Marisa Bellisario… una leadership tutta al femminile!

Paola Chirico

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Marisa Bellisario (Ceva (CN), 1935 – Torino 1988), tra le figure più rappresentative della  storia M_bebb6b7c75 dell’imprenditoria italiana, è una donna che mi ha sempre affascinato, soprattutto per essere riuscita a raggiungere posizioni di prestigio rimanendo sempre se stessa e conservando le sue caratteristiche femminili in ambienti notoriamente maschili.

Laureata in discipline economiche all’Università di Torino nel 1959, si trasferì a Milano, dove, al suo primo colloquio di lavoro alla divisione elettronica della Olivetti, le fu proposto di lanciarsi nell’esplorazione dell’elettronica nel nuovo mondo dei computer. E lei raccolse la sfida.

Nel 1965 andò in America, dove doti, professionalità ed esperienza maturata negli ambienti aziendali, la resero presto indiscussa protagonista della Honeywell. Fu un’ascesa talmente brillante che nel 1979 venne invitata ad assumere la presidenza della Olivetti Corporation of America.

Fece ritorno in Italia nel 1981 per assumere la responsabilità della Italtel, un complesso di ben 30 aziende, che in quegli anni viveva una fase di acuta regressione. Marisa Bellisario aveva contro la politica aziendale e i sindacati che non credevano alla ristrutturazione, mentre la stampa scriveva che era stata scelta una donna per rendere più soft la chiusura del complesso. Riuscì, invece, nel miracolo di trasformare un complesso di fabbriche da rottamare in una moderna azienda elettronica.

Cambiò 180 dirigenti su 300; avviò progetti innovativi che, suscitarono interesse anche negli Stati Uniti; portò in tre anni il fatturato a 1300 miliardi con un cospicuo attivo; ottenne il consenso dei sindacati al suo piano di ristrutturazione e, soprattutto, la benedizione dei lavoratori.

La Bellisario aveva intuito che una grande azienda moderna non si evolve, né si guida senza una profonda rivalutazione dei
rapporti umani. Non più gerarchie burocratiche, ma gerarchie di merito; non più dipendenti, ma collaboratori, tutti, dai livelli più bassi fino ai vertici dell’azienda. Sfogliando la sua autobiografia si trovano aspetti, riflessioni e considerazioni sorprendentemente attuali: “Mi criticano perché mi trucco gli occhi, tingo i capelli biondo platino, porto la minigonna, cambio pettinatua, metto i pantaloni e scelgo gioielli strani e spiritosi… La lista delle cose che, secondo loro, una dirigente donna non deve fare è infinita.Credo si riassuma nella regola che un dirigente non deve essere donna e se, per disgrazia lo è, deve nasconderlo il più possibile” (…) “Io ho fatto carriera senza imitare modelli maschili e ho utilizzato le mie qualità senza rinunciare, come donna, a nulla d’importante”.

(altro…)

“Tante Donne. Tutte di mio gusto… e altro ancora”

Oggi mi piace presentare un libro di una cara amica Vittoria De Marco Veneziano il cui titolo “Tante Donne. Tutte di mio gusto… e altro ancora” racchiude la storia di figure femminili, tutte importanti, tutte interessanti e degne di grande considerazione. Donne di ieri e di oggi, che hanno contribuito al processo di emancipazione di genere sacrificando spesso la propria libertà per costruire qualcosa che rimanesse come esempio alle nuove generazioni… Ma ora lascio parlare l’autrice che descriverà la sua opera.

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Le donne, nella storia del mondo, tranne sporadiche eccezioni ed escludendo gli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, sono state votate al silenzio, tenute lontane dal sapere e da qualunque tipo di sviluppo intellettuale; ombre leggere nell’intimità della casa, lontane dalla scena, talvolta ausiliarie dell’uomo, tanto da lasciare delle tracce esilissime. Tuttavia molte hanno contribuito, in modo fondamentale, allo sviluppo scientifico e culturale, all’avanzamento del progresso civile e sociale nel mondo.

Questo libro vuole essere un tributo all’infinità del loro talento, un riconoscimento alla loro intelligenza. Un’opera che dedico alle nuove generazioni affinché siano consapevoli dei contributi essenziali apportati dall’altra metà del cielo, perché, per vivere l’oggi e costruire il futuro, è essenziale avere memoria del passato.

In questo testo ho incluso scrittrici, pittrici, operaie, scienziate, sante, inventrici e figure eccezionali che hanno contribuito alle battaglie per l’Unità d’Italia, ma anche donne fuori dal comune che hanno aperto la strada all’eccellenza femminile avvalendosi del cuore e della mente ed innalzando ambedue a guida dell’estro. Le donne che ho scelto sono di ieri e di oggi e non solo italiane. Tutte protagoniste di alto livello, con storie differenti – la diversità rappresenta sempre un grande valore – con estrazioni culturali e religiose varie, che di primo acchito, sembrerebbero separate da steccati, ma con comuni valori. Donne coerenti spinte dalla passione che, grazie alla loro positività comportamentale, sono riuscite a superare difficili prove – spesso pagando con la propria vita – diventando archetipi universali per tutte le altre. I profili potevano essere più numerosi. Il risultato sarebbe stato un tomo di almeno novecento pagine, pesante e scomodo da leggere in posizione di relax. Tutto ciò ha comportato tagli difficili che ho accettato con rammarico e dispiacere.

Dice bene Daniel Pennac quando afferma che “Il tempo per leggere è sempre tempo rubato al dovere di vivere”. Io che sono una lettrice onnivora e vorace, ho preso l’abitudine di portare nella borsa, o in capienti tasche delle mie giacche, un libro da leggere per ingannare il tempo… durante le tante code della vita. Un tomo, certamente, non consentirebbe tutto ciò.

Per dare voce  alle tante donne del mio libro – molte sono esempi eccezionali di emancipazione che hanno dovuto lottare contro il maschilismo – ho scelto la biografia. Ritengo che questa forma di narrazione costituisca una fonte preziosa e insostituibile per ogni costruzione d’identità. Pagina dopo pagina ho dipinto una sorta di affresco, che è  in parte sociale e perfino antropologico, con approdi a considerazioni esistenziali. Tuttavia parlare di biografie è estremamente limitativo, in realtà si tratta di profili – una trentina – e non un elenco asettico di opere, date ed eventi.

Ho cercato di costruire l’azione di queste donne fissandone i tratti fondamentali, professionali, relativi al carattere e, a volte, anche a quelli somatici. Sono “entrata” in punta di piedi nella loro vita. Ho usato l’immaginazione: il momento più importante che mi ha permesso di instaurare il mio personale legame con loro, tanto da farmele ·vedere”. Con gli occhi della mente ho immaginato la piccola figura di Grazia Deledda – era alta appena un metro e 54 centimetri – quando, ancora ragazza, si nascondeva nella soffitta di casa sua, intenta a leggere e scrivere, avvolta in un caldo scialle per difendersi dal rigido inverno di Nuoro. L’autodidatta ed anticonformista ragazza sarda riceverà il Premio Nobel per la Letteratura, fino ad oggi l’unica scrittrice italiana ad avere ricevuto il prestigioso riconoscimento. Ho “visto” Lalla Romano mentre si aggirava tra le strade della sua amata casa in Via Brera a Milano – colma di libri e di quadri dipinti da lei – dove ha vissuto per quasi mezzo secolo. Scrittrice che immagino da vicino perché nei suoi libri, fedeli compagni di giornate solitarie, ho trovato qualcosa che mi appartiene tanto da rendermeli amici e, come tali, ricorrere a loro nella circostanza del bisogno

Ritengo che nelle sue opere si possa trovare la “biografia” del genere umano. Libri di pensieri universali e di sentimenti, tanto da far riaffiorare qualcosa di antico che, ciascuno di noi, ha dentro di sé.

Ho immaginato Oriana Fallaci nella sua casa di New York, intenta alla vecchia Olivetti Lettera 32, avvolta nella nuvola di fumo dei suoi sigarilli. Lei non sapeva scindere l’azione dello scrivere dal gesto del fumare. Per Oriana, tra le due cose, c’era come una simbiosi; Lina Merlin durante il confino in Sardegna dove, colpita dalla povertà e dall’arretratezza del paese, si prodigava in particolare a favore delle donne, alle quali insegna a leggere e scrivere, trasformando la sua condanna in un’ennesima occasione di attività a sostegno del suo genere.

Per un attimo ho percepito gli occhi pieni di speranza di Maria Grazia Cutuli quando decide di lasciare la Sicilia per trasferirsi a Milano dove, pezzo per pezzo, inizierà a costruire la propria professionalità con perseveranza e passione. Ho visto, anche, il volo senza ali della bellissima Simona Atzori, una persona che ama la vita ed esprime questo suo amore attraverso l’arte, dotata anche di tanta autoironia che la fa sorridere dei limiti che gli altri, spesso, vedono in lei. Così…  con gli occhi della mente e del cuore ho immaginato Rita Levi Montalcini, Margarete Scütte Lihotzky, Olympe de Gouges, Maria Montessori e… tante altre.

Accostarsi alle opere dei Santi Cristiani è sempre occasione di arricchimento. Ho ritenuto opportuno soffermarmi sulla vita di due Sante e una Venerabile: Hildegard von Bingen, figura dalla personalità prodigiosa ritenuta fra le più importanti donne del Medioevo in Germania; Gianna Beretta Molla, icona luminosa e intensa della cristianità moderna e, la Venerabile Serva di Dio, Maria Cristina di Savoia, un esempio di religiosità, di saggezza e dolcezza insieme. Sono i Santi che fanno risplendere la Luce di Cristo, un ulteriore tesoro della Chiesa, in grado di arricchire la vita di ogni cristiano.

Ho ricordato anche donne sconosciute come le gelsominaie di Milazzo: operaie ardimentose che si sono impegnate per far valere le proprie ragioni;Rosetta Rota – promettente fisico e moglie di Ennio Flaiano, uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900 – che rinunciò ad una prestigiosa carriera per vivere la sua vocazione materna accanto alla figlia gravemente cerebrolesa.

Ho voluto rendere il giusto omaggio anche a tutte quelle donne italiane, straordinarie protagoniste dell’Unità d’Italia, scomparse dalla memoria storica, spesso assenti nei libri scolastici e in tutti quei testi che determinarono la cultura della società. Fra le tante ho tracciato il profilo di Cristina Trivulzio di Belgioioso, Bianca Milesi e Giuseppe Bolognara Calcagno.

Soffermarmi sulla vita delle grandi donne del passato e del presente mi ha offerto l’opportunità di indagare su temi di estrema attualità: di emancipazione femminile, delle tante “ferite” delle donne e, in particolare, della violenza di genere, piaga sociale dai mille volti. Di trattare il tema dell’otto marzo: un giorno di orgoglio femminile, un giorno per ricordare l’impegno di molte donne che, spesso, hanno lavorato nell’ombra affinché fosse possibile l’uguaglianza fra i sessi. Di focalizzare l’attenzione sulla questione della “diversità”. Oggi per fortuna la cultura dell’handicap è cambiata, anche se alcune volte – rare per fortuna – la presenza dello svantaggio viene percepita come una sorta di “spina nel fianco” della nostra cosiddetta quiete fatta di immagini perfette.

È stato anche il pretesto per affrontare il tema del rispetto dell’ambiente. L’ho fatto attraverso Ellen Swallow Richards, considerata da molti la fondatrice dell’ecologia, e tramite l’ambientalista keniota Wangari Maathai: una delle figure fondamentali dell’ecofemminismo, Premio Nobel per la Pace nel 2004.

Molte delle donne trattate in questo libro – che spargono pillole di esperienza e positività – hanno avuto alle spalle una famiglia eccezionale, come quella di Simona Atzori, o un padre capace di incoraggiarne le potenzialità intellettuali. Ne sono un esempio Cristine de Pizan, Grazia Deledda, Lalla Romano.

Artemisia Gentileschi e Frida Kahlo, in particolare, hanno avuto un padre artista capace di stimolarne la carriera, un po’ com’era successo anche a Marietta Robusti, figlia del Tintoretto, e ad Angelica Kaufman. Per Artemisia e Frida la pittura è stata un mezzo per superare le difficili problematiche della loro vita. La prima, dopo aver subito la peggiore delle offese per una donna: la violenza carnale, è riuscita a superare l’oltraggio subito grazie ad un’inveterata passione per la pittura, tanto da affermare la sua personalità e a lasciare un’impronta sostanziale. La seconda, con la sua arte ed un’energia smisurata, è stata capace di volare oltre i limiti del dolore fisico. È proprio vero che la vita offre delle opportunità anche nei momenti peggiori.

Non va dimenticato il coraggio di Bernardo Viola, il padre di Franca, che si oppose alla mafia e sostenne la figlia in quella che si potrebbe definire una scelta di civiltà, nella quale sono compendiati molti elementi riformisti del costume siciliano, come la noncuranza alla perdita d’onore e la ribellione all’intimidazione di tipo mafioso.

Tutte le donne che ho raccontato in questo libro mi hanno lasciato qualcosa. Nella vita delle grandi donne del passato e del presente riscopriamo le nostre debolezze e le nostre virtù, come la capacità ad attingere – con orgoglio e senso della propria dignità – alle potenzialità tipicamente femminili: la generosità, l’intelligenza affettiva, l’abilità a immedesimarsi in un’altra persona e di calarsi nei suoi stati d’animo;  come il coraggio di non lasciarsi andare, di lottare, di comprendere, di credere nel rispetto di se stesse e di rinascere a vita nuova come l’Araba Fenice dalle proprie ceneri.

Il coraggio  delle donne. Tutto ciò lo dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni che devono avere memoria del passato, per vivere l’oggi e costruire il futuro.

La mancanza di memoria collettiva nei confronti del passato determina assenza di punti di riferimento.

Vittoria De Marco Veneziano

Paola Chirico

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H. Ibsen… simbolo del femminismo nascente!

 “Nessuno che impari a pensare può tornare ad obbedire come faceva prima, non per spirito ribelle, ma per l’abitudine ormai acquisita di mettere in dubbio ed esaminare ogni cosa” (Hannah Arendt)

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Perché Ibsen? E perché ” Casa di bambola?”… Semplicemente perché si tratta della storia di una donna e dei temi a lei legati come, la libertà, le scelte, l’identità e la ricerca di sé, ma soprattutto del ruolo delle donne nella società di ieri e di oggi e del loro rapporto con la figura maschile.
Personalmente non mi è mai piaciuta la figura femminile troppo devota all’uomo (e Nora, la protagonista del dramma ibseniano, lo era!), quella che si appiattisce sulla sua ombra, e appare quasi soggiogata… Ci sono, purtroppo, ancora delle donne che, per mancanza di consapevolezza, scelgono un ruolo “ancillare”, pur non essendone completamente convinte tanto da sacrificare la propria vita in nome di “certezze” cui non sanno rinunciare… ma qualcuna, o forse, gran parte di esse, per fortuna oggi riesce a liberarsene!.
Quando il dramma di Ibsen viene rappresentato per la prima volta nel 1879, suscita scandalo e polemica ovunque, proprio per la sua lettura, come di un femminismo estremotanto che in Germania, Ibsen fu costretto a trovargli un nuovo finale perché la protagonista/attrice si rifiutava di impersonare una madre da lei ritenuta “snaturata”.
Ma se tutto questo ha fatto di “Casa di bambola” il dramma, forse, più noto di Henrik Ibsen (1828-1906), che scrisse in Italia ispirandosi a una vicenda reale, non per questo lo relega in un passato ottocentesco… anzi, ancora oggi, può essere considerato d’avanguardia per come parla della donna e la renda persona, ancor prima di essere femmina, moglie e madre.
Il dramma, comunque, al di là di ogni contenuto polemico, rimane di una grande complessità moderna perché abitata da personaggi capaci di parlare ancora a noi contemporanei!
Ma veniamo ora alla storia di Nora per comprendere il suo femminismo nascente e il suo insopprimibile  anelito alla libertà!.
Madre di tre figli, Nora é sposata da otto anni con l’avvocato Torvald Helmer, che la considera alla stregua di un grazioso animaletto e di una bambola… E lei sembra felice in questa “gabbia familiare.
La scoperta di se stessa (da parte di Nora) avviene però in modo imprevisto; ad aprirle gli occhi é la reazione di Helmer davanti all’ipotesi di un ricatto che Nora si trova a subire per un prestito che  aveva contratto con Krogstad (impiegato nella banca presso cui Helmer é direttore e che vuole lincenziare) falsificando la firma del padre per salvare la vita al marito ammalatosi gravemente.
Quando Helmer scopre il fatto viene assalito dall’ansia di perdere la propria reputazione, questa angoscia annebbia ogni altro pensiero e, in preda alla disperazione, dichiara a Nora che è una moglie indegna, senza quindi riconoscerle che il gesto era stato dettato dall’amore per lui.
Grazie all’intervento di un’amica di Nora, Kristine, il ricatto che minaccia la famiglia viene annullato ed Helmer appena appresa la felice notizia perdona all’istante la moglie. Ma per Nora, ormai, la vita non può ritornare ad essere quella di prima… tutte le sue illusioni sono state tradite, le sue certezze infrante e decide così di abbandonare la famiglia alla ricerca della sua vera identità e, come lei stessa dice ad Helmer, per “scoprire chi ha ragione, io o la società!”
La vicenda di Nora non è soltanto una polemica sulla condizione femminile del XIX secolo, ma rappresenta anche una testimonianza al desiderio di libertà e all’esaltazione della vita. Ella afferma di non capire queste leggi e di non riuscire a vivere; tutte le leggi che le proibiscono di amare, di essere felice non sono altro che parole scritte in qualche libro che restano tali!.
Prima di ogni cosa Nora vuole vivere pienamente, realizzarsi come persona“, badando a se stessa autonomamente senza essere più la bambola di qualche bambino viziato e come lei stessa dice:“Credo di essere prima di tutto una creatura umana come te… o meglio voglio tentare di divenirlo”. Alla fine é il dolore che trasformerà Nora da “bambola” a “donna”, la sua scelta di rinunciare alla sicurezza della vita matrimoniale per andare incontro a un mondo ricco di incognite e di instabilità coincide con il suo bisogno di una nuova cittadinanza per così dire “esistenziale”.
Nora va via da sola, non fugge con e per un altro uomo, non insegue un altro amore, ma va via perché quel ruolo di “ornamento”, se pure l’avesse deliziata in passato non le si addice più: quindi non più moglie-bambina, ma Donna, una Donna con piena consapevolezza e coscienza di sé.
Ibsen,che era noto per aver sostenuto la causa dell’emancipazione femminile ha voluto fare di Nora una delle prime raffigurazioni letterarie della donna moderna, una pre-femminista capace di ribellarsi alle convinzioni e alla sottomissione sociale a cui era costretta e non a caso l’opera  è stata a lungo considerata  una sorta di “manifesto del movimento femminista”.
Paola Chirico

La storia di Enrichetta Caracciolo… monaca per forza, patriota per amore!

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La storia di Enrichetta, della nobile e potente famiglia dei Caracciolo di Napoli, è la storia di una monacazione forzata – come tantissime, a partire dal medioevo -, di una incredibile prevaricazione, ma anche di una ribellione ostinata  e di un meritato riscatto. La storia di una donna destinata a vivere in un’epoca in cui un articolo del Codice Civile consentiva ai genitori, se non di costringere le proprie figlie a prendere i voti, di rinchiuderle in istituti religiosi. Giovane, bella e intelligente, Enrichetta ha la sfortuna di nascere a Napoli nel 1821, durante l’ultimo regime dei Borboni. Alla morte improvvisa del padre, Fabio Caracciolo, maresciallo borbonico discendente dai principi di Forino, Enrichetta, ancora adolescente, viene affidata alla tutela della madre (Teresa Cutelli, gentildonna palermitana) che, avendo deciso di risposarsi, la manda in monastero contro la sua volontà, continuando in tal modo la radicata tradizione del “convento”come destino da cui era esclusa la primogenita.

Enrichetta, quinta di ben sette figlie, parte quindi alla volta del monastero di San Gregorio Armeno a Napoli, dove prende i voti nel 1841. Qui si scontra con la grettezza e la diffidenza di monache ignoranti e per lo più analfabete che le rendono la vita difficile tanto da pensare di evadere a tutti i costi.
Colta e amante degli studi, ben presto si procura la fama di “rivoluzionaria”comprando, senza nascondersi, i giornali dell’opposizione che legge ad alta voce nel convento approfittando della libertà di stampa concessa da Papa Pio IX. Incoraggiata dal clima di speranza riposta nel Papa liberale, nel 1846 presenta al pontefice la prima di una lunga serie di istanze per ottenere lo scioglimento dei voti o almeno una dispensa temporanea per motivi di salute… suppliche destinate purtroppo a naufragare per l’ostinata opposizione del nuovo arcivescovo di Napoli Sirio Riario Sforza (1810 – 1877), che nutre per Elisabetta un disprezzo profondo perché donna colta e non sottomessa. In convento la Caracciolo fa la sagrestana, respinge le proposte oltraggiose dei preti e, nel 1848, legge a voce alta la stampa liberale, diventando, di fatto, anticlericale e repubblicana. Ma allo scatenarsi della repressione borbonica, temendo ripercussioni per sé e la sua famiglia, preferisce dare fuoco alle sue memorie.

Nel frattempo autorizzata dal Papa, si trasferisce nel Conservatorio di Costantinopoli, ma Riario Sforza le impone, per ripicca, di lasciare in convento le argenterie e le pietre preziose ereditate dalle zie monache. Ma nemmeno a Costantinopoli Enrichetta ha vita facile: la badessa le sequestra i libri, tra cui alcuni scritti del Tommaseo e del Manzoni, le impedisce di suonare al pianoforte i brani di Rossini e di scrivere lettere o tenere un diario. Enrichetta, nonostante tutto, continua a inviare lettere, nascondendole nel cesto della biancheria sporca, grazie alla complicità di una domestica. Ma alcuni suoi scritti, pervenuti nelle mani di Riario Sforza, vengono inviati a Pio IX affinché non ceda alle suppliche di Teresa Cutelli (ora separata dal marito e riconciliatasi con la figlia) per la libertà di Enrichetta. (altro…)

Provo a descrivermi meglio…

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“Il mare e la sua musica riescono a colmare le nostre solitudini”

Sono una donna proprio ingestibile, a volte, lo riconosco . Troppo razionale, analitica o troppo tenera e passionale.
Non faccio mai programmi e se chi mi sta vicino li fa, io li scombino sempre, puntualmente, ma non lo faccio apposta, mi viene spontaneo… direi quasi naturale!
Non sopporto il programmare tutto. Non mi interessa sapere già oggi, dove sarò domani o tra una settimana o tra un mese … lo saprò domani, tra una settimana o un mese. Programmare la vita significa a priori porre dei limiti al tuo agire, alla tua libertà di scegliere ogni giorno, dove vuoi essere e con chi. E io non posso sapere oggi dove vorrei essere domani… e men che mai tra un mese.
Non sono capace a tenermi nulla dentro, e se qualcuno non mi sta bene sono diretta e senza peli sulla lingua… preferisco dire sempre quello che penso, anche se talvolta sarebbe meglio tacere!
Raramente mi trattengo dal parlare, solo quando una mia parola potrebbe ferire chi mi sta accanto… perché le parole sanno provocare ferite inguaribili e restano fortemente impresse.
A volte sono come una tempesta ed é difficile gestire la mia voglia di vivere e la mia esuberanza (ben camuffata!). Ah, dimenticavo una cosa importante: amo la lettura, la scrittura, gli animali, il mio lavoro, ma soprattutto il mare, calmo, agitato, o quando c’é l’ alta e bassa marea. Lo trovo sempre “terribilmente” affascinante e resterei per ore a guardarlo ascoltando la sua musica… forse perché mi rappresenta!

Non sono una donna addomesticabile – Alda Merini –

Alda Merini, poeta e scrittrice italiana. Internata dal marito in manicomio, vi rimarrà a lungo sperimentando ribellione, orrore, e la capacità, nonostante tutto, di vedere e cercare la bellezza.

Scriverà A tutte le donne: “Fragile, opulenta donna, matrice del / paradiso / sei un granello di colpa / anche agli occhi di Dio / malgrado le tue sante guerre / per l’emancipazione. / Spaccarono la tua bellezza / e rimane uno scheletro d’amore / che però grida ancora vendetta / e soltanto tu riesci / ancora a piangere, / poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, / poi ti volti e non sai ancora dire / e taci meravigliata / e allora diventi grande come la terra / e innalzi il tuo canto d’amore”.

Qualche riflessione… non guasta!

foto di Robin Clerici

A volte ti viene paura senza un motivo ben preciso, ma conoscendoti, oramai sai che una volta che l’hai attraversata e superata, hai fatto un altro passo avanti nel tuo cammino! Avanziamo anche con la nostra fragilità…

D’altronde anche le nostre Donne nella storia avranno avuto le loro paure, ansie che avranno saputo senz’altro gestire e superare come facciamo, oggi, noialtre.

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La foto è di Robin Clerici