Qualche riflessione… non guasta!

foto di Robin Clerici

A volte ti viene paura senza un motivo ben preciso, ma conoscendoti, oramai sai che una volta che l’hai attraversata e superata, hai fatto un altro passo avanti nel tuo cammino! Avanziamo anche con la nostra fragilità…

D’altronde anche le nostre Donne nella storia avranno avuto le loro paure, ansie che avranno saputo senz’altro gestire e superare come facciamo, oggi, noialtre.

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La foto è di Robin Clerici

Michelina De Cesare: partigiana, guerrigliera e donna

Nel 1861, a unificazione avvenuta, l’Italia non era come Manzoni l’aveva immaginata “una d’arme, di lingue, d’altare, di memoria, di sangue, di cor“( Marzo 1821). Il Nord e il Sud del Paese erano ancora due mondi diversi e lontani, e per conciliarne le differenze culturali, sociali ed economiche sarebbe stato necessario – più che riconoscerle – attuare azioni politiche mirate a una maggiore giustizia sociale. Ciò, purtroppo, non avvenne e i nuovi governanti si trovarono a fronteggiare un fenomeno grave, quanto inaspettato: il brigantaggio, che occupò la scena del primo decennio dell’Italia unita.

I briganti erano eroi violenti e romantici, idealisti e attaccabrighe, i cui nomi e la cui fama mascheravano la miseria e l’ignoranza da cui cercavano di riscattarsi (contro tutto e tutti), incuranti della Storia, che, invece, stava delineando un nuovo mondo destinato a poggiarsi, ancora una volta, sulle spalle dei più deboli.

Accanto a loro giovani donne, povere come si poteva essere poveri nell’Ottocento, ignoranti, coraggiose, sfruttate, disperate e spesso feroci verso una società che chiedeva loro di donare in silenzio e in disparte la propria vita. E la vita se la fecero togliere… le brigantesse! Non furono poche, come si crede, e non furono soltanto “concubine, drude e manutengole” come si usava chiamarle a quei tempi. Accanto ai nomi di queste donne era segnata l’appartenenza a questa o quella banda, poiché le brigantesse facevano effettivamente parte dei gruppi organizzativi del banditismo.

Il loro contributo fu massiccio, alcune divennero capibanda, altre entrarono nella leggenda grazie al coraggio, al sacrificio; e di altre, invece, si ricorda la ferocia sanguinaria che fa pensare a una femminilità ferita, umiliata negli affetti e nell’animo. E tutte ebbero una tragica fine.

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Mi piace ricordare la storia di Michelina De Cesare, la cui vita (come quella di tante altre) è appena accennata in qualche libro di Storia che si rispetti e ricordata solo da chi l’unità d’Italia l’ha intesa come un’invasione, un’imposizione, una guerra sanguinosa e fratricida. Nessuna donna più di Michelina De Cesare è modello esemplare e lampante di resistenza e amor di Patria, uccisa a Mignano, terra che le aveva dato i natali, il 30 agosto del 1868, massacrata da feroci torture e crudeli sevizie per essersi rifiutata di svelare alle truppe piemontesi le varie posizioni locali.

Nata a Caspoli, frazione di Mignano, in provincia di Caserta, il 28 ottobre 1841, Michelina aveva tenuto, sin da giovane, un atteggiamento ribelle, refrattaria alla legge , educata al furto per sopravvivere. Di famiglia poverissima si sposò appena ventenne con Rocco Tanga, che la lasciò vedova dopo appena un anno di matrimonio. Si unì, tempo dopo, a Francesco Guerra , comandante di un fortissimo gruppo di guerriglieri legittimisti, che combattevano contro i piemontesi nel tentativo di riportare sul trono Francesco II, partecipò a ogni combattimento dimostrando abilità strategico – militari atte a prevenire gli attacchi e le imboscate del nemico. (altro…)