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Susana Chavez: Prima vittima di femminicidio a Ciudad Juárez del 2011.

Ni una màs…

Mai sentito parlare di Ciudad Juárez? Basta farsi un giro tra le classifiche delle città con più alto tasso di criminalità al mondo per trovarla tra le prime posizioni.
Da donna non mi sono mai sentita al sicuro a camminare per strada, visto ciò che si sente in giro… Figuriamoci qui!
Mi si accosta una macchina affianco e dopo qualche secondo di terrore mi rendo conto che dietro il finestrino c’è Susana Chávez: ci saremmo dovute incontrare direttamente in un bar, poche centinaia di metri più avanti, ma a questo punto un passaggio lo accetto volentieri.

Grazie, andiamo al bar di cui mi ha parlato al telefono?
“Ti prego, non darmi del Lei. Va bene, allora!

Sedute davanti a una birra gelata, in una delle poche vie tranquille di Ciudad Juárez, nasce subito un’intesa tra di noi. Sarà l’età, sarà che abbiamo due personalità affini, ma subito mi sembra di parlare con una vecchia amica…
“Quando hai cominciato a scrivere poesie?”
“Ero molto piccola, avevo undici anni. Ovviamente crescendo ho trascinato con me la mia poesia, è cresciuta anche lei”.

C’è un tema che attraversa la tua scrittura?”
“Sicuramente il protagonismo della natura, del simbolismo naturale. Da grande, ho trovato grande ispirazione anche nel mondo femminile, nelle mille sfaccettature che esistono nell’approccio delle donne alla propria corporeità. Credo che questo senso di vergogna che ci viene istillato fin da bambine abbia generato una cappa di silenzio, ma è proprio nel silenzio che una voce fa più rumore”.

“Che cosa intendi dire?”
“Che si può, si deve, partire dal proprio silenzio, dalla propria marginalità per ritagliarsi uno spazio di libertà, di autonomia. In poche parole: non è mai troppo tardi!”

“Secondo te la poesia ha il potere di cambiare il mondo?”
“A questo non so risponderti. Sono convinta che possa risvegliare le coscienze e magari, aiutare a far alzare la voce. Questo è sempre stato il mio scopo, sia come attivista sia come poetessa”.

“Cos’è che rende così grave la situazione in questa regione del Chihuahua?”
“Dal 1993 in questa zona viene portato avanti un genocidio di genere senza fine, che cresce ogni anno che passa, tanto che siamo arrivati a una media di tre donne uccise ogni due giorni. È difficile individuare i fattori che hanno contribuito a creare questa orrenda condizione in Messico, sicuramente c’è un problema culturale, c’è la criminalità organizzata e ci sono le maquiladoras…”

“Scusa l’ignoranza, ma cosa sono le maquiladoras?”
“Qui in Messico sono stabilimenti industriali controllati dagli Stati Uniti dove vengono assemblati prodotti che poi tornano al paese d’origine. I diritti umani nelle maquiladoras praticamente non esistono e ci lavorano moltissime ragazze per pochi dollari al giorno. Molte delle vittime di femminicidio in Messico sono operaie delle maquiladoras, che vengono rapite, violentate e uccise lungo il percorso che fanno tutti i giorni per andare e tornare dalle periferie e dalle zone rurali di questa regione”.



Ciudad Juàrez: la mattanza delle donne

Tu che ne hai viste veramente tante, pensi ci sia ancora una speranza per Ciudad Juárez?”
“Finché il governo non si deciderà ad aprire gli occhi, a interrompere il suo silenzio complice, continueremo ad essere decimate e potrà solo andare peggio. Ora come ora provo una sensazione di vuoto, abbandono e impotenza, come molti altri suppongo. Immaginare un miglioramento per quanto mi riguarda è difficile, ma nutro ancora delle speranze perché sono una donna di fede!”

Una Ciudad Juárez diversa Susana non l’ha potuta vedere. Il 6 gennaio del 2011 l’hanno ritrovata morta sul ciglio della strada, abbandonata come un sacco di spazzatura.
Aveva 36 anni.
Dopo il ritrovamento, il cadavere è stato trattenuto dalle autorità per cinque giorni e si è fatto di tutto per slegare l’omicidio di Susana dal suo attivismo politico.
“Era ubriaca…Ha incontrato tre ragazzi fuori controllo al bar, la situazione è sfuggita di mano…” hanno detto gli inquirenti, che, in parole povere, suona come il solito, vergognoso “se l’è andata a cercare…”

L’assassinio di Susana Chávez si iscrive invariabilmente nell’ambito dei femminicidi, un crimine che si aggiunge a quello di migliaia di donne assassinate per ragioni violente. È la radiografia della mascolinità più primitiva, quella che lacera, offende, ferisce, aggredisce, insulta e dilania la società. Abbiamo bisogno di costruire tra tutti una mascolinità senza violenza, attacchi e impunità.

Una chitarra le dà il commiato al cimitero. Sua madre mette un foglio nella bara. È la poesia che Susana Chávez scrisse in onore a una morta di Ciudad Juárez: “Sangue mio, sangue di alba, sangue di luna tagliata a metà, sangue del silenzio”.


SUSANA CHAVEZ: nata a Ciudad Juárez nel 1974 è stata una giornalista, poetessa e attivista per i diritti umani messicana. Iniziò a scrivere poesie a 11 anni, partecipando a molti dei festival letterari e forum culturali Messicani, offrendo anche letture delle sue poesie durante le manifestazioni per le donne scomparse e assassinate. Laureata in psicologia alla Universidad Autónoma de Ciudad Juárez, al momento della morte stava lavorando a un libro di poemi e scriveva inoltre sul suo blog Primera Tormenta.
È conosciuta come l’autrice dello slogan “ni una mujer menos, ni una muerta más” (“non una donna di meno, non una morta in più”), usato dagli attivisti per manifestare contro il massacro delle donne di Juàrez.

Diana Russell, colei che coniò il concetto di femminicidio.

Una parola nuova può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Può persino modificare il corso della storia. È quel che è successo con la parola femminicidio: in ogni Paese in cui è stata adottata, ha segnato un nuovo inizio nella lotta alla violenza di genere, risvegliando coscienze, stimolando pensatori, riunendo attivisti e infine portando all’istituzione di nuove leggi. Lo ha raccontato nel 2011, in un intervento all’Università di San Diego, la professoressa Diana E. H. Russell , studiosa e attivista che ha il merito di aver ridefinito e reso popolare il termine femicide per indicare l’uccisione di una donna “in quanto donna”. È da lei che l’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde ha preso e tradotto il neologismo spagnolo feminicidio, da cui deriva la parola italiana.

Russell, una delle voci più autorevoli sul tema della violenza contro le donne, ha dedicato tutta la sua vita a combattere i crimini basati sulla discriminazione di genere e la misoginia. Ha lottato per più di 40 anni come attivista, finendo arrestata ben cinque volte. Ha scritto circa 17 saggi, molti dei quali sono tuttora fonti imprescindibili per approfondire argomenti come lo stupro (anche coniugale e incestuoso), le molestie sessuali sui minori, la violenza domestica e la pornografia. Il suo lavoro è stato indispensabile per il movimento delle donne nel secolo scorso: come riportato da Katharine Q. Seelye sul New York Times, secondo la famosa giornalista e attivista statunitense Gloria Steinem, Russell ha avuto un’influenza enorme sul femminismo globale. 

La sociologa e criminologa è morta in California il 28 luglio scorso, all’età di 81 anni. Questa è la sua storia, perché presto sia celebrata come merita all’interno del mondo accademico e non solo.

Diana Elizabeth Hamilton Russell nasce il 6 Novembre 1938 a Città del Capo, in Sudafrica. Figlia di padre sudafricano e madre britannica, è la quarta di sei fratelli e ha un gemello, David. Come racconta nel saggio Politicizing Sexual Violence: A Voice in the Wilderness del 1995, sia durante l’infanzia che l’adolescenza subisce abusi sessuali: sono proprio quelle esperienze traumatiche a indirizzare la sua ricerca e ad accendere la sua vocazione per l’attivismo politico.
Nel 1945 suo padre, James Hamilton Russell, un amministratore delegato dell’agenzia pubblicitaria J. Walter Thompson, diventa membro del Parlamento. Sua madre, Kathleen Mary (Gibson) Russell, che si è trasferita in Sudafrica per insegnare dizione e teatro, rinuncia a lavorare per fare la moglie, ma milita nel movimento anti-apartheid Black Sash – era la nipote di Violet Gibson, che aveva tentato di assassinare Mussolini nel 1926.

Diana frequenta un collegio anglicano elitario per ragazze, poi, contro il volere di sua madre, si laurea in psicologia all’Università di Città del Capo e a 19 anni parte per il Regno Unito.  All’inizio del 1957, si trasferisce a Londra e, dopo due anni di lavoro, decide di intraprendere una carriera nei servizi sociali. Nel 1961 si diploma col massimo dei voti in scienze sociali alla London School of Economics and Political Science. Riceve anche un premio come migliore studentessa del programma, riconoscimento che la spinge a tentare la carriera accademica.

Nel frattempo, consapevole del proprio white privilege, si avvicina all’attivismo radicale e prende parte anche lei al movimento anti-apartheid. Nel 1963 si iscrive al Liberal Party sudafricano fondato da Alan Paton e partecipa a una protesta pacifica a Città del Capo, per la quale però viene arrestata. Si rende conto che i metodi pacifici sono inutili contro la violenza brutale della polizia afrikaner (ossia bianca di discendenza europea), e decide di unirsi a un’organizzazione rivoluzionaria clandestina chiamata African Resistance Movement(ARM), che bombarda e sabota le proprietà del governo per scoraggiare gli investimenti stranieri. Diana milita nell’ARM come elemento periferico per qualche mese; poi però, parte alla volta degli USA.

Studia ad Harvard, dove si specializza in psicologia sociale nel 1967. Quindi viene assunta come ricercatrice associata a Princeton, dove nel 1970 consegue un dottorato interdisciplinare con una tesi sui moti rivoluzionari. Ma, come ha raccontato lei stessa, l’estrema misoginia di queste istituzioni la instrada verso il femminismo: in quel periodo, inizia a seguire il movimento statunitense e a interessarsi di crimini sessuali commessi contro le donne. Intanto, nel 1968 sposa Paul Ekman, psicologo americano che insegna e lavora come ricercatore a San Francisco, all’Università della California. Per stargli vicino, nel 1969 Diana accetta di insegnare sociologia al Mills College, una scuola privata per ragazze nella vicina Oakland. Tre anni dopo divorzia, mentre resta al Mills College per ben 22 anni. Da quel momento dedica tutta se stessa ai gender studies e alla lotta contro la violenza sessista.

Nel 1975 pubblica il saggio The Politics of Rape, in cui definisce lo stupro non un comportamento deviante ma il risultato diretto della nozione di mascolinità nella società patriarcale, e denuncia la pratica del victim blaming. Quindi, dopo due anni di insistenza, nel 1976 Diana avvia una campagna e istituisce l’International Tribunal on Crimes against Women, un evento di quattro giorni a Bruxelles, in Belgio, cui partecipano più di duemila donne da più di 40 Paesi. Vi prende parte anche Simone De Beauvoir, che definisce la manifestazione “l’inizio della decolonizzazione radicale delle donne”In quell’occasione, Diana Russell usa la parola femicide e ne dà l’attuale definizione.