Categoria: Femminismo rosa

L’eleganza del riccio.

Ho letto ‘L’eleganza del riccio’ di Muriel Barbery qualche tempo fa, ma ho deciso di leggerlo una seconda volta, perché molte persone lo hanno accostato a ‘Cambiare l’acqua ai fiori’ di Valérie Perrin e, sinceramente, è un parallelismo che mi convinceva poco prima e mi convince ancora meno adesso, dopo questa lettura.
Comincio dalla descrizione che le protagoniste fanno di se stesse. La prima è Renée:

Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante.


La seconda è Paloma che dice di sé:

Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi. I miei genitori sono ricchi, la mia famiglia è ricca, e di conseguenza mia sorella e io siamo virtualmente ricche. 

eleganza del riccio

Renée e Paloma sono i due cardini attorno ai quali ruota l’intera trama del libro e rappresentano anche la chiave di interpretazione della vicenda narrata. Due donne che, attraverso le loro esistenze, rappresentano i concetti fondamentali di apparenza ed essenza. Due persone, nella accezione etimologica del termine: in latino, il termine persōna indicava la maschera che gli attori di teatro indossavano per assumere le sembianze del personaggio che interpretavano. Entrambe scelgono di indossare una maschera per apparire agli altri non come realmente sono, ma come vogliono che le persone le percepiscano. Abitano nello stesso palazzo, ma non si conoscono e questa scelta, apparentemente, rappresenta l’unico punto di contatto tra loro, almeno fino all’arrivo di Monsieur Kakuro Ozu.


Paloma e Renée vivono agli antipodi della società: la prima giovanissima, ricca e fin troppo intelligente, ultra cinquantenne la seconda, povera, che ha imparato tutto quello che sa da autodidatta. In realtà sono anime gemelle e non è un caso che scelgano di indossare lo stesso travestimento per difendersi da una realtà che non condividono, non apprezzano e dalla quale non sono apprezzate.

Vivono all’interno di stereotipi  fin troppo scontati, ma che nessun personaggio con cui interagiscono nella quotidianità raccontata dall’autrice del romanzo, ha la curiosità di indagare per cercare di ‘andare oltre’. 

Apparenza ed essenza, esteriorità e interiorità. ‘L’eleganza del riccio’ riflette su queste tematiche che, da sempre, caratterizzano le relazioni umane. La maggior parte delle persone si accontenta di apparenza ed esteriorità su cui basa i propri pregiudizi e, cosa peggiore, i propri giudizi.

Muriel Barbery lo fa capire in modo inequivocabile attraverso indizi che dovrebbero spingere ad andare oltre o, quanto meno, a porsi delle domande: un esempio è il gatto della portinaia, che si chiama Lev in onore di Tolstoj. Se Renée fosse davvero semplicemente una portinaia, mediocre ed insignificante, mai e poi mai avrebbe scelto proprio quel nome per il suo animale.
Questo romanzo è un invito a riflettere su tematiche importanti della vita e sulle dinamiche che spesso governano, purtroppo, le relazioni interpersonali. Qual è il senso della vita? Vale la pena di viverla? Qual è il valore delle relazioni umane? Ha senso nascondere la propria natura per paura di non essere capiti e apprezzati? 

Paloma e Renée, le due voci narranti del romanzo ci guidano in questo percorso. Partendo ognuna dalla sua esperienza, prendono per mano il lettore e lo coinvolgono in ragionamenti profondi che impongono una visione e un approccio diversi alla vita e agli altri.

Pagina dopo pagina ‘L’eleganza del riccio’ risponde alle domande attraverso una analisi magistrale dell’interiorità delle due protagoniste in primis, e di tutti i personaggi che danno vita alla storia poi.
Due vite completamente diverse, due stili narrativi altrettanto differenti, ma un unico grande desiderio: dare al mondo e alle altre persone la fiducia che fino a questo momento non erano state capaci di accordare. Una lettura mai banale, a tratti non facile, ma che vale la pena affrontare soprattutto adesso, nell’era dei social e dei selfie.

Mary Shelley, colei che scrisse Frankenstein

Il 2018 è stato il 200° anniversario della pubblicazione di Frankenstein. Il romanzo, considerato una delle prime opere di fantascienza, è stato scritto da un’adolescente inglese che ha vissuto praticamente in contrasto con tutte le convenzioni sociali del suo tempo. Mary Shelley sarà sempre ricordata per aver creato uno dei mostri più famosi della letteratura, ma ha avuto una vita emozionante e piena di passione, oltre che di dolore e sofferenza.

Mary Wollstonecraft Godwin nasce a Londra nel 1797. Sua madre, Mary Wollstonecraft, è stata una delle filosofe femministe più importanti dei tempi moderni e una delle poche donne che è riuscita a guadagnarsi da vivere con la scrittura in quel periodo storico. La sua opera più famosa è A Vindication of the Rights of Woman, saggio che resta fondamentale nella storia del femminismo. Lei sosteneva che “agli occhi di Dio” le donne erano uguali agli uomini e, pertanto, dovevano ricevere la loro medesima educazione ed essere trattate allo stesso modo, come esseri razionali. Sebbene considerarla femminista in senso stretto sarebbe anacronistico – perché la parola non esisteva in quel momento e le sue opinioni sulla sessualità e sulla sensibilità femminile oggi sarebbero considerate controverse – l’influenza che i testi di Wollstonecraft hanno avuto sulle lotte delle donne è innegabileSuo padre, William Godwin, invece, è considerato il precursore dell’anarchismo, un movimento che si sarebbe sviluppato in profondità nel diciannovesimo secolo. Il suo libro Un’inchiesta sulla giustizia politica sostiene l’idea di una società libera e critica le istituzioni politiche dell’epoca, che reputa un ostacolo al progresso dell’umanità.

Wollstonecraft e Godwin scioccano la società del tempo con la loro storia d’amore. Essa è basata sulla parità di condizioni, in un’epoca che ancora vedeva la moglie come proprietà di suo marito e in cui alle donne non era permesso ricevere alcuna forma di istruzione superiore. Il rapporto tra i suoi genitori è essenziale per comprendere la vita di Mary Shelley: sua madre muore di setticemia poco dopo averla partorita, quindi Mary non ha modo di conoscerla, ma ne conserva la memoria attraverso i suoi libri e ciò che il padre le dice di lei. Il padre di Mary, nonostante sia un liberale, si oppone al fatto che figlia vada al college e ancor di più alla sua relazione con Percy Shelley – che era il suo protetto da qualche tempo – nonostante lui stesso abbia avuto una relazione simile con Wollstonecraft.

Un anno dopo la morte di Mary Wollstonecraft, William Godwin pubblica le sue memorie. Nonostante vengano scritte in omaggio alla defunta moglie, nel libro si rivela l’esistenza di una figlia illegittima. Fanny, la sorella di Mary Shelley, nasce in seguito alla relazione di Wollstonecraft con un altro uomo, prima di Godwin. E la notizia fa scandalo.

Mary vive in un modo insolito per il suo tempo. Il padre si risposa con una donna che ha già altri due figli, e tutti condividono la stessa casa, anche se all’autrice di Frankenstein non piace la sua matrigna e cresce nell’ammirazione della figura di sua madre. William Godwin fornisce alla figlia un’istruzione non ortodossa ma molto ampia, e lei ha sempre accesso a una vasta biblioteca: lui la incoraggia a leggere, specialmente testi di filosofia e politica liberale, e la giovane cresce circondata dagli intellettuali che visitano di frequente suo padre.

Nel 1812, Shelley viene mandata in Scozia per stare diversi mesi da William Baxter, allo scopo di allontanarla dalla matrigna con cui ha un rapporto difficile, che va peggiorando. Lì è felice e diventa molto amica della figlia di Baxter. Secondo Mary Shelley, questo è il luogo dove nasce l’idea di Frankenstein. Suo padre decide poi che deve tornare a Londra ed è lì, nel 1814, che Mary conosce il poeta e filosofo Percy Bysshe Shelley, che diventerà il grande amore della sua vita.

Percy, che ammira profondamente William Godwin, viene accolto da lui come suo discepolo; il padre di Mary sta affogando nei debiti e ha bisogno dei soldi che Percy si offre di dargli. Quando Percy inizia a frequentare casa Godwin, il giovane poeta è sposato – sebbene separato da sua moglie e dalla figlia che ha avuto con lei. Inizia una relazione segreta con Mary e la coppia finisce per fuggire in Francia quando Mary ha appena 16 anni, accompagnata dalla sua sorellastra, Claire Clairmont. Mary viene ostracizzata dai suoi amici e dalla sua famiglia per essere fuggita con un uomo sposato e suo padre – apparentemente liberale – le toglie il sostegno finanziario fino a quando la coppia non si fosse sposata adeguatamente. Sia Mary che Percy, però, credono che il matrimonio sia repressivo, quindi si sposano molto più tardi del previsto, solo dopo la morte della prima moglie di Percy, Harriet, che si toglie la vita. Vengono giudicati così controversi e poco raccomandabili, che viene negata loro la custodia della figlia di Percy, e Mary è considerata uno zimbello. Indipendentemente da ciò, i due viaggiano in diversi Paesi europei, fino a quando la mancanza di denaro li costringe a tornare in Inghilterra. Mary rimane incinta di una bambina, nata prematuramente e morta poco dopo – cosa che fa precipitare la scrittrice in una profonda depressione. In seguito, rimane di nuovo incinta di un bambino che battezza con il nome di William.

Jeanne Baret, la prima donna che circumnavigò la Terra

Nacque 280 anni fa e il 27 u.s. è stata celebrata dal doodle di Google

Barbara Pym, una penna sommessa e ironica

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Nacque il 2 giugno 1913 a Owestry, nello Shropshire, una contea al confine con il Galles. Il padre era avvocato e la madre di origine alto-borghese, e fu proprio lei a spronarla a scrivere, fin dai suoi dieci anni. Barbara studiò a Liverpool e si laureò in Lingua e Letteratura inglese a Oxford nel 1934. Durante la guerra prestò servizio all’Ufficio censura di Bristol e nelle fila del Wrens (Women’s royal naval service). Al termine del conflitto trovò lavoro come ricercatrice all’Istituto internazionale di cultura africana, a Londra, e redattrice della rivista “Africa”.


Da tutte le esperienze trasse ispirazione per i suoi romanzi, il primo pubblicato fu Some Tame Gazelle, nel 1950 (Qualcuno da amare, La Tartaruga, 1994). Seguirono Excellent Women(1952), Jane and Prudence (1953), Less than Angels (1955), A glass of Blessing (1958), poi, inspiegabilmente, il suo editore Jonathan Cape, e come lui molti altri, si rifiutò di pubblicare  An Unsuitable Attachment, uscito postumo nel 1982, come anche An Accademic Question, nel 1986.

Erano gli anni Sessanta e la sua prosa, priva di ribellismo e passioni forti, ritenuta anacronistica per quei tempi, non attraeva più. Per l’autrice cominciò un lungo silenzio, un vero e proprio oblio, in cui, nonostante l’amarezza, continuò a scrivere e a dedicarsi al suo lavoro londinese, fino alla pensione, che arrivò nel 1974, allorché decise di  andare a vivere, con la sorella Hilary e gli amati gatti, a Barn Cottage, nel villaggio di Finstock, Oxfordshire.

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Ma cosa le veniva rimproverato? Barbara Pym scriveva di amenità come camere d’affitto in edifici condivisi, ristrettezze normali del dopoguerra, pesche di beneficienza, lavoro e rapporti tra colleghe e colleghi, traslochi, garden party in quartieri non completamente ricostruiti, cura dei fiori in chiesa, razionamento del cibo, infinite tazze di tè offerte, ricevute e desiderate.

Poco importanti le trame, che vedevano in azione pensionati, impiegate, bibliotecarie, antropologi, curati anglicani da sposare, tipi e tipe eccentriche, persone non particolarmente belle, eppure affascinanti, donne incuranti del loro aspetto, che magari indossavano vestiti smessi da altre, molto attive in parrocchia.

Scriveva di zitelle sicure di sé, quando ancora la parola single non le designava, che sapevano vivere senza un uomo, un amore, dignitosamente sole, o che anelavano ad affetti pacati con uomini apparentemente noiosi e coltivavano molti interessi, attive nella comunità accademica, o in campagna, o in parrocchia. Insomma “donne eccellenti”, come il titolo del suo più celebre romanzo (La Tartaruga, 1985, il primo tradotto in italiano).

Raccontava una vita apparentemente tranquilla che nascondeva nevrosi e rimpianti, sublimati nella devozione, o nell’impegno personale, nelle buone maniere o nel pettegolezzo appena accennato. Un mondo molto british dove non scoppia la tragedia e la quotidianità, semplicemente banale, è pur sempre un’opportunità di vita.

 

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“Becoming. La mia storia”, Michelle Obama

Michelle Robinson, ragazza del South Side di Chicago è tipo da “spuntare le cartelle”, affronta con determinazione i problemi che le si presentano, è meticolosa e cura molto i dettagli.

Nata  in una famiglia modesta che vive in affitto nella casa di una zia, personaggio centrale nella vita di Michelle, incarna la fermezza e il rigore e le insegna a suonare il pianoforte,  il padre è operaio municipale, la madre si occupa della famiglia e della casa. Michelle cresce in una cerchia parentale articolata e affettuosa, incoraggiata a proseguire gli studi, anche se rappresentano un problema economico per i suoi genitori.

Determinata, anche se non sempre brillante negli esiti scolastici, diventa avvocata in uno studio importante e, dopo alcuni legami sentimentali,  incontra un uomo con una storia familiare frammentata ma non meno ricca di affetti, ottimista, intelligente, con uno spiccato senso della comunità e un forte desiderio di cambiare il corso della vita a chi gode di meno diritti. Michelle diventa la signora Obama e dopo qualche anno sarà sotto i riflettori di tutto il mondo come la prima First lady nera.

È un libro utile da leggere? Non saprei, in alcune parti, soprattutto dopo la prima e seconda elezione a Presidente di Barack Obama,  ho dovuto trattenere l’irritazione perché infastidita dai lunghi elenchi di persone e fatti, per tacere delle modalità di scelta degli abiti di Michelle,  la sottolineatura sulla presenza di consulente di immagine, parrucchiere e truccatore, e poi gli elogi reiterati allo staff, la costante e ribadita esternazione  dell’attenzione per le figlie, in ogni momento, in ogni situazione, insomma qualche ridondanza di troppo.

Come tanti libri di questo tipo, più che un autentico memoir è un’operazione editoriale curata da un numero imprecisato di addetti, basta controllare l’elenco corposo dei “ringraziamenti”, e non si intuisce quale parte abbia realmente avuto “l’autrice” nella scrittura.

Tuttavia posso capire che la popolarità di cui ha goduto la signora Obama sia stata tale da suscitare molto interesse fino alla curiosità di conoscere i particolari della sua infanzia e della sua vita alla Casa Bianca, e il successo di vendita del libro sembra provare tale ipotesi.

La lettura è stata comunque piacevole nelle parti in cui Michelle racconta i progetti e gli sforzi compiuti, come First lady, senza tracimare nell’azione politica.

Il potere di una first lady è uno strumento curioso, inafferrabile e indefinito come il ruolo in sé. Eppure stavo imparando a utilizzarlo. Non disponevo di un’autorità di tipo esecutivo. Non comandavo truppe e non dovevo svolgere compiti formali di diplomazia. La tradizione voleva che dispensassi una luce delicata, lusingando il presidente con la mia devozione, lusingando la nazione in primo luogo senza sfidarla. Cominciavo a capire, tuttavia, che se usata con attenzione quella luce era potente.

 

 

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Che cosa pensa il dott. Burioni delle donne “brutte”

 

 

 

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Il Dott. Burioni è un medico diventato noto per il suo lavoro divulgativo sui vaccini e, ultimamente, sul coronavirus.

Burioni quindi si occupa di salute e di scienza, non è di certo un presentatore di Miss Italia?!

E queste sono le sue esternazioni: “Quando in giro vedo una donna brutta, la guardo sempre con attenzione. Nel 99.9% dei casi, mi rendo conto che se si curasse, se dimagrisse e via dicendo, non diventerebbe bella, ma certo di aspetto non sgradevole. Una volta che si è non sgradevoli, la partita è aperta. Fidatevi.”

C’è talmente tanto di sbagliato in questa frase, che non so nemmeno da che parte incominciare.

Proverò da qui:

1. Tutti, sia uomini, ma anche troppo spesso le donne, si sentono legittimati, per non dire in dovere, di esprimere il proprio parere sul corpo delle donne: bello, brutto, magro, grasso, vecchio, giovane, come se fosse un oggetto in mostra al mercato. “Il corpo delle donne è di dominio pubblico” ha detto Michela Murgia e così, purtroppo, è: se sei donna, il tuo corpo non appartiene a te, ma è a disposizione per le critiche e i commenti di tutti.

2. Cosa vuol dire, esattamente, essere una donna “brutta”? Non essere conforme ai canoni estetici imposti, per caso? Ma sbaglio o la bellezza dovrebbe rientrare nei gusti ed i gusti dovrebbero essere soggettivi, quindi non dovrebbero esserci donne “brutte” in senso assoluto, ma solo donne che possono rientrare o meno nei gusti di qualcuno?

3. Il termine “sgradevole” – la Treccani riporta questo significato: [di persona che provoca fastidio, noia, molestia ≈ antipatico, fastidioso, importuno, molesto, noioso, scocciante, seccante, spiacevole, detestabile, insopportabile, odioso.] Non vedo il termine brutto rientrare nel significato di sgradevole, anzi, vedo tutti attributi relativi al comportamento della persona, non al suo aspetto. Forse Burioni pensa che essere “brutti” fuori, voglia dire essere brutti anche dentro?

4 Una donna, per essere ritenuta “gradevole” deve essere solo “bella”? Essere simpatica, intelligente, interessante, colta, altruista, gentile, ecc., non serve a niente se non si è belle fuori? E io che pensavo che la cosa più importante fosse la personalità…

5. Quella “partita aperta”, di cosa parla? Di briscola, non credo. Parla forse di “essere considerate dagli uomini”? Eh certo, una donna se non è considerata dagli uomini non vale niente, anzi, non è niente, non esiste, non ha senso di essere su questa Terra, perché si sa, le donne sono state create per il diletto degli uomini, solo così possono esistere, altrimenti niente.

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Ma le donne che cosa scrivono?

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La tua nostalgia è un mare che puoi navigare,
la tua nostalgia è un terreno su cui puoi camminare,
perché te ne stai allora inerte e scorata
fissando il vuoto?
Verrà un mattino con un orizzonte più rosso
di tutti gli altri,
verrà un vento a porgerti la mano: mettiti in cammino!

Edith Södergran

*

L’abitudine è la più infame delle malattie
perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia,
qualsiasi dolore, qualsiasi morte.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose,
si impara a portar le catene, a subir ingiustizie,
a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.
L’abitudine è il più spietato dei veleni
perché entra in noi lentamente, silenziosamente,
cresce a poco a poco
nutrendosi della nostra inconsapevolezza
e quando scopriamo di averla addosso
ogni fibra di noi s’è adeguata,
ogni gesto s’è condizionato,
non esiste più medicina che possa guarirci.

Oriana Fallaci

*

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

Goliarda Sapienza

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*

Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso tempo in cui mi sento io.
Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me.
Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.

Frida Kahlo

*

Code

Non mi dispiace fare le code,
c’è tempo per pensare,
per guardare dentro la borsa,
dentro la tasca dell’auto,
tempo per programmare i giorni a venire
domani dopodomani,
per guardare negli occhi di quell’extra gentile
(che vetro scintillante mi ha fatto,
gli ho chiesto il sinistro domani il destro,
ogni giorno un pezzetto diverso)
tempo per guardare quel bel geranio al quarto piano,
sta bagnandolo una vecchina pulita, bellina,
tempo per leggere i titoli, il nome di una via,
tempo per cominciare questa poesia.

Vivian Lamarque

*

Apro questa scatola del giorno
sperando di trovarti in offerta
forse non è il prezzo che mi spaventa
ma la data di scadenza

Anna Maria Guerrieri

*

Donna

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di fotografie ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!!!

Madre Teresa di Calcutta

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*

Buongiorno

Superficialità! – Caro peccato,
Compagna mia e nemica mia carissima!
Tu versasti il sorriso nei miei occhi, E la mazurka in tutte le mie vene.
Da te ho imparato a non tener l’anello,
Non m’avrebbe la vita presa in sposa!
A cominciare a caso, dalla fine,
E a finire però sempre daccapo.
A essere fuscello, e essere acciaio,
In questa vita, in cui si può sì poco…
A scioglier la tristezza con la cioccolata,
E a sorridere in viso a chiunque passa!

Marina Cvetaeva

*
Essere donna, l’ho sempre
considerato un fatto positivo,
un vantaggio,
una sfida gioiosa e aggressiva.
Qualcuno dice che le donne
sono inferiori agli uomini,
che non possono fare
questo e quello.
Ah si? Vi faccio vedere io!
Che cosa c’è da invidiare agli uomini?
Tutto quello che fanno, lo posso fare anch’io.
E in più,
so fare anche un figlio.

Joyce Lussu

Francesca Morvillo, l’eroina dell’antimafia che rischia l’oblio!

Non è facile parlare di Francesca Morvillo, da sempre descritta dai media come “la moglie di” Giovanni Falcone, la donna sulla cui esistenza c’è sempre stato un grande riserbo, anche da parte del magistrato antimafia, probabilmente come forma di protezione nei confronti della persona amata.

 

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Figlia di un sostituto procuratore e sorella di un magistrato, si laurea a pieni voti a soli ventidue anni, all’Università degli Studi di Palermo. Solo in tre esami  ottiene trenta, tutti gli altri sono con la lode.

Credo che avesse una mente sottile e un linguaggio giuridico perfetto, perché  certi risultati nelle discipline giuridiche non si raggiungono senza uno “studio matto e disperatissimo”, a dispetto di chi, non conoscendolo,  ancora sostiene che il diritto è solo studio a memoria (sic).  Morvillo riceverà il “Premio Maggiore” per la migliore tesi di laurea dell’anno in discipline penalistiche.
“Stato di diritto e misure di sicurezza” è il titolo del suo lavoro, da cui si intuisce l’interesse di Francesca per uno dei più bei concetti delle nostre materie, quello dello Stato di diritto contemplato.

Dopo la laurea prepara il concorso in magistratura, settore nel quale l’accesso alle donne è consentito solo dal 1963, con quindici anni di ritardo dall’affermazione rivoluzionaria della “piena uguaglianza di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso”, proclamata dalla carta costituzionale. Anche da tale scelta si evince lo spirito coraggioso e di sfida ai luoghi comuni di questa donna mite e determinata, oltre che preparatissima.
Mentre studia per il concorso, insegna all’Istituto penitenziario per i minorenni di Palermo, il Malaspina. Secondo una delle poche testimonianze che la ricordano, quella della sua amica e collega Maria Grazia Ambrosini, ex Presidente del Tribunale per i minorenni di Palermo: «Aveva un innato trasporto per i giovani. Questo sentimento le consentì una comprensione più profonda della loro personalità, delle problematiche che li investivano e quindi della ricerca delle modalità più idonee per aiutarli a superare i periodi di crisi. Aveva l’esigenza di restituire a ciascun ragazzo la dignità che è propria di ogni essere umano». Vinto il concorso in magistratura, diventa giudice presso il Tribunale di Agrigento, poi Sostituta procuratrice presso il Tribunale per i minorenni di Palermo, poi consigliera di Corte d’appello. Sempre secondo Maria Grazia Ambrosini: «(Francesca) aveva una grande dote che dovrebbe essere essenziale in un magistrato, l’umiltà, e il profondo rispetto per i diritti degli altri, per la dignità che vedeva in ogni essere umano con cui entrava in contatto, dal più umile al più autorevole, dal più misero al più degno di considerazione». Morvillo sarà anche docente di Legislativa del minore presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, nella scuola di specializzazione in Pediatria dell’Università di Palermo.

Chissà quali saranno stati i commenti all’ingresso di Francesca nei Palazzi di giustizia che ha frequentato, nella migliore delle ipotesi paternalistici, se non addirittura ironici o irridenti. Solo pochi anni prima Giovanni Leone, Costituente e principe del foro, futuro Presidente della Repubblica, aveva affermato, nella seduta dell’Assemblea Costituente del 14 novembre 1947, «Ma alle più alte Magistrature, dove occorre resistere e reagire all’eccesso di apporti sentimentali, dove occorre invece distillare il massimo di tecnicità, penso che la donna non debba essere ammessa; perché solo gli uomini possono avere quel grado di equilibrio e di preparazione necessaria per tale funzione». La storia lo avrebbe smentito clamorosamente, perché dal 1963 le vincitrici di concorso sono continuamente aumentate e dal 2015 c’è stato il sorpasso sugli uomini. Oggi il 63% dei vincitori di concorso in Magistratura è rappresentato da donne.
Morvillo si sposa ma il suo matrimonio non è felice e quando, nel 1979, a casa di amici, conosce Giovanni Falcone, anche lui in crisi nel suo rapporto coniugale, le due anime si riconoscono ed inizia una storia d’amore semiclandestina, mal sopportata inizialmente dalla famiglia Morvillo.

Falcone è arrivato a Palermo da un anno, chiamato da Rocco Chinnici, dopo l’assassinio del giudice Terranova e del suo agente di scorta Lenin Mancuso, nel 1978. La mattanza palermitana continuerà con l’uccisione del segretario regionale della Dc Michele Reina e del capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano. Uno a uno cadranno sotto i colpi dei mitra o delle bombe il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, fratello del nostro Presidente della Repubblica, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il Procuratore di Palermo Gaetano Costa (1980), il segretario regionale del Pci Pio La Torre, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro (1982), il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia (1983), il commissario Beppe Montana, il dirigente della squadra investigativa di Palermo Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia (1985), l’ex sindaco Dc di Palermo Giuseppe Insalaco, il giudice Antonino Saetta (1988). Insieme a questi saranno uccisi tanti uomini delle forze dell’ordine e ignari passanti.

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Gioconda Belli, “Donne che non si pentono di niente”.

 

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Pablo Picasso,  Girl before a Mirror, Paris, 1932

Dalla donna che sono
mi succede a volte di osservare
nelle altre le donne che potevo essere;
donne garbate
esempio di virtù
laboriose brave mogli,
come mia madre avrebbe voluto.
Non so perché
tutta la vita ho trascorso a ribellarmi
a loro.
Odio le loro minacce sul mio corpo
la colpa che le loro vite impeccabili,
per strano maleficio
mi ispirano;
mi ribello contro le loro buone azioni,
contro i pianti notturni sotto il cuscino
di nascosto dal marito,
contro la loro vergogna della nudità sotto la biancheria intima
stirata e inamidata.
Queste donne, tuttavia,
mi guardano dal fondo dei loro specchi;
alzano un dito accusatore
e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo
e vorrei guadagnarmi il consenso universale,
essere la “ brava bambina”, la “donna per bene”
la gioconda irreprensibile,
prendere dieci in condotta
dal partito, dallo Stato, dagli amici,
dalla famiglia, dai figli e da tutti gli altri esseri
che popolano abbondantemente questo mondo.
In questa contraddizione inevitabile
tra quel che doveva essere e quel che è,
ho combattuto numerose battaglie mortali,
battaglie inutili, loro contro di me
– loro contro di me che sono me stessa –
Con la “psiche dolorante”, scarmigliata,
trasgredendo progetti ancestrali
lacero le donne che vivono in me
che, fin dall’infanzia, mi guardano torvo
perché non rientro nello stampo perfetto
dei loro sogni
perché oso essere quella folle, inattendibile,
tenera e vulnerabile,
che si innamora come una triste puttana
di cause giuste, di uomini belli e di parole
giocose
perché, da adulta, ho osato vivere l’infanzia
proibita

e ho fatto l’amore sulle scrivanie nelle ore
d’ufficio
e ho rotto vincoli inviolabili e ho osato godere
del corpo sano e sinuoso di cui i geni di tutti
i miei avi mi hanno dotata.
Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.
Non mi pento di niente, come disse Edith Pia£.
Ma nei pozzi oscuri in cui sprofondo;
al mattino, appena apro gli occhi
sento le lacrime che premono,
nonostante la felicità
che ho finalmente conquistato
rompendo cappe e strati di roccia terziaria
e quaternaria,
vedo le altre donne che sono in me, sedute nel
vestibolo
che mi guardano con occhi dolenti
che brandiscono condanne contro la mia felicità.!
Assurde brave bambine
mi circondano e danzano musiche infantili
contro di me;
contro questa donna
fatta
piena
la donna dal seno sodo
e i fianchi larghi
che, per mia madre e contro di lei,
mi piace essere.

Gioconda Belli

Note biografiche

Gioconda Belli (Managua, Nicaragua, 1948) è autrice di opere di riconosciuto prestigio internazionale, per le quali ha ricevuto il premio Mariano Fiallos Gil, il premio Casa de las Américas, il premio internazionale di generazione del ’27 e il premio internazionale Ciudad de Melilla.

Il suo primo romanzo, The Inhabited Woman (1988), è stato tradotto in undici lingue con enorme successo, soprattutto in Italia e in Germania, dove ha superato il milione di lettori in venticinque edizioni e ha vinto il premio per bibliotecari, redattori e librai per il romanzo politico del 1989 e il premio Anna Seghers dell’Accademia delle arti. È anche autrice dei romanzi Sofía de los presagios (1990), Waslala (1996; Seix Barral, 2006) e El pergamino de la sedución (Seix Barral, 2005), e El País bajo mi piel (2001), le sue memorie durante il periodo sandinista.

“Donne senza uomini” di Shahrnush Parsipur.

“In Iran i tradizionalisti pensano alla donna come essere senza pulsioni sessuali. Sono necessarie solo come contenitore per le gravidanze e non svolgono alcun ruolo nella creazione stessa dei figli. Una donna che mostra desideri sessuali è considerata una prostituta e quindi sono costrette a nascondere la loro attrazione verso gli uomini e il sesso”.

film

Voglio parlare di un libro che iniziato a leggere con titubanza mi ha poi folgorato.

Sono rimasta spiazzata a leggere alcune pagine di questo romanzo, nonostante il tema non leggero, la lettura scorre in maniera gradevole e induce a riflettere.

È il racconto di diverse donne, ciascuna con la propria storia, ciascuna che cerca in qualche modo di soddisfare i propri desideri.

Alcuni sono desideri semplici, come la voglia di matrimonio, poi ci sono desideri vissuti come fardelli: sopravvivere alla propria verginità o al fratello che ha la facoltà di ucciderti se solo la sera rientri tardi.

Nel romanzo le storie di queste donne diverse tra loro s’intrecciano tra loro, come s’intrecciano i temi riguardanti sessualità, famiglia, femminilità, tradizioni e voglia di andare oltre. La loro voglia d’indipendenza si scontra con il muro dell’intolleranza degli uomini. A causa dei temi che ha trattato, i libri di Shahrnush Parsipur, in Iran, sono stati banditi. Alcuni si trovano nel mercato nero, come Memorie dalla prigione che ha così venduto circa un milione di copie.

L’autrice ha lottato con coraggio per richiamare l’attenzione sulla voglia d’indipendenza delle donne iraniane, prendendo la parola in un mondo dove la parola appartiene solo agli uomini e dove le donne in silenzio devono solo cucinare e fare figli.

«Shahrnush Parsipur assegna dei ruoli ai suoi personaggi femminili che le donne effettivamente hanno nella vita reale, allo scopo di richiamare l’attenzione verso quella quotidiana oppressione delle donne e per far riflettere, ironicamente, sulle altre condizioni sociali nelle quali il suo romanzo è stato elaborato e che, alla fine, l’hanno condotta al carcere.

Tuttavia i suoi personaggi fuggono da questi ruoli restrittivi, evidenziando il contrasto tra la loro situazione iniziale e una vita più appagante. Una simile retorica contesta l’ideologia e le ambizioni dello Stato, attraverso gli incontestabili ritratti dell’agonia di coloro che vivono sotto una forma di supremazia maschile istituzionalizzata.»

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