Susan Sontag e i suoi temi scomodi!

 

 

 

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Susan Sontag (1933 – 2004) è stata una intellettuale e scrittrice statunitense.
Nata a New York nel 1933, a cinque anni perse il padre e, quando la madre malata di alcolismo si risposò, venne adottata dal patrigno, Nathan Sontag, da cui prese il cognome.
Ebbe un’infanzia costellata da incertezza e sofferenza. Ragazza intellettualmente vispa, si diplomò anzitempo a quindici anni e si laureò in Filosofia alla Berkeley University a diciotto.
 

Appena diciassettenne, si sposò con il suo professore di sociologia, Philip Rieff, da cui, ad appena diciannove anni, ebbe il figlio David Rieff. Rimase legata al marito fino al 1958, quando divorziò da lui tornando a vivere a New York con il piccolo David. Sontag terminò successivamente i suoi studi ad Harvard, specializzandosi in letteratura inglese, e, nel corso degli anni Cinquanta, frequentò anche le università di Oxford e di Parigi.

Nel corso degli anni Cinquanta l’autrice prese coscienza della propria omosessualità e sull’argomento sviluppò diverse riflessioni, ad esempio: “Il mio desiderio di scrivere è connesso alla mia omosessualità. Ho bisogno di quell’identità come di un’arma, da contrapporre all’arma che la società usa contro di me. Ciò non giustifica la mia omosessualità. Ma mi accorderebbe, lo sento, una certa licenza. Solo adesso mi sto rendendo conto di quanto mi sento in colpa d’essere omosessuale. […] Essere omosessuale mi fa sentire più vulnerabile”.

Diverse riflessioni di Susan Sontag sono rimaste sconosciute al pubblico fino a quando il figlio David Rieff, inviato di guerra e scrittore come la madre, non le raccolse in due volumi che fece pubblicare dopo la sua morte. Purtroppo i volumi dei diari di Susan Sontag non sono ancora mai stati tradotti interamente in italiano, anche se alcuni loro estratti sono stati pubblicati su giornali e riviste.

La produzione letteraria e saggistica di Sontag è sterminata, tenendo conto anche delle sue collaborazioni per riviste come il New Yorker e il Partisan Review.

Docente in diverse università statunitensi, scrisse instancabilmente sugli argomenti più vari: dal cinema alla fotografia, dalla letteratura alla condizione femminile (in particolare su questo argomento pubblicò “Odio sentirmi una vittima: intervista su amore, dolore e scrittura” , che rappresenta una pietra miliare nel suo genere), dalla politica, alla guerra, al concetto del dolore e della malattia nella nostra società.

Per quanto riguarda quest’ultimo tema, il pensiero dell’autrice si sviluppò a metà degli anni Settanta dopo che le fu diagnosticato un cancro: in “Malattia come metafora: aids e cancro“, pubblicato per la prima volta nel 1988, dopo essere stata dichiarata guarita, Susan Sontag non desiderava raccontare la sua esperienza, né portare conforto attraverso il proprio racconto autobiografico ad altri malati o ex-malati come lei; nel suo saggio la scrittrice analizza il tema della malattia in funzione dei significati sociali che l’accompagnano.

Secondo Sontag, la malattia dovrebbe essere epurata di ogni pregiudizio e di ogni metafora legata a un immaginario di colpevolezza, impotenza, ineluttabilità, che inutilmente aggiungono dolore al dolore nella vita quotidiana dei malati.

La Sontag si distinse per il proprio impegno politico e sociale in particolar modo contro ogni forma di guerra e di violenza; tra il 1987 e il 1989 si batté per il diritto alla libertà di parola in veste di presidente della sezione statunitense della PEN International Association – un’organizzazione non governativa che, oltre a celebrare l’importanza della letteratura per la circolazione e la comprensione delle idee, si occupa anche di rappresentare e difendere intellettuali e scrittori perseguitati per le proprie parole.

Fu lei, in veste di presidente della PEN society di New York, a dare un supporto sostanziale allo scrittore iraniano Salman Rushdie, incriminato per blasfemia dallo Ayatollah Khomeini che nel 1989 l’aveva condannato a morte in seguito alla pubblicazione dei Versetti Satanici.

All’inizio del 2004 Susan Sontag scoprì di essere nuovamente malata, ma questa volta di leucemia. Dopo una breve battaglia, morì il 28 dicembre di quello stesso anno, vegliata dal figlio David e dalla sua ultima – e forse più importante – compagna di vita, la fotografa Annie Leibovitz, che continuò a ritrarre la sua amata anche dopo la sua morte. Dall’esperienza di quegli ultimi mesi accanto a Susan Sontag – durante i quali più la malattia si aggravava e più sua madre mostrava la propria tenace voglia di vivere – il figlio David Rieff trasse un memoir, e una lucida ed emozionante meditazione sulla vita e sulla morte, che nel 2009 pubblicò nel libro “Senza consolazione. Gli ultimi giorni di Susan Sontag”, edito in Italia da Mondadori. 

Sebbene siano state scritte diverse biografie su Susan Sontag, quella che racconta i suoi ultimi giorni attraverso gli occhi del figlio è l’unica a essere stata tradotta anche in Italia. Per chi conosce l’inglese, la vita dell’autrice può essere approfondita con la lettura di alcune opere, tutte pubblicate tra il 2014 e il 2016, come Susan Sontag: A Biography di Daniel J. Schreiber, che dà della scrittrice un ritratto anche sul fronte della vita privata;

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Susan Sontag di Jerome Boyd Maunsell, che si concentra maggiormente sullo sviluppo del suo pensiero in relazione alla sua vita e alla sua figura pubblica; 

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e con l’edizione rivista e aggiornata di Susan Sontag: The Making of an Icon, di Carl Rollyson e Lisa Paddock, che affonda le sue ricerche negli scritti privati e nella corrispondenza personale dell’autrice, per restituirne un ritratto contemporaneamente intimo e intellettuale.

 

“La paura di invecchiare viene nel momento in cui si riconosce di non vivere la vita che si desidera. Equivale alla sensazione di abusare del presente”.

  Susan Sontag