Emma Goldman, una anarchica e una femminista molto speciale!

 

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Nacque figlia indesiderata, Emma Goldman (soprannominata Emma la Rossa), il 27 giugno 1869, nell’impero russo, in una modesta famiglia ebrea. Il padre voleva un erede maschio. La donna che aveva sposato, una vedova con due figlie, non gradì la terza. Emma crebbe con le percosse dei genitori, il  padre aveva “sempre a portata di mano la frusta e lo sgabello, simboli della mia vergogna e della mia tragedia” ricorderà nelle sue memorie (Autobiografia. Vivendo la mia vita, ).

Per l’esperienza della sua infanzia, non volle avere figli. Si sposò più volte, ebbe vari amanti, ai quali si unì con passione, ma subordinò sempre l’amore personale all’amore universale per l’umanità reietta, asservita alle classi dominanti.

Dedicò tutta la sua esistenza  alla lotta per la liberazione del proletariato, per l’emancipazione della donna, per una società senza classi dominanti. Ma osteggiò il fanatismo, disprezzò il conformismo, condannò il terrorismo, anche quando avevano abiti rivoluzionari.

Oltre alla propaganda legata all’ideale anarchico Emma Goldman tenne varie conferenze a sostegno della causa femminista: sull’emancipazione della donna, sulla libertà di pensiero e sulla libertà sessuale, sull’uso dei contraccettivi e il controllo delle nascite.

Sosteneva che le donne dovessero avere pieno controllo del proprio corpo e non solo decidere quanti figli avere, ma anche ritenere se averne o meno, poiché non credeva che lo scopo della donna fosse necessariamente quello di diventare madre.

Scrisse cinque saggi dedicati alla questione femminile: al tema del suffragio, della prostituzione, del matrimonio, della sessualità e dell’amore. Le sue idee femministe apparvero alle autorità più pericolose delle sue convinzioni rivoluzionarie e anarchiche.

Aveva dodici anni quando la famiglia si trasferì a San Pietroburgo. Il padre ostacolò la passione di Emma per lo studio, perché sosteneva che la donna dovesse solo servire il marito e dargli dei figli. Ma un altro modello di donna fu rivelato all’adolescente Emma dal romanzo Che fare? del populista Nikolaj Cernyševskij, dove la protagonista si ribella al matrimonio imposto dalla famiglia, e sposa un giovane rivoluzionario, per votarsi con lui alla liberazione del popolo.

Nello stesso periodo, il romanzo di Cernyševskij impressionò profondamente Vladimir Il’ič Ul’janov, di un anno più giovane di Emma, l’adolescente figlio di un “nobile” nel 1902, con lo pseudonimo di Lenin, Vladimir intitolò Che fare? un opuscolo dove esponeva la concezione, remotissima dall’anarchia, di partito di avanguardia, formato da rivoluzionari di professione, totalmente dediti alla causa della rivoluzione proletaria.

Se singolare fu la comune suggestione del romanzo su un giovane “nobile” e su una derelitta fanciulla ebrea, ancora più singolare fu la simultaneità della loro iniziazione alla militanza rivoluzionaria.

Per Vladimir, cresciuto in una famiglia agiata e devota allo zar, con genitori severi ma amorevoli, studente modello per disciplina e brillanti successi scolastici, la scelta rivoluzionaria avvenne inattesa e improvvisa alla fine del 1887, a diciassette anni, dopo l’impiccagione del fratello Alessandro perché aveva organizzato un attentato alla vita dello zar.

Per Emma, angariata dai genitori, senza adeguata istruzione, cresciuta in un ambiente antisemita, a quindici anni operaia in fabbrica, la vocazione rivoluzionaria avvenne in seguito alla impiccagione di cinque anarchici a Chicago nel novembre 1887.

Dopo aver lavorato in fabbrica a San Pietroburgo, nel gennaio 1886 Emma raggiunse una sorella emigrata negli Stati Uniti. Lavorava come operaia, quando, in quello stesso anno, furono condannati a morte giovani anarchici, accusati di aver assassinato alcuni poliziotti durante una dimostrazione.

La diciassettenne operaia seguì appassionatamente il processo, che definirà «la più gigantesca macchinazione di tutta la storia degli Stati Uniti». Il 15 agosto 1889, si trasferì a New York. Qui avvenne l’incontro con un diciottenne anarchico russo, Aleksandr Berkaman, e con il quarantenne tedesco Johann Most, uno dei maggiori esponenti dell’anarchismo negli Stati Uniti. Fu, scriverà Emma, la sua «vera data di nascita». A vent’ anni divenne rivoluzionaria nel movimento anarchico internazionalista.

Dotata di talento oratorio, iniziò a viaggiare per gli Stati Uniti per fare comizi e conferenze. Cominciò a scrivere articoli su periodici anarchici. Fu arrestata nel 1893 per incitamento alla sommossa, ma gettò un bicchiere d’acqua in faccia al poliziotto che le prometteva la libertà in cambio di informazioni sugli anarchici.

Si immerse nello studio del pensiero anarchico, del socialismo, della filosofia, dell’economia, della questione sociale, della condizione della donna. Dal 1895 fu in Europa, dove incontrò i patriarchi e le matriarche dell’anarchismo, come Pëtr Kropotkin, Errico Malatesta e la comunarda Louise Michel. A Vienna scoprì il pensiero di Nietszche, che divenne una sua passione intellettuale, e seguì le lezioni di Sigmund Freud sulla repressione sessuale.

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Dopo aver preso il diploma di levatrice e di infermiera, tornò in America, e riprese l’attività di militante anarchica e femminista. Fu schedata dalla polizia come “la donna più pericolosa degli Stati Uniti”.

Nel 1917 plaudì alla rivoluzione bolscevica. Espulsa dagli Stati Uniti, nel 1920 era in Russia. Incontrò Lenin e per qualche tempo collaborò con lui, pur diffidando dell’ostilità dei bolscevichi verso gli anarchici e deplorando i metodi terroristici della dittatura leninista.

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Come ha osservato il suo più recente biografo Max Leroy, Emma «non può non nascondere una certa stima nei confronti del volontarismo leninista», pensando che, «malgrado le carenze, il pugno di ferro e lo statalismo centralizzato il bolscevismo resta un regime rivoluzionario e proletario».

Ma alla fine del 1921, disgustata dal regime di terrore, dall’oppressione degli operai, dai privilegi dell’oligarchia bolscevica, lasciò la Russia. In due libri raccontò la sua “disillusione dalla Russia”, accusando il regime bolscevico di aver tradito la rivoluzione della libertà e dell’eguaglianza. Dopo aver vissuto in vari Paesi europei, nel 1926 si trasferì in Canada. Negli anni successivi, traversò più volte l’Atlantico per lottare in Europa contro il capitalismo, il fascismo, lo stalinismo, avversando però allo stesso modo il culto dei capi e il culto delle masse.

Nel ’36 fu a Barcellona, nella capitale dell’anarchismo catalano ed iberico, in occasione del comizio internazionale anarchico di solidarietà con la rivoluzione spagnola in corso. Accanto ai rivoluzionari ed ai lavoratori accorsi da ogni dove c’era anche lei: la stessa che mezzo secolo prima aveva pianto la morte dei “martiri di Chicago” e si era ripromessa di continuare la lotta. Morì nel 1940 in seguito ad un malessere che la colse durante una conferenza

Più appassionante di un  romanzo fu la vita di Emma e la biografia di Leroy, senza pretese di originalità, è un buon avvio per conoscere questa donna straordinaria, che volle liberare l’umanità proclamando che «l’individuo è la vera realtà della vita, un universo in sé».

“La storia ci ha insegnato che ogni
classe oppressa ha ottenuto la sua
liberazione dagli sfruttatori solo grazie
alle sue stesse forze.
E’ dunque necessario che la donna apprenda
questa lezione, comprendendo che la
sua libertà si realizzerà nella misura in
cui avrà la forza di realizzarla. Perciò
molto più importante per lei cominciare
con la sua rigenerazione interna,
facendola finita con il fardello di
pregiudizi, tradizioni e abitudini”.

Emma Goldman

Bibliografia, solo in parte:

Emma Goldman, Quel ch’io credo, Editrice Giovent Libertaria, Roma 1908.
Emma Goldman, Anarchia, femminismo e altri saggi, La Salamandra, Milano 1976.
Emma Goldman, Perch la rivoluzione russa non ha realizzato le sue speranze, in “Pensiero e Volontà ” 1925.
Emma Goldman, La sconfitta della rivoluzione russa e le sue cause, La Salamandra, Milano 1977.

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