Categoria: donne

La scrittura lucida e arguta di Joan Didion.

Scomparsa nel 2021 è stata la voce femminile più rappresentativa del New Journalism: preveggente e inaspettata è stata la Cassandra del nostro secolo.

Joan Didion.

Le prime pagine iniziò a scriverle all’età di cinque anni, ricopiando i racconti di Hemingway, ma Joan Didion cominciò a sentirsi una scrittrice solo dopo la pubblicazione del suo primo romanzo Run River nel 1963. Quasi sessant’anni dopo da quel debutto è inevitabile interrogarsi sull’eredità artistica e umana di una donna che ha attraversato la letteratura di mezzo secolo rimanendo sempre fedele a se stessa e al suo stile narrativo atroce e affilato. 

Giornalista, autrice e acuta osservatrice della politica e della cultura americana contemporanea, Joan Didion è scomparsa lo scorso anno per il morbo di Parkinson, che da anni non le dava tregua e che ne aveva assottigliato sempre di più corpo e voce. Tra gli autori più rappresentativi del New Journalism, uno stile giornalistico anticonvenzionale tipico degli Anni 60 e 70, capace di mescolare narrativa e saggistica, letteratura e verità, Didion è stata per lungo tempo in odore di Nobel, fin da quando nel 2005 vinse il National Book Award per la saggistica per il suo capolavoro L’anno del pensiero magico. Un riconoscimento tardivo arrivò dalle mani del presidente americano Barack Obama, che nel 2013 le conferì la National Humanities Medal, quando era già molto debilitata nel fisico.

Joan Didion riceve dal presidente Barack Obama la National Humanities Medal.

Nata a Sacramento, in California, il 5 dicembre 1934, Joan Didion da bambina non frequentò le scuole regolarmente. A causa della professione del padre, membro delle United States Army Air Forces durante la Seconda Guerra Mondiale, era spesso costretta a continui trasferimenti con la famiglia e questo contribuì a fare di lei “un’eterna estranea” come poi scriverà nel suo memoir del 2003, Where I was from.

Timida e riservata, trovò consolazione nei libri, specialmente nelle biografie per adulti per le quali si faceva rilasciare un permesso speciale dalla madre da esibire in biblioteca. Proprio il genere biografico diventò uno degli ingredienti principali della sua prosa, dove al resoconto giornalistico si univa la soggettività dell’autrice, che tra gli Anni 60 e 70 diventò la voce femminile più rappresentativa all’interno di un movimento maschile come il New Journalism, che annoverava autori quali Tom Wolfe, Truman Capote e Gay Talese.

Joan Didion ha vissuto per molti anni in California, che considerava il suo luogo di elezione.

Nel 1956 si laureò presso l’Università della California con un Bachelor of Arts in Lettere. Durante il secondo anno di studio a 21 anni vinse un concorso di saggistica sponsorizzato dal mensile di moda Vogue che le affidò un lavoro come assistente alla ricerca presso la rivista. In quegli anni lavorò prima come copywriter e poi come redattrice, mentre completava il suo primo romanzo, Run River, pubblicato nel 1963 (Il Saggiatore, 2016)

Successivamente lasciò New York e nel 1964, dopo aver sposato lo scrittore, giornalista e sceneggiatore John Gregory Dunne, si trasferì in California. Nel 1968 pubblicò Verso Betlemme (Il Saggiatore, 2008), il suo primo lavoro di saggistica, costituito da una raccolta di articoli sulla propria esperienza in California, dove trascorrerà gran parte della sua vita. Il libro è un disincantato viaggio attraverso la promessa e la dissoluzione della controcultura californiana degli Anni 60, che tanto influenzerà la sua esperienza umana e professionale. “Un luogo – scrisse una volta – appartiene per sempre a chi lo rivendica più duramente, lo ricorda più ossessivamente, lo strappa da se stesso, lo modella, lo rende, lo ama così radicalmente da rifarlo a sua immagine”.

7 storie di donne : Femminile singolare, il film femminista.

Locandina del film

Femminile Singolare è il film che racconta le donne sotto diversi aspetti, in un’ottica femminista per dare loro voce. Esce nei cinema italiani l’11 maggio, la scelta di questa data è in onore della data della firma – nel 2011 – della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul

Femminile singolare è un progetto cinematografico che raccoglie 7 cortometraggi,  innovativi ed attuali, interamente dedicati alla donna. Una donna protagonista  coraggiosa e intimorita, fragile e forte, felice e infelice, emancipata e sottomessa,  sognatrice e disillusa. In qualsiasi modo la si voglia rappresentare, è la donna di oggi,  che, nonostante le lotte per la parità di genere e l’emancipazione, continua a trovarsi  sola nel portare il peso sociale, relazionale e anche economico del microcosmo in cui  vive. Ma non si arrende: sono storie di donne che combattono, si ribellano, rompono  il silenzio e denunciano una realtà ancora troppo sbilanciata, in cui la figura maschile  è ancora inadeguata, poco attenta e collaborativa.

 Non è un film  che glorifica la donna, bensì intende mostrare allo spettatore la realtà, con la  speranza di aggiungere un mattone in più nella consapevolezza collettiva dei diritti  umani e delle donne in particolare. L’obiettivo è quello di diffondere il più possibile il  messaggio che, nonostante sia difficile cambiare le cose, è possibile far crescere una  visione nuova, di parità e di libertà.

Interpreti d’eccezione:

Catherine Deneuve

Una delle più grandi attrici francesi. Negli anni ’70 lavora in Francia e all’estero,  soprattutto in Italia dove collabora con registi come Marco Ferreri, Mauro Bolognini e  Dino Risi. Riceve offerte anche dagli USA che le permettono di lavorare con attori  come Omar Sharif, Jack Lemmon e Gene Hackman. Nel 1981 con l’interpretazione nel  film L’ultimo metrò di François Truffaut, vince il suo primo César come migliore  attrice. Nel 1992 ottiene il suo secondo premio con il film Indocina, in un ruolo che le  vale anche la candidatura al premio Oscar alla miglior attrice.

Monica Guerritore 

Attrice teatrale, cinematografica e televisiva italiana. Attiva  soprattutto in teatro fin da quando, a 16 anni, esordì a Milano sotto la direzione di  Giorgio Strehler. Sul grande schermo, soprattutto nella prima parte della sua carriera,  ha affrontato temi di rilevanza sociale come la sessualità adolescenziale (La prima  volta, sull’erba), il perbenismo borghese sul tema dell’aborto (Stato interessante,  Eutanasia di un amore), o anche incesto e adulterio (Fotografando Patrizia,  Scandalosa Gilda).

Violante Placido

Esordisce nel mondo del cinema nel 1993 al fianco del padre Michele Placido nel film  drammatico Quattro bravi ragazzi di Claudio Camarca. Si fa notare nella commedia  Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1996), accanto a Stefano Accorsi. Col film L’anima gemella (2002), per la regia di Sergio Rubini viene candidata come “miglior attrice” al  Nastro d’argento. Nel 2010 recita al fianco di George Clooney nella pellicola  statunitense The American.

Il film viene distribuito da ARTEX FILM e COFFEE TIME FILM, promosso, orgogliosamente, dalla associazione Ihavevoice.

È importante dare sempre più voce alle donne, raccontare le difficoltà e le conquiste che ognuna di noi si trova ad affrontare o a raggiungere nel corso della propria vita. E tra le tante iniziative per rappresentare le donne, questa è senza dubbio una tra le migliori!

Donne, pittura, società: riflessioni su una parità non ancora riconosciuta.

La visione della serie tv L’amica geniale, tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrantetrasmessa dalla RAI, e, in particolare, una battuta pronunciata da  una delle due protagoniste, mi ha indotto ad elaborare alcune considerazioni circa il  ruolo della donna nella pittura. Lenù, diminutivo di Elena, che ha già all’attivo il successo riscosso con la pubblicazione del primo romanzo, invitata dal suo interlocutore a leggere  libri che parlano di donne, come Madame Bovary,  afferma con una certa determinazione il suo desiderio di voler scrivere sull’argomento, in quanto nota come le figure femminili  siano sempre state considerate unicamente dal punto di vista degli uomini.

In effetti questo fenomeno si riscontra anche nell’arte figurativa.

L’universo femminile ha sempre e, ovviamente, suscitato l’interesse degli uomini, che tuttavia hanno creato degli stereotipi – l’innocente fanciulla, la moglie, la madre, la prostituta, la femme fatale, ecc. – che in qualche misura hanno condizionato anche le donne, ingabbiandole in una sorta di recita a vita per identificarsi in ruoli pensati dai maschi per piacere ai maschi. Mi rendo conto che il problema è molto complesso, ma qui voglio  proporre  soltanto alcune brevi riflessioni, che evidenziano come la donna, sia come autrice, sia come soggetto dell’opera sia stata da sempre relegata ai margini della società.

Ad esempio, in pittura, per secoli  essa viene presentata o come un personaggio mitologico, di cui viene esaltata la bellezza come in Venere, o la gelosia come in Giunone,  caratteristiche  che in un certo senso sono legate allo sguardo dell’uomo, ammirato oppure assente, tanto da scatenare passioni ostili, basti pensare a Medea, o a Elena di Troia. Oppure viene raffigurata come una tenera madre, anzi come la madre per eccellenza, la Vergine  che tiene in braccio il suo bambino, o ancora si ricorre alla figura femminile per rappresentare un concetto allegorico, la Carità, la Giustizia fino ad arrivare alla celeberrima Libertà che guida il popolo di Delacroix.

Le artiste spesso non vengono neanche menzionate dai biografi e ancora oggi stentano a trovare un posto nei manuali di storia dell’arte. Si parla quasi esclusivamente di Artemisia Gentileschi, ma più che per il suo valore artistico, per la triste  vicenda personale che la vide vittima dello stupro subito dall’aguzzino Agostino Tassi, o di Frida Kahlo, anche lei proposta quale icona dell’opposizione al capitalismo imperante per quella sua ostinata ostentazione del costume tradizionale messicano e dei baffi, segno della  ribellione alle convenzioni, o di Tamara de Lempicka per le sue trasgressioni.

Certo oggi, per fortuna, stanno uscendo dall’ombra artiste notevoli, spesso presenti in varie mostre. Ma le varie Sofonisba Anguissola, Elisabetta Sirani, Fede Galizia, Ginevra CantofoliOrsola Maddalena Caccia, che oggi cominciano a trovare il giusto spazio nel panorama culturale della loro epoca, avendo condotto esistenze “normali” senza grandi eventi, hanno dovuto aspettare secoli prima di essere valutate nella giusta ottica, prima che qualche studioso abbia condotto ricerche atte a ripercorrerne le carriere brillanti. Le nobili potevano occuparsi della miniatura, ritenuta un’arte minore, potevano dipingere ritratti, per i quali spesso erano giudicate per l’abito indossato dall’effigiato, più o meno rispettoso della moda del tempo,  argomento classificato come “frivolo”, più difficilmente se ne coglieva la portata innovativa in senso estetico, formale, tematico. Le donne si formavano in ambito familiare, non potevano frequentare accademie.

Questa situazione si protrae fino a tutto il Settecento e  l’Ottocento.

Faustina Bracci, eccellente ritrattista  miniaturista, non riscuote lo stesso plauso dei fratelli, Virginio architetto, Alessandro scultore e Filippo pittore. E ancora nel secolo successivo  i primi pittori che spezzano con la tradizione,  gli impressionisti, che pur accolgono nel loro gruppo Berthe Morisot, non riescono   a concepire  le donne fuori dell’ambito domestico, come   le Stiratrici di Degas, e se svolgono altre attività,  o sono illecite come la  prostituzione  o sono mansioni a servizio dello svago degli uomini. Le ballerine di Degas servono per far divertire un pubblico borghese costituito anche da donne, ma che vanno a teatro per essere notate, oltre che per assistere agli spettacoli, come si vede in La loggia di Mary Cassatt del 1879 o le Giovani donne nel palco del 1882 (fig. 1).

1) M. Cassatt, Giovani donne nel palco, Washington, National Gallery

Le signorine ben vestite che si riparano con l’ombrellino di Monet, o le figlie di Renoir intente a leggere o a suonare il pianoforte rivelano un immaginario maschile in cui le donne si occupano di faccende futili,  come era giudicata allora la moda,  o creative come la musica, ma  solo per soddisfare un piacere da gustarsi nell’intimità delle quattro mura di una casa. Il non etichettabile Manet dipinge iAngolo di un caffè concerto (fig. 2) una cameriera che sta portando un boccale di birra ad un tavolo dove è seduto un operaio, che si concede una pausa dalla sua occupazione, godendo di uno spettacolo di danza.

2) E. Manet, Angolo di un caffè concerto, Londra, National Gallery

La cameriera e la ballerina, che si vede sullo sfondo del quadro,  dunque,  servono per il relax dell’uomo, l’unico che pare aver lavorato, come se la dura disciplina della danza o il servizio in un locale non implicassero la stessa fatica. Interessanti, a tal proposito, alcuni studi condotti sui dipinti della Morisot.

“Ogni passione spenta” di Vita Sackville-West

Ogni passione spenta di Vita Sackville West è un romanzo magistralmente scritto che ripercorre l’esistenza di una anziana donna dell’alta società britannica di fine ‘800.

Una Lady ultra ottantenne che alla morte del noto marito, Lord, ex primo ministro nonché Viceré d’India, padre dei suoi sei figli, marito devoto che le aveva offerto lusso  e prestigio, ha la possibilità di tornare ad essere quello che era stata prima del matrimonio, quello che avrebbe voluto essere, semplicemente Deborah. Ora poteva esserlo anche per se stessa, dopo la morte del suo compagno, quello di una lunga vita…ma quale vita?. 

L’anziana mylady si ritrova ora senza impegni ufficiali, etichette da rispettare, adesso è libera, libera di ripensare alla sua vita e di tirare le somme di quella che riaffiorandole in mente si delinea sempre più come una vita ufficiale, non scelta se non per adeguarsi alle aspettative sociali che imponevano ad una ragazza di buona famiglia di accettare una proposta di matrimonio più che vantaggiosa.

Mano a mano che si ricreano i ricordi si capisce che questa vita, all’apparenza perfetta, fatta di ricevimenti, viaggi, lusso, servitù, merletti, cene ufficiali, etichette, rendite e case non era quello che Lady Slane avrebbe voluto dalla sua vita, che avrebbe scelto per la sua vita ma le sue velleità personali, quelle d’artista erano state messe in secondo piano, anzi annichilite per anni, fermate da quello che la società riservava alle donne della sua classe: un buon matrimonio e dei figli.

Ora, all’alba dei suoi ottantotto anni, era libera di scegliere una vita campestre nonostante le perplessità dei figli che per mera formalità si rincorrevano l’ospitalità da offrire alla madre e che accolgono la decisione del tutto imprevista dell’anziana lady con sollievo, ma allo stesso tempo con assoluto stupore visto che la donna non aveva mai deciso alcunché in vita sua.

Deborah Slane infatti era stata sempre una moglie fedele, devota, accondiscendente e presente, mai fuori posto, mai oltre, sempre all’ombra del più attivo e impegnato amato marito e a cui si era sacrificata in qualità di moglie e madre, infatti questa non era la sua vita… era stata sì la sua esistenza ma non quella che avrebbe scelto. I suoi ricordi vividi, in pieno contrasto con il titolo del libro: “Ogni passione spenta”, sottolineano solamente le rinunce che aveva fatto perché così doveva una donna. 

Al tramonto della sua vita Lady Slane scopre l’importanza di essere solo se stessa al di là delle convenzioni e aspettative sociali e quando scopre un barlume di creatività e autonomia di pensiero e di presenza in una delle sue pronipoti le lancia un appoggio, un supporto morale e trova la serenità così da lasciare questa vita e addormentarsi per sempre, ormai che “Ogni passione spenta”.

L’autrice del libro lo suddivide in tre parti che lascia iniziare con versi ora di Cristina Rossetti ora di Shakespeare che non tanto sottolineano o scandiscono la trama del racconto, ma piuttosto fanno da collante a quel sentimento che parte dal titolo “ogni passione spenta”, sottolineando la caducità di una vita che è ormai al tramonto, che se da un lato sono in contrasto con i ricordi vividi della protagonista sono in piena sintonia dall’altra parte con le recriminazioni della sua esistenza che in modo discreto ma costante riemergono dai suoi ricordi. 

La scrittrice, Vita Sackville West forse attingendo in parte dalla sua esperienza personale ci regala un’opera mai banale, sofisticata e superlativamente costruita.

Il romanzo è il racconto di un’esistenza femminile intorno a cui ne gravitano tante altre, tutte più o meno insignificanti, mai piene come quella di un’anziana donna che ripercorre la sua esistenza ormai al tramonto che è, nonostante tutto, ancora viva di emozioni e desideri mai sopiti, solo addormentati a cui non è stato possibile neanche dar voce perché la società non avrebbe capito e accettato.

Insomma un’autrice d’altri tempi che sarebbe utile ai nostri tempi riscoprire.

L’Autrice: Vita Sackville West “romanziera”, così la definisce l’edizione del 1979, appartenente all’alta aristocrazia britannica e ad un’ epoca nel pieno dell’età edoardiana caratterizzata da una parte dallo snobismo aristocratico e dall’altra dalla sfrontatezza; Vita fu una egregia esponente dell’una e dell’altra parte.

“Lady with a red Hat”, a portrait of Vita Sackville-West by William Strang

Debuttò in società nel 1910 e sposò il diplomatico Harold Nicolson da cui avrà un figlio, Nigel che molti anni più tardi scriverà una biografia della scandalosa ed eccentrica madre “Ritratto di un matrimonio”.

Nel 1922 incontra Virginia Woolf e tra le due nasce una sconfinata stima ed affetto tanto che a lei Woolf dedica e scrive “Orlando“, descritto dal figlio di Vita come “una lunga, affascinante lettera d’amore”, lei è infatti la V. della ambigua dedica. 

Fu personalità di spicco della cultura britannica, scrittrice, personaggio eccentrico in pieno sentimento della sua epoca. Vita era nata a Knole nel 1892 e si è spenta nel 1962.

La traduzione egregia della versione letta, risalente al 1979 è quella originale del 1935 affidata ad Alessandra Scalero. 

Ogni passione spenta Vita Sackville West

Madres Paralelas.

Due donne, compagne di stanza, condividono i dolori e i timori per il parto imminente: una, Janis, fotografa affermata, è felice di questa gravidanza inattesa arrivata quasi fuori tempo massimo; l’altra, Ana, è un’adolescente insicura, con genitori distratti e assenti, terrorizzata all’idea di crescere un figlio. Hanno entrambe una bimba, si scambiano i numeri di telefono e promettono di risentirsi al più presto.

Nel frattempo entriamo nelle loro vite, col tran tran di neonate da accudire, balie affidabili da reperire, notti insonni e momenti di tenerezza che ripagano le neo-mamme degli affanni che devono affrontare. Madri single che se la devono cavare da sole, in tutto.

Pedro Almodóvar firma forse la sua pellicola meno almodovariana, meno grottesca ed eccentrica in cui le due figure femminili sono messe a fuoco, anzi a nudo, in senso letterale e figurato. Janis e Ana, che dopo qualche mese si ritrovano per caso in un bar di Madrid, saranno costrette a un destino parallelo anche se i rispettivi ruoli cambieranno spesso e in modo traumatico.

Accanto alle loro storie private quella della Spagna, del suo passato, mai sufficientemente indagato anzi sotterrato come le vittime del franchismo, cui solo a partire dal 2007, con il governo Zapatero, si decise di dare degna sepoltura. 

Penélope Cruz (Janis), musa indiscussa di Pedro, torna nei panni della madre dopo il bellissimo Dolor y Gloria  una madre adulta eppure fragile, tormentata dai dubbi e dai sensi di colpa; Ana, invece, dopo il parto, acquista sicurezza e il legame con la bambina è fortissimo. A interpretarla Milena Smit, giovane astro nascente, dagli occhi color smeraldo e dal fisico androgino.

Ad affiancarle l’immancabile Rossy De Palma e la quasi novantenne Julieta Serrano. Una marea di donne: mature, anziane, adolescenti e neonate a fronte di uomini scappati, morti, addirittura sconosciuti, tranne Arturo, il patologo forense amico di Janis che autorizza l’inumazione dei resti degli antifranchisti sepolti nelle fosse comuni.

Tra quei corpi violati ma mai dimenticati, anche il bisnonno di Janis, morto per la libertà. Nella scena finale in cui tutto il paese si raduna per l’evento, nei volti commossi, nelle mani allacciate delle due protagoniste, c’è il riscatto da un passato di sopraffazione e il passaggio del testimone nelle mani delle generazioni future.

La voce rauca e struggente di Janis Joplin ad accompagnare un Almodovar imperdibile.“Madres Paralelas” Premiato al Festival di Venezia, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Penelope Cruz.

Il “vagone rosa” una buona idea che non risolve il problema.

Vagone per sole donne!

Dopo uno stupro accaduto sul treno Trenord 12085 tra Milano e Varese, migliaia di donne e non solo hanno sottoscritto una petizione online per chiedere a Trenord la creazione di vagoni per sole donne, allo scopo di essere più sicure durante il viaggio. Ricordano un po’ i paesi nei quali queste carrozze per sole donne esistono già: India, Brasile, Egitto, Malesia, Giappone.. In Giappone, ad esempio, dove il servizio è in uso, nel solo 2017 i file della polizia riportavano 1.750 casi.  

«Con questa petizione chiediamo a Trenord di dedicare, su tutte le sue linee, la carrozza di testa alle donne. In questo modo, a qualsiasi ora, si potrà viaggiare sicure», così si legge nella petizione.

Chiunque, come la scrivente, sia stato pendolare in linee suburbane, conosce bene la prateria d’impunità, con il buio e pochi passeggeri a bordo, che vige su questi mezzi. Convogli dove il controllore – o la ‘controllora’, passatemi il termine, perché sono molte le donne che ricoprono questo ruolo – spesso e proprio negli orari di minor flusso nemmeno si presenta, forse anche per timore delle conseguenze di eventuali incontri difficili da gestire.

E allora, pur rispettando il desiderio più che lecito delle donne di essere sicure nel loro viaggiare in treno, non credo che il “vagone rosa” sia una soluzione per aumentare la loro sicurezza. E non lo penso solo io: per esempio, l’associazione D.i.Re – “Donne in Rete contro la violenza”, che riunisce 84 organizzazioni antiviolenza in Italia, si è espressa nello stesso modo.

Rimane il fatto, pur accogliendo alla lettera la proposta della petizione, che ciò non renderebbe sicure né le stazioni, né le strade che le donne percorrono per prendere il treno o una volta che ne siano scese. In più, la ghettizzazione renderebbe immediatamente visualizzabile l’obiettivo per uno stupratore, che può rendersi più facilmente conto di quante donne stanno viaggiando e scegliere comodamente il suo “obiettivo”, una volta scese dal treno.

E di fronte a questa eventualità, la soluzione pratica la conosciamo: militarizzare ogni percorso pubblico notturno, ben oltre il limite del tragitto ferroviario. Soluzione che tra l’altro nessuno dei paesi dove i vagoni per donne esistono già – India, Brasile, Egitto, Malesia, Giappone – ha adottato, e che, va detto espressamente, da questo provvedimento non hanno certo migliorato la loro situazione in termini di numero di stupri o sensibilità verso la violenza sulle donne in genere.

Quindi? Quindi io – e non solo io – credo che lo stupro sia un problema sociale, e che vada affrontato socialmente; e che proprio per questo una “soluzione immediata” non esista. La cultura dello stupro esiste da secoli, e nessuna soluzione “nell’immediato” ha senso.

Sì, qualcosa per migliorare la sicurezza sul treno certo che si può fare, accogliendo le richieste della petizione: ma proprio perché si tratta di un problema comunque da risolvere sul lungo termine, eviterei soluzioni fortemente simboliche che rinforzano il problema, invece, di mettersi sulla strada per risolverlo.

Inoltre il “vagone rosa” avrebbe un effetto peggiorativo sulla violenza verso le donne, perché segregare le potenziali vittime in maniera così evidente è un chiaro messaggio anche verso i potenziali stupratori, anzi verso tutti gli uomini; vuol dire che tutti quelli fuori da quei vagoni sono potenziali stupratori.

Ciò significa arrendersi di fronte al problema, dire pubblicamente “non possiamo agire sul problema degli stupri, possiamo solo segregare per un po’ le potenziali vittime”. Sarebbe la società stessa a trasmettere il messaggio che gli uomini sono tutti potenziali colpevoli, e che siccome sono troppi, invece di agire su di loro, agiamo sulle potenziali vittime.

Amelia Earhart, una vita in volo.

Amelia Mary Earhart, è nata il 24 luglio del 1897 in Kansas. Con il suo coraggio e la sua caparbietà Amelia riuscirà ad andare oltre tutti gli stereotipi della sua epoca, facendosi apprezzare come aviatrice pionieristica a discapito dei fallimenti di altri suoi colleghi uomini.

Scopre l’aviazione a 23 anni accompagnando il padre ad un raduno in California, a Longbeach, nel 1920 dove per la prima volta sale su un aereo per dieci minuti grazie ad un volo turistico. Poco tempo prima aveva intrapreso gli studi infermieristici in Canada dove aveva raggiunto la sorella per poi tornare a New York e terminare gli studi da infermiera e prestare la sua professione in un ospedale militare durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 1922, facendo tanti lavori e lavoretti e grazie all’aiuto economico della sorella e della madre, riesce a comprare il suo primo aereo, di seconda mano, un Kinner Airster di colore giallo, da lei “battezzato” Canarino.

Nel 1928 arriva il suo primo incarico, attraversare l’Atlantico a bordo di un Fokker F7 chiamato “Friendship”con i colleghi Stultz e il meccanico Gordon; arrivano in Galles ma gli elogi sono tutti e solo per lei, la prima donna che abbia mai attraversato l’Oceano, altre tre donne infatti in quell’anno erano morte nello stesso tentativo. Per questa impresa, al suo ritorno,  fu quindi accolta da una parata a New York e fu ricevuta, insieme al resto dell’equipaggio, alla Casa Bianca dal presidente Coolidge.
Scrive un libro su questa esperienza, intitolato “20 Hours – 40 Minutes“, pubblicato dall’ editore George Putnam che fino ad allora aveva editato solo opere scritte da Lindbergh. Negli anni scriverà anche altre due opere: “The fun of it” e “Last flight“.

Le sfide continuano incessanti e nel 1931 stabilisce il record di altitudine a 5.613 metri, nello stesso anno sposa l’editore Putnam che, nel frattempo, era diventato il suo manager organizzando voli ed apparizioni pubbliche e contribuendo a creare la fama di Amelia.L’anno dopo è l’unica pilota che, dopo Lindbergh, riesce a compiere la trasvolata in solitaria da Terranova fino in Irlanda, anche se la meta era Parigi ma per problemi di meteo dovette atterrare nella campagna irlandese. Al suo ritorno riceverà la medaglia della Society National Geographic direttamente dal Presidente Hoover. Per Amelia la sua impresa aveva anche dimostrato l’esistenza di pari capacità intellettuali, di coraggio e prontezza tra l’uomo e la donna.

E Amelia sarà anche la prima donna a volare direttamente senza scalo da Los Angeles al New Jersey. Nel 1935, sempre disposta ad osare lì dove altri fallirono, fu la prima in assoluto ad attraversare il Pacifico dalla California sino alle Hawaii.  Diventa così la prima ed unica nell‘aviazione fino ad allora ad aver trasvolato in solitaria entrambi gli Oceani.

Amelia Earhart diviene quindi un simbolo importante nell’immaginario popolare oltre che un’ icona di stile che arriverà a disegnare divise per le future  aviatrici, guadagnando due pagine su ‘Vogue’, e ispirando una linea di valigie e bauli da viaggio nonché una linea di abbigliamento sportivo.

Arriva così il 1937 quando, forte della sua esperienza e capacità, Amelia decide di voler fare il giro del mondo,  parte quindi da Miami, arriva in Sud- America, prosegue in Africa e di lì in Nuova Guinea; ormai le mancano solo 7000 miglia è ormai vicina all’isola dove c’è la guardia costiera ad aspettarla e con cui è in comunicazione da giorni, ma Amelia pur  comunicando  la sua vicinanza all’isola parla di un’effettiva incapacità di riuscire a vederla… vani saranno gli ulteriori tentativi della Guardia costiera e le comunicazioni si interromperanno il 2 luglio 1937.

Camille Claudel: la sua storia, le sue opere.

Questa foto colorata ci restituisce lo sguardo triste di una donna manipolata, maltrattata dai suoi cari…”Una fronte superba e occhi magnifici, di un blu così profondo e così raro che si può trovare soltanto nei romanzi” Così scriveva Paul Claudel, il celebre poeta e diplomatico, a proposito della sorella.

Camille Claudel

Il 26 marzo 2017 venne inaugurato il Museo dedicato a Camille Claudel a Nogent-sur-Seine, l’unico museo al mondo che racconta la storia e l’evoluzione artistica di questa geniale ed appassionata scultrice, un mestiere difficile per l’epoca se eri una donna.

Difficile separare la storia di Camille da quella di Auguste Rodin, suo maestro e amante. Ancora più difficile è far comprendere al pubblico che lei non era solo la sua musa e modella ma era proprio un’allieva, da lui apprese la dura arte dello scolpire e con lui, Camille maturò un suo stile proprio che la distinse dal maestro.

Foto della famiglia Claudel – Camille al centro

Molte delle sue opere sono conservate in alcune sale del Musée Rodin, a sorta di tributo per la sua allieva più nota. Questa soluzione museale mi ricorda molto la storia della donna che nacque dalla costola di Adamo, un po’ come se Camille fosse una costola di Rodin e visti i loro trascorsi prima amorosi poi morbosi, forse la soluzione adottata dal Musée Rodin non sarebbe piaciuta a Camille.

Camille Claudel & Jessie Lipscomb, colleghe e amiche

Ma conosciamo di più questa artista…. Chi era Camille Claudel?

Nata a Villeneuve-sur-Frère l’8 dicembre 1864, Camille voleva diventare scultrice già dall’età di 12 anni e la sua passione convinse il padre a farla studiare a Parigi presso l’Acadèmie Colossi con lo scultore Boucher. Fu lì che incontrò Rodin, il suo maestro Boucher infatti, vinse un soggiorno premio in Italia e si fece sostituire da Rodin, raccomandando in particolar modo Camille.

I due si intesero fin da subito, Camille andò a vivere con lui nel suo atelier, posò per lui e lavorò insieme a lui a commissioni importanti come le Portes de l’Enfer.

Tra i due sfocia l’amore ma ricordiamoci che Rodin aveva un’altra donna, Rose Beuret, la compagna che non abbandonò mai e anche un figlio di due anni più giovane di Camille.
Camille è l’amante di un artista famoso e più vecchio di lei, i critici si interessano alla cosa e i riflettori si accendono sulle sue opere. Ciò da un lato è positivo, ottenne visibilità ma dall’altro, Camille frequentò i colleghi e amici di Rodin senza invece conoscere gli artisti suoi coetanei.

La relazione tra Camille e Rodin va avanti, viaggiano molto ma i primi segnali di rottura si iniziano ad intravedere intorno al 1892. Rodin non accenna a voler lasciare la sua compagna e Camille non accetta di essere l’amante. In questo intreccio tumultuoso si inserisce la relazione con il noto musicista Debussy. Non si sa bene se lo amasse realmente o se era solo per far ingelosire Rodin, ciò che è vero è che Camille stregò Debussy.

«Ah! L’amavo veramente, e in più con un ardore triste poiché sentivo, da segni evidenti, che mai lei avrebbe fatto certi passi che impegnano tutta un’anima e che sempre si manteneva inviolabile a ogni sondaggio sulla solidità del suo cuore! (….) Malgrado tutto, piango sulla scomparsa del Sogno di questo Sogno»

La Valse (The Waltzers): di Camille Claudel

In questo periodo abbiamo una delle sculture più famose di Camille: La Valse. Opera realizzata in più versioni, La Valse a mio avviso rappresenta la passione fatta scultura, una fusione tra staticità del materiale e movimento, due figure, un uomo e una donna abbracciati che danzano, un’opera di grande espressione.

Il Novecento si apre con molte opere importanti di Camille ma la brusca rottura con Rodin inizia a gettare la donna in uno stato di disperazione da cui non si riprenderà. Vive da sola, ha meno successo del suo mentore e questo le provoca una costante frustrazione. La mente vacilla, Camille è convinta che Rodin la spii tramite i suoi assistenti per rubarle le idee. 

L’ossessione è sempre più grande e viene allontanata dalla famiglia, è il 10 marzo 1913 quando viene ricoverata in un istituto di cura mentale e li resterà fino alla morte il 19 ottobre 1943. In quel periodo di permanenza, scrisse molte lettere ed appelli per tornare a casa, soprattutto scrisse alla madre, la donna artefice del suo internamento in manicomio.

Camille Claudel (1864-1943)
L’Età matura
1902 circa – L’age mûr
Gruppo in bronzo composto da tre elementi

È doloroso sapere che i suoi ultimi anni siano stati nella sofferenza, lei che aveva così voglia di vivere, si trovò come un uccellino in gabbia, desideroso di volare, ma costretto solo a guardare il cielo tra le sbarre.

L’opera più coinvolgente, a mio avviso, è L’age mûr (1899 – 1913) il complesso scultoreo presenta tre figure a simboleggiare la vecchiaia, l’età di mezzo e la giovinezza, una composizione che dà movimento in contrasto con la plasticità delle figure.

In questa rappresentazione, la giovane donna sembra rappresentare Camille, inginocchiata ed implorante dopo il distacco con Rodin, riconosciuto nella figura in mezzo, portato via da una donna più anziana, una riflessione sulla condizione della vita e sulla vita stessa di Camille, un’opera estremamente evocativa.

Le donne alle Olimpiadi di Tokyo 2020: una parità (quasi) raggiunta.

Le Olimpiadi del 2021 sembrano destinate a passare alla storia. Se il rinvio di un anno e l’assenza del pubblico sono dei tristi primati, questa edizione può però vantare il maggior numero di quote rosa nella storia dei Giochi. 

Il comitato olimpico si è impegnato affinché a Tokyo 2020 la parità di genere fosse garantita, organizzando un’olimpiade più inclusiva per le donne. Su tutti i fronti

L’edizione di Tokyo 2020 sarà la prima a raggiungere la parità di genere, con il 49% di atlete, come fa sapere il comitato olimpico. A molti potrebbe non sembrare un fatto degno di nota, ma i numeri parlano chiaro.

Ci saranno ben 18 gare miste, il doppio rispetto a Rio 2016, e le atlete paralimpiche raggiungono il 40,5%: 1600 in più rispetto a cinque anni fa. Nel Regno Unito si sono qualificate 201 atlete e 175 uomini, mentre l’Italia partirà con 198 uomini e 186 donne, una differenza davvero sottile.

Nella storia italiana sarà la spedizione più numerosa di sempre, e gareggerà in 36 discipline diverse. I dati sono di buon auspicio per una parità perfetta da raggiungere alle Olimpiadi di Parigi 2024.

Come accanto ad ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, anche dietro un grande evento ci sono molte professioniste. È cresciuta infatti la percentuale di donne nel comitato esecutivo dei Giochi.

Dopo la nomina della nuova presidente, Hashimoto Seiko, ex pattinatrice e ministra dello Sport, il comitato organizzatore di Tokyo 2020 ha portato al 42% la percentuale di donne e ha creato un team di promozione dell’uguaglianza di genere, affidato alla direttrice sportiva, Kotani Mikako.

Anche in questo caso i numeri denotano un cambio di passo importante nella politica del CIO: da maggio 2020 le donne presiedono 11 delle 30 commissioni del CIO e sempre nel 2020 hanno raggiunto il 47,7% degli incarichi nelle commissioni, mentre erano il 20% nel 2013.

C’è voluto molto tempo prima di arrivare ad un’Olimpiade gender-balanced. Innanzitutto, le Olimpiadi moderne nacquero per soli uomini: il barone Pierre De Coubertin voleva ricalcare la tradizione greca e solo nel 1900 le prime atlete iniziarono a partecipare. Gareggiarono solo in 22 su 997 atleti in cinque sport (tennis, vela, croquet, equitazione e golf).

Le donne erano spesso scoraggiate dal cimentarsi in sport impegnativi, con le scuse dell’invecchiamento precoce, dell’infertilità e dei danni all’utero. La corsa femminile degli 800 metri fu eliminata dopo le Olimpiadi di Amsterdam del 1928 e riammessa solo nel 1960. Guadagnarsi la partecipazione è stato quasi più difficile che gareggiare, ma le conquiste, anche se lentamente, alla fine sono arrivate. 

Nel 2012 a Londra le donne hanno gareggiato in tutti gli sport del programma olimpico e, nello stesso anno, L’Arabia Saudita, ha permesso alle atlete donne di partecipare. Alle Olimpiadi di Sochi nel 2014 le donne sono state ammesse al salto con gli sci, mentre a Rio 2016 le atlete rappresentavano il 45% dei partecipanti.

Avendo fatto dell’inclusività e della parità di genere un obiettivo primario, il CIO ha deciso di cambiare la formulazione del giuramento olimpico. La versione precedente risaliva ancora a Pierre De Coubertin. Il nuovo testo recita:

Promettiamo di prendere parte a questi Giochi Olimpici, nel rispetto delle regole e nello spirito di fair play, inclusione ed uguaglianza. Insieme siamo solidali e ci impegniamo nello sport senza doping, senza imbrogli, senza alcuna forma di discriminazione. Lo facciamo per l’onore delle nostre squadre, nel rispetto dei Principi Fondamentali dell’Olimpismo e per rendere il mondo un posto migliore attraverso lo sport.

Tale giuramento è stato pronunciato da due atleti, due tecnici e due giudici lo scorso 23 luglio 2021 durante la cerimonia di apertura di questa edizione storica delle Olimpiadi.

«I record sono fatti per essere battuti, un oro olimpico resta per sempre»

Usain Bolt, velocista, vincitore di 8 ori olimpici

“Una donna”: un romanzo che ci riporta al presente e al coraggio di scegliere liberamente del proprio destino.

Ho letto e riletto Una donna di Sibilla Aleramo con lo stesso entusiasmo e curiosità della prima volta.

Io, una giovane donna alle prime letture femministe che da poco aveva cominciato a nutrirsi di libri e non erano tanti quelli da consultare. Mi sentivo chiamata in causa dalla protagonista, mi riconoscevo nel suo bisogno di emancipazione. Parlava anche di me, di noi!


Maria Feliciana Faccio, detta Rina, in arte Sibilla Aleramo nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876. Scrive Una donna nel 1901. Il libro uscirà qualche anno dopo nel 1906, con la casa editrice Sten. Sarà tradotto in molte lingue. Nel 1908 sarà tradotto in francese, poi in tedesco e in altre ancora. Per il suo contenuto rivoluzionario fu rifiutato in un primo momento sia dall’editore Treves che da Baldini e Castoldi. È riconosciuto da tutti come il primo libro femminista in Italia e la vita di Sibilla Aleramo ha segnato una tappa fondamentale nel processo di emancipazione femminile. 

Siamo ai primi del Novecento, con lei nasce l’immagine di una donna nuova, non più solo moglie o madre. Il libro ebbe molta fortuna. Dopo la prima edizione del 1906, ci fu l’edizione Feltrinelli del 1950, del 1973 e da ultimo quella del 1982 con la rilettura di Maria Conti. La letteratura straniera aveva già pubblicato libri femministi, Virginia Woolf per tutti. In un certo senso Sibilla Aleramo ha anticipato Virginia Woolf, Sibilla e Virginia vengono a trovarsi vicine entrambe prototipo della donna indipendente e autonoma. Se Virginia Woolf anelava a una stanza tutta per sé e all’indipendenza economica, vediamo che Sibilla seguirà le stesse indicazioni di rotta. L’importante è avere un foglio bianco su cui scrivere e disporre di denaro per sentirsi libere.

Una donna è un libro autobiografico, ma insieme un romanzo. La giovane protagonista si vede costretta a trasferirsi con la famiglia nella provincia marchigiana di fine Ottocento. Avrà una vita difficile in un contesto culturale molto arretrato. Molto amata dal padre, con una madre malata psichica, si adatta a trovare un posto nella famiglia e nella piccola cittadina di provincia. Ancora giovanissima, aveva appena quindici anni, si innamora di un giovane impiegato nella fabbrica di famiglia. Un amore infelice da cui nascerà un figlio. Per il bisogno di esprimere sé stessa però fuggirà appena possibile anche dall’amato figlio Walter. Complice proprio una piccola somma di denaro, 25 mila lire, ricevuta in eredità, potrà finalmente partire. 

L’indipendenza economica le era utile per sottrarsi all’autorità del marito, ecco un’altra similitudine con Virginia Woolf e la storia delle tre ghinee. In assenza di divorzio, aspettò molti anni prima di poter uscire dal contratto matrimoniale. La prima parte del libro ha una prosa ottocentesca ma nella seconda parte, invece, come se seguisse l’evoluzione del personaggio, la voce narrante sembra prendere il via e scorre fino alla fine intensa e moderna.

L’emancipazione femminile era già entrata nel nostro dibattito politico e culturale e il romanzo dell’Aleramo piombò sulla scena con la forza spudorata di un’autobiografia. Senza mai fare nomi (i personaggi sono sempre chiamati con il loro ruolo: marito, madre, figlio…) denunciava la condizione delle donne e rivendicava la parità tra i sessi. Venne definito il primo libro femminista in Italia, anche se non sempre le femministe amarono la sua autrice.

Nonostante tutto scriverà libri, sarà un punto di riferimento del movimento femminista italiano e straniero. Durante tutto il racconto delle sue vicende però ci accompagna il dolore di quella porta che si chiude alle sue spalle e lascia dietro il figlio. Non sarà stato facile percorrere quella strada nuova. E proprio a Walter dedicherà il libro.

In una puntata del programma di letteratura di Rai Cultura L’altro ’900 del 2019 così Sibilla Aleramo si racconta: «Non penso di aver fatto un’opera sublime, penso però di aver consegnato qualcosa di importante, una verità profonda che riguarda uno dei più importanti sentimenti umani che è l’amore, averlo consegnato sia pure in frammenti alle generazioni future». Le sue carte sono conservate presso la Fondazione Gramsci di Roma. Il libro diede anche lo spunto per un film dal titolo: Un viaggio chiamato amore di Michele Placido (2002), incentrato sulla relazione tra Sibilla Aleramo e Dino Campana (Laura Morante e Stefano Accorsi).

http://trovacinema.repubblica.it/film/un-viaggio-chiamato-amore/122512/

Ed ora, a distanza di un secolo, cosa è cambiato nel destino delle donne? Potremmo dire molto o poco e argomentare per ore. Una sola osservazione. Gli uomini non sono cresciuti abbastanza per condividere e comprendere il lavoro di cura e dare valore e riconoscimento alle donne.

Se i dati che ci arrivano sull’argomento non sono sempre positivi, sappiamo comunque che tanta strada è stata fatta dalle donne nel processo di emancipazione. A questo primo libro ne sono seguiti molti altri. Il Novecento, il secolo appena passato, è stato il secolo delle lotte per i diritti, da qualcuno definito il secolo delle donne. Forse ci aspettavamo qualcosa di più ma le generazioni future sapranno far tesoro del passato. Una Donna è un’opera letteraria che ha più di cent’anni e se li porta bene.

Sono tornata bella
e forse è questo l’ultimo mio autunno.
Bella più di quando gli piacqui nel sole,
bella, e vana ai suoi assenti occhi,
come una foglia d’ombra…
Ma certe notti,
nel silenzio che più non turba il pianto,
invocata mi sento
con disperata sete
dalla sua bocca lontana.


Sibilla Aleramo

Sibilla in un ritratto di Guttuso del 1951