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Etty Hillesum… maestra di vita!

 

 

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La vita e la morte di Etty Hillesum sono l’emblema del percorso di una donna che al di là  di tutti i fili spinati, interiori ed esteriori, ha saputo “pensare con il cuore”. I suoi diari, che coprono un arco di tempo piuttosto limitato (dal marzo 1941 all’ottobre 1942) testimoniano una maturità  e una saggezza fuori del comune: l’autrice si rivolge a noi con parole di verità , indicando un cammino coraggioso volto a superare le difficoltà  più aspre dell’esistenza. La giovane ebrea olandese, grazie a un’intensa forza morale ispirata ai valori della solidarietà  e della reciproca comprensione, ingaggia una sfida mortale senza ricorrere a ricette miracolistiche o palliative, in nome di un indistruttibile e gioioso amore per la vita. Racconta di sé e delle vicende del suo tempo da mirabile cronista di un’anima in costante evoluzione, eroica terapeuta del dolore capace di generare attorno a sé fiducia e fede in un riscatto definitivo dal male. ll mondo bellissimo e tremendo che ha descritto, popolato di mostri sanguinari e di verdeggianti campi di grano, di amore per gli altri e di lucida disamina dei suoi contraddittori stati d’animo, ci accompagna per mano alla scoperta di noi stessi. La sua lingua parla, oggi e domani, in tutti gli idiomi conosciuti, senza confini di razza, di cultura, di condizione. (Paola)


Esther Hillesum (questo il suo vero nome) nacque il 15 gennaio 1914 a Middelburg, in Olanda, da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Viveva ad Amsterdam. Il padre, Levie (Louis) Hillesum – un uomo basso, silenzioso, schivo ma ricco di umorismo -, era un insegnante di Lingue classiche, mentre la madre, Riva (Rebecca) Bernstein, era nata a Potsjeb, in Russia. Viene descritta come una donna impegnata, caotica, estroversa e dal carattere dominante. Oltre a Etty, Riva ebbe altri due figli, Yaap e Micha. In casa si respirava un’atmosfera laica e ricca di stimoli. L’ebraismo era presente di sottofondo come sentimento di appartenenza, di fatto gli Hillesum erano fortemente integrati. Il padre lavorava anche di sabato, ma alcuni studiosi ricordano che ebbe una rigida educazione religiosa indirizzata verso il rabbinato; e che la moglie nacque in quell’Europa orientale dove la modernità stentava ancora a farsi largo. L’educazione dei figli era comunque improntata sulla cultura, lo studio e le buone letture, dove l’ebraicità si manifestava probabilmente in quella che può essere definita una “comune appartenenza etica”, una sorta di “inconscio comune collettivo”. Un tema, quello della religiosità di Etty, ancora oggi oggetto di dibattiti più o meno accesi tra teologi e rabbini.

Etty frequentò il Ginnasio di Deventer, dove il padre lavorava come vicepreside. A scuola seguì anche corsi di ebraico e per un certo periodo frequentò le riunioni di un gruppo di giovani sionisti. In seguito, si laureò in Giurisprudenza. Il fratello maggiore, Yaap, studiò Medicina. Intelligentissimo e affascinante, era psichicamente labile, tanto che fu ricoverato diverse volte in istituti psichiatrici. Lo stesso Micha, dotato di uno straordinario talento musicale, fu sottoposto a trattamenti per schizofrenici che segnarono per sempre la sua vita.

«Un tempo la mia pittoresca famiglia mi costava, ogni notte, almeno un litro di lacrime disperate – annotava Etty sul suo diario -. Ancor oggi non so spiegarmi quelle lacrime; arrivano da chissà dove, da un oscuro soggetto collettivo. Adesso non sono più così prodiga con questo prezioso liquido, ma comunque sia non è facile vivere qui».

Con la madre Etty ebbe un rapporto conflittuale, anche se pare che la situazione fosse migliorata durante la permanenza nel campo di Westerbork. «Molto è cambiato nella mia relazione interiore con i miei genitori, molti legami stretti si sono rotti, e con questo si sono liberate molte energie per amarli davvero». Anche il cibo era un problema, a tratti una vera e propria ossessione che le procurava occasionali malesseri psicosomatici: «Ho rinunciato al bicchiere di cioccolata che mi concedevo sempre […]. Dobbiamo imparare ad affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare il nostro corpo a chiederci solo l’indispensabile, soprattutto per quanto riguarda il cibo, perché stiamo andando verso tempi difficili: anzi, ci siamo già».

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Sensibile, luminosa, vitalissima, curiosa, empatica, introspettiva, affamata di conoscenza e di amore verso l’Altro, verso ciò che è esterno da sé, Etty aveva una personalità sfaccettata con una straordinaria (e complessa) vita interiore («Devo disciplinare tutto questo caos»). Studiò lingue slave, letteratura russa, diede lezioni private, si appassionò alla chirologia e non ultima la scrittura: voleva diventare scrittrice, a tutti i costi. Scrivere per lei era terapia, forma e gesto creativo cui si applicò con dedizione e zelo. Ma fu l’incontro con Julius Spier, fondatore della psicochirologia (aveva fatto a Zurigo il training analitico con Carl Gustav Jung), a contribuire al suo sviluppo spirituale e umano. Spier la guidò nella conoscenza e Etty si lasciò guidare. Si immerse nell’amatissimo Rilke, lesse Dostoevskij, Jung, ma anche Sant’Agostino e il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Etty aveva già una relazione con il contabile Han Wegerif, un vedovo che l’aveva impiegata nella gestione domestica: «Han ha una vita semplice e buona, e le prospettive materiali e incerte del futuro lo preoccupano più di quelle interiori – scriveva – . Ma poi mi appare tanto fragile e delicato, e io mi preoccupo, provo un senso di profonda compassione protettiva nei suoi confronti […] L’ho assorbito nella mia vita, lui ne è diventato la parte essenziale che non può più essere cancellata, senza far vacillare l’intero edificio». La liaison con Han non le impedì tuttavia di intrecciare una relazione profonda – e inizialmente ambigua – con Spier, anche lui ebreo e molto più anziano di lei, indicato nel diario quasi sempre come “S.”. Etty si recò da lui quale «oggetto di analisi» e rimase così colpita dalla sua personalità da decidere di entrare in terapia con lui. Il passaggio da paziente ad assistente ad amica intima e complice fu breve. I due – pur essendo profondamente legati – mantennero un certo distacco essendo entrambi impegnati e soprattutto determinati a non volere far soffrire i propri partner. Etty annotò nel diario il testo di una lettera: «Sa, quando ieri – come una scema – non riuscivo a far altro che guardarla, si è poi prodotto in me un tale sconquasso di pensieri e sentimenti contrastanti, che mi sentivo annichilita e mi sarei messa a urlare, se non avessi mantenuto il minimo controllo. Erano forti sentimenti erotici verso di lei, che io credevo di aver superato dentro di me, e al tempo stesso una forte avversione nei suoi confronti, e d’un tratto ci fu anche uno sconfinato senso di solitudine, la percezione che la vita è così terribilmente difficile».

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Intanto il tempo scorreva e per gli ebrei olandesi la realtà cambiava ogni giorno. In peggio. I tedeschi cominciarono i rastrellamenti. Gli arresti, il terrore, i campi di concentramento, i sequestri di padri, sorelle e fratelli si intensificarono. Nei suoi quaderni Etty si interrogava sul senso della vita, si domandava se avesse ancora un senso. Ma per questo bisognava vedersela esclusivamente con se stessi. E con Dio. Già, con Dio, un Dio universale, presenza costante in ogni momento della vita di questa giovane donna ebrea e poco osservante, ma profondamente attratta dal Divino che c’è in ognuno di noi. Forse ogni vita ha il proprio senso, rifletteva, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo. «È un inizio, ma quell’inizio c’è, lo so per certo. Significa raccogliere tutte le possibili forze e vivere la propria vita con Dio e in Dio e avere Dio in se stessi».

Grazie ad alcuni conoscenti, Etty riuscì a trovare un lavoro di impiegata presso il Consiglio Ebraico. Questo le evitò l’internamento a Westerbork, ma a lei non importava nulla. Quanto più il cerchio si stringeva, tanto più si rafforzava la sua anima. Non pensò mai a salvarsi. Rifiutò sempre le offerte di alloggi per nascondersi. Voleva stare con il suo popolo, con la sua gente, condividere un destino comune, in mezzo a coloro che si rifiutavano di pensare per paura di impazzire o per le privazioni subite.

Voleva assistere gli internati nelle ore in cui dovevano prepararsi al trasporto. Era convinta che «un cuore pensante» dovesse sopravvivere al disastro, a qualunque costo.

La sua era una resistenza esistenziale. «Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”».

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Michelina De Cesare: partigiana, guerrigliera e donna

Nel 1861, a unificazione avvenuta, l’Italia non era come Manzoni l’aveva immaginata “una d’arme, di lingue, d’altare, di memoria, di sangue, di cor“( Marzo 1821). Il Nord e il Sud del Paese erano ancora due mondi diversi e lontani, e per conciliarne le differenze culturali, sociali ed economiche sarebbe stato necessario – più che riconoscerle – attuare azioni politiche mirate a una maggiore giustizia sociale. Ciò, purtroppo, non avvenne e i nuovi governanti si trovarono a fronteggiare un fenomeno grave, quanto inaspettato: il brigantaggio, che occupò la scena del primo decennio dell’Italia unita.

I briganti erano eroi violenti e romantici, idealisti e attaccabrighe, i cui nomi e la cui fama mascheravano la miseria e l’ignoranza da cui cercavano di riscattarsi (contro tutto e tutti), incuranti della Storia, che, invece, stava delineando un nuovo mondo destinato a poggiarsi, ancora una volta, sulle spalle dei più deboli.

Accanto a loro giovani donne, povere come si poteva essere poveri nell’Ottocento, ignoranti, coraggiose, sfruttate, disperate e spesso feroci verso una società che chiedeva loro di donare in silenzio e in disparte la propria vita. E la vita se la fecero togliere… le brigantesse! Non furono poche, come si crede, e non furono soltanto “concubine, drude e manutengole” come si usava chiamarle a quei tempi. Accanto ai nomi di queste donne era segnata l’appartenenza a questa o quella banda, poiché le brigantesse facevano effettivamente parte dei gruppi organizzativi del banditismo.

Il loro contributo fu massiccio, alcune divennero capibanda, altre entrarono nella leggenda grazie al coraggio, al sacrificio; e di altre, invece, si ricorda la ferocia sanguinaria che fa pensare a una femminilità ferita, umiliata negli affetti e nell’animo. E tutte ebbero una tragica fine.

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Mi piace ricordare la storia di Michelina De Cesare, la cui vita (come quella di tante altre) è appena accennata in qualche libro di Storia che si rispetti e ricordata solo da chi l’unità d’Italia l’ha intesa come un’invasione, un’imposizione, una guerra sanguinosa e fratricida. Nessuna donna più di Michelina De Cesare è modello esemplare e lampante di resistenza e amor di Patria, uccisa a Mignano, terra che le aveva dato i natali, il 30 agosto del 1868, massacrata da feroci torture e crudeli sevizie per essersi rifiutata di svelare alle truppe piemontesi le varie posizioni locali.

Nata a Caspoli, frazione di Mignano, in provincia di Caserta, il 28 ottobre 1841, Michelina aveva tenuto, sin da giovane, un atteggiamento ribelle, refrattaria alla legge , educata al furto per sopravvivere. Di famiglia poverissima si sposò appena ventenne con Rocco Tanga, che la lasciò vedova dopo appena un anno di matrimonio. Si unì, tempo dopo, a Francesco Guerra , comandante di un fortissimo gruppo di guerriglieri legittimisti, che combattevano contro i piemontesi nel tentativo di riportare sul trono Francesco II, partecipò a ogni combattimento dimostrando abilità strategico – militari atte a prevenire gli attacchi e le imboscate del nemico. (altro…)