La giacca rossa di Ursula e la maglia rossa del piccolo Aylan.

Foto indimenticabile.

Nel leggere le parole e le scuse del Presidente del Consiglio Michel mi verrebbe da dire che più si esprime e più fa danno. Ogni parola rende più grave la sua incapacità di essersi offeso e di non trovare velocemente il modo di reagire. Per assurdo, nascondersi dietro l’offesa alla donna è un tentativo di aggirare lo sgarbo all’Europa senza riuscire a dare un senso e una spiegazione accettabile a nessuno dei due vulnus, subiti entrambi in modo umiliante.

L’episodio per noi donne d’Europa è occasione importante di riflessione poiché non dovremmo farci intrappolare nell’argomento dello sgarbo femminile, peraltro del tutto prevedibile, dall’uomo che appena il 20 marzo scorso ha deciso di ritirare il suo paese dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne.

Un atto ancor più simbolicamente forte, se si pensa che proprio in Turchia prese il via quella Convenzione e che il Paese ne fu il primo firmatario. Un atto negazionista della dignità femminile che ha voluto poi sperimentare di fatto con una violenza ai danni della Presidente della Commissione europea. Il concetto di violenza notoriamente non si definisce solo attraverso quella fisica. Una violenza che Charles Michel ha avallato correndo a sedersi per primo senza alcun rispetto e senso politico per la difesa d’Europa, che è stata attaccata umiliando la donna che più di chiunque la rappresenta con la voce unica della Commissione e non somma di stati qual è di fatto il Consiglio.

Sono sempre più convinta che se noi donne d’Europa comprendessimo bene che l’episodio non va accantonato e fatto invecchiare velocemente (come oggi accade per tante notizie), e se ci facessimo carico di difendere la nostra Europa chiedendo e ottenendo le dimissioni di Charle Michel, tutte insieme scriveremmo una bella pagina di un gran giorno che farà senz’altro Storia. La data fatidica da stigmatizzare e a cui reagire è quella in cui Ursula von der Leyen è stata usata da Erdogan come donna per ben altri messaggi  calpestando da più punti di vista la sua dignità come persona e come rappresentante d’Europa.


Tornando alla foto del divano su cui la Presidente della Commissione seduta in disparte, in un atteggiamento che rimanda a rabbia e umiliazione, mi ha colpito che vestisse con gli stessi colori del bimbo Aylan Kurdi ritrovato sulla spiaggia: una giacca rossa e i pantaloni scuri. Sintonia di colori e non solo, in queste foto destinate a non vedere sbiadire mai il senso di quanto denunciano e raccontano.
Foto unite dalla narrazione di due momenti non cancellabili, due sconfitte, ma di cui una può essere recuperata sperando in una nuova immagine che racconti l’addio di Michel, mostrando ad Erdogan l’irriducibile forza e determinazione delle donne d’Europa. Quell’Europa che in tante e in tanti, nonostante i momenti difficili, vogliamo sia la realtà politica dell’oggi e del futuro, pur consapevoli delle difficoltà che incontra. Forse per dirla con la leggerezza che offre la mitologia, con la stessa determinazione con cui Giove voleva Europa, ma senza la violenza, e guarda caso l’astuzia, con cui riuscì a ingannarla e soggiogarla sotto le mentite spoglie di un toro bianco.

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