Categoria: ritratti

“Viva la vida” di Frida Kahlo, inno all’amore e alla gioia per la vita.

“Viva la vida” di Frida Kahlo viene realizzato otto giorni prima di morire, il 13 luglio del 1954, a 47 anni in Città del Messico. L’ultimo saluto gioioso di una persona che nella vita ha conosciuto molto presto la malattia e la sofferenza fisica.

Ha appena sei anni quando si ammala di poliomielite, guarisce, ma la gamba destra resterà meno sviluppata e rimarrà claudicante. A 18 anni un terribile incidente tra l’autobus e un tram quasi la uccide. Sarà costretta a indossare busti ortopedici e a sottoporsi ad una trentina di interventi chirurgici. La pittura rimarrà per lei l’unica consolazione e valvola di sfogo, ma anche forte dichiarazione di amore per la vita e resistenza. Dipinge essenzialmente autoritratti dolenti, contribuendo al filone autobiografico in arte.

“Viva la vida” è una natura morta che rappresenta angurie succose, rosse e appetitose. Un grido di colore, il desiderio infinito di gioia di vivere. È un estremo omaggio alla vita. I cocomeri si stagliano verdi e rossi su un cielo azzurro. Sulla polpa succosa e sensuale delle fette è scritto “Viva la Vida – Coyoacán 1954 Mexico”. Le angurie del dipinto vengono rese in tutta la loro fecondità e pienezza, come ricca è stata percepita la vita dall’artista nonostante tutto. Queste le ultime parole che Frida scrive nel suo diario. Un testamento commovente ed energico.

«Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più»

Frida ha vissuto intensamente attraversando, anzi, tuffandosi nelle gioie dell’amore e nell’impegno politico. Donna emancipata e indipendente, passionale e sanguigna che non pose mai limiti alla sua coraggiosa indole. “Viva la vida” è il suo lascito, il messaggio ultimo per se stessa e per chi ancora vive:  la vita malgrado tutto merita di essere vissuta.

La simbologia dell’anguria e l’omaggio dei Coldplay

L’anguria è per eccellenza il frutto dell’estate, fresco e dissetante, simbolo di passione e amore. Rappresenta anche l’intelletto, il lavoro e il benessere. Nelle credenze egizie torna questo frutto come simbolo. Si riteneva provenisse dal seme del dio Seth, divinità del deserto e della siccità, della bufera e dei morti. Proprio per questo veniva spesso posto nelle tombe come forma di nutrimento per l’aldilà, a rimpolpare una vita metafisica altrimenti destinata alla desolazione.

“Viva la vida” di Frida Kahlo è stata fonte di ispirazione per molti artisti, tra cui in musica i Coldplay. Era il 2007 quando Chris Martin in tour con i Coldplay giunse a Città del Messico. Tra un’esibizione e l’altra ebbe modo di visitare la Casa Azul, il museo ufficiale di Frida Kahlo.

Fu così che il frontman del gruppo britannico scoprì questo dipinto. Chris si segnò subito il titolo e rese omaggio all’opera intitolando così il suo album e il singolo principale. 

Viva la vida” dei Coldplay è uno dei brani pop barocco/pop rock più amati del nuovo millennio, un testo ricco di riferimenti biblici, artistici e letterari, sopra una strumentazione e un arrangiamento altrettanto ricercati.

 

A colloquio con Patrizia Cavalli, la poeta.

Roma, Campo de’ Fiori, l’afa di un agosto deserto di persone, la casa all’ultimo piano, senza ascensore, Patrizia Cavalli affondata sul divano che cerca da dieci minuti una posizione comoda appoggiando i piedi sul tavolino di fronte. Fogli, quadretti, piccole sculture sottili appese alle pareti, oggetti inutili e medicine sono il paesaggio di questo incontro, che sarà pieno di pause, sospiri, immaginari salti temporali per riacchiappare ora questo ora quel ricordo. Patrizia Cavalli è la nostra maggior poeta vivente.

Possiamo darci del tu?

Certamente, risponde Patrizia.

Ho letto da qualche parte che… Non provi più amore. Ma da quanto?

Da anni.

E come si sta senza amore? 
Male, tristi. Con una specie di sapienza a posteriori che non consola. Però sono troppo narcisista per azzardare un sentimento che potrebbe non essere ricambiato.

Ma la felicità non è un rischio? Non sta forse nel «fecondo coraggio», come diceva Natalia Ginzburg, il segreto dell’andare avanti? 
Boh

Perché ti fai chiamare «poeta» e non «poetessa»? 
Perché poetessa fa ridere, dai. Non mi è mai passato per la testa l’idea di farmi chiamare poetessa. Sembra quasi una presa in giro.

La stessa Elsa Morante, quando decise di sostenerti, ti disse: «Patrizia, sei poeta, sono felice». 
A lei devo tutto, avevamo un rapporto complesso, umorale, esattamente come la sua natura. Ma ricordo un episodio. Una volta eravamo a tavola io, lei e Sandro Penna. Penna c’aveva quella vocetta gne gne e diceva: “Elsa, Elsa, sei contenta di stare a pranzo con due poeti?”. Morante lo gelò: “Io sono più poeta di voi”. 

“Con passi giapponesi” è un libro di prose. Com’è nato?
Non c’è stata una vera intenzione. La prosa fa parte di me, io ho sempre scritto molto, ho uno stanzino pieno di note e appunti. I testi qui raccolti sono brevi, almeno per la maggior parte, indago il linguaggio.

Nata a Todi nel ‘47. In Umbria l’adolescenza. Poi Roma, alla fine degli anni ‘60 per studiare filosofia. Come sono stati i primi anni romani? 
Disperati. 

Perché? 
Difficili anche sul piano topografico: mi perdevo nelle strade e siccome mi vergognavo a chiedere informazioni capitava che vagassi da sola per ore o che rimanessi fissa in un posto come un baccalà. 

Poi questa casa, dove abiti dal 1972. 
Prima occupavo un piano della casa di un tizio sposato ma gay. La moglie piangeva sempre e la capivo: aveva scoperto di stare con uno che amava i maschi. Gli innamorati si somigliano tutti. 

Non sei mai stata attratta dai maschi? 
Solo da ragazzina, sui dodici o tredici anni. Mi piaceva il mio vicino di casa a Todi, ma non era un’attrazione erotica. Era un’altra cosa. Più conformista, direi. Era come se stessi sperimentando qualcosa che non capivo bene. 

A Kim Novak hai dedicato la tua prima poesia. 
Avrò avuto sì e no dieci anni. Quella donna mi faceva impazzire, mi sembrava un angelo. La poesia — la ricordo benissimo — faceva così: 
Chi sei tu dunque 
Kim, Kim, Kim Novak? 
Sei forse l’angelo che appar di tratto? 
Sei forse luce, calore e sogno? 
Sì vedo, in te vedo il bene, la luce e la speranza. 
Credo, in te credo con l’anima mi’ intera
»

«Con l’anima mi’ intera», addirittura un’elisione. 
Evidentemente quello mi sembrava vera poesia, quell’attenzione alla lingua.

Stai scrivendo in questo periodo? 
No, non scrivo da almeno quattro mesi. La malattia, dicono, al momento s’è ritirata ma queste maledette cure che ho fatto mi hanno portato via l’energia e la memoria. Come si fa a fare poesia senza memoria? La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere. Le parole devono avere una potenza intrinseca, il lavoro del poeta è sceglierle tra tante altre. Ma io non ci riesco sempre ora.  

Che cosa provi in quei momenti?
Una sensazione di impotenza. Il corpo che cede, la stanchezza, la sensazione di non esserci. Perché il corpo è tutto. Il corpo è il teatro delle nostre cose , senza il corpo non ci siamo. La memoria è poi anche conforto, con la memoria ci sentiamo interi. Io invece adesso non sempre sento la vita davanti. Qualche volta risorge, a tratti e all’improvviso e allora corro a catturarla, a fissarla. Con immagini o con parole.

Il “corpo è tutto”? 
E certo, e di che cosa vuoi parlare, dell’anima? Ma dai. Il corpo è dove sperimentiamo la conquista e la perdita. 

In “Con passi giapponesi” uno dei brani più belli è quello in cui si racconta lo sguardo delle donne sulle altre donne: chirurgico, spietato. 
Vero. Uno sguardo che ho sentito più volte su di me e che ho visto spesso da donna a donna. Come uno sguardo unico, che mai sarà rivolto agli uomini. 

Una delle poche cose che nessun uomo riuscirà mai a prenderci? 
Forse. 

Hai trascorso molto tempo senza pubblicare. 
Non sono una che apre la bocca per dargli fiato. Ho scritto cinque libri di poesie, è tanto. Non mi pesa stare senza scrivere. 

Ma a settembre è uscita una nuova raccolta, «Vita meravigliosa». 
È fuori dal tempo, un libro dove ho messo tante cose. Compreso un poemetto dal titolo “Con Elsa in paradiso”. 

Dolores Ibárruri Gómez, la Pasionaria Spagnola, che insegnò a non arrendersi mai!

Che Dolores Ibàrruri fosse una donna piena di passione, è evidenza storica. Però il soprannome di Pasionaria veniva, come lei stessa rivelò, da tutt’altro: il suo primo articolo, scritto per un piccolo giornale della sinistra, fu pubblicato proprio la settimana prima di Pasqua, la settimana della Passione, e da ciò trasse lo pseudonimo. Dolores veniva da una famiglia basca molto religiosa e lei stessa aveva pensato di farsi monaca; in effetti la sua vita è stata interamente consacrata all’antifascismo e al comunismo.

Nata nel 1895 a Gallarta, nella zona mineraria di Somorrostro, a ovest di Bilbao sul golfo di Biscaglia, era l’ottava di undici figli. Il padre, minatore nelle miniere di ferro a cielo aperto, lavorava dall’alba al tramonto per una paga da fame. La madre era una donna rigida, dura per indole o necessità. Vivevano in una baracca e il paesaggio doveva essere simile all’inferno, fra i fumi delle miniere e quelli delle vicine fabbriche di Bilbao.

Dolores era sveglia e ribelle e invano la madre cercava di domarla a suon di ceffoni. Avrebbe voluto studiare, ma giovanissima dovette andare a servizio in città presso famiglie facoltose. A vent’anni non ne poteva più. Per uscire da quella vita grama e senza speranza sposò nel 1916 un operaio socialista militante del PSOE (Partido Socialista Obrero Español) e, come tale, sempre dentro e fuori dal carcere. Juliàn Ruiz, così si chiamava, non era certo un genio, ma fisicamente non male: Dolores era piuttosto alta e lui altrettanto, così non sfigurava e non la metteva in imbarazzo.

Ebbero sei figli, dei quali sopravvissero agli stenti dell’infanzia soltanto due, Rubén e Amaya. Non fu un matrimonio particolarmente felice, durò una quindicina d’anni e finì per consunzione quando nel 1931 Dolores si trasferì a Madrid. Juliàn fu sempre molto signorile: non si sentì surclassato dalla moglie che in breve fece una carriera politica più brillante della sua, anzi quando si separarono affermò nobilmente: “Io perdo una moglie, il partito guadagna un dirigente”. Forse era anche stanco di avere in casa un dirigente del partito. Che, nel frattempo, era diventato quello comunista, nato da una scissione del PSOE.

Sulla scia del marito Dolores aveva intrapreso la strada della militanza politica, strada molto ardua soprattutto per una donna. Lei poteva contare su un grande fascino, non però nel senso in cui lo intendiamo noi oggi.

Vestiva infatti sempre di nero e in modo castigato, come nella tradizione basca, ma era di una eleganza naturale, semplice e senza fronzoli, e riusciva a contagiare con la sua passione politica, a infiammare la folla con i suoi discorsi. Trasparivano in essi non astratti ideali ma una vita vissuta con affanni e dolori, nonché una assoluta determinazione al riscatto. Dolores non fu mai una femminista vera e propria, come altre contemporanee che militarono nel movimento anarchico. In quanto comunista era molto severa nella morale sessuale e si sentì grandemente in colpa per la relazione con Francisco Antòn, parecchio più giovane di lei; fu l’unica, pare, di tutta la sua vita oltre a quella col marito.

L’ impegno nei confronti delle donne era piuttosto rivolto ad emanciparle, liberandole dalla miseria e dal peso di dover tirar su da sole i figli mentre i compagni erano tutti presi dalla lotta di classe o passavano anni in galera. I tempi erano durissimi. Non solo la Spagna viveva in un terribile stato di arretratezza, ma le classi dirigenti erano tanto inette quanto sfruttatrici. Le pessime condizioni dei braccianti e degli operai sfociavano spesso in rivolte spontanee e irrazionali regolarmente soffocate nel sangue dalla Guardia Civil, come la Semàna Tragica di Barcellona del 1909 e la rivolta delle Asturie del 1934. Nel febbraio del 1936, finalmente, libere elezioni mandarono al governo la sinistra: si attendeva un periodo di pace sociale e grandi riforme, senonché, in luglio, l’alzamiento, la rivolta militare guidata dal generale Francisco Franco, dette il via alla guerra civile.

Dolores si buttò in una strenua attività a sostegno della Repubblica. Non potendosene occupare e per loro sicurezza spedì i figli adolescenti a studiare a Mosca. Visitò i numerosi fronti, entrò coraggiosamente nelle caserme per convincere i soldati a non seguire gli ufficiali ribelli, tenne comizi di massa, viaggiò per cercare l’appoggio della Francia e dell’Inghilterra alla causa della Repubblica. Appoggio vilmente negato, com’è noto.

La giacca rossa di Ursula e la maglia rossa del piccolo Aylan.

Il 6 aprile 2021 l’Europa è stata sconfitta come nel 2015, quando ha raccolto il corpo del piccolo Aylan Kurdi.

Era l’ottobre del 2015 quando sulla costa della città turca di Bodrum la foto di un bimbo siriano, Aylan Kurdi, riverso sulla riva come se dormisse divenne l’immagine potente della tragedia dell’emigrazione per migliaia di creature innocenti in fuga  con le loro famiglie da guerre, fame, e violenze d’ogni genere. Foto di una tenerezza struggente. 
Quel bambino con la maglietta rossa e i pantaloncini scuri fu per giorni sui giornali a parlarci della tragedia dell’emigrazione e poi, per sempre, depositata nell’archivio della storia da dove periodicamente viene riproposta per la simbologia che evoca e le infinite vite sacrificate, che impersona per sempre. 

Il 2015, casualmente lo stesso anno in cui, sempre facendo parlare una foto uscita dagli archivi quale testimone di comportamenti sperimentati, è stato possibile capire (ovviamente per chi vuole capire) che quanto è capitato il 6 aprile a Ursula von der Leyen ….. è stato pensato e deciso per offendere,  attraverso lei, l’Europa e le donne tutte, iniziando da quelle turche.  Infatti in quel 2015 lo stesso Erdogan incontrò, a margine del G20 ad Antalya in Turchia, Jean Claude Juncker e Donald Tusk, rispettivamente Presidente della Commissione come Ursula von der Leyen e del Consiglio come Charles Michel. Immortalati in una foto mostrano la precisa collocazione di quelle tre poltrone con cui Erdogan all’epoca decise di dare pari dignità e potere ai due rappresentanti dell’Unione, nel rispetto del protocollo che evidentemente conosce bene.

Passano sei anni e, sorvolando su quanto avvenuto in questo periodo, è peraltro difficile non sottolineare oggi, nonostante il virus e le difficoltà che comporta in ogni campo, come sia stato importante concretizzare un nuovo incontro fra Erdogan, come nel 2015, e i due politici più rappresentativi d’Europa: Ursula von der Leyen Presidente della Commissione (recatasi in Turchia per discutere non a caso dell’emigrazione!) voce dell’Europa e istanza comunitaria per eccellenza e Charles Michel Presidente del Consiglio Europeo, dimensione intergovernativa dell’Unione.

Due ruoli e funzioni politiche formalmente di pari grado ma che non è difficile comprendere che a seconda delle situazioni e degli incontri l’uno di fatto simbolicamente prevalga sull’altro. Ed è deducibile per le questioni che erano in discussione il 6 aprile, compreso il tema degli emigranti, che forse fosse proprio Ursula von der Leyen l’interlocutrice più significativa. 

Era l’Europa in primis più che la somma degli stati europei che incontravano il premier turco. 
Questa riflessione, che non è di lana caprina, rende ancor più grave il comportamento di Michel che in nome della politica, e non del semplice galateo, avrebbe dovuto aspettare a sedersi.

Lo sgarbo avvenuto ad Ankara che ha visto Michel incapace di reagire a Erdogan è stato dunque il subire uno sgarbo all’Europa, usando una donna e negandole il ruolo e la funzione che rappresenta. 

Marguerite Guggenheim, per gli amici Peggy… la dogaressa dell’arte.

Peggy Guggenheim alla Biennale di Venezia, 1948

L’arte è una componente fondamentale per noi italiani, abituati a passeggiare nelle nostre città che sono dei veri e propri musei a cielo aperto. Forse non è vero che l’arte salverà il mondo, ma sicuramente risolleva il morale grazie alla sua bellezza e maestosità. Nel corso della storia tanti personaggi si sono innamorati del nostro Paese e hanno contribuito a renderlo la culla dell’arte non solo antica, ma anche e soprattutto moderna: tra questi Peggy Guggenheim che ha svolto un ruolo di grande prestigio.

Nata a New York nel 1898, in un finale di secolo effervescente e complesso, in un mondo che sta cambiando a velocità abbastanza sostenuta e si sta avviando all’incendio della Grande Guerra. È una nata con la camicia, si direbbe: suo nonno Solomon R. Guggenheim aveva fondato l’omonima fondazione per la creazione di musei in giro per il mondo, suo padre, Benjamin Guggenheim, si era arricchito con l’estrazione del rame, dell’argento e con l’acciaio, invece sua madre, Florette Seligman, apparteneva ad una delle più importanti famiglie di banchieri americani.

Il padre muore sul transatlantico più tristemente famoso della storia, il Titanic, in modo eroico a discapito della sua presenza, abbastanza clandestina, sulla nave, in compagnia dell’ennesima amante: dopo aver ceduto il suo posto in scialuppa a donne e bambini, ritorna a bordo e attende la fine del naufragio bevendo champagne in smoking, scena ricostruita fedelmente anche nel film Titanic di James Cameron.

Lei ha tredici anni ed è destinataria di un’eredità di 2,5 milioni di dollari. Un futuro brillante e ricco già praticamente spianato per Peggy. Ma alla ragazza non interessava la vita dorata che la sua appartenenza familiare le avrebbe garantito e compie, nel 1922, il primo atto di ribellione: sposa un artista squattrinato, un dadaista di nome Laurence Vail. È l’epoca delle avanguardie storiche e artistiche, Peggy è attratta moltissimo da questo mondo: durante gli anni del matrimonio con Vail conosce personalità come Man Ray, per cui poserà, Jean Cocteau, Kiki de Montparnasse, Ezra Pound, con cui giocava a tennis, Gertrude Stein e James Joyce, Constantin Brâncuși e Marcel Duchamp. 

Il matrimonio con Vail fallisce nel 1928 e lei si trasferisce in Europa vagando tra Londra e Parigi con i suoi due figli, Sinbad e Pegeen. Nello stesso anno conosce a Saint Tropez uno scrittore raffinato ma alcolizzato, John Holms, che diventa uno dei suoi grandi amori, morto nel 1934 a soli trentasei anni per una banale operazione al polso. Nel gennaio del 1938 è a Londra e insieme a Jean Cocteau inaugura la galleria Guggenheim Jeune: è il suo battesimo da mecenate dell’arte, la prima di una lunga serie di collezioni che la consacrano a più importante sostenitrice dell’arte contemporanea.

Nella galleria espone opere di Picasso, Jean Arp, Max Ernst, Tanguy (con il quale nel frattempo ha intrecciato una relazione), Kandinskij, Brâncuși, Braque, un tripudio di artisti di avanguardia, corrente artistica a cui l’avevano avvicinata in particolare gli amici Samuel Beckett e Marcel Duchamp. L’anno successivo Peggy decide di far diventare la galleria un vero e proprio museo, ma sopraggiunge la guerra e nel 1941 è costretta a lasciare l’Europa (anche per le sue origini ebree) e ritornare negli Stati Uniti, dove però non si arrende nemmeno di fronte alle crescenti difficoltà generali dovute allo scoppio del conflitto mondiale: nel 1942, infatti, inaugura la galleria Art of this century. Probabilmente senza il mecenatismo lungimirante e istintivo di Peggy Guggenheim, non avremmo conosciuto e apprezzato Jackson Pollock, che finanzia sopportandone i capricci e l’alcolismo e che per prima considera il più grande artista del secolo dopo Picasso

Una tennista fuori dagli schemi, Marina Navratilova.

“Non lasciare che i tuoi limiti, di qualunque tipo siano, definiscano chi sei”. Martina Navratilova

Questa affermazione di Martina Navratilova basterebbe da sola a riempire un trattato di psicologia e di psicanalisi e forse concluderemmo che è quello che facciamo e quello che non scegliamo di fare, il cosa e il come, che ci definiscono.

L’International Tennis Hall of Fame, uno dei più grandi musei della storia mondiale del tennis, dal 1954 celebra le leggende di chi è stata protagonista di quella storia. Dal 1986, da quando cioè fu riconosciuto dalla Federazione Internazionale del tennis, il museo ospita una vasta collezione di oggetti, video, fotografie, trofei per far conoscere la storia del tennis dalle sue origini fino agli anni recenti. Perché è proprio attraverso la storia degli eroi ed eroine del tennis che si possono educare le nuove generazioni all’amore per questo sport e per quello che rappresenta. Proprio nella lista delle leggende tennistiche si deve andare per incontrare il nome di Martina Navratilova.

Conosciamola più da vicino. 

Quando si enumerano i suoi trionfi si capisce subito quanta determinazione e passione vi sia sottesa al loro raggiungimento e si coglie in pieno la sua affermazione: «Chiunque abbia detto che non importa se vinci o perdi, vuol dire che ha già perso»Che siano o no parole sue, sta di fatto che il verbo vincere per lei è stato sinonimo del verbo giocare.

Le sue umili origini (era nata in un piccolo paese della Repubblica Ceca nel 1956) e il dolore, a tre anni, per il divorzio dei suoi genitori, avranno forse influito sul suo disperato bisogno di libertà, e sulla spasmodica ricerca della vittoria, diventando un’atleta forte e degna di onori. Di sicuro nel suo destino di campionessa molto influì il nuovo compagno di sua madre, al quale si affezionò così tanto da prenderne il cognome. Da allora fu Martina Navratilova e il suo patrigno fu il suo allenatore. 

Negli anni Settanta è già una professionista e vince i campionati nazionali di tennis, meritandosi di partecipare anche a tornei all’estero. Approfitta di questo per chiedere agli Stati Uniti di potervi rimanere lasciando il suo paese, cosa che fa nel 1975. Diventa cittadina americana nel 1981, dopo essere stata apolide per alcuni anni dopo aver rinunciato alla nazionalità ceca (che riprenderà molti anni dopo). Ovviamente fu molto attaccata dalla stampa dell’Urss, ma riuscì a farsi perdonare quando cominciò a vincere e stravincere sui campi di gioco. 

In circa venti anni ha creato la sua leggenda, vincendo in 167 tornei di singolare. Vinse nel 1978 il primo Slam a Wimbledon e poi altri 17 Slam in singolare nei vari Wimbledon, Us Open, Australian Open e Roland Garros, a cui si aggiungono i 31 Slam nel doppio e 10 nel misto. Con record e vittorie i numeri crescevano: 167 titoli in singolo e 177 in doppio, complessivamente 344 titoli.

Dopo la vittoria, a quasi cinquanta anni di età nel doppio misto agli Us Open del 2006, Martina Navratilova si è ritirata dalle competizioni. È stata per molti anni la numero uno al mondo del tennis femminile e, con la storica rivalità tra lei e Chris Evert, ha regalato a questa disciplina alcune tra le pagine più belle e appassionanti di sempre. 

Non sono state però solo le vittorie a metterla sotto i riflettori della Storia, ma anche la sua libertà di donna, determinata a vincere, ma anche a pretendere la sua parte di felicità, senza compromessi e alla luce del sole. Da indomita combattente, ha sempre conservato uno spirito battagliero, quello che le ha fatto superare un cancro al seno, scalare il Kilimangiaro, darsi alla pittura. Molti ricordano le enormi tele dipinte con centinaia di palle da tennis colorate, realizzate in tandem ‒ è il caso di dire ‒ con il pittore Juraj Kralik, esprimendo la sua creatività così come quando realizzava i suoi potenti e improvvisi rovesci di mancina.

Angela Merkel: la storia della prima Cancelliera tedesca.

Angela Merkel (nata Angela Dorothea Kasner) è la prima donna a ricoprire il ruolo di Cancelliera tedesca per tre volte di seguito oltre ad essere la persona più giovane ad avere questa carica e la prima ad essere nata dopo la fine della seconda guerra mondiale. Viene spesso chiamata “La donna più potente del mondo” (come affermato nelle classifiche del magazine Forbes dal 2006 al 2013), “la nuova Lady di Ferro” e da alcuni politici italiani con nomignoli non proprio edificanti sul suo aspetto fisico. La sua politica estera e le sue posizioni in merito alla crisi dell’Eurozona, specialmente nei confronti della Grecia, sono più conosciute della sua storia personale. Per questo motivo, senza alcun scopo politico, mi piacerebbe raccontare la storia di questa donna che ha in qualche modo cambiato la percezione politica non solo tedesca, ma mondiale.

La giovane Angela dimostra immediatamente una spiccata intelligenza, già dal liceo eccelle principalmente in matematica e in lingua russa, tanto da vincere le olimpiadi di lingua russa di Templin. Spinta dai genitori, che conoscono le discriminazioni a cui spesso erano soggetti i figli del clero nella DDR, entra a far parte della Libera Gioventù Tedesca (Freie Deutsche Jugend) dato che questo era un modo per farsi strada ed avere posto nelle Università.

Angela1

Nel 1973 si trasferisce a Lipsia dove si iscrive alla facoltà di fisica e a 23 anni si sposa con il primo marito, da cui prenderà il cognome, Ulrich Merkel. Dopo la laurea si trasferisce a Berlino e consegue il dottorato in fisica quantistica sul decadimento degli idrocarburi. In seguito diventa ricercatrice all’Accademia delle Scienze Adlershof di Berlino, la più importante unità di ricerca della DDR che raccoglieva migliaia di scienziati e dove lei era l’unica donna. La scienza le consente di stare al riparo dall’occhio della DDR in quanto il suo campo era molto teorico e non strettamente legato alle tecniche di produzione sulle quali il regime puntava maggiormente.
All’inizio degli anni 80 Angela divorzia dal primo marito, ma decide di mantenerne il cognome, e si trasferisce in un quartiere a est di Berlino. I numerosi viaggi in treno per raggiungere la zona sud dove lavorava la spingono a confrontarsi quotidianamente con il muro di Berlino, scorgendo anche scorci della Berlino ovest che era loro preclusa. Non è difficile immaginare quanto questo possa aver dato la sensazione di “gabbia” a lei ed ai giovani scienziati con cui viaggiava tutti i giorni.
Quando nel 1985 Gorbaciov sale al potere in Russia e porta avanti la “Perestroika” iniziano ad avvertirsi i primi cambiamenti in tutta la zona controllata dall’ex URSS, e nel 1987, mentre il regime comunista va sgretolandosi, iniziano a prendere piede in Germania est tanti piccoli movimenti politici.

Dopo la caduta del muro Angela si iscrive a “Risveglio democratico” (democratische Aufbruch), un gruppo di attivisti di centro destra, di cui è presto la portavoce e, dopo le libere elezioni del 1990, proprio mentre le due Germanie corrono verso l’unificazione, diventa vice portavoce dell’ultimo governo della Repubblica Democratica Tedesca guidato da Lothar de Maizière con “Alleanza per la Germania” (Allianz fur Deutschland). Questo processo di unificazione preoccupa molti politici europei, in particolare in Francia, i quali si sentono minacciati da una Germania più grande ed inevitabilmente più forte; per questo viene siglato un accordo: la Germania si può riunire, ma deve firmare il trattato di Maastricht per imporre al nascente stato riunificato vincoli politici ed economici. Questo preciso momento storico, in cui Angela inizia a partecipare attivamente alla vita politica, ha influenzato la visione politica della futura cancelliera per la quale la riunifcazione tedesca, strettamente legata ad un concetto di Europa unita, diventa forza trainante della sua visione politica.

Angela Merkel nel 1992

Angela si dimostra da subito diversa dal “tipico politico tedesco” di allora, rappresentato dai suoi colleghi, ed è ben lontana dall’immagine del politico elegante, arrogante ed impomatato, dimostra infatti avere poco interesse per l’aspetto esteriore (spesso verrà detto di lei che in questo rimane una “scienziata della DDR”). Per quanto riguarda le sue capacità politiche spicca da subito per la grandissima capacità di mediazione fra le varie parti che coesistono all’interno di Alleanza per la Germania, per il suo non cercare per forza lo scontro e per il suo non “salire sul podio” se non sotto esplicita richiesta.
Dopo la riunificazione aderisce al CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands), il più grande partito di centro destra dell’ovest, di stampo prettamente patriarcale e dominato da dirigenti uomini, all’epoca guidato da Helmut Kohl. Angela viene nominata dapprima ministra per le donne, i giovani e lo sport, ma poi Kohl, che la chiama la sua “Mädchen” (ragazzina) la promuove a ministra per l’ambiente, ministero che si occupa della salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza del nucleare e che riveste una grande importanza strategica in Germania.
L’approccio politico di questa “ragazzina dell’est” lascia stupiti i tedeschi in quanto molto diverso da quello a cui erano abituati, tanto che in molte occasioni i politici uomini si rivolgono a lei in modo molto autoritario, spesso urlando, quasi a volerla umiliare. Angela però non cade mai in questo genere di trappole preferendo rispondere con toni calmi, lasciando che gli avversari politici si “sgonfino” da soli.

Io e Sibilla…

Esiste un’autrice, poco ricordata e completamente tagliata fuori dal canone, a cui la letteratura del Novecento deve tanto e riconosce poco. Si chiama Rina Faccio, ma ha scelto di lasciare il mondo come Sibilla Aleramo. Una donna, come il titolo del suo capolavoro autobiografico, che all’inizio del 1900 già insisteva sul tema dell’autocoscienza, che il femminismo internazionale affronterà solo oltre 60 anni dopo.

Buongiorno… Sibilla o Rina? Come preferisce essere chiamata?
Sibilla… Rina appartiene a una vita passata.

Come ricorda la sua infanzia in quella vita nei panni di Rina?
Per tanti anni mi capitava di guardare alla mia prima gioventù come a un’alba dorata, a un’armonia perfetta che chiamavo “felicità”. Un sogno, più che un ricordo, che s’infrangeva in mille schegge non appena la realtà mi riportava al tempo presente. Ora, che ho imparato a guardare al mio passato con occhi lucidi e disillusi, mi chiedo se forse neanche da bambina io sia mai stata pienamente felice e se sia proprio in quegli anni che ho covato dentro quel bisogno d’amore che mi ha condizionato per l’intera esistenza.

È il 1906 quando pubblica Una Donna, un libro assolutamente in anticipo sui tempi che ha segnato un momento spartiacque all’interno della letteratura italiana del XX secolo. Da cosa nasce quest’opera così innovatrice?
Non avevo pianificato di scrivere Una Donna, non è stata una costruzione a tavolino. Sentivo dentro una forza irrefrenabile che mi struggeva e mi chiedeva di dare voce all’amore e al dolore che avevo dentro, nel tentativo di raccontare attraverso la mia vita di donna, uno spaccato sul mondo femminile d’inizio secolo. Speravo di indicare a me stessa e alle mie lettrici un percorso possibile di rinascita ed emancipazione dall’ideologia del sacrificio femminile.

In che modo quegli anni sono stati per lei una “inascita”?
Come ti dicevo, sono nata Rina Faccio, ma questo nome ormai mi stava stretto, mi riportava a una vita che non sentivo più mia: una vita di profondo vuoto e sofferenza, di occasioni mancate. Per questo nel 1902 ho lasciato mio marito  se vogliamo definire “marito” un uomo che sono stata costretta a sposare dopo che mi ha violentata, come se fossi io a dover riparare a quell’orrore  e, con grande sofferenza, mio figlio Walter.  Mi sono trasferita a Roma e ho cominciato a scrivere: tra i fogli di carta e l’incessante battaglia con la mia coscienza, è nata Sibilla.

A partire dagli anni ’40, a mio parere, una non casuale coincidenza con l’inizio della guerra, la sua scrittura vira quasi esclusivamente verso la forma diaristica. A cosa è dovuto questo cambio di registro?
Non mi è mai sembrato un cambiamento drastico, da un certo punto in poi ho solo compreso qual era l’unica forma adeguata a portare avanti la mia opera di verità, il racconto di me e della mia vita per tentare di esorcizzare il dolore che avevo dentro. Questa forma è il diario.

Hic et nunc… pensieri che vanno !

Viviamo in una situazione difficile, che si protrae da tempo e ciò la rende ancora più difficile.
L’incertezza, la paura, una modalità diversa delle relazioni ci stringono in un assedio che fa fatica a comporsi e ricomporsi. L’abbraccio, la stretta, il bacio ci appare inopportuno persino in un film. Si allontana dal nostro abituale e consolidato modo di vivere il mondo.


Eppure In questo tempo rallentato e circoscritto, molti di noi impiegano il maggior tempo a disposizione disperdendolo, vanificandolo. Alcuni, volutamente, ignorano dati e statistiche per non distrarsi da ciò che maggiormente preme e che ha possibilità di compiutezza e lavoro ugualmente. Altri invece, e spesso sono quelli che fanno un lavoro creativo ed espressivo, leggono meno, non scrivono testi, ma vedono serie televisive oppure risolvono rebus e cruciverba che mai avrebbero fatto in tempi normali.

Eppure! Ci sarebbe un ventaglio di opportunità per far fruttare questo tempo povero di scambi e sollecitazioni, cambiarlo in un tempo ricco e fecondo, pur con l’orecchio e l’occhio voltati a ciò che di straordinario sta accadendo. Basterebbe entrare in una scansione diversa. Solo quella del qui ed ora.
Praticato dai buddisti, l’essere nel presente, è vissuto pienamente da altre specie.  Quella che conosco più da vicino, è quella canina.


La mia cana si chiama Diana ed ha solo un anno e tre mesi. Innumerevoli volte ci siamo affiancate, accompagnate, abbracciate, salutate, ognuna nel proprio linguaggio.
Mai però, Diana mi ha salutata nel vedermi andare via, per uscite brevi o lunghe che fossero.
Sempre, invece, quando sono tornata; addirittura aspettandomi dietro la porta, e saltando e mordendomi le mani, piano piano, in una manifestazione d’amore caldo e vicino. In una esplosione di gioia che si accende per l’attimo in cui ci si ritrova e ci si può amare da vicino.


Loro, le cane, sono nel presente; non hanno proiezioni nel futuro, del passato conservano episodici ricordi legati a traumi, non da rimuovere ma da scansare, e tutto ciò le preserva da rancori, falsi aggiustamenti esistenziali e relazionali. Verso il futuro non hanno aspettative superiori a quelle delle crocchette la mattina, dello starti appiccicate durante il giorno e della meravigliosa passeggiata la sera col proprio amico/a.

Giornata della memoria, se questa è una donna. La storia di Norma Cossetto.

Per i nazisti erano semplicemente stücke, pezzi. Nei campi di sterminio non c’era distinzione fra uomini, donne, bambini, anziani. Solo, brutalmente stücke. Per le donne, forse, la vita nei lager era ancora più grama, se distinzioni si possono fare nell’inferno. Giorni stipate nei vagoni della morte, poi, all’arrivo, subito divise dai propri figli e figlie, dai mariti. Il freddo, la privazione dell’identità.

Solitudine acuita dal freddo, dalla sete, dalla fame, quella che faceva interrompere anche il ciclo mestruale a tutte. Pure questa un’ulteriore perdita di femminilità. Importante per archiviare un giorno dopo l’altro, era la voglia di vita, mettere un piede davanti all’altro. Magari trovando nelle altre donne conforto, una carezza, un po’ di calore. Tante le donne raccontate dai sopravvissuti, tanti i libri che ci hanno restituito in questi anni le loro voci, i loro volti. Ma io voglio raccontarvi di Norma Cossetto e il suo urlo dalle fòibe

Siamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale e gli slavi, guidati dal comunista maresciallo Tito, inseguono il disegno nazionalistico di conquista di un territorio ricco e dalle grandi potenzialità, anche ambientali.

Nella provincia della Venezia Giulia e della Dalmazia, i comunisti che alcuni ribattezzano con il nome di “titìni” strappano centinaia e centinaia di italiani dalle loro case e li portano via trascinandoli sul ciglio di quelle  orribili voragini a strapiombo, di natura carsica, denominate “fòibe”. Tutti in riga e con un filo di ferro legato al polso che li unisce tutti, l’uno all’altro.

Il primo della fila viene fucilato e con il suo peso trascina nella foiba tutti gli altri che sono vivi. Un vero e proprio genocidio. Nel condannare l’orrore – e non potrebbe essere altrimenti – voglio  porre ancora una volta l’attenzione su alcune figure femminili, vittime tra le vittime. E non per preferenza sommaria verso un genere, ma per portare a conoscenza di chi legge alcune delle innumerevoli storie in cui, per la sola colpa di essere donna, si muore più volte, e per dare alle sfortunate protagoniste una voce e un volto, fra le migliaia, restituendo loro quella dignità rubata, saccheggiata, depredata, così come furono i loro corpi, per un delirio di onnipotenza di disumani carnefici.

Trecentomila furono le persone che fuggirono a quel delirante massacro comunista, ma tra loro non ci fu Norma Cossetto, diventata l’esempio emblematico di quello che le donne subirono in quei giorni bui e atroci della nostra storia.

Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni, di Santa Domenica di Visinada, laureanda in Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Padova. In quel periodo girava in bicicletta, per i comuni dell’Istria, per raccogliere testimonianze, documenti e materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo “L’Istria Rossa” (quel “rossa” riferito al colore della terra per la presenza di bauxite). Fu arrestata il 25 settembre 1943 da un gruppo di partigiani e condotta all’ex-caserma della Guardia di Finanza di Parenzo insieme ad altri parenti, conoscenti ed amici.

Qui fu raggiunta dalla sorella Licia (arrestata poi anche lei, ma rimessa in libertà ed ebbe modo di raccontare le tragiche vicende della sorella e del padre, anch’egli ucciso). Qualche giorno più tardi, l’occupazione di  Visinada da parte dei tedeschi, spinse i partigiani ad effettuare un trasporto notturno dei detenuti presso la scuola di Antignana, adattata a carcere.

Da questo momento in poi per Norma Cossetto iniziò il martirio. Tenuta separata dagli altri prigionieri,  segregata in una stanza e legatala a un tavolo con delle corde, fu prima stuprata  da diciassette aguzzini e poi sottoposta, senza alcuna pietà, a ripetute e crudeli violenze. Norma venne ritrovata, dopo alcune ore, da una vicina di casa che, avendo sentito l’eco dei gemiti e dei lamenti strazianti della povera ragazza, si era avvicinata alla finestra della stanza dell’orrore scoprendo il  terribile, atroce misfatto.