Categoria: Femminicidi

7 storie di donne : Femminile singolare, il film femminista.

Locandina del film

Femminile Singolare è il film che racconta le donne sotto diversi aspetti, in un’ottica femminista per dare loro voce. Esce nei cinema italiani l’11 maggio, la scelta di questa data è in onore della data della firma – nel 2011 – della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul

Femminile singolare è un progetto cinematografico che raccoglie 7 cortometraggi,  innovativi ed attuali, interamente dedicati alla donna. Una donna protagonista  coraggiosa e intimorita, fragile e forte, felice e infelice, emancipata e sottomessa,  sognatrice e disillusa. In qualsiasi modo la si voglia rappresentare, è la donna di oggi,  che, nonostante le lotte per la parità di genere e l’emancipazione, continua a trovarsi  sola nel portare il peso sociale, relazionale e anche economico del microcosmo in cui  vive. Ma non si arrende: sono storie di donne che combattono, si ribellano, rompono  il silenzio e denunciano una realtà ancora troppo sbilanciata, in cui la figura maschile  è ancora inadeguata, poco attenta e collaborativa.

 Non è un film  che glorifica la donna, bensì intende mostrare allo spettatore la realtà, con la  speranza di aggiungere un mattone in più nella consapevolezza collettiva dei diritti  umani e delle donne in particolare. L’obiettivo è quello di diffondere il più possibile il  messaggio che, nonostante sia difficile cambiare le cose, è possibile far crescere una  visione nuova, di parità e di libertà.

Interpreti d’eccezione:

Catherine Deneuve

Una delle più grandi attrici francesi. Negli anni ’70 lavora in Francia e all’estero,  soprattutto in Italia dove collabora con registi come Marco Ferreri, Mauro Bolognini e  Dino Risi. Riceve offerte anche dagli USA che le permettono di lavorare con attori  come Omar Sharif, Jack Lemmon e Gene Hackman. Nel 1981 con l’interpretazione nel  film L’ultimo metrò di François Truffaut, vince il suo primo César come migliore  attrice. Nel 1992 ottiene il suo secondo premio con il film Indocina, in un ruolo che le  vale anche la candidatura al premio Oscar alla miglior attrice.

Monica Guerritore 

Attrice teatrale, cinematografica e televisiva italiana. Attiva  soprattutto in teatro fin da quando, a 16 anni, esordì a Milano sotto la direzione di  Giorgio Strehler. Sul grande schermo, soprattutto nella prima parte della sua carriera,  ha affrontato temi di rilevanza sociale come la sessualità adolescenziale (La prima  volta, sull’erba), il perbenismo borghese sul tema dell’aborto (Stato interessante,  Eutanasia di un amore), o anche incesto e adulterio (Fotografando Patrizia,  Scandalosa Gilda).

Violante Placido

Esordisce nel mondo del cinema nel 1993 al fianco del padre Michele Placido nel film  drammatico Quattro bravi ragazzi di Claudio Camarca. Si fa notare nella commedia  Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1996), accanto a Stefano Accorsi. Col film L’anima gemella (2002), per la regia di Sergio Rubini viene candidata come “miglior attrice” al  Nastro d’argento. Nel 2010 recita al fianco di George Clooney nella pellicola  statunitense The American.

Il film viene distribuito da ARTEX FILM e COFFEE TIME FILM, promosso, orgogliosamente, dalla associazione Ihavevoice.

È importante dare sempre più voce alle donne, raccontare le difficoltà e le conquiste che ognuna di noi si trova ad affrontare o a raggiungere nel corso della propria vita. E tra le tante iniziative per rappresentare le donne, questa è senza dubbio una tra le migliori!

Il “vagone rosa” una buona idea che non risolve il problema.

Vagone per sole donne!

Dopo uno stupro accaduto sul treno Trenord 12085 tra Milano e Varese, migliaia di donne e non solo hanno sottoscritto una petizione online per chiedere a Trenord la creazione di vagoni per sole donne, allo scopo di essere più sicure durante il viaggio. Ricordano un po’ i paesi nei quali queste carrozze per sole donne esistono già: India, Brasile, Egitto, Malesia, Giappone.. In Giappone, ad esempio, dove il servizio è in uso, nel solo 2017 i file della polizia riportavano 1.750 casi.  

«Con questa petizione chiediamo a Trenord di dedicare, su tutte le sue linee, la carrozza di testa alle donne. In questo modo, a qualsiasi ora, si potrà viaggiare sicure», così si legge nella petizione.

Chiunque, come la scrivente, sia stato pendolare in linee suburbane, conosce bene la prateria d’impunità, con il buio e pochi passeggeri a bordo, che vige su questi mezzi. Convogli dove il controllore – o la ‘controllora’, passatemi il termine, perché sono molte le donne che ricoprono questo ruolo – spesso e proprio negli orari di minor flusso nemmeno si presenta, forse anche per timore delle conseguenze di eventuali incontri difficili da gestire.

E allora, pur rispettando il desiderio più che lecito delle donne di essere sicure nel loro viaggiare in treno, non credo che il “vagone rosa” sia una soluzione per aumentare la loro sicurezza. E non lo penso solo io: per esempio, l’associazione D.i.Re – “Donne in Rete contro la violenza”, che riunisce 84 organizzazioni antiviolenza in Italia, si è espressa nello stesso modo.

Rimane il fatto, pur accogliendo alla lettera la proposta della petizione, che ciò non renderebbe sicure né le stazioni, né le strade che le donne percorrono per prendere il treno o una volta che ne siano scese. In più, la ghettizzazione renderebbe immediatamente visualizzabile l’obiettivo per uno stupratore, che può rendersi più facilmente conto di quante donne stanno viaggiando e scegliere comodamente il suo “obiettivo”, una volta scese dal treno.

E di fronte a questa eventualità, la soluzione pratica la conosciamo: militarizzare ogni percorso pubblico notturno, ben oltre il limite del tragitto ferroviario. Soluzione che tra l’altro nessuno dei paesi dove i vagoni per donne esistono già – India, Brasile, Egitto, Malesia, Giappone – ha adottato, e che, va detto espressamente, da questo provvedimento non hanno certo migliorato la loro situazione in termini di numero di stupri o sensibilità verso la violenza sulle donne in genere.

Quindi? Quindi io – e non solo io – credo che lo stupro sia un problema sociale, e che vada affrontato socialmente; e che proprio per questo una “soluzione immediata” non esista. La cultura dello stupro esiste da secoli, e nessuna soluzione “nell’immediato” ha senso.

Sì, qualcosa per migliorare la sicurezza sul treno certo che si può fare, accogliendo le richieste della petizione: ma proprio perché si tratta di un problema comunque da risolvere sul lungo termine, eviterei soluzioni fortemente simboliche che rinforzano il problema, invece, di mettersi sulla strada per risolverlo.

Inoltre il “vagone rosa” avrebbe un effetto peggiorativo sulla violenza verso le donne, perché segregare le potenziali vittime in maniera così evidente è un chiaro messaggio anche verso i potenziali stupratori, anzi verso tutti gli uomini; vuol dire che tutti quelli fuori da quei vagoni sono potenziali stupratori.

Ciò significa arrendersi di fronte al problema, dire pubblicamente “non possiamo agire sul problema degli stupri, possiamo solo segregare per un po’ le potenziali vittime”. Sarebbe la società stessa a trasmettere il messaggio che gli uomini sono tutti potenziali colpevoli, e che siccome sono troppi, invece di agire su di loro, agiamo sulle potenziali vittime.

Susana Chavez: Prima vittima di femminicidio a Ciudad Juárez del 2011.

Ni una màs…

Mai sentito parlare di Ciudad Juárez? Basta farsi un giro tra le classifiche delle città con più alto tasso di criminalità al mondo per trovarla tra le prime posizioni.
Da donna non mi sono mai sentita al sicuro a camminare per strada, visto ciò che si sente in giro… Figuriamoci qui!
Mi si accosta una macchina affianco e dopo qualche secondo di terrore mi rendo conto che dietro il finestrino c’è Susana Chávez: ci saremmo dovute incontrare direttamente in un bar, poche centinaia di metri più avanti, ma a questo punto un passaggio lo accetto volentieri.

Grazie, andiamo al bar di cui mi ha parlato al telefono?
“Ti prego, non darmi del Lei. Va bene, allora!

Sedute davanti a una birra gelata, in una delle poche vie tranquille di Ciudad Juárez, nasce subito un’intesa tra di noi. Sarà l’età, sarà che abbiamo due personalità affini, ma subito mi sembra di parlare con una vecchia amica…
“Quando hai cominciato a scrivere poesie?”
“Ero molto piccola, avevo undici anni. Ovviamente crescendo ho trascinato con me la mia poesia, è cresciuta anche lei”.

C’è un tema che attraversa la tua scrittura?”
“Sicuramente il protagonismo della natura, del simbolismo naturale. Da grande, ho trovato grande ispirazione anche nel mondo femminile, nelle mille sfaccettature che esistono nell’approccio delle donne alla propria corporeità. Credo che questo senso di vergogna che ci viene istillato fin da bambine abbia generato una cappa di silenzio, ma è proprio nel silenzio che una voce fa più rumore”.

“Che cosa intendi dire?”
“Che si può, si deve, partire dal proprio silenzio, dalla propria marginalità per ritagliarsi uno spazio di libertà, di autonomia. In poche parole: non è mai troppo tardi!”

“Secondo te la poesia ha il potere di cambiare il mondo?”
“A questo non so risponderti. Sono convinta che possa risvegliare le coscienze e magari, aiutare a far alzare la voce. Questo è sempre stato il mio scopo, sia come attivista sia come poetessa”.

“Cos’è che rende così grave la situazione in questa regione del Chihuahua?”
“Dal 1993 in questa zona viene portato avanti un genocidio di genere senza fine, che cresce ogni anno che passa, tanto che siamo arrivati a una media di tre donne uccise ogni due giorni. È difficile individuare i fattori che hanno contribuito a creare questa orrenda condizione in Messico, sicuramente c’è un problema culturale, c’è la criminalità organizzata e ci sono le maquiladoras…”

“Scusa l’ignoranza, ma cosa sono le maquiladoras?”
“Qui in Messico sono stabilimenti industriali controllati dagli Stati Uniti dove vengono assemblati prodotti che poi tornano al paese d’origine. I diritti umani nelle maquiladoras praticamente non esistono e ci lavorano moltissime ragazze per pochi dollari al giorno. Molte delle vittime di femminicidio in Messico sono operaie delle maquiladoras, che vengono rapite, violentate e uccise lungo il percorso che fanno tutti i giorni per andare e tornare dalle periferie e dalle zone rurali di questa regione”.



Ciudad Juàrez: la mattanza delle donne

Tu che ne hai viste veramente tante, pensi ci sia ancora una speranza per Ciudad Juárez?”
“Finché il governo non si deciderà ad aprire gli occhi, a interrompere il suo silenzio complice, continueremo ad essere decimate e potrà solo andare peggio. Ora come ora provo una sensazione di vuoto, abbandono e impotenza, come molti altri suppongo. Immaginare un miglioramento per quanto mi riguarda è difficile, ma nutro ancora delle speranze perché sono una donna di fede!”

Una Ciudad Juárez diversa Susana non l’ha potuta vedere. Il 6 gennaio del 2011 l’hanno ritrovata morta sul ciglio della strada, abbandonata come un sacco di spazzatura.
Aveva 36 anni.
Dopo il ritrovamento, il cadavere è stato trattenuto dalle autorità per cinque giorni e si è fatto di tutto per slegare l’omicidio di Susana dal suo attivismo politico.
“Era ubriaca…Ha incontrato tre ragazzi fuori controllo al bar, la situazione è sfuggita di mano…” hanno detto gli inquirenti, che, in parole povere, suona come il solito, vergognoso “se l’è andata a cercare…”

L’assassinio di Susana Chávez si iscrive invariabilmente nell’ambito dei femminicidi, un crimine che si aggiunge a quello di migliaia di donne assassinate per ragioni violente. È la radiografia della mascolinità più primitiva, quella che lacera, offende, ferisce, aggredisce, insulta e dilania la società. Abbiamo bisogno di costruire tra tutti una mascolinità senza violenza, attacchi e impunità.

Una chitarra le dà il commiato al cimitero. Sua madre mette un foglio nella bara. È la poesia che Susana Chávez scrisse in onore a una morta di Ciudad Juárez: “Sangue mio, sangue di alba, sangue di luna tagliata a metà, sangue del silenzio”.


SUSANA CHAVEZ: nata a Ciudad Juárez nel 1974 è stata una giornalista, poetessa e attivista per i diritti umani messicana. Iniziò a scrivere poesie a 11 anni, partecipando a molti dei festival letterari e forum culturali Messicani, offrendo anche letture delle sue poesie durante le manifestazioni per le donne scomparse e assassinate. Laureata in psicologia alla Universidad Autónoma de Ciudad Juárez, al momento della morte stava lavorando a un libro di poemi e scriveva inoltre sul suo blog Primera Tormenta.
È conosciuta come l’autrice dello slogan “ni una mujer menos, ni una muerta más” (“non una donna di meno, non una morta in più”), usato dagli attivisti per manifestare contro il massacro delle donne di Juàrez.