Io, il 25 ogni giorno!

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Ancora una morte annunciata oggi. E scrivere  sull’ennesimo femminicidio rende la testa e le mani pesanti. Domani è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne e, ancora una volta, si susseguiranno manifestazioni, riflessioni e denunce. Ancora una volta, mentre tutto attorno poco o niente cambia.

Portiamo un carico enorme, un carico che arriva da un passato che non riusciamo a superare. Lo portiamo tutt*. Perché è un carico sociale e culturale di cui tutte e tutti dobbiamo condividere il peso, contribuire ad alleggerirlo, conoscerlo fino in fondo, affrontarlo, innanzitutto con le nostre figlie e figli.

D’altra parte, la storia dei diritti delle donne è storia recente: fino al 1981 chi violentava una ragazza poteva, sposandola, non avere nessun problema con la legge; sempre fino al 1981 il nostro codice penale prevedeva il delitto d’onore e lo stupro, fino al 1996, in Italia era considerato un delitto contro la morale e non contro la persona…

Le leggi che riguardano la violazione e la violenza sul corpo delle donne sono leggi di ieri, di un passato recente che ancora ci vive accanto. Peggio. Vive dentro la concezione che alcuni uomini hanno delle donne, delle “loro” donne. Non a caso infatti, l’uccisione avviene in seguito a un rifiuto, il rifiuto di continuare una relazione. L’affermazione di avere una vita propria, slegata, indipendente dal maschio. Una vita in cui sono soggetto e non oggetto. Un’affermazione che sgretola il possessivo maschile.aadb03c7411ff0668394fed761711b81

Un’affermazione purtroppo ancora troppo poco diffusa, se si pensa che il 90% dei casi di violenza non viene denunciato, che solo il 36% di chi subisce violenza la considera reato. Manca, ad oggi, un vero Piano antiviolenza in Italia (quello che c’è è inattuato e non conforme alle regole Onu e del Consiglio d’Europa), un investimento serio sui Centri antiviolenza (tanti, senza fondi, quelli che chiudono).

Manca una politica responsabile a partire dall’educazione nelle scuole. Tutte, di ogni ordine e grado, a partire da quelle dell’infanzia (in questa legislatura sono state presentate undici proposte di legge sull’educazione al rispetto, per ora tutto tace). Che il cambiamento debba essere culturale lo andiamo dicendo da anni, ma perché ciò avvenga deve cambiare innanzitutto la cultura di governo, che non può pensare di andare avanti a  manifesti, a spot, slogan.

Manca (e qui la colpa è nostra, dei media) una narrazione vera di questo fenomeno. Perché finché si continuerà a sottolineare il raptus, la gelosia, la depressione; finché si daranno i particolari dell’uccisione, dando vita a un macabro voyeurismo, alimentato da alcune trasmissioni televisive; fin quando si continuerà a soffermarsi sulla vita o la bellezza della vittima, non faremo passi avanti. Peggio, continueremo ad alimentare questa sub-cultura che tende a giustificare.

I dati Eures 1990-2013 ci dicono che la violenza sulle donne è un fenomeno strutturale che ha radici profonde. Per sradicare un albero, lo dice la parola stessa, occorre andare alle radici. Se non facciamo questo passaggio, se non ci sporchiamo le mani con quella terra, dovremmo utilizzare ancora e ancora le mani per continuare a seppellire il nostro ingiustificato non coltivare quei terreni dove è possibile fare la differenza.

Paola Chirico

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