Claudia Quinta: l’onestà che sconfisse la calunnia

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Neroccio di Bartolomeo de’ Landi – Claudia Quinta (circa 1495) – Washington, National Gallery of Art.

Iscrizione sul basamento

“Claudia casta fui nec vulgus credidit amen
Et tamen id quod eram testis mihi prora probavit
Consilium et virtus superant materque deorum
Alma placet populo et per me hunc orata tuerunt”.

(Io, Claudia, fui casta, ma il popolo stolto non vi credette
tuttavia la nave mi fu testimone e comprovò il mio valore.
Saggezza e virtù prevalgono e l’alma madre degli dei 
è gradita al popolo e tramite me, pregata, lo protegge.)

 

Claudia Quinta era una donna virtuosa e di bell’aspetto, la cui reputazione era ingiustamente attaccata per il suo abbigliamento e il suo portamento: tra le altre cose la donna era anche falsamente accusata di essere una pettegola.

La sua virtù fu riscattata da un evento miracoloso accaduto nel 204 a.C., durante il trasporto del simulacro della dea Cibele da Pessinunte (in Anatolia) a Roma: quando la nave su cui viaggiava la statua della dea si incagliò nell’alveo del Tevere, la donna riuscì con le sue sole forze a disincagliarla, grazie all’aiuto della dea, che così fornì al popolo un segno della sua purezza.

Ovidio, Fasti 291-328

“Toccò Ostia, dove il Tevere sfocia nel mare e scorre su una superficie più vasta. Alla foce del fiume etrusco convennero tutti i cavalieri, l’austero senato, la plebe. Con loro pure le madri, le figlie, le nuore, e le vergini che alimentano il fuoco sacro. Gli uomini alarono fino ad esaurirsi, ma la nave straniera risalì appena per le acque. Poiché da tempo la terra era secca e le piante riarse, così la nave s’incagliò nel fondale fangoso. Coloro all’opera si attivano più del dovuto, con grida di supporto. Ma la nave resta come un’isola in mezzo al mare; un prodigio che blocca e atterrisce i coinvolti”.

Ma chi era Claudia Quinta?

Claudia Quinta (discendente dell’antico Clauso, di bellezza pari alla nobiltà) era casta, ma non creduta: un’ingiusta calunnia l’aveva colpita, ed era accusata di false colpe.

Offesa per come si vestiva, si acconciava, e rispondeva agli arcigni vecchi austeri. La sua retta coscienza rideva delle menzogne, ma noi siamo gente pronta a credere al peggio.

Così Claudia uscì dal gruppo delle matrone, e attinse con le mani la pura acqua del fiume, ne bagnò tre volte la testa e tre volte alzò al cielo le mani (gli astanti la indicavano come impazzita).

Si mise in ginocchio, mirò la statua della dea e, coi capelli sciolti, disse: “Feconda madre degli dei, accogli le preghiere della tua supplice a un patto, negano che sia casta.

Condannami te e confesserò checché. Meriterò la pena di morte inflitta dal giudizio divino. Ma se non c’è colpa, offrine testimonianza: la tua castità obbedirà a mani caste”.

Detto ciò, compì l’alaggio senza sforzo. Ciò è prodigioso, ma attestato in scena. La dea si mosse, seguì la sua guida e, seguendola, la scagionò: e così salì al cielo un suono di gioia”.

Fonte: Roberto Inserra, appassionato di Arte.