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Niki de Saint Phalle: la vita dell’artista delle “nana”

«Gli uomini sono molto inventivi. Hanno inventato tutte queste macchine e l’era industriale, ma non hanno nessuna idea di come migliorare il mondo».
(Niki de Saint Phalle)

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Niki de Saint Phalle ha tutto per riuscire. Suo padre è un uomo d’affari francese, sua madre è una ereditiera americana dalla bellezza perfetta. Vivono a New York d’inverno e in Francia d’estate, per prendere il meglio dei due mondi. È nel castello dei nonni paterni – pieno di armature, quadri, vecchi zii eccentrici che girano nudi per il parco e vecchie zie suonate che leggono le carte e i tarocchi – che nasce il suo gusto per il meraviglioso e la fiaba. Niki è una bambina bella e piena di fantasia, ama la natura, adora passare il tempo con la servitù e fugge la madre tutta presa dai suoi impegni mondani. Non sa ancora cosa sarà ma sa che non diventerà una bella ragazza da sposare a un uomo ricco. Nel diario scrive: “Corri per salvarti la vita! Dove? Lontano! Molto lontano!”.

Niki  sente presto che il suo futuro è a Parigi.  Appena può passa le vacanze a casa di zia Hélène, ricca e bohémienne, che alleva i suoi nove figli in un allegro disordine. Nell’attesa di scappare oltre Atlantico, Niki posa come modella per Vogue e Harper’s Bazaar e sogna di diventare attrice. Quando trova una testa matta come lei – Harry Mathews, rampollo di genitori ricchi destinato a diventare avvocato, anche se passa il tempo a scrivere poesie – capisce che ha trovato un perfetto compagno di evasione. Ha 17 anni, lui solo uno di più. Lo sposa in municipio, di nascosto dai genitori, e l’anno dopo mette al mondo la sua prima figlia, Laura, che adora ma che non sa neanche tenere in braccio nel modo giusto. Per fortuna Harry mostra uno spiccato senso paterno, che salverà la situazione, per Laura e per Philip, arrivato qualche anno dopo.

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Con i soldi ricevuti in regalo dalla nonna di Harry, nel 1952 si trasferiscono a Parigi. Niki fa servizi fotografici per Vogue ed Elle; Harry scrive poesie e vivono di rendita. Niki combatte sempre contro il suo trauma infantile, che non ha confidato neanche al marito. Quando Harry scopre il suo arsenale nascosto sotto il letto, la convince a farsi curare. Niki resta quasi due mesi in un ospedale, subisce una serie di elettroshock e una cura all’insulina ed è  in questa occasione riemerge la vicenda degli abusi paterni subiti da adolescente.. Per non impazzire, chiusa nell’ospedale psichiatrico, Niki incolla, pasticcia, disegna, fa collage con tutto quello che trova. Quando torna a casa ha trovato la sua strada: sarà un’artista. Non studia, incapace di seguire qualsiasi maestro, ma gira per Parigi guardando: «La mia scuola sono stati i musei e le cattedrali ». Comincia con quadri collage, creando già da allora un’arte originale. La donna è sempre al centro del quadro, prima oggetto poi soggetto. Infine, Nana in corsa per il mondo per diffondere il “Nana Power”.

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Harry è un buon marito, ma non le basta. Niki lo capisce quando incontra Jean Tinguely, un artista svizzero posseduto come lei dal fuoco della creazione. Ha inventato le sculture cinetiche, è un esperto di saldature e meccaniche e fin dal primo sguardo è totalmente innamorato di Niki e convinto del suo genio. Grazie a Jean, Niki scopre la dimensione della scultura. Nel 1957 si separa di comune accordo da Harry, che continua a occuparsi dei figli, e va a vivere con Jean. È il 1960 e l’inizio di una intensa unione sentimentale e artistica. Lei lo chiama “mio amore, mio compagno, mio rivale”. Lui la definisce la più grande scultrice di tutti i tempi: «Niki è un mostro sacro, una calamità naturale. Ha una energia colossale e sa come usarla». Niki  non ha paura di niente.

Un giorno, per liberarsi dall’ossessione per un uomo che l’attira troppo, ruba una sua camicia, la appende in un quadro, mette un bersaglio al posto della testa e si diverte a colpirlo con le freccette. «Era un quadro vudu, un esorcismo», dirà. Chiede a Jean di procurarle un fucile e realizza delle grandi installazioni tra quadro e scultura, con sacchetti di colori e di sostanze diverse (uova, succo di pomodoro, spaghetti), che lei fa esplodere tirando con un fucile.

 

È il 1961 e il mondo dell’arte comincia a capire che quella bella ragazza ha qualcosa da dire. Nessuno sa da dove nasce la violenza che esprime, e neppure il gesto trasgressivo che la salva. Un gallerista di Parigi organizza una mostra dove il pubblico può a sua volta sparare sui quadri. Poi è una galleria di New York a invitarla in America, dove l’energia della scena artistica è perfetta per questa scultrice atipica, che nasconde i suoi demoni dentro un’idea di arte trasgressiva e piena di vita, che è già parte del movimento di liberazione della donna. Anni dopo Niki dirà: «Nel 1961 ho sparato su mio papà, su tutti gli uomini, sui piccoli, sui grandi, sugli importanti, sui grossi, su mio fratello, la società, la chiesa, il convento, la scuola, la mia famiglia, tutti gli uomini, ancora su mio papà, su me stessa».

Quando non sono in viaggio per le loro esposizioni, lei e Jean vivono in un albergo abbandonato nella campagna a sud di Parigi, che Jean ha risistemato da solo in modo creativo, abbattendo muri e allargando finestre in pieno inverno, mentre Niki strillava minacciando di emigrare in America del Sud. Ognuno ha il suo spazio per creare. È qui che Niki, partendo dal profilo della moglie incinta disegnata da un amico artista, che lei vuole assolutamente riempire di immagini colorate, crea le prime delle sue tante Nana, che le danno la fama globale.

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Le sorelle Field di Dorothy Whipple

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                                                      andrea kowch

Di sorellanza ha molto parlato il movimento femminista, nel senso della solidarietà tra donne, per aiutarsi concretamente e affermare, insieme, con più forza, i propri diritti  superando le disparità di genere. I percorsi della sorellanza, sebbene funestati da ripensamenti e inevitabili competizioni, sono ancora attivi e forniscono tuttora elementi per riflettere, essendo probabilmente l’eredità più utile e vivace degli anni Settanta del secolo scorso. Ma il rapporto tra sorelle, unite dal vincolo famigliare, non è meno ricco di implicazioni. Pensiamo alle sorelle celebri della letteratura, le Austen, le Brontȅ, le Woolf, le De Beauvoir e quelle che abbiamo incontrato nei loro libri, come le sorelle March, che una certa critica, ormai superata, identifica pari pari con le Alcott.

Nel romanzo  Le sorelle Field, di Dorothy Whipple, per la prima volta tradotto in italiano da Simona Garavelli, troviamo Lucy, Charlotte e Vera, orfane di madre, con tre fratelli alquanto scapestrati. Pubblicato nel 1943, ma ambientato alla fine degli anni Trenta del Novecento, sorprende per l’attualità dei temi e la scrittura fluida eppure puntuale, il tocco lieve e profondo insieme con cui vengono tratteggiate le protagoniste. La narrazione trascura quasi subito i fratelli, emigrati in Canada o rimasti a Londra, del tutto ininfluenti nella storia e si occupa invece delle sorelle che, con caratteri e temperamenti diversi, approdano a matrimoni altrettanto diversi.  L’abbiamo imparato nei romanzi di Jane Austen e misurato sulla nostra pelle, fino alla metà del secolo scorso, che le donne non potevano sottrarsi al destino di mogli, pena l’invisibilità sociale e la precarietà economica, quindi anche le Field scelgono la loro strada nella vita sulla base delle pressioni ambientali e dell’educazione ricevuta.

Dorothy Whipple, quando rimproverata perché ai suoi romanzi mancava intreccio o lieto fine,  usava dire che non scriveva libri di trama, ma di personaggi e questo romanzo rivela la sua complessità proprio nella definizione dei caratteri delle sorelle e nelle loro  scelte, prospettando anche il tema, tristemente attuale, della violenza psicologica nel matrimonio. Quella lama sottile che taglia di netto l’autostima e fa vacillare la sicurezza, nutrendosi di ambiguità tra il fuori-società e il dentro-famiglia, così da rendere poco fattibile la ribellione a un marito autoritario.

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