Il “vagone rosa” una buona idea che non risolve il problema.

Fatto questo, che senso avrebbero poi le azioni “a lungo termine”? Come convincere a una rieducazione del proprio genere gli uomini già indicati pubblicamente e genericamente tutti in quel modo?

Infatti, non mi risulta che in India, Brasile, Egitto, Malesia, ed altri paesi siano attivi programmi istituzionali di critica e ricostruzione dell’identità di genere maschile etero. Hanno i vagoni rosa e pure gli stupri, e immagino che abbiano anche istituzioni che pensano di aver fatto bene a usare quella misura. Misura che sarebbe fortemente ipocrita anche riguardo il fenomeno stesso dello stupro: sappiamo benissimo da dati certi raccolti in decenni che lo stupratore è l’amico incontrato ad una festa , il parente, l’appartenente alla cerchia familiare, il compagno di scuola, il collega di lavoro. Che facciamo? Stanze rosa, scrivanie rosa, banchi rosa, appartamenti rosa? Trasformiamo la società in un caro vecchio zoo?

Inoltre, non credo che una soluzione a breve termine sia offrire a milioni di maschilisti più o meno consapevoli l’occasione di lamentarsi, e di diffondere l’idea sbagliata che lo stupratore è lo sconosciuto che incontri in viaggio.

La soluzione a breve termine è , invece, sbrigarsi ad attuare una campagna culturale sensata in tutti i luoghi formativi e sociali, perché il problema degli stupri è legato a una cultura dello stupro che ancora è parte integrante della “normale” educazione al maschile offerta dalla nostra società. Il resto sono palliativi ipocriti che possono offrire solo placebo momentanei.

Alle donne (e agli uomini) che hanno sottoscritto la petizione si può dare certamente un facile contentino, e probabilmente sarà fatto. Ma la strada da percorrere, a mio modesto avviso, per la libertà di viaggiare, non può e non deve essere questa…con donne segregate negli scompartimenti protetti e stupratori e malviventi liberi di scorrazzare, indisturbati, altrove.

Il pericolo rimarrà insieme al mugugno di milioni di uomini che continueranno a non capire che il problema non è il loro corpo da tenere lontano da quello delle donne, ma quelle idee che non si vincono con ghetti, segregazioni, polizia, telecamere o vagoni dipinti e controllati.

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