Categoria: donne

La bellezza di Afrodite, il suo “potere divino”ed altro ancora!

“La bellezza dell’anima, che sola supera il fascino di Afrodite, si rivelerà un’immaginazione estetica della psiche e nell’ammaliante potere delle sue immagini. Si rivelerà nei modi in cui la psiche dà forma ai propri contenuti – ad esempio, nella maniera in cui l’anima contiene l’erotico. Ma, soprattutto, la bellezza della psiche si riferisce al significato del bello in rapporto agli eventi psicologici. Quando siamo toccati, mossi, e aperti dalle esperienze dell’anima, scopriamo che ciò che vive in essa non soltanto è interessante e significativo, necessario e accettabile, ma è anche attraente, amabile e bello”.

James Hillman, Il mito dell’analisi, Adelphi, 1984, pagg. 112-113

La psicologia di Afrodite emerge dalle acque dopo essere stata fecondata dalla spuma generata dai testicoli di Urano recisi dal figlio Saturno, a significare il suo stretto legame con il principio di individuazione uranico che ci conduce a realizzare noi stessi esprimendo i talenti del corpo, le abilità della mente e la creatività dell’anima. L’espansione delle potenzialità creative, siano esse manuali o intellettive, avviene spontaneamente in ogni individuo che evolve in consapevolezza di sè (anima) e consapevolezza di relazione (animus).

Ciò avvenne in modo diffuso tra il 1330 e il 1440, periodo in cui l’attività manuale dell’artigiano si concretizza in operazioni artistiche sempre più perfette dal punto di vista estetico e produttivo, e si stabiliscono i fondamenti dell’arte, non più soggetta alla discrezione del committente, ma pensata ed elaborata dall’artista, al fine di rispondere a bisogni individuali e collettivi sempre più complessi ed articolati.

Tra il 1440 e il 1550 avviene uno straordinario fenomeno di apertura al linguaggio simbolico che innesca un processo intuitivo capace di allargare a dismisura l’orizzonte culturale e spirituale dell’individuo che persegue nelle regole dell’arte. Le intuizioni maturate dagli artisti di quel periodo ci rivelano una profonda determinazione a rendere espliciti, attraverso il linguaggio ermetico, la sacralità dell’Universo (Unus Mundus), la natura evolutiva dei sentimenti umani (i moti d’animo), i valori universali della cultura umanistica (Filosofia Perennis) e i principi spirituali che emergono dalla coscienza dell’artista che compie il processo di individuazione.

E’ evidente, nelle opere di quasi tutti gli artisti del Rinascimento, l’intenzione di raffigurare e rappresentare i molti doni che Afrodite concede a tutti gli individui che rinunciano alla tentazione di razionalizzare il tempo, le risorse e gli affetti (l’esilio di Saturno), poiché la felicità e i beni spirituali possono essere conquistati ricercando la bellezza in ogni aspetto della vita.  Celebrata nella mitologia per il suo ‘potere divino’ di tradurre le sensazioni in immagini, le emozioni in metafore e i sentimenti in allegorie, Afrodite rappresentava per i greci una “funzione trascendente” che rendeva possibile quell’apertura simbolica in grado di congiungere gli opposti , di sanare i conflitti e di individuare nuove opportunità di crescita e di sviluppo.

Il premio che Afrodite offre agli uomini non è la bellezza fine a se stessa, ma il suo significato simbolico. L’amore e la pace, la prosperità materiale e culturale, lo sviluppo intellettuale e spirituale sono generati dall’Arte di Afrodite “in quanto mediante questa funzione vengono date quelle linee di sviluppo individuali che non potrebbero mai essere raggiunte per la via già tracciata da norme collettive” (Jung, Tipi psicologici, 1921). Afrodite è una funzione evolutiva che ha nell’amore sessuale la sua forza motrice.

Afrodite è viva e immortale nella percezione delle donne, nell’intuizione degli artisti, nelle opere dei saggi e si manifesta in chi compie la trasformazione dell’energia sessuale in amore, creatività, coscienza di sè e conoscenza simbolica. 

Albert Einstein e Mileva Marič “Lettere d’amore”

Albert Einstein conobbe Mileva Marič nel 1896, al Politecnico di Zurigo, dove entrambi studiavano fisica.

Fu l’inizio di un sodalizio umano e intellettuale tra due giovani aspiranti scienziati che presto sfociò in un’appassionata relazione e, nel 1903, nel matrimonio.

Alla compagna di studi «forte e indipendente» il giovane scienziato confidò sogni, progetti, speranze e disillusioni. Furono le tappe, spesso sofferte, di una maturazione emotiva e intellettuale che lo avrebbe portato alle grandi scoperte del 1905, tra cui la teoria della relatività ristretta, vere «rivoluzioni concettuali» per la fisica del nostro secolo.

Mileva, lungi dall’essere quella pallida ombra tramandataci dalle biografie di Einstein, non fu estranea alla straordinaria progressione creativa del compagno, con il quale condivise molti interessi scientifici, aiutandolo come lui stesso ammise a risolvere i suoi «problemi matematici».

Einstein e Mileva

Dalle lettere emergono i conflitti di Albert con colleghi scienziati, le sue costanti preoccupazioni per la ricerca di un posto di lavoro e le difficoltà incontrate dalla coppia, che sarebbero culminate con la nascita fuori dal matrimonio della figlia Lieserl, morta per una malattia infettiva. Nel 1904 e poi nel 1919 nacquero gli altri due figli maschi.

Durante i primi anni di matrimonio, Albert lavorava a tempo pieno presso l’ufficio brevetti di Berna e Mileva, oltre ad occuparsi della casa e dei figli, iniziò ad assistere la carriera del marito: si ipotizza, infatti, che sia stata proprio lei ad occuparsi delle ricerche e del lavoro scientifico che lui non aveva il tempo materiale di fare.

L’epistolario rappresenta la testimonianza fondamentale di un’intesa intellettuale e umana e rivela un Albert Einstein sconosciuto al grande pubblico: ottimista e fiducioso nella vita, colto nel pieno degli anni giovanili, poco prima di diventare il genio iconico e il patriarca della fisica del XX secolo.

Le lettere d’amore coprono l’arco di tempo che va dal 1897 al 1903, poco dopo il matrimonio della coppia, un’unione che terminò in modo crudele per Mileva, abbandonata con i due figli. Ineffabile, in una delle sue ultime lettere, le scrisse “Col tempo ti accorgerai che è difficile trovare un ex marito migliore di me”, e la lasciò in una disperata solitudine, dopo averle consegnato i soldi del Premio.

Ttrasferitosi a Berlino, Einstein iniziò una relazione extraconiugale con la cugina di Milena, Elsa Löwenthal, che sarebbe diventata, poi, la sua seconda moglie.

Ma questa è un’altra storia.

Annabella Milbanke, Ada Byron, Anne King… donne straordinarie nella vita di Lord Byron, il grande assente!

Furono rispettivamente la moglie, la figlia e la nipote del famoso poeta.

Annabella Milbanke (1792 – 1860), nata a Londra in una famiglia aristocratica, ebbe un’ottima istruzione in letteratura, filosofia e scienze. Era molto portata per la matematica e vi si dedicò con passione, tanto che il marito la chiamava scherzosamente “principessa dei parallelogrammi”.

Con gli anni divenne molto religiosa e si separò da Lord Byron quando, incinta, scoprì che il marito aveva un rapporto incestuoso con la sorellastra. Per volere di lady Annabella, la figlia Ada (1815-1852) non conobbe mai il padre, in più la madre volle per lei un’educazione rigorosamente scientifica, per evitare che ne seguisse le orme.

Lord Byron

Fin da piccola, Ada dimostrò una notevole capacità di astrazione e una grande passione per la matematica e la geografia. Fu istruita da illustri istitutori privati, tra cui la grande Mary Somerville, esperta di astronomia, fisica e matematica. Quando Ada conobbe il Charles Babbage, il matematico che stava progettando la “macchina analitica”, antenata del calcolatore meccanico, si entusiasmò per le sue ricerche, ne approfondì lo studio e scrisse il primo algoritmo di programmazione.

Superò il maestro immaginando che la macchina potesse operare anche con dei simboli – note musicali o disegni, per elaborare musica o grafica – anticipando così l’idea di software, che sarebbe stata realizzata un secolo dopo.

Dal matrimonio con Lord William King, conte di Lovelace, ebbe la figlia Anne (1837-1917) che fu allevata dalla nonna perché Ada, di salute cagionevole, morì a 33 anni quando sua figlia era ancora adolescente. Anne King, passata alla storia come Lady Anne Blunt, il cognome del marito, è stata una grande viaggiatrice.

Parlava fluentemente francese, tedesco, italiano, spagnolo e arabo. Era una provetta violinista (possedeva anche uno Stradivari che ora porta il suo nome) e un’artista molto dotata. Fin da piccola nutrì un amore sconfinato per i cavalli – la madre Ada era stata una forte scommettitrice alle corse per finanziare la macchina di calcolo – ed era una valente cavallerizza.

Con il marito poeta, Wilfrid Blunt, viaggiò in Arabia e nel Vicino Oriente, acquistando cavalli arabi dai beduini delle locali tribù e cavalli egiziani dai possidenti. Tra i cavalli che portò in Inghilterra figurano destrieri di grande fama. Fondò una grande scuderia, il Crabbet Arabian Stud, che esportò purosangue di qualità eccezionali.

Il matrimonio di Anne non fu tra i più felici, funestato sia dai continui tradimenti del marito, sia dal fatto che delle sue molte gravidanze sopravvisse una sola figlia, Judith. Dopo la separazione dal marito, che pretendeva di portarsi in casa le amanti, vivendo all'”orientale”, la scuderia fu divisa e Anne si stabilì definitivamente al Cairo, dove continuò ad allevare cavalli fino alla morte.

La figlia Judith fu nominata erede universale dei genitori e continuò a gestire la famosa scuderia esportando purosangue che oggi vivono in tutto il mondo.

Per saperne di più: Sara Sesti e Liliana Moro, “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie”, Ledizioni, Milano 2020.

Il potere seducente di Alma Mahler.

Alma Schindler

Alma Schindler  era una delle ragazze più belle e intelligenti della Vienna dell’inizio del XX secolo, ci dicono le cronache. Sapeva suonare impeccabilmente il pianoforte dall’infanzia, sapeva comporre, amava la musica e tutte le arti. Leggeva Nietzsche, si dilettava con la poesia e partecipava ai salotti culturali più importanti del suo tempo.

Ogni sera partecipava ad un ballo o a un evento, e il mattino successivo la sua camera era invasa da centinaia di fiori che i suoi numerosi spasimanti le inviavano. Le furono attribuiti flirt con alcune personalità del suo tempo – ad esempio con Klimt. Ma fu solo quando conobbe Gustav Mahler, un uomo di vent’anni più anziano di lei, direttore dell’Opera di Vienna, un genio irrequieto dallo sguardo dolcissimo e al culmine del prestigio, che lei comprese di aver trovato qualcuno con cui vibrare alla stessa altezza. Perché in Gustav trovava unite le sue due grandi passioni della vita: l’amore e la musica.

Gustav Mahler

Si conobbero ad una cena tra pochi intimi, lei sapeva chi fosse e ne era incuriosita: Mahler era un uomo schivo che non partecipava mai ad eventi mondani e fuggiva dalla porta laterale del teatro subito dopo la fine dei concerti per non dover intervenire a cene e perdere del tempo prezioso che invece voleva dedicare alla composizione della sua musica.

Quando Mahler si presentò alla sua porta il giorno successivo, in lei era già scattata un’ infatuazione divistica e quando iniziò a corteggiarla, lei non ebbe dubbi sul suo destino.

Ma, prima del fidanzamento ufficiale, lui le scrisse lunghe lettere, nelle quali esponeva con estrema chiarezza e lucidità che cosa si aspettava da lei: avrebbe dovuto “eliminare tutte le superficialità, tutte le convenzioni, tutte le vanità e gli abbagli – devi darti a me incondizionatamente, ogni aspetto della tua vita futura in tutti i dettagli dovrà essere subordinato interamente ai miei bisogni e non dovrai desiderare altro che il mio Amore!”. Sottolineava, inoltre, la richiesta più difficile da accettare per Alma, che aveva sempre sognato di diventare una compositrice: “È possibile per te, d’ora in poi, guardare la ‘mia’ musica come la tua? (…) credi di dover lasciare qualcosa di così indispensabile della tua vita, se rinunciassi completamente alla tua musica per godere e far parte della mia?”

Diana Russell, colei che coniò il concetto di femminicidio.

Una parola nuova può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Può persino modificare il corso della storia. È quel che è successo con la parola femminicidio: in ogni Paese in cui è stata adottata, ha segnato un nuovo inizio nella lotta alla violenza di genere, risvegliando coscienze, stimolando pensatori, riunendo attivisti e infine portando all’istituzione di nuove leggi. Lo ha raccontato nel 2011, in un intervento all’Università di San Diego, la professoressa Diana E. H. Russell , studiosa e attivista che ha il merito di aver ridefinito e reso popolare il termine femicide per indicare l’uccisione di una donna “in quanto donna”. È da lei che l’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde ha preso e tradotto il neologismo spagnolo feminicidio, da cui deriva la parola italiana.

Russell, una delle voci più autorevoli sul tema della violenza contro le donne, ha dedicato tutta la sua vita a combattere i crimini basati sulla discriminazione di genere e la misoginia. Ha lottato per più di 40 anni come attivista, finendo arrestata ben cinque volte. Ha scritto circa 17 saggi, molti dei quali sono tuttora fonti imprescindibili per approfondire argomenti come lo stupro (anche coniugale e incestuoso), le molestie sessuali sui minori, la violenza domestica e la pornografia. Il suo lavoro è stato indispensabile per il movimento delle donne nel secolo scorso: come riportato da Katharine Q. Seelye sul New York Times, secondo la famosa giornalista e attivista statunitense Gloria Steinem, Russell ha avuto un’influenza enorme sul femminismo globale. 

La sociologa e criminologa è morta in California il 28 luglio scorso, all’età di 81 anni. Questa è la sua storia, perché presto sia celebrata come merita all’interno del mondo accademico e non solo.

Diana Elizabeth Hamilton Russell nasce il 6 Novembre 1938 a Città del Capo, in Sudafrica. Figlia di padre sudafricano e madre britannica, è la quarta di sei fratelli e ha un gemello, David. Come racconta nel saggio Politicizing Sexual Violence: A Voice in the Wilderness del 1995, sia durante l’infanzia che l’adolescenza subisce abusi sessuali: sono proprio quelle esperienze traumatiche a indirizzare la sua ricerca e ad accendere la sua vocazione per l’attivismo politico.
Nel 1945 suo padre, James Hamilton Russell, un amministratore delegato dell’agenzia pubblicitaria J. Walter Thompson, diventa membro del Parlamento. Sua madre, Kathleen Mary (Gibson) Russell, che si è trasferita in Sudafrica per insegnare dizione e teatro, rinuncia a lavorare per fare la moglie, ma milita nel movimento anti-apartheid Black Sash – era la nipote di Violet Gibson, che aveva tentato di assassinare Mussolini nel 1926.

Diana frequenta un collegio anglicano elitario per ragazze, poi, contro il volere di sua madre, si laurea in psicologia all’Università di Città del Capo e a 19 anni parte per il Regno Unito.  All’inizio del 1957, si trasferisce a Londra e, dopo due anni di lavoro, decide di intraprendere una carriera nei servizi sociali. Nel 1961 si diploma col massimo dei voti in scienze sociali alla London School of Economics and Political Science. Riceve anche un premio come migliore studentessa del programma, riconoscimento che la spinge a tentare la carriera accademica.

Nel frattempo, consapevole del proprio white privilege, si avvicina all’attivismo radicale e prende parte anche lei al movimento anti-apartheid. Nel 1963 si iscrive al Liberal Party sudafricano fondato da Alan Paton e partecipa a una protesta pacifica a Città del Capo, per la quale però viene arrestata. Si rende conto che i metodi pacifici sono inutili contro la violenza brutale della polizia afrikaner (ossia bianca di discendenza europea), e decide di unirsi a un’organizzazione rivoluzionaria clandestina chiamata African Resistance Movement(ARM), che bombarda e sabota le proprietà del governo per scoraggiare gli investimenti stranieri. Diana milita nell’ARM come elemento periferico per qualche mese; poi però, parte alla volta degli USA.

Studia ad Harvard, dove si specializza in psicologia sociale nel 1967. Quindi viene assunta come ricercatrice associata a Princeton, dove nel 1970 consegue un dottorato interdisciplinare con una tesi sui moti rivoluzionari. Ma, come ha raccontato lei stessa, l’estrema misoginia di queste istituzioni la instrada verso il femminismo: in quel periodo, inizia a seguire il movimento statunitense e a interessarsi di crimini sessuali commessi contro le donne. Intanto, nel 1968 sposa Paul Ekman, psicologo americano che insegna e lavora come ricercatore a San Francisco, all’Università della California. Per stargli vicino, nel 1969 Diana accetta di insegnare sociologia al Mills College, una scuola privata per ragazze nella vicina Oakland. Tre anni dopo divorzia, mentre resta al Mills College per ben 22 anni. Da quel momento dedica tutta se stessa ai gender studies e alla lotta contro la violenza sessista.

Nel 1975 pubblica il saggio The Politics of Rape, in cui definisce lo stupro non un comportamento deviante ma il risultato diretto della nozione di mascolinità nella società patriarcale, e denuncia la pratica del victim blaming. Quindi, dopo due anni di insistenza, nel 1976 Diana avvia una campagna e istituisce l’International Tribunal on Crimes against Women, un evento di quattro giorni a Bruxelles, in Belgio, cui partecipano più di duemila donne da più di 40 Paesi. Vi prende parte anche Simone De Beauvoir, che definisce la manifestazione “l’inizio della decolonizzazione radicale delle donne”In quell’occasione, Diana Russell usa la parola femicide e ne dà l’attuale definizione.

Teresa Sarti Strada e la sua Emergency

La guerra è scandalo, e dunque intollerabile. Ogni vittima ci riguarda, tutti, sempre.

“Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano –
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena –
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.”

Emily Dickinson, Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi (n. 919)

Questi i versi a firma di Emily Dickinson, signora della poesia che per lungo tempo è stata (s)oggetto di mistificazioni e che ancora oggi ritrae la poeta come «un essere incorporeo, lontano, irraggiungibile», e ancora «una donna tutta spirito, eterea, diafana, vergine, che vestita di bianco attraversa il pianerottolo della casa di famiglia di Amherst, in Massachusetts, per rinchiudersi nella sua camera, con lo scrittoio di ciliegio e la cassapanca in cui nasconde le poesie». In casa ci si chiude veramente: nel 1867, all’età di trentasette anni, decide di allentare i suoi contatti con il mondo e di ricevere gli ospiti di là da una porta socchiusa. Non si trattava di rifiuto degli altri, né di mistica sottrazione al mondo, quanto una solitudine legata e necessaria all’atto stesso del pensare o ri-pensare il mondo attraverso una prospettiva altra e diversa, privata, eppure così universale, perché obliqua nel tenere insieme felicità e dolore, vita e morte. Se Dickinson ha tradotto in parola il comune sentire dell’essere umano nel miracolo che è la sua poesia, secondo una scelta uguale e contraria, la straordinaria donna protagonista di questo racconto ha fatto dell’impegno umanitario il fulcro della propria esistenza. In entrambi i casi (ci) hanno salvato, con le parole e con i gesti. 

Undici lunghe primavere sono passate da quando Teresa Sarti Strada è venuta a mancare al nostro amore e a quello del marito, Luigi Strada, detto “Gino”, con il quale ha dato vita a Emergency, oltre che alla loro creatura Cecilia. Chi l’ha conosciuta, la ricorda come una donna che fra le tante cose, era soprattutto una donna di pace. Non a caso il centro di cardiochirurgia inaugurato assieme al marito nel maggio del 2007 in Sudan si chiama “Salam”, ossia pace in arabo. Un concetto di pace molto concreto che si colloca e si sostiene su un posizionamento, uno sguardo e ancora un progetto visionario in nome di diritti che dovrebbero essere fondamentali e che ancora oggi rimarcano il confine tra la civiltà e la barbarie: il diritto alla salute, in primis, per ogni singolo essere umano al mondo, senza discriminazione alcuna.

Nata a Sesto San Giovanni il 28 marzo 1946, laureata in Lettere Moderne all’Università Cattolica di Milano, con una tesi sulla didattica della storia, inizia a insegnare nella scuola media statale Giolli, nel quartiere Bicocca di Milano, periferia in cui vive un sottoproletariato costituito in buona parte da immigrati provenienti dal sud del Paese, luogo in cui inizia a familiarizzare con le discriminazioni e le ingiustizie sociali, economiche e culturali. Nel 1979 sposa Gino Strada, studente di medicina e militante del movimento studentesco, il quale dopo la laurea inizierà a lavorare per la Croce Rossa. Ed è proprio al marito che Teresa manifesta la volontà di creare un presidio medico in zone di guerra. Da quell’idea nel 1994 nasce Emergency, di cui Teresa è la prima presidente. 

Continua a insegnare nelle scuole medie superiori, per poi trovarsi costretta ad andare in pensione perché il ruolo che ricopre è molto impegnativo. Tuttavia non smette mai di insegnare attraverso il suo esempio: dapprima si fa promotrice della campagna per la messa al bando delle mine anti-persona, di cui l’Italia è produttrice ed esportatrice nel mondo, poi organizza esposizioni di lastre e fotografie scattate da medici e paramedici nei luoghi di guerra per accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sugli orrori della guerra, e le diffonde nelle scuole, luogo che ella ritiene essere il punto di partenza per migliorare il mondo. Alla stregua di questo progetto si inserisce il fumetto, protagonista Lupo Alberto, il cui motto significativo è «Sopra la guerra c’è chi campa, sotto la guerra c’è chi crepa». Poi ancora, firma le campagne volte a diffondere una cultura della pace in “Uno straccio di Pace” (2001) e “Fuori l’Italia dalla guerra” (2002), sostenendo l’idea che la pace non si costruisca solo manifestando contro la guerra, ma fornendo prospettive reali alle persone, garantendo a tutti in primo luogo un tetto sicuro e un lavoro, e con essi il diritto alla salute. E questo si può attuare, portando la sanità di eccellenza nei luoghi più remoti del mondo, quelli più vessati dalla povertà e dalle guerre.

L’eleganza del riccio.

Ho letto ‘L’eleganza del riccio’ di Muriel Barbery qualche tempo fa, ma ho deciso di leggerlo una seconda volta, perché molte persone lo hanno accostato a ‘Cambiare l’acqua ai fiori’ di Valérie Perrin e, sinceramente, è un parallelismo che mi convinceva poco prima e mi convince ancora meno adesso, dopo questa lettura.
Comincio dalla descrizione che le protagoniste fanno di se stesse. La prima è Renée:

Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante.


La seconda è Paloma che dice di sé:

Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi. I miei genitori sono ricchi, la mia famiglia è ricca, e di conseguenza mia sorella e io siamo virtualmente ricche. 

eleganza del riccio

Renée e Paloma sono i due cardini attorno ai quali ruota l’intera trama del libro e rappresentano anche la chiave di interpretazione della vicenda narrata. Due donne che, attraverso le loro esistenze, rappresentano i concetti fondamentali di apparenza ed essenza. Due persone, nella accezione etimologica del termine: in latino, il termine persōna indicava la maschera che gli attori di teatro indossavano per assumere le sembianze del personaggio che interpretavano. Entrambe scelgono di indossare una maschera per apparire agli altri non come realmente sono, ma come vogliono che le persone le percepiscano. Abitano nello stesso palazzo, ma non si conoscono e questa scelta, apparentemente, rappresenta l’unico punto di contatto tra loro, almeno fino all’arrivo di Monsieur Kakuro Ozu.


Paloma e Renée vivono agli antipodi della società: la prima giovanissima, ricca e fin troppo intelligente, ultra cinquantenne la seconda, povera, che ha imparato tutto quello che sa da autodidatta. In realtà sono anime gemelle e non è un caso che scelgano di indossare lo stesso travestimento per difendersi da una realtà che non condividono, non apprezzano e dalla quale non sono apprezzate.

Vivono all’interno di stereotipi  fin troppo scontati, ma che nessun personaggio con cui interagiscono nella quotidianità raccontata dall’autrice del romanzo, ha la curiosità di indagare per cercare di ‘andare oltre’. 

Apparenza ed essenza, esteriorità e interiorità. ‘L’eleganza del riccio’ riflette su queste tematiche che, da sempre, caratterizzano le relazioni umane. La maggior parte delle persone si accontenta di apparenza ed esteriorità su cui basa i propri pregiudizi e, cosa peggiore, i propri giudizi.

Muriel Barbery lo fa capire in modo inequivocabile attraverso indizi che dovrebbero spingere ad andare oltre o, quanto meno, a porsi delle domande: un esempio è il gatto della portinaia, che si chiama Lev in onore di Tolstoj. Se Renée fosse davvero semplicemente una portinaia, mediocre ed insignificante, mai e poi mai avrebbe scelto proprio quel nome per il suo animale.
Questo romanzo è un invito a riflettere su tematiche importanti della vita e sulle dinamiche che spesso governano, purtroppo, le relazioni interpersonali. Qual è il senso della vita? Vale la pena di viverla? Qual è il valore delle relazioni umane? Ha senso nascondere la propria natura per paura di non essere capiti e apprezzati? 

Paloma e Renée, le due voci narranti del romanzo ci guidano in questo percorso. Partendo ognuna dalla sua esperienza, prendono per mano il lettore e lo coinvolgono in ragionamenti profondi che impongono una visione e un approccio diversi alla vita e agli altri.

Pagina dopo pagina ‘L’eleganza del riccio’ risponde alle domande attraverso una analisi magistrale dell’interiorità delle due protagoniste in primis, e di tutti i personaggi che danno vita alla storia poi.
Due vite completamente diverse, due stili narrativi altrettanto differenti, ma un unico grande desiderio: dare al mondo e alle altre persone la fiducia che fino a questo momento non erano state capaci di accordare. Una lettura mai banale, a tratti non facile, ma che vale la pena affrontare soprattutto adesso, nell’era dei social e dei selfie.

Asilo…

(“Asylum”, di Hala Alyan, poeta contemporanea palestinese-americana e psicologa clinica)

asylum seekers

Dissero di bruciare le chiavi 

ma solo i nostri capelli presero fuoco.

Camminammo verso i confini

con fotografie e lettere:

qui è dove la morte è diventata

la loro morte, qui è dove

hanno accoltellato i bambini.

I giudici ci chiamano dentro

in base alle nostre città. Jericho. Latakia. Haditha.

Giuriamo su un dio che non abbiamo mai incontrato, di amare

i laghi, le calotte di ghiaccio,

una gelata dietro l’altra,

ma di notte nei nostri sogni

la biblioteca è bruciata,

le pere erano ancora fresche in dispensa.

Abbiamo atteso che il nostro villaggio alluvionato

fosse prosciugato, che i ponti di pietra fossero ricostruiti.

Abbiamo mangiato le chiavi di casa col sale.

Hala Alyan (27 luglio 1986 , Illinois – Stati Uniti) è una scrittrice e psicologa clinica palestinese-americana specializzata in traumi, dipendenza e comportamento interculturale. I suoi scritti e poesie coprono aspetti dell’identità e gli effetti dello sfollamento, in particolare all’interno della diaspora palestinese.

Mary Shelley, colei che scrisse Frankenstein

Il 2018 è stato il 200° anniversario della pubblicazione di Frankenstein. Il romanzo, considerato una delle prime opere di fantascienza, è stato scritto da un’adolescente inglese che ha vissuto praticamente in contrasto con tutte le convenzioni sociali del suo tempo. Mary Shelley sarà sempre ricordata per aver creato uno dei mostri più famosi della letteratura, ma ha avuto una vita emozionante e piena di passione, oltre che di dolore e sofferenza.

Mary Wollstonecraft Godwin nasce a Londra nel 1797. Sua madre, Mary Wollstonecraft, è stata una delle filosofe femministe più importanti dei tempi moderni e una delle poche donne che è riuscita a guadagnarsi da vivere con la scrittura in quel periodo storico. La sua opera più famosa è A Vindication of the Rights of Woman, saggio che resta fondamentale nella storia del femminismo. Lei sosteneva che “agli occhi di Dio” le donne erano uguali agli uomini e, pertanto, dovevano ricevere la loro medesima educazione ed essere trattate allo stesso modo, come esseri razionali. Sebbene considerarla femminista in senso stretto sarebbe anacronistico – perché la parola non esisteva in quel momento e le sue opinioni sulla sessualità e sulla sensibilità femminile oggi sarebbero considerate controverse – l’influenza che i testi di Wollstonecraft hanno avuto sulle lotte delle donne è innegabileSuo padre, William Godwin, invece, è considerato il precursore dell’anarchismo, un movimento che si sarebbe sviluppato in profondità nel diciannovesimo secolo. Il suo libro Un’inchiesta sulla giustizia politica sostiene l’idea di una società libera e critica le istituzioni politiche dell’epoca, che reputa un ostacolo al progresso dell’umanità.

Wollstonecraft e Godwin scioccano la società del tempo con la loro storia d’amore. Essa è basata sulla parità di condizioni, in un’epoca che ancora vedeva la moglie come proprietà di suo marito e in cui alle donne non era permesso ricevere alcuna forma di istruzione superiore. Il rapporto tra i suoi genitori è essenziale per comprendere la vita di Mary Shelley: sua madre muore di setticemia poco dopo averla partorita, quindi Mary non ha modo di conoscerla, ma ne conserva la memoria attraverso i suoi libri e ciò che il padre le dice di lei. Il padre di Mary, nonostante sia un liberale, si oppone al fatto che figlia vada al college e ancor di più alla sua relazione con Percy Shelley – che era il suo protetto da qualche tempo – nonostante lui stesso abbia avuto una relazione simile con Wollstonecraft.

Un anno dopo la morte di Mary Wollstonecraft, William Godwin pubblica le sue memorie. Nonostante vengano scritte in omaggio alla defunta moglie, nel libro si rivela l’esistenza di una figlia illegittima. Fanny, la sorella di Mary Shelley, nasce in seguito alla relazione di Wollstonecraft con un altro uomo, prima di Godwin. E la notizia fa scandalo.

Mary vive in un modo insolito per il suo tempo. Il padre si risposa con una donna che ha già altri due figli, e tutti condividono la stessa casa, anche se all’autrice di Frankenstein non piace la sua matrigna e cresce nell’ammirazione della figura di sua madre. William Godwin fornisce alla figlia un’istruzione non ortodossa ma molto ampia, e lei ha sempre accesso a una vasta biblioteca: lui la incoraggia a leggere, specialmente testi di filosofia e politica liberale, e la giovane cresce circondata dagli intellettuali che visitano di frequente suo padre.

Nel 1812, Shelley viene mandata in Scozia per stare diversi mesi da William Baxter, allo scopo di allontanarla dalla matrigna con cui ha un rapporto difficile, che va peggiorando. Lì è felice e diventa molto amica della figlia di Baxter. Secondo Mary Shelley, questo è il luogo dove nasce l’idea di Frankenstein. Suo padre decide poi che deve tornare a Londra ed è lì, nel 1814, che Mary conosce il poeta e filosofo Percy Bysshe Shelley, che diventerà il grande amore della sua vita.

Percy, che ammira profondamente William Godwin, viene accolto da lui come suo discepolo; il padre di Mary sta affogando nei debiti e ha bisogno dei soldi che Percy si offre di dargli. Quando Percy inizia a frequentare casa Godwin, il giovane poeta è sposato – sebbene separato da sua moglie e dalla figlia che ha avuto con lei. Inizia una relazione segreta con Mary e la coppia finisce per fuggire in Francia quando Mary ha appena 16 anni, accompagnata dalla sua sorellastra, Claire Clairmont. Mary viene ostracizzata dai suoi amici e dalla sua famiglia per essere fuggita con un uomo sposato e suo padre – apparentemente liberale – le toglie il sostegno finanziario fino a quando la coppia non si fosse sposata adeguatamente. Sia Mary che Percy, però, credono che il matrimonio sia repressivo, quindi si sposano molto più tardi del previsto, solo dopo la morte della prima moglie di Percy, Harriet, che si toglie la vita. Vengono giudicati così controversi e poco raccomandabili, che viene negata loro la custodia della figlia di Percy, e Mary è considerata uno zimbello. Indipendentemente da ciò, i due viaggiano in diversi Paesi europei, fino a quando la mancanza di denaro li costringe a tornare in Inghilterra. Mary rimane incinta di una bambina, nata prematuramente e morta poco dopo – cosa che fa precipitare la scrittrice in una profonda depressione. In seguito, rimane di nuovo incinta di un bambino che battezza con il nome di William.

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