Giorno: 1 luglio 2022

Una istantanea su Monica Vitti: donna fuori dal comune.

Monica Vitti, ovvero la migliore di tutti, che ha fatto innamorare tutti. Vita, dolcezze e splendori dell’ultima mattatrice italiana.

Monica Vitti ci ha lasciato lo scorso 2 febbraio e ne scrivo solo oggi per una sorta di rispetto nei confronti di una grande donna oltre che di una straordinaria artista. Monica Vitti ha davvero lavorato con i più grandi, ha molto faticato, ma si è anche divertita. È stata la musa di Michelangelo Antonioni e una fantastica compagna di avventure di Alberto Sordi.

È stata amata molto in vita e celebrata, forse non abbastanza, anche per via della malattia neurodegenerativa che l’ha colpita e che non le ha forse permesso di lavorare e vincere ancora. Chissà la sua bellezza e il suo talento in eta’ matura quanto altro avrebbero potuto regalarci.

Ha vinto molto nella sua lunga vita: David di Donatello come migliore attrice protagonista (più altri quattro riconoscimenti speciali), 3 Nastri d’Argento, 12 Globi d’oro (di cui due alla carriera) e un Ciak d’oro alla carriera, un Leone d’oro alla carriera a Venezia, un Orso d’argento alla Berlinale, una Cocha de Plata a San Sebastián, una candidatura al premio BAFTA.

Una presenza bellissima ed anche un po’ buffa, una umanità e una verve straripante, una risata e una voce inconfondibile. Insomma una donna non convenzionale, in nessun aspetto, in tempi in cui essere altro, essere differenti, aveva il suo peso e caricava addosso maggiori responsabilità e giudizi.

Si racconta che l’incontro con Antonioni fece saltare tutti i suoi progetti matrimoniali con un fidanzato architetto. Diventando la musa di Michelangelo Antonioni iniziò la sua carriera, interpretando ruoli dedicati alle nevrosi di coppia e alle molte inquietudini della donna moderna. Dimostrò successivamente con Mario Monicelli, ne La Ragazza con la pistola, la sua grande attitudine alla comicità, una comicità elegante che le veniva incredibilmente naturale. Sdoganò prima di tutte, contro ogni stereotipo di genere, che si poteva essere belle, brave e anche di una ironia irresistibile. Mica male!

Le sue donne sono spesso eroine tragicomiche, svagate, nevrotiche, ma trovano una forma di riscatto nella propria autenticità. Una metafora anche della sua carriera, nella quale è riuscita a superare la diffidenza del pubblico per affermarsi come attrice popolare, dopo la tetralogia di Antonioni, che per un periodo la cristallizza nel ruolo di “musa dell’incomunicabilità”.

Una donna, insomma, fuori dal comune in molte cose, un animo complesso, anche nella sua scelta di non avere figli, che raccontò al grandissimo Enzo Tortora molti anni fa. “A 14 anni e mezzo ho deciso che non avrei mai avuto un figlio, perché lo ritengo una delle cose più difficili che possa fare una donna”. 

Non era aristocratica, non aveva la pretesa di insegnare come si sta al mondo, era colta e popolare, due parole che sapeva tenere insieme. Prima di lei, le donne dovevano giocare sulle proprie imperfezioni. Poi è arrivata Monica e tutto è cambiato. Con i suoi occhi allegri, i suoi capelli arruffati, la sua voce inconfondibile.

Monica Vitti ha vissuto in modo straordinario e ha reso meravigliosa ogni cosa da lei sfiorata. È forse questa una delle cose più difficili per chiunque, donne e uomini. Un modo incredibilmente abile e generoso di darsi al mondo. 

Proprio per questo, per molte, è difficile dirle addio. E anche per questo oggi ci fanno tanto male i capelli (cit.).

“Far ridere è stata sempre la mia ambizione, veder ridere, poi, vedere la gente felice, mi fa stare meglio. Scoprire di far ridere è stato come scoprire di essere figlia del re”.

Monica Vitti

Sylvia Plath e le altre poetesse…perché scelsero il suicidio?

Molto si è scritto su quella sorta di dolorosa epidemia di suicidi che caratterizzò la “poesia al femminile” del Novecento. Basti ricordare la triste storia e la solitaria fine della poetessa Antonia Pozzi e della fotografa Francesca Woodman (che si tolsero la vita la prima a 26 e la seconda a 22 anni).

Ma la poetessa milanese e la fotografa americana non furono che due esempi nel lungo e tragico elenco di donne che videro nella morte auto-inflitta una liberazione dal dolore di quel mondo che Pascoli aveva definito  un “atomo opaco del male”. 

Virginia Woolf

L’inglese Virginia Woolf, scrittrice, saggista e poetessa, animatrice del   circolo di Bloomsbury, vivaio di talenti anticonformisti, dove la sperimentazione letteraria e gli amori saffici si alternavano alle lezioni di economia di Keynes, pose termine ai suoi giorni affogandosi nel torrente Ouse (quasi novella Ofelia).

Marina Cvetaieva

Mai dimenticate, poi, la moscovita Marina Cvetaieva, anima nomade e solitaria, impiccatasi ad una trave nella sua abitazione, l’argentina Alfonsina Storni (di famiglia svizzero-italiana del Canton Ticino) che si lasciò annegare nelle acque del Mar del Plata, e ancora la svedese Karyn Boye e poi, appunto, la Pozzi e la Woodman e Anne Sexton, americana autrice dei “Love Poems“, affetta da sindrome maniaco-depressiva (oggi meglio nota come disturbo bipolare) e, ancora, Sylvia Plath, forse la più famosa di questo tristissimo elenco. E infine un’altra poetessa dell’obiettivo come Francesca Woodman: la controversa, inquietante Diane Arbus.

Per quanto diverse siano state le loro singole storie, tutti i loro nomi  sono legati dal filo rosso di una nevrosi, di una diversità vissuta come un disagio psichico in grado di usurare quotidianamente ogni residuo contatto col mondo circostante. Hanno sicuramente ragione quanti vedono nel periodo storico, nel breve, funesto trionfo delle dittature nazionaliste, nella persecuzione degli ebrei e nell’ossessione staliniana del nemico interno, una delle cause che favorirono l’estraniamento di alcune delle poetesse uccisesi nel Novecento.

Antonia Pozzi, “malata di nervi”, (così si diceva ai tempi…) soffrì molto anche per la persecuzione di cui furono vittime molti suoi amici ebrei, così come la dolce Marina Ivanovna Cvetaieva che scelse la morte, nel 1941 (come la Woolf), perché ormai incapace di sopportare le vessazioni cui era sottoposta assieme a buona parte degli intellettuali sovietici dal regime staliniano.

Una tesi sostenuta anche da chi era incline a considerare la malattia mentale come una manifestazione di un malessere sociale, primo fra tutti Wilhelm Reich (seguito oltre vent’anni dopo dal nostro grande Franco Basaglia), proprio in quegli anni costretto, lui austriaco ma ebreo, a trovare ricovero negli Stati Uniti che non furono tuttavia per lui la “land of opportunity“. Reich morì infatti nel penitenziario di Lewisburg dove un giudice americano (forse un seguace del senatore McCarthy) lo aveva spedito perché “comunista”, ma in realtà e soprattutto, per i suoi rivoluzionari scritti sulla repressione della sessualità.

Sylvia Plath

E nel Novecento, secolo di guerre mondiali e sanguinose rivoluzioni,  di guerre civili e guerre fredde, la “normalità” non era normale. L’enigma di tanti suicidi forse si scioglie tentando di comprendere l’impossibilità di tante poetesse a sintonizzarsi con un’epoca di violenza in cui, pur tuttavia, le donne avevano cominciato la loro lunga lotta per i diritti, dalle suffragette inglesi dei primi del secolo alle femministe del ’68 e oltre.

Diane Arbus

Sylvia Plath e Diane Arbus furono forse gli ultimi  “casi” in questa lunga scia di sangue che caratterizzò parte della letteratura femminile del ventesimo secolo. Anche loro forse travolte dallo Spirito del tempo, dalla malattia mentale che incarnava. Molto malata era Sylvia, divenuta un’icona delle generazioni nate nella seconda metà del secolo.

La newyorkese Arbus, di origini russe, manifestò invece il suo disagio interiore attraverso la proiezione dei suoi propri fantasmi sui “Freaks“: nani, gemelli siamesi, ermafroditi ed altri sfortunati esseri umani. Forse sperando di liberarsi delle sue più profonde angosce. Ma non fu così e nel luglio del 1971, Diane perse la sua partita con la depressione e si uccise.

La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e taglia in due il cuore.” 

Virginia Wolf