Saman nel cuore e nella lotta.

Saman in due momenti emblematici.

Saman arriva in Italia dal Pakistan nel 2015 all’età di 13 anni, a seguito di un ricongiungimento familiare richiesto da suo padre, Shabbar Abbas, che lavora in un’azienda agricola a Novellara.
E’ una ragazza sveglia, capace di apprendere in pochi mesi la lingua italiana tanto che riesce a superare subito l’esame di licenza media.
Vorrebbe fare il medico, ma la famiglia non intende farle proseguire gli studi.

Agli inizi del 2020, Abbas conosce tramite il social TikTok quello che poi sarebbe diventato il suo fidanzato, Saqib Ayub un ragazzo pachistano di 21 anni nato e cresciuto in Italia. Presto però la famiglia la costringe a fidanzarsi con suo cugino, residente in Pakistan, destinandola quindi a un matrimonio forzato.

Saman, ancora minorenne, si oppone: dapprima fugge in Belgio e, una volta rientrata in Italia denuncia i suoi genitori per il reato di costrizione al matrimonio. Chiede aiuto ai servizi sociali che, nel mese di novembre 2020, la trasferiscono in una struttura protetta nel Bolognese dove vi rimarrà per circa 5 mesi, fino all’11 aprile 2021, giorno in cui, ormai maggiorenne, decide di tornare a casa per recuperare i suoi documenti per potersi sposare con il fidanzato e cambiare finalmente vita.
La famiglia si rifiuta di consegnarle i documenti e per questo motivo Saman sporge un’altra denuncia verso i parenti il 22 aprile 2021, ultima volta in cui viene vista pubblicamente, prima di sparire il 1º maggio.
Il suo cadavere verrà ritrovato più di un anno dopo, il 19 novembre 2022 nelle terre dove lavorano come operai agricoli i suoi familiari. Gli stessi che l’hanno uccisa. L’esame autoptico rivelerà una frattura al collo, che avvalorerebbe la tesi dello strangolamento.

La storia di Saman è una storia antica ben radicata nel presente. È quella del 𝗺𝗮𝘁𝗿𝗶𝗺𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮𝘁𝗼 che secondo 𝙏𝙧𝙖𝙢𝙖 𝙙𝙞 𝙏𝙚𝙧𝙧𝙖, l’Associazione Interculturale di donne che sarà parte civile nel processo per il femminicidio di Saman Abbas, è “𝙡𝙤 𝙨𝙩𝙧𝙪𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙪𝙡𝙩𝙞𝙢𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙖𝙡𝙘𝙪𝙣𝙚 𝙛𝙖𝙢𝙞𝙜𝙡𝙞𝙚 𝙪𝙩𝙞𝙡𝙞𝙯𝙯𝙖𝙣𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤𝙡𝙡𝙖𝙧𝙚 𝙡𝙚 𝙥𝙧𝙤𝙥𝙧𝙞𝙚 𝙛𝙞𝙜𝙡𝙞𝙚, 𝙧𝙚𝙙𝙖𝙧𝙜𝙪𝙞𝙧𝙡𝙚 𝙙𝙖 𝙖𝙩𝙩𝙚𝙜𝙜𝙞𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙞𝙙𝙚𝙧𝙖𝙩𝙞 𝙩𝙧𝙤𝙥𝙥𝙤 𝙡𝙞𝙗𝙚𝙧𝙩𝙖𝙧𝙞, 𝙘𝙪𝙨𝙩𝙤𝙙𝙞𝙧𝙚 “𝙡’𝙤𝙣𝙤𝙧𝙚” 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙛𝙖𝙢𝙞𝙜𝙡𝙞𝙖 𝙞𝙣𝙩𝙚𝙧𝙖 𝙤 𝙘𝙤𝙨𝙩𝙧𝙪𝙞𝙧𝙚 𝙣𝙪𝙤𝙫𝙚 𝙖𝙡𝙡𝙚𝙖𝙣𝙯𝙚 𝙛𝙖𝙢𝙞𝙡𝙞𝙖𝙧𝙞 𝙚𝙙 𝙚𝙘𝙤𝙣𝙤𝙢𝙞𝙘𝙝𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙧𝙖𝙫𝙚𝙧𝙨𝙤 𝙡𝙤 𝙨𝙘𝙖𝙢𝙗𝙞𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙛𝙞𝙜𝙡𝙞𝙚”.
Secondo le stime di Human Rights Watch, ogni anno nel mondo sono 𝟲𝟬 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗶 𝗺𝗮𝘁𝗿𝗶𝗺𝗼𝗻𝗶 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮𝘁𝗶. 𝟲𝟬 𝙢𝙞𝙡𝙞𝙤𝙣𝙞. E sono 146 i Paesi nei quali è legale sposarsi al di sotto dei 18 anni.
Nell’ottica patriarcale la donna non ha alcun diritto di autodeterminazione e non può esprimere alcuna opinione. É il capofamiglia a prendere tutte le decisioni.

Il patriarcato in certi contesti si regge sull’attiva collaborazione delle donne ed è pericoloso proprio perché non viene riconosciuto come violenza. Secondo la fondatrice di Trama di Terre Tiziana del Pra le madri sono spesso “vittime dell’accerchiamento familiare” e riproducono lo schema già vissuto.
Saman Abbas voleva integrarsi, come spesso vogliono le seconde generazioni di immigrati. Voleva andare a scuola, sposarsi liberamente, vivere senza paura nel nostro Paese, ma qualcosa non ha funzionato. Di quante altre Saman Abbas siamo inconsapevoli?

In questa triste narrativa Martina Castigliani autrice del libro ‘𝙇𝙞𝙗𝙚𝙧𝙚. 𝙄𝙡 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙤 𝙣𝙤 𝙖𝙞 𝙢𝙖𝙩𝙧𝙞𝙢𝙤𝙣𝙞 𝙛𝙤𝙧𝙯𝙖𝙩𝙞’, riferendosi al nostro sistema di integrazione sostiene che “É necessario lavorare sulla prevenzione al più presto: abbiamo una legge contro i matrimoni forzati, ma non abbiamo campagne nazionali per prevenirli o per dire che chi vuole può avere un’alternativa. Manca un osservatorio che raccolga i dati: sappiamo chi denuncia e basta e sono numeri sottostimati. Non basta dire che è reato, quello è stato solo il primo passo”.

Di Saman sono emblematici due scatti, uno con il velo tipico musulmano, gli occhiali, un sorriso tirato, l’altro in cui è sorridente e sfoggia piercing alle orecchie e al naso. Due persone diverse.

Chi è la vera Saman e quale delle due volesse essere nella vita vi sono pochi dubbi.

Fonte: Qui non si arrende nessuno.

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