Artemisia, Kahlo e le altre disobbedienti… intervista a Elisabetta Rasy autrice di “Le disobbedienti!

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Continuazione dell’articolo precedente con l’intervista all’autrice del libro

Hanno cambiato l’arte, sono riuscite a imporsi come pittrici professioniste in epoche ostili e contesti diversi, hanno coltivato il loro talento ribellandosi al destino subalterno loro assegnato dalla tradizione, dalle famiglie e dai pregiudizi, e hanno scelto la libertà. Con coraggio, risolutezza e audacia. Sono Artemisia Gentileschi, Elisabeth Vigée Le Brun, Berthe Morisot, Susanne Valadon, Charlot Salomon e Frida Kahlo, sei artiste differenti tra loro per nascita e carattere, ma accomunate da un talento straordinario  e dalla determinazione ad affermare se stesse e il proprio lavoro, parte irrinunciabile della loro esistenza.

Nel suo ultimo libro, Le disobbedienti (Mondadori), Elisabetta Rasy racconta la singolarità di ciascuna delle sei protagoniste, ne scandaglia le biografie collegando i tanti dettagli che,  tutti insieme, ricompongono il mosaico del contesto storico, familiare e artistico in cui hanno vissuto e lavorato. E ne individua la peculiarità, espressa nel titolo di ogni capitolo dedicato: coraggio, tenacia, irrequietezza, ribellione, resistenza, e passione. Caratteristiche individuali e nello stesso tempo comuni. Perché tutte, per  superare ostacoli e avversità e per vincere le loro battaglie, hanno dovuto combattere contro obblighi e incomprensioni, divieti e discriminazioni.

Rasy parte dagli autoritratti delle sei donne e, attraverso il loro sguardo, descrive  le sfide, le delusioni e gli oltraggi subiti, ma anche i successi, le vittorie e gli obiettivi raggiunti. E, grazie alle loro opere e ai loro dipinti, modelle e donne destinate a ruoli subordinati, una volta divenute artiste a pieno titolo, conquistano autonomia, identità e memoria. Le disobbedienti è un racconto corale che indaga lungo i secoli il mondo dell’arte, maschilista e spesso diffidente di fronte ad ogni novità e, arricchito da una miriade di dettagli intimi e significativi, riesce a far emergere, nitide, le diverse vicende umane delle pittrici. Con il filo rosso che le tiene insieme: aver cambiato l’immagine e il ruolo della donna nell’arte.

Sei donne, sei pittrici vissute in epoche diverse. Che cosa le lega?
“Due sono gli aspetti che le accomunano malgrado le diversità di epoca storica e di situazione personale: il coraggio di resistere alle regole del gioco femminile del loro tempo e il talento, difeso contro tutti e contro tutto. Inoltre ognuna di loro ha dovuto superare un ostacolo, anzi una vera e propria bestia nera. Artemisia lo stupro e il terribile processo che lo ha seguito, dal quale è uscita umiliata e diffamata. Elizabeth Vigée Le Brun un esilio di tredici anni attraverso tutta l’Europa perché, avendo ritratto la regina Maria Antonietta, nella Francia della rivoluzione rischiava la ghigliottina. Berthe Morisot l’ostilità violenta e aggressiva della sua famiglia che non tollerava che non seguisse il comune destino femminile e anche la strana passione che la legava a Edouard Manet. Suzanne Valadon, figlia illegittima cresciuta per strada, la povertà e la tremenda emarginazione sociale. Charlotte Salomon la persecuzione nazista prima di morire a Auschwitz. Frida Kalho il continuo tormento del suo corpo malato”.

Come hanno contribuito a cambiare il ruolo della donna nel mondo dell’arte?
In primo luogo lo hanno cambiato con la propria esistenza, seguendo il proprio desiderio e la propria vocazione artistica. Per esempio una volta fuggita dalla Francia dei giacobini Elisabeth Vigée Le Brun poteva farsi accogliere alla corte papale o a quella del regno di Napoli, dove sedeva tra l’altro la sorella di Maria Antonietta, e mettersi quietamente al riparo dalle avversità. Invece non ha voluto rinunciare alla sua fisionomia di artista professionista, anche se questo comportava una vita di fatica e di rischi e di lavoro incessante, tanto più perché viaggiava con la sua bambina che all’inizio dell’esilio aveva pochi anni. Lo rivendica in una lettera al marito: ho sempre lavorato come un forzato, gli scrive. Però la sua carriera ha decisamente professionalizzato la figura della donna pittrice e più in generale del professionismo femminile”.

“Le disobbedienti”, qual è stata la loro trasgressione, la loro audacia, la loro forza?
“Io penso che la loro vera trasgressione e dunque la disobbedienza che le accomuna sia stata la passione per la libertà che ognuna di loro ha rivendicato. Libertà cioè fedeltà a se stesse, contro stereotipi imposizioni pregiudizi o vere e proprie persecuzioni. Ognuna di loro è stata una donna libera in tempi e in situazioni in cui la libertà femminile era guardata con sospetto  oppure, molto più spesso, non era assolutamente tollerata. Ognuna ha preso in mano il destino che gli altri le avevano assegnato e, lottando , lo ha trasformato nel proprio personale destino”.

Fonte: repubblica.it

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