Tag: #storiadell'arpa

L’arpa, icona dell’esecuzione femminile nei secoli.

Gherardo Stamina, “Two Musician Angels”, Boymans Von Beuningen, Rotterdam (particolare)

Qualsiasi cosa facciano le donne devono farla due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è una cosa difficile!  (Charlotte Witton, sindaco di Ottawa)

Chi sono gli angeli dell’arpa? Sono le strumentiste che la fanno cantare e sanno tirarne fuori le più impercettibili e vibratili sfumature. L’arpa col suo timbro evanescente, impalpabile, ultraterreno, evoca da sempre angeliche, celestiali visioni. Ascoltiamo l’arpa e si delinea nella nostra fantasia l’immagine eterea di un angelo che vola nel cielo terso e cristallino. Del resto c’è una ricca iconografia di angeli musicanti con l’arpa. Nell’antico Egitto come presso gli antichi Ebrei e nel Medioevo l’arpa era suonata anche dagli uomini. Tele e affreschi rappresentano il biblico re David intento a suonare l’arpa.

Dal Salterio Alfonso (a sinistra), iniziale istoriata ‘B’ del re Davide che suona l’arpa. Dal Salterio di Westminster (a destra), miniatura del re Davide che suona l’arpa all’inizio dei Salmi

E tuttavia l’arpa si è fissata nell’immaginario collettivo come lo strumento femminile per eccellenza, come lo strumento che più di tutti incarna l’eterno femminino. Tutto è accaduto quando alla fine del Seicento abili artigiani portarono con loro a Parigi piccole arpe e le trasformarono in autentici gioielli, riccamente decorate e ricoperte d’oro.

Le dame se ne innamorarono e così l’arpa divenne lo strumento prediletto delle donne aristocratiche che nei loro salotti sfoggiavano sontuosi modelli sulle cui corde scivolavano le loro delicatissime, diafane dita.

Rose Adélaïde Ducreux (1791), Autoritratto con arpa, Metropolitan Museum, New York

Pensiamo a Maria Antonietta regina di Francia, a una delle più grandi pittrici del tempo, Adélaide Ducreux, e sempre oltralpe, a cavallo tra Settecento e Ottocento, a Madame Récamier, la più famosa salottiera all’epoca del Direttorio e del Primo Impero, e alla raffinata scrittrice Madame de Genlis, solo per citare i personaggi più conosciuti, tutte raffinatissime arpiste, esaltate come angeli musicisti.

L’etichetta non permette loro di esibirsi in pubblico, ma solo nei loro sfarzosi saloni tappezzati di seta damasco. Ci sembra di vederle mentre suonano uno dei pezzi più conosciuti del repertorio barocco, la Passacaglia di Haendel. Scoperto e trascritto da Marcel Grandjany, il Concerto per arpa e orchestra dello stesso Haendel, datato 1736, è un caposaldo della letteratura arpistica. Né è da meno il Concerto per flauto, arpa e orchestra di Mozart, del 1778.

Floraleda Sacchi, Sophia Giustina Corri, Works for solo Harp, Album, 2013

Vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento, l’arpista e compositore gallese John Parry scrive pregevoli pezzi per arpa e pianoforte. Nello stesso periodo, Sophia Giustina Corri, conosciuta anche col solo cognome del marito, Dussek, suona alla corte di Maria Antonietta di Francia e di Caterina II di Russia, e dedica la maggior parte del suo repertorio all’arpa. Tra le sue composizioni più notevoli spicca la Sonata in Do minore. 

Il Romanticismo con la sua idea dell’armonia universale associa indissolubilmente l’arpa alla donna: l’arpa con la sua lunga e morbida risonanza è archetipo di bellezza, armonia e serenità (si pensi alla moderna arpaterapia), la donna è armonia con la perfetta euritmia e proporzione delle sue forme. «La donna è armonia, poesia, bellezza: senza la donna non c’è armonia». Rubo le parole di papa Francesco nell’omelia della messa mattutina a Santa Marta del 9 febbraio 2017.

Nel clima romantico trova la sua maggiore diffusione l’arpa eolica, uno strumento musicale unico nel suo genere con le corde fatte vibrare dal vento. Fino alla metà dell’Ottocento è impossibile per una donna varcare il golfo mistico di molte orchestre con qualunque strumento, soprattutto nell’area tedesca. Ma nel clima propizio creato dal Romanticismo le prime donne ad essere ammesse a far parte di un’orchestra sono proprio le arpiste.

Durante il XIX secolo, in Francia c’è una straordinaria fioritura di compositori per arpa. Oltralpe lo strumento trova il suo terreno più fertile e gode di una diffusione e di un successo senza pari. Nel 1801 François-Adrien Boieldieu dedica all’arpa un magnifico concerto. Nicolas Bochsa, prolifico compositore di lavori e studi per arpa, si rivela uno dei più grandi virtuosi del XIX secolo. Alphonse Hasselmans scrive numerosi assoli originali per lo strumento, e Camille Saint-Saëns le due Fantasie.

Le perle musicali si susseguono l’una dietro l’altra: due Danses per arpa cromatica e orchestra d’archi di Claude Debussy, del 1904, Introduzione e Allegro di Ravel, del 1905, Improvviso e Une châtelaine en sa tour di Gabriel Fauré, nel 1918; il Petit livre de harpe de Madame Tardieu, scritto dalla poliedrica Germaine Tailleferre tra il 1913 e il 1917 e il Concertino per arpa del 1927. Marcel Tournier, il poeta dell’arpa, insegna lo strumento al Conservatorio di Parigi per trentasei anni dal 1912 al 1948 e compone moltissimi pezzi per arpa sola.

Germaine Tailleferre e la targa posta sulla sua abitazione parigina, al numero 87 di Rue d’Assa

E ancora due statunitensi di origine francese: Carlos Salzedo, autore di un valido metodo didattico e di concerti e pezzi vari per una o più arpe, e Marcel Grandjany, che lega il suo nome a un ricchissimo catalogo di brani originali e indovinate trascrizioni. Ma è una donna, la parigina Henriette Renié (1875-1956), la più grande virtuosa dell’arpa di tutti i tempi, a valorizzare al massimo lo strumento.

Allieva di Hasselmans, a dodici anni si laurea in arpa al conservatorio di Parigi e insegna giovanissima a studenti provenienti da tutta la capitale. Nel 1914 promuove il primo concorso internazionale per arpa al mondo, il Concours Renié. Trascrive inoltre per arpa numerosi brani originariamente pensati per il pianoforte o per l’orchestra. Con i suoi dodici volumi di trascrizioni amplia smisuratamente gli angusti confini della letteratura arpistica. Nel 1946 Renié codifica un metodo didattico per arpa in due volumi ampiamente utilizzato ancora oggi in molti conservatori.