isabel e la sorella maggiore, Evelyn Eunice, vennero iscritte  alla Scuola di Arte di  Hastings e San Leonardo,  per approfondire le tecniche di disegno.

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Phoebe

Seguì un anno alla St. John’s Wood School of Art, preparandosi ad entrare nella Royal Academy Schools di Londra, dove Isabel entrò nel 1889, a soli quindici anni e dove ben presto le vennero assegnate due medaglie per i suoi migliori lavori.

In questo periodo l’artista incontrò l’ambizioso  critico d’arte, Paul George Konody (1872-1933), direttore di The Artist, e più tardi del Daily Mail. Si sposarono il ​​27 ottobre del 1901 e dalla loro unione nacquero due figlie.

La sua attività di artista continuava in pieno fermento e nel 1907 vinse una medaglia alla Esposizione Internazionale  d’Arte di Barcellona per alcune miniature e acquerelli fantasiosi

Codrington, Isabel, 1874-1943; The Green Bowl

The Green Bowl,Abetdeen Art Gallery & Museums

I Konodys avevano una vasta cerchia di amici come il poeta Ezra Pound, l’illustratore Dudley Hardy, il ritrattista e pittore Filippo Alessio di Lásló e l’ artista  viaggiatore Mortimer Menpes. Codrington e Konody con i quali spesso s’incontravano nei salotti della Londra intellettuale e artistica.

Il matrimonio fra i due non durò molto e nel 1912 divorziarono.  L’anno seguente Isabel sposò Gustavus Mayer, direttore del  negozio d’arte londinese P & D Colnaghi.

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Morning, 1930 ca –  Royal Albert Memorial Museum

Il suo successo aumentò quando ottenne una commissione per dipingere le Cantine Franco-Britannique, Vitry-le-François nel 1919 e allo stesso tempo iniziò ad esporre alla Royal Academy.

Nel corso degli anni Venti si esibiva  regolarmente all’Accademia e, dopo il 1923, al Salone di Parigi.

Aveva due mostre personali a Parigi Knoedler Galleries e Fine Art Society di Londra nel 1926 e 1927.

È stato membro onorario del Campden Hill Club, una società fondata da ex studenti dell’Accademia in memoria del pittore Byam.  Morì nel 1943

 

Codrington, Isabel, 1874-1943; Evening

Evening, 1925 – Manchester Art Gallery

Sua Maestà la minigonna: storia, curiosità e aneddoti sulla gonna più discussa del ‘900.

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Dieci centimetri sopra il ginocchio e centomila leghe sopra il mondo: la minigonna, apparsa per la prima volta nel 1963, è una di quelle mine vaganti della moda capaci di dare una colpo al cerchio delle tradizioni e una botta all’emancipazione femminile.
Simbolo di stile e di storia, ha ormai compiuto più di 50 anni ed è invecchiata diventando una signora matura e anche un po’ furba. I suoi natali sono meravigliosamente fumosi: i manuali di moda la fanno risalire a Mary Quant, stilista londinese svaporata e festaiola, che la mise in vetrina nella boutique Bazaar in Kings Road, a Londra.

Gli snob, invece, sostengono sia figlia di André Courrèges, il designer francese degli oblò e del razionalismo sartoriale. La verità è un po’ diversa: “né io né Courrèges abbiamo avuto l’idea della minigonna. È stata la strada a inventarla“, ripeteva a tutti Mary Quant.

E aveva ragione: per la prima volta nella storia della moda, non furono gli stilisti a dettare lo stile, ma le nuove generazioni. Non a caso, la mini fece infuriare Coco Chanel, invecchiata e inacidita, che si fece portavoce della campagna per il ritorno delle gonne lunghe. “Aveva perso il passo della moda”, avrebbe detto più tardi Karl Lagerfeld, “e lo capiva. Lei che aveva vestito le dame come le loro cameriere, ora si rifiutava di ammettere che lo stile arrivava dalla strada e che il mondo era cambiato per sempre”. In poche parole che era nato lo street style.

Fu così che quel pezzo di stoffa diventò un fenomeno. A Londra, liberò le gambe delle donne. A Parigi fece arrabbiare il governo che scrisse persino una legge sul buoncostume contro la mini.

In Italia, finì al chiuso delle balere e nei party in villa. Ben presto, però, si trasformò nella divisa ufficiale di dive e donne comuni.

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La sua portabandiera fu Twiggy, modella magrissima e adolescente, simbolo del nuovo che avanza, delle giovani avanguardiste che fanno a pezzi l’idea di donna formosa, mamma e irrimediabilmente confinata a figli e fornelli. Al contrario, Twiggy e la mini erano gambe atletiche pronte a correre, a scattare, a fuggire da un ruolo di donna ingessato, costretto nel perbenismo anni Cinquanta voluto e confezionato a favore degli uomini.

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Twiggy …

Negli anni Settanta, a dire il vero, la mini venne messa nel cassetto dai pantaloni a zampa e dagli abiti lunghi dei figli dei fiori. Furono gli anni Ottanta a riportarla in auge come sinonimo di donna in carriera, meglio se abbinata a giacche dalle spalline importanti.
Nei decenni successivi si è colorata, arricchita, dipinta, spenta, ricolorata di nuovo. Negli anni Novanta era nera ed elastica. Nel primo decennio dei Duemila era corta e stretta come una cintura. Oggi non è tutto e niente, o meglio, un classico come la blusa, le giacche, le camicie. gli stivali.


A ripercorrerne la storia, però, nasce un nuovo pensiero, come una ruga sul suo viso da eterna ragazza. La mini, che impone gambe lunghe e magre, nonostante oggi venga indossata da tutte le taglie senza troppi problemi, è il simbolo dell’omologazione più che dell’emancipazione.

I suoi centimetri di pelle nuda non consentono più movimento, come sognava Mary Quant, ma impongono più dieta, come raccomanda Pierre Dukan. E la sua portabandiera, la modella Twiggy, non ha generato donne più libere ma adolescenti più influenzabili dalla dubbia magrezza. Insomma, questa signora del guardaroba è ormai un classico che, come sempre succede nella moda, pone nuove domande e soprattutto polemiche. Da parte dei benpensanti, delle femministe e soprattutto da chi la vede come simbolo della dittatura della magrezza.

 

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Nel 2015, infine, la mini è stata persino insignita di sua “giornata mondiale”: lo si deve a Ben Othman, tunisino, presidente della Lega in difesa della Laicità e delle Libertà, personaggio che insieme all’attivista femminista Najet Bayoudh ha scelto il 6 giugno come Giornata mondiale della minigonna, invitando tutte le sue concittadine tunisine a partecipare a un raduno in minigonna come segno di solidarietà per le donne oppresse. All’origine della protesta, un episodio di discriminazione accaduto a una ragazza algerina a cui era stato impedito di sostenere gli esami scolastici perché la sua gonna era ritenuta troppo corta. È vero: questa giornata mondiale resta poco nota, ma il suo significato è importantissimo.

E oggi?

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Non a caso, dopo il movimento #MeToo, ogni donna deve poter mostrare tutti i centimetri di gambe che vuole. Senza sentirsi una preda o una cacciatrice.

E nessuno, uomo o donna poco importa, può avere il diritto di dire che è troppo nuda o che la gonna è troppo corta. E questa sì, è la migliore morale nella favola della minigonna.

@paola

I ritratti femminili di Abbey Altson

 

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“Ritratto Femminile” – Abbey Altson – 1916

Abbey Altson (1864-1949) è stato un pittore classicista australiano.  Altson si trasferì a Melbourne, in Australia, per studiare nei primi anni del 1880. Dopo diverso tempo vinse una medaglia d’oro per la pittura, tornò in Inghilterra, fermandosi a Parigi per proseguire i suoi studi. Si stabilì a Londra diventando un pittore di successo di ritratti e quadri di genere. È meglio ricordato oggi per i suoi esercizi nella tarda pittura classica, ispirandosi a Leighton, Alma Tadema, Waterhouse e Godward. Verso la fine della sua vita si stabilì in America.

Amò rappresentare con un’opportuna distribuzione di colori i diversi volti delle sue modelle riuscendoci appieno.. Ho pensato perciò di regalarvi  un video perché possiate apprezzare i suoi  dipinti al femminile .

“Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole; è quel piccolo brivido che sentiamo là dietro.”
Vladimir Nabokov

“Consigli per una donna forte”: la splendida poesia di Gioconda Belli

Se sei una donna forte
proteggiti dalle bestie che vorranno nutrirsi del tuo cuore.
Usano tutti i travestimenti del carnevale della terra:
si vestono da sensi di colpa, da opportunità,
da prezzi che si devono pagare.
Non per illuminarsi con il tuo fuoco
ma per spegnere la passione
l’erudizione delle tue fantasie
Non perdere l’empatia, ma temi ciò che ti porta a negarti la parola,
a nascondere chi sei,
ciò che ti obbliga a essere remissiva
e ti promette un regno terrestre in cambio
di un sorriso compiacente.
Se sei una donna forte
preparati alla battaglia:
imparare a stare sola
a dormire nella più assoluta oscurità senza paura
che nessuno ti tiri una fune quando ruggisce la tormenta
a nuotare contro corrente.
Educati all’occupazione della riflessione e dell’intelletto.
Leggi, fai l’amore con te stessa, costruisci il tuo castello, circondalo di fossi profondi però fagli ampie porte e finestre.
É necessario che coltivi grandi amicizie
che coloro che ti circondano e ti amano sappiano chi sei,
che tu faccia un circolo di roghi e accenda al centro della tua stanza
una stufa sempre accesa dove si mantenga l’ardore dei tuoi sogni.
Se sei una donna forte proteggiti con parole e alberi
e invoca la memoria di donne antiche.
Fai sapere che sei un campo magnetico.
Proteggiti, però proteggiti per prima.
Costruisciti. Prenditi cura di te.
Apprezza il tuo potere.
Difendilo.
Fallo per te:
Te lo chiedo in nome di tutte noi”.

Gioconda Belli

Una stanza tutta per sé… o del sé?

 

“…a lock on the door means the power to think for oneself…”

(Virginia Woolf, A room of one’s own,1929) 

– Ascolta qui, cara! Direi che è perfetto: Signorile appartamento composto da salotto, cucina, camera matrimoniale, due stanze singole, spazioso ripostiglio, lavanderia, cantina finestrata… Finestrata, questo vuol dire che potrei adibirla a laboratorio!

– Sì… però… manca sempre una stanza…

– Come sarebbe a dire manca una stanza? Al contrario, scusa,ce n’è una in più! Marco e Andrea finalmente avrebbero ognuno la propria.

– Sì, certo, ma io volevo dire…manca la stanza… per… me.

– Ma non è vero! Ci sono la lavanderia-che-non-hai-mai-avuto (le tue amiche morirebbero di invidia) e il ripostiglio-che-hai-sempre-voluto! Guarda qui, c’è scritto spazioso, lo sai quante cose ci puoi infilare dentro? Tutte le tue scarpe, per esempio, e anche tutti quei detersivi che ora ingombrano il bagno (e che sono pure pericolosi per i bambini). Più di così! E, se riesco a vendere bene qui, non dovrei neanche chiedere il mutuo.

– Io però intendevo una stanza tutta per me, caro, nella quale io possa leggere, pensare, o semplicemente chiudere una porta e stare per conto mio, in pace… dove io possa… che so… scrivere poesie, per esempio.

Scri-ve-re  p-o-e-s-i-e-e-e ?!?

Forse questo dialogo tra marito e moglie si è realmente svolto in un passato e in un luogo non troppo lontani. Oggi, si sa, i ruoli sono cambiati…

Anche le case sono cambiate e, nei costosi appartamenti di città, la stanza tutta per sé è ormai preclusa tanto alla donna quanto all’uomo. Lo “studio” dei nostri padri, infatti, nel quale da bambini si faceva capolino per annunciare la cena in tavola, è stato immolato alla “Cabina Armadio”, inglobato dall’ “Open-Space” – così immenso da disorientarci quando contiene meno di sei amici.

E proprio quando possederla sembra non essere così prioritario, la stanza tutta per sé ci è invece più che mai necessaria e si trasforma in metaforica stanza del sé: uno spazio dentro di noi, segreto, in cui ritrovare le vere inclinazioni, i sogni antichi, le possibilità di essere e di realizzarsi, e dove ricordi e presente si confondono fino a diventare poesia.

Fonte: Womensclock

 

 

 

 

Inno alla donna contemporanea con Kelly Reemtsen… rivisitate attraverso la vivace moda anni ’60!

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Di recente riflettevo sul fatto che spesso, nelle conversazioni, ma più in generale nelle situazioni che quotidianamente mi trovo a vivere, viene fatta una distinzione tra l’essere uomo o donna.

Non fraintendetemi, niente che possa essere considerato razzismo o maschilismo. Gesti all’ordine del giorno, come dover portare la valigia più pesante o le buste della spesa, che gli uomini si sentono in dovere di compiere, o la convinzione che sia meno pericoloso per un uomo tornare a casa da solo la notte.

Il caso ha poi voluto che questa mia riflessione fosse accompagnata dalla casuale scoperta delle opere di Kelly Reemtsen, artista statunitense che nel 2013 si è trovata per la prima volta ad esporre anche in Italia, per la precisione a Venezia.

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I suoi dipinti rappresentano figure femminili elegantemente vestite con abiti a palloncino, scarpe e gioielli che ricordano la vivacissima moda degli anni ’60.
La particolarità di queste figure, dipinte sempre dal busto in giù, risiede però negli improbabili oggetti che l’artista ha deciso di mettere in mano alle sue donne.

Asce, seghe elettriche adornate di brillantini, cesoie, pale, cric e quant’altro, per mostrare i due lati della donna contemporanea, che può essere elegante e femminile, e allo stesso tempo occuparsi anche dei lavori più duri, quelli per intenderci che di solito “spettano” agli uomini.

Donne emancipate, che non vogliono essere considerate il sesso debole, ma che sono fiere della parità che le femministe hanno acquistato con tanta fatica anche per loro negli anni ’70.
Eccezioni a parte, credono che ognuna di noi possa, e anzi debba, identificarsi nelle opere di questa artista.

 

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La femminilità è il tema su cui si concentra il lavoro dell’artista di Los Angeles Kelly Reemtsen.

Non esiste contrasto fra le  donne e i loro nuovi strumenti, esse sono a proprio agio e li portano in modo casuale come se facessero parte del loro look sfizioso.

In questo modo l’artista vuole indagare le contraddizioni della donna moderna, la cui figura non è più circoscritta al suo vecchio ruolo domestico, bensì è coinvolta in prima persona anche in quelli che prima erano deputati esclusivamente all’universo maschile.
Il suo libro “I’m Falling” (2013) ha vinto l’Independent Spirit Award e il Independent Publisher Books Award 2014.

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Un’artista che, per quanto contemporanea sia,  ha saputo leggere il femminile attraverso le battaglie che hanno fatto le Donne ❤

L’avventura di essere donna…

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Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. 

Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esiste potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza.

Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza.

Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede d’essere ascoltata.

Oriana Fallaci